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Centinaia di “like” su Facebook dopo l’omicidio: il fattore troll e le analisi affrettate

2 Dicembre 2014 3 min lettura

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Centinaia di “like” su Facebook dopo l’omicidio: il fattore troll e le analisi affrettate

3 min lettura

articolo tratto da La Città di Salerno

Dobbiamo smetterla di fare dei "mi piace" l'unità di misura del mondo. Prima di tutto, perché non sono una buona unità di misura del mondo. Quanto accaduto nelle scorse ore lo dimostra. I 300 like raccolti dal post con cui il trentaduenne assassino dell'ex moglie si felicita per l'omicidio (“Sei morta troia”) hanno fatto molto discutere. Ma ogni considerazione è inutile se si parte dal presupposto, errato, che significhino tutti un'adesione sincera ai propositi dell'omicida, un disimpegnatissimo modo di aggiungere il dileggio al reato.

In realtà, come confermato proprio a partire da un post segnalatomi su Facebook

Buona parte erano troll, provocatori che non si fanno problemi a sfruttare la prevedibile ondata di reazione emotiva scatenata da un femminicidio per mostrare quanto poco utenti e media tradizionali capiscano delle dinamiche di manipolazione del consenso sui social media. In sostanza, un gruppo di disturbatori si accorda non appena trova la notizia giusta – basta leggere su un giornale che l'omicida si è confessato su Facebook – e, tramite profili multipli, gonfia enormemente i like al post bersaglio, così da attirare ulteriore attenzione mediatica e del pubblico, e da spingerlo a parlare di quanto odio ci sia in rete e non di un omicidio e delle circostanze che vi hanno condotto.

È una dinamica vista all'opera in Italia almeno dall'attentato di Massimo Tartaglia a Silvio Berlusconi , a dicembre 2009, e dalle pagine che inneggiavano all'attentatore e alla morte dell'allora presidente del Consiglio. Eppure i giornali continuano a cascarci (pare) e gli utenti pure. Ma non c'è solo questo modo cinico, da una parte, e ingenuo, dall'altra, di cavalcare la viralità, la semplicità dell'indignazione social.

C'è anche la apparente impossibilità di comprendere che anche se quei 300 "mi piace" fossero tutti e soli di convinta adesione ai propositi dell'omicida non ci sarebbe alcuna notizia, e nessuno dei significati più vasti che di norma finiscono per essere tirati in ballo in questi casi: Twitter e Facebook non sono il mondo , e di certo non lo è un post su quelle piattaforme. E anche nell'era dei dati il metodo scientifico, fortunatamente, conta: semplicemente, il campione non è rappresentativo di alcunché; ergo, non significa nulla. Nulla sul rapporto tra odio e rete; nulla sull'emergenza che sempre ne consegue quando il problema venga sollevato a questo modo; nulla per il dibattito, vero e proprio prodotto dell'idiozia di pochi più che del carattere dei molti o dello strumento che usano, sulla necessità dunque di regolamentare più rigidamente Internet e ciò che possiamo dire su Internet.

L'ultimo a esserci cascato è il governatore toscano, Enrico Rossi , per i commenti razzisti alla sua foto coi vicini di casa rom, ma è una lunga tradizione e annovera politici di destra come di sinistra. Incapaci di comprendere che l'esito ultimo sono le uscite inaccettabili su Facebook “sporco di sangue” o, dice il governo britannico, "rifugio dei terroristi ": ottimo capro espiatorio per evitare di criticare l'intelligence che – nonostante controlli il mondo – non è stata in grado di sventare l'omicidio di Lee Rigby. E la Russia, dove un post sgradito basta per chiudere una piattaforma; nelle scorse ore, il rivale di YouTube, Vimeo . Prima di condividere e indignarsi, meglio fermarsi a pensare: la rete che vogliamo è quella di Putin o una rete libera?

Ma il punto è ancora più ampio: che quella dell'odio non è, e non dovrebbe essere, una questione tecnologica. Parliamo di Facebook quando dovremmo parlare di un omicidio; di come regolare un algoritmo invece che una società; del mezzo, e non di chi lo abita. Peggio: del mezzo, pensando di parlare di chi lo abita. E se davvero odiamo, e siamo cattivi, non è certo per via di Facebook. È comodo crederlo, ma non è così. Facebook è lo specchio, e noi in esso ci guardiamo come mai prima d'ora. Inutile incolpare ciò che riflette l'immagine: meglio usarla per migliorarci, se lo vogliamo.

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