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Il prezzo del cibo alle stelle non è colpa del sostegno all’Ucraina come qualcuno ha scritto

26 Novembre 2025 11 min lettura

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Il prezzo del cibo alle stelle non è colpa del sostegno all’Ucraina come qualcuno ha scritto

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Nel corso degli ultimi anni il tema dell’inflazione è stato al centro del dibattito pubblico. Il tasso di inflazione nell’eurozona ha avuto una crescita tra il 2021 e la fine del 2022, arrivando a toccare il 10 per cento su base annua. Dal 2023 invece si è assistito a una decelerazione dell’aumento dei prezzi fino ad arrivare, nel 2024, intorno al target del 2 per cento. 

Per quanto l’inflazione sembri oggi sotto controllo, gli effetti che ha avuto sui cittadini e le cittadine sono ancora persistenti. In parte, questo deriva dal fatto, quando si guarda all’inflazione, si è interessati al tasso di crescita dei prezzi. Questo significa che, se il tasso di inflazione è al 2 per cento, i prezzi non stanno scendendo: i prezzi stanno semplicemente crescendo meno rispetto agli anni passati. Ma, al di là delle spiegazioni tecniche, c’è il costo pagato in termini di potere d’acquisto. 

In particolare, nel corso delle ultime settimane, nel nostro paese si è tornato a discutere dell’incremento del costo dei beni alimentari. Nella Nota sull’andamento dell’economia italiana pubblicata da ISTAT qualche giorno fa, è presente un focus sulla crescita del costo di questi beni. 

Questo ha portato alcuni esponenti del dibattito pubblico a individuare nel supporto da parte dell’Italia e dell’Europa all’Ucraina la causa dell’incremento dei prezzi alimentari. L’ex esponente del Movimento 5 Stelle, Alessandro di Battista, ad esempio, ha pubblicato sulla sua bacheca Facebook un post in cui afferma:

 “Le sanzioni alla Russia e la folle strategia europea in Ucraina hanno portato ad un aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell’energia senza precedenti in Italia.”

Anche Il Fatto Quotidiano parla di “effetto Ucraina” per quel che riguarda la crescita dei beni alimentari.

Questa narrazione secondo cui sarebbe l’appoggio all’Ucraina e le sanzioni contro la Russia la causa dell’aumento dei beni alimentari è superficiale. Non tiene conto di un insieme di fattori storici che hanno contribuito a creare la situazione di estrema vulnerabilità in cui si è trovata - e in parte si trova ancora - l’Europa.

La situazione in Italia 

Partiamo dai dati di cui si sta discutendo in questi giorni. Nell'ultima nota, Istat fa notare che i beni alimentari rappresentano una parte considerevole dei consumi e che il loro aumento ha pesato in prevalenza sui cittadini più poveri. In particolare, nel periodo 2021-2025 l’incremento dei prezzi dei beni alimentari è stato del 24,9 per cento, molto al di sopra rispetto alla crescita dell’indice dei prezzi generali. 

Come fa notare Istat, è necessario tenere conto della rigidità nella domanda di questi beni. A fronte di un aumento di prezzo, infatti, le persone dovranno comunque acquistare cibo in quanto bene essenziale. Questo, in economia, prende il nome di bene anelastico. Per questo motivo le aziende sono meno propense, nei momenti in cui il prezzo dei beni intermedi cala o a fronte di un calo della tassazione, a ridurre il prezzo. Su questo fronte, un esempio è rappresentato dall’IVA sugli assorbenti. Anche in questo caso, quando il governo Draghi ha abbassato l’IVA, non si è assistito a un calo dei prezzi considerevole proprio perché si tratta di beni necessari. Senza comprendere queste rigidità dei beni necessari- che sono caratterizzati da una domanda che risponde meno ai cambiamenti di prezzo- si rischia di lasciare fuori una componente importante della spiegazione. 

Non a caso, Istat fa notare che l’aumento dei beni alimentari è un fenomeno che ha interessato anche il resto d’Europa, nonostante gli aumenti siano stati meno pronunciati in Francia. 

Quali sono i meccanismi che hanno portato alla situazione in cui ci troviamo oggi? Secondo Istat c’è una serie di fattori, sia interni che esteri.

Dalla seconda metà del 2021, con la ripresa post-pandemica, sui mercati internazionali hanno iniziato a emergere tensioni sui prezzi delle materie prime alimentari. La domanda è tornata a crescere rapidamente, mentre l’offerta non riusciva a tenere il passo: le catene di fornitura erano ancora in fase di riassestamento. A questo va aggiunto l’impatto di eventi meteorologici avversi in alcuni paesi esportatori. 

Poi, nel febbraio 2022, l’invasione dell’Ucraina ha aperto un nuovo fronte di instabilità. Le tensioni internazionali e le conseguenti azioni da parte di Russia ed Europa sul fronte economico hanno spinto ancora più in alto il costo dell’energia, alimentando un’ondata inflattiva che si è sommata all’aumento già in corso.

L’Italia è stata tra i paesi europei più colpiti: tra ottobre 2021 e novembre 2022 i prezzi al consumo dell’energia sono aumentati del 76 per cento, quasi il doppio rispetto alla media dell’area euro. Una crescita molto più marcata anche rispetto a Germania, Francia e Spagna. Il rincaro non si è fermato alle bollette: ha inciso in modo diretto sulle filiere alimentari, soprattutto su quella degli alimenti non lavorati, dove il peso dei costi energetici sugli input totali è più che doppio rispetto alla media degli altri settori-escluso quello energetico. Con un effetto a cascata che, mese dopo mese, si è tradotto in prezzi più alti per famiglie e imprese.

In questo periodo i fattori interni hanno contribuito meno. I margini di profitto delle aziende si sono infatti mantenuti costanti, mentre aumentava il costo del lavoro per unità di prodotto. La situazione è cambiata nel 2024, quando lo shock energetico era ormai passato. In questo caso i fattori interni hanno avuto un peso maggiore. Tuttavia, fa notare Istat, il peso di questi fattori non solo è stato minore ma anche consequenziale rispetto a quanto successo in precedenza sul mercato dell’energia e sui suoi impatti sulle filiere relative ai beni alimentari. 

A pesare di più, quindi, è stata effettivamente la crisi energetica esplosa dopo l’invasione dell’Ucraina: l’aumento dei costi di gas ed elettricità ha investito direttamente il settore degli alimenti non lavorati, dove l’energia è una componente fondamentale della produzione. E ha agito anche indirettamente, facendo lievitare i prezzi di beni intermedi come i fertilizzanti, indispensabili per tutta la filiera agricola.

Questi rincari si sono poi propagati agli alimenti lavorati, complice la forte interconnessione tra i due comparti: quando aumentano i costi delle materie prime, le industrie alimentari finiscono quasi sempre per scaricarne almeno una parte sui prezzi finali. Negli ultimi due anni i prezzi hanno continuato a salire, ma in misura molto più contenuta. A rallentare la corsa ha contribuito anche il recupero dei margini delle imprese agricole, che nel biennio 2021-2022 erano scesi drasticamente e non permettevano di assorbire ulteriori shock senza aumentare i prezzi.

La leva geopolitica del gas e gli errori dell’Europa

Se l’impatto dello shock energetico sul livello dei prezzi, in particolare quelli elementari, è pacifico, attribuire questo al sostegno all’Ucraina dell’Europa è quantomeno un volo pindarico, come vedremo nella sezione successiva. Ma questa idea non tiene conto della situazione che la Russia di Putin ha coscientemente costruito come arma geopolitica. La Russia, da decenni, è consapevole del fatto che può utilizzare il gas come arma geopolitica. 

Quando l’Unione Sovietica era ormai al collasso, alcuni membri di spicco proposero quella che prende il nome di Dottrina Falin-Kvitsinky. La dottrina può essere riassunta nelle parole di uno dei suoi ideatori: gas al posto dei carri armati. Se in precedenza l’Unione Sovietica aveva utilizzato la forza militare per garantire il rispetto del patto di Varsavia- pensiamo a Ungheria nel 1956 e Cecoslovacchia nel 1968- negli anni ‘90 questa forza militare non era più un’opzione. Per questo bisognava utilizzare quella della dipendenza dei paesi in orbita sovietica dal gas. 

Nel corso degli anni la Russia ha esteso la sua sfera di influenza - e quindi l’utilizzo del gas come arma geopolitica - anche agli Stati europei. In un documento del centro di ricerca indipendente Enerdata, si fa notare come nel corso degli anni la Russia ha costruito una fitta rete di approvvigionamento per gli Stati Europei. E fin dalle prime tensioni con l’Occidente la Russia di Putin ha subito utilizzato la sua influenza sul prezzo del gas, come ha recentemente evidenziato nella sua tesi di dottorato Ilia Barboutev dell’Università di Leiden. 

E non a caso, i problemi con il gas russo cominciano prima dell’invasione dell’Ucraina e delle sanzioni. Già nel 2021, prima dell’escalation in Ucraina, Mosca aveva iniziato a usare il gas come leva politica. Gazprom aumentò la produzione di quasi il 14 per cento e dichiarò stoccaggi pieni all’83 per cento, ma verso l’Europa inviò solo il minimo previsto dai contratti. Da Bruxelles arrivarono accuse di manipolazione del mercato e di aver contribuito all’impennata dei prezzi.

Il Cremlino rispose attribuendo la responsabilità agli stessi governi europei, a detta di Mosca colpevoli di aver abbandonato i contratti di lungo periodo per puntare su acquisti spot, più esposti alla volatilità. Il messaggio era che le difficoltà del mercato non dipendevano dalla Russia, ma dall’affidamento dell’Europa a un meccanismo di approvvigionamento considerato instabile.

Con l’invasione dell’Ucraina e le sanzioni, la situazione sul mercato dei beni energetici è deteriorata ulteriormente. Ma questo non significa che l’aumento dei prezzi sia dovuto al sostegno dell’Europa all’Ucraina o alle sanzioni: l’Europa si trovava infatti in una situazione di estrema vulnerabilità dovuta alla dipendenza dal gas russo che da una parte è stata sfruttata dal Cremlino per danneggiarla, dall’altra ha comportato profonde problematiche all’economia europea rendendo anche le sanzioni meno stringenti. 

Ancora una volta, è necessario sottolineare una questione delicata: le conclusioni di certe valutazioni scontano sempre l’assenza di analisi controfattuali. Abbiamo a disposizione i dati di come è andata la situazione, con l’invasione dell’Ucraina e la dipendenza dal gas russo da parte dell’Europa. Non possiamo sapere come sarebbe andata in un contesto differente. È verosimile che anche una maggior indipendenza energetica dell’Europa avrebbe comunque comportato un aumento del prezzo dell’energia, anche se inferiore. Al contrario, la tesi secondo cui questi aumenti sarebbero dovuti al supporto dell’Ucraina non è ben chiaro dove voglia andare a parare. Avremmo assistito a un aumento dei beni energetici senza le sanzioni alla Russia? Anche in questo caso, la risposta è probabilmente sì, visto che di per sé l’invasione avrebbe colpito non solo l’energia, ma anche la produzione di altri beni come fertilizzanti e grano. Quindi sarebbe più corretto affermare che, nella miriade di fattori che hanno contribuito all’inflazione di questi anni, a giocare un ruolo c’è stato più l’atteggiamento della Russia nei confronti dell’Ucraina e dell’Occidente. 

Questo discorso però non può eludere le responsabilità dei leader occidentali nei confronti della leadership di Putin e nel contrastare la sua strategia. D’altronde l’invasione dell’Ucraina non è che un ultimo tassello della lunga serie di azioni che violano il diritto internazionale e i principi democratici in Russia. Mentre il regime putiniano costruiva la sua macchina di repressione per dare una forma al suo regime, perseguitando o uccidendo oppositori politici, la comunità LGBTQI+, silenziando le critiche di gruppi più liberali della società russa, l’Europa non ha fatto abbastanza. 

Quando Putin ha annesso la Crimea, l’Europa ha imposto sanzioni che però, proprio perché circoscritte, si sono rivelate poco efficaci sia dal punto di vista politico sia economico. Per quanto l’Europa fosse a sua volta consapevole della dipendenza dal gas russo, come dimostra una dichiarazione della Commissione del maggio 2014, non si è fatto molto per cambiare la situazione: secondo i dati riportati da un documento del European Parliamentary Research Service (EPRS) il peso delle importazioni di gas russo nel 2021 era passato al 45 per cento. 

Proprio per questo motivo, negli ultimi anni si sono moltiplicate le critiche nei confronti dell’ex cancelliera tedesca Angela Merkel. Già in passato la questione aveva toccato la Cancelliera: Donald Tusk, Primo Ministro polacco del tempo e odierno, sollevò la questione della dipendenza dal gas russo proprio durante la crisi riguardante l’annessione della Crimea. 

Durante il suo cancellierato, Merkel continuò le politiche dei suoi precedessori e la Germania, assieme ad altri paesi europei, divenne ancora più dipendente dal gas russo. L’industria tedesca è particolarmente energivora. Il gas di Mosca rappresentava un’opportunità economica. In un’intervista alla BBC Merkel si è difesa da queste critiche, dichiarando che senza quella normalizzazione dei rapporti con la Russia l’invasione sarebbe avvenuta ben prima. 

Solo con l’invasione dell’Ucraina l’Europa ha lanciato un programma più efficace di diversificazione delle fonti di approvigionamento del gas che hanno contribuito a calmierare gli effetti dello shock energetico. Inoltre, nel 2027 è prevista la cessazione dell’importazione del gas russo, un fattore determinante come vedremo anche per la questione transizione ecologica. 

Non solo economia, ma anche politica

C’è un altro aspetto problematico nell’attribuire al sostegno all’Ucraina l’aumento dei prezzi alimentari. Dal punto di vista politico, infatti, si tratta di una strategia inefficace per due motivi. 

In primo luogo, questo toglie di mezzo il tema della questione salariale nel nostro paese. In tutti i paesi occidentali si è assistito a un aumento dell’inflazione nel corso degli ultimi anni. Tuttavia, oltre alla politica monetaria che agisce per ridurre il tasso di inflazione, i governi hanno cercato di far recuperare il potere d’acquisto eroso dall’aumento dei prezzi. Come confermano i dati, il nostro paese ha assistito a una bassa crescita dei salari reali, andando a pesare maggiormente sui consumatori più poveri. Il governo Meloni, anche con la nuova legge di bilancio, non sembra aver fatto molto su questo punto: i provvedimenti volti a incentivare i rinnovi contrattuali, che permetterebbero un aumento del salario, rischiano di essere inefficaci nell’incentivare quei contratti che ne avrebbero davvero bisogno. 

Non solo: come si è visto nel corso delle ultime settimane - ma è un discorso che si potrebbe fare anche a ritroso - uno dei temi di forte impatto per gli elettori riguarda proprio il caro vita. Una strategia per contrastare il governo Meloni - ammesso che sia questo il bersaglio e il fine, un’ipotesi in certi casi molto forte - e attirare l’attenzione sarebbe proprio di porre l’accento su queste tematiche individuando nella “serietà” predicata da Meloni un antidoto poco efficace per contrastarlo. 

Dal punto di vista politico, quindi, il dito non va puntato sul sostegno dei paesi occidentali all’Ucraina, invasa dalla Russia, quanto sul governo che non ha fatto abbastanza per contrastare la caduta dei salari reali e il caro vita. 

In secondo luogo, una posizione di questo tipo rischia di oscurare la necessità di una transizione ecologica. Un recente studio all’interno del progetto GRINS ha infatti sottolineato che l’abbandono da parte dell’Europa dal gas russo può essere un forte incentivo per le energie rinnovabili e per un’economia con minor impatto ambientale. Secondo i ricercatori, l’analisi suggerisce che l’interruzione delle forniture di gas russo possa essere vista come un catalizzatore per la decarbonizzazione del sistema energetico.

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Proprio grazie alle energie rinnovabili e all’utilizzo del nucleare già installato, l’Europa può puntare proprio a una maggiore indipendenza energetica che la renderebbe meno suscettibile rispetto agli shock di tipo energetico a cui si è assistito nel corso degli anni. 

Attribuire l’aumento dei prezzi alimentari alla scelta dell’Europa di sostenere l’Ucraina non è solo un volo pindarico, è controproducente perché significa ignorare la complessità dei processi economici e delle responsabilità politiche che hanno plasmato lo scenario attuale. L’inflazione degli ultimi anni è stata il risultato di uno shock energetico senza precedenti, innestato in una vulnerabilità strutturale costruita nel tempo e sfruttata dalla Russia ben prima delle sanzioni. Allo stesso modo, la perdita di potere d’acquisto delle famiglie italiane non può essere letta senza considerare il nodo irrisolto dei salari. Comprendere queste dinamiche significa distinguere tra cause reali e bersagli comodi, e riconoscere che le risposte alle crisi-energetica, sociale e politica- non possono basarsi su narrazioni semplificate, ma sulla capacità di correggere gli errori del passato e di costruire un modello economico più resiliente, più equo e meno dipendente da fattori geopolitici esterni.

Immagine in anteprima via Agenzia Nova

2 Commenti
  1. Ivano

    Eè tutta colpa del governo Meloni che non ha aumentato i salari? E i governi precedenti cos'hanno fatto??? Li hanno aumentati? Non potete accollare tutto il male degli ultimi 20 anni a chi è al governo da soli 3 anni e poco più, siate onesti con chi vi legge.

    • Roberto Simone

      Qui si sta analizzando un periodo che va dal 2021 al 2025, periodo in cui i prezzi dei beni alimentari sono aumentati del 24,9%. Quindi si parla di un periodo di quattro anni, tre dei quali sotto il governo Meloni. Prima di accusare gli altri di disonestà intellettuale bisogna leggere.

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