Banche, rischi, obbligazioni. Come funziona in Italia


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Cosa fa una banca?

Una banca commerciale è un'azienda che, a proprio rischio, svolge come attività principale l’intermediazione creditizio, impiegando (a titolo di credito) il denaro raccolto da terzi (a titolo di debito e per una parte più piccola a titolo di capitale proprio).

Quando incanaliamo gli stipendi o depositiamo i risparmi sui nostri conti correnti, la banca investe questo denaro prestandolo ad altri individui (si pensi ai mutui per comprare casa) o a enti che hanno bisogno di un prestito.

Al pari di una qualunque attività commerciale, a questa intermediazione deve corrispondere un ritorno. Se erogare danaro a credito è una fonte di ricavo (quando ripaghiamo un mutuo la banca riceve anche degli interessi), raccogliere risorse è invece un onere (seppur piccolo la banca paga un piccolo interesse sui nostri conti correnti). Generalizzando, la differenza tra i ricavi degli impieghi e il costo della raccolta deve fornire un margine di guadagno per la banca a fronte di un certo numero di rischi che si accolla (ad esempio, che il cliente non rimborsi il mutuo).

E cosa sono le obbligazioni?

Compresi questi due passaggi passiamo a quello fondamentale: le forme della raccolta del denaro. Naturalmente non bastano i nostri stipendi o qualche risparmio in conto corrente per poter avere una efficiente attività creditizia. Pertanto le banche, al pari di ogni altra azienda, può indebitarsi (sì, proprio così) emettendo dei titoli obbligazionari (o obbligazioni).

Questi titoli di debito sono (semplificando molto) dei “mutui al contrario”. Ovvero, i cittadini possono usare i propri risparmi per prestare soldi alla banca che si impegna alla restituzione del capitale e di una certa quantità di interessi (tipicamente in cedole). In questo caso sono gli individui a diventare investitori e si accollano differenti rischi in relazione all'investimento.

Rischio di investimento?

Avendo introdotto questa parola cruciale, cerchiamo di comprendere due ingredienti fondamentali.

Ingrediente 1: Qualunque investimento comporta sempre un rischio più o meno grande di perdita. Aprire un ristorante, metter su un negozio di scarpe, incanalare gli stipendi su conto corrente o diventare azionisti di una società sono tutte attività rischiose.

Ingrediente 2: Cose le distingue? La probabilità di perdere e la regola generale per cui a rischi più alti dovrebbero corrispondere rendimenti più alti. Depositare 10.000 euro in un libretto postale non è come investire 10.000 euro nell'apertura di un bar. Il primo fornisce rendimenti bassi con la buona probabilità di avere il capitale restituito (seppur minimi, esistono rischi legati alle condizioni dello Stato), il secondo fornisce una certa probabilità di ricavi più alti a fronte di un rischio più concreto di perdere praticamente tutto.

Ora, succede che anche nell'intermediazione creditizia le passività, cioè i soldi che la banca prende da terzi (depositi a risparmio, stipendi, conti correnti, obbligazioni, ecc), non sono tutte eguali. Cosa le distingue? Tante cose, ma soprattutto il rischio, appunto.

Ma le obbligazioni non sono tutte uguali

Qui arriviamo finalmente ai famosi subordinati. Nel caso delle obbligazioni, la banca può decidere di emettere titoli subordinati al rimborso di tutti gli altri debiti nel caso in cui la banca fallisce. In parole povere, esiste una gerarchia tra i creditori: la banca rimborsa prima i creditori senior, poi passa agli obbligazionisti subordinati e infine gli azionisti.

"Allora non conviene!"

Non è vero. Tutto ha un costo: emettere titoli subordinati non va completamente a scapito dell’investitore. La banca, infatti, dovrebbe pagare cedole più alte ai creditori subordinati. D’altronde chi si accollerebbe un rischio molto alto senza un beneficio maggiore? (Chi scommetterebbe sul 6-0 di una partita di calcio se la quota fosse la stessa di quella di un pareggio generico?)

Ma quindi qual è il nocciolo della questione di questi giorni?

In effetti, ci sono ancora due ingredienti importanti in tutta questa storia e sono: la propensione al rischio dei clienti e la loro consapevolezza.

Ingrediente 3: Alcuni di noi sono in grado di scommettere anche centinaia di euro sul risultato di una partita, altri invece fanno fatica a puntare due euro su un ambo. Ci sono imprenditori che investono nell'apertura di nuove aziende e altri che preferiscono investire gli stessi capitali in Borsa. Ognuno di noi ha una differente forma di propensione nei confronti del rischio.

Ingrediente 4: La consapevolezza di quello che facciamo è il passo fondamentale. Ad esempio: chi scommette sul 6-0 di una partita di calcio, dovrebbe sapere (o almeno si spera) che azzeccare il risultato esatto è molto meno probabile rispetto all'individuazione della squadra vincente. Però sa anche che un 6-0 netto “paga” molto di più di una semplice scommessa su un pareggio.

Ma le scommesse o l’enalotto sono cose comprensibili. Come faccio a sapere se il cittadino è consapevole dei rischi legati ad un investimento in obbligazioni?

Esiste una direttiva dell'UE (detta MiFID) che impone a tutte le banche di classificare la propria clientela per capire che tipo di competenza possiede, di quale patrimonio dispone e che propensione al rischio presenta.

Come faccio a sapere se il cittadino è consapevole dei rischi?

Tramite un questionario. Chiunque entri in una banca italiana per fare un investimento è soggetto obbligatoriamente a rispondere a un bel po’ di domande sul livello di competenza in materia di investimenti, sul patrimonio di cui dispone e su quanto vuole rischiare. Alla fine del questionario, viene elaborato un punteggio che rappresenta il profilo di rischio del cliente. Questo profilo dirà poi quanto un cliente è adeguato per un preciso investimento.

In altre parole, se un cliente ha un basso titolo di studio, la pensione minima e magari vive in affitto non può investire in derivati su azioni indiane perché sono strumenti tanto rischiosi quanto complicati da capire.

"Ma così è la banca che decide se un cliente è idoneo per un investimento. Non c’è un conflitto di interessi?"

Certo che c'è. È come se una legge imponesse ai bar di stabilire se un cliente è in grado di bere un bicchiere di whisky o una tazza di caffè.

Però fortunatamente è un po’ meno immediato di così. Innanzitutto perché ci sono delle linee guida valide per tutte le banche, che indicano in che modo eseguire la classificazione di un cliente. Non può accadere, quindi, che una banca chieda a un cliente il suo colore preferito e un’altra invece faccia fare un difficilissimo test di matematica.

E poi perché esiste un’autorità amministrativa pubblica e indipendente, la Consob, che tra i vari compiti ha quello fondamentale di tutelare gli investitori mediante precise attività di controllo e che ha peraltro il potere di sanzionare, anche pesantemente, le banche inadempienti.

Quindi sembra tutto in ordine. Di chi sono le colpe?

Data la doverosa premessa che l’autorità giudiziaria ha avviato un’indagine, è importante sottolineare il fatto che i sistemi economici sono sistemi complessi. Trovare capri espiatori è facile ma non fornisce una risposta seria al problema. Il dato “curioso” che emerge in questi giorni è che coloro che hanno comprato titoli “subordinati” non si aspettavano di perdere tutto. Il che è una contraddizione in termini.

È bene capire che in tema di investimenti, i ruoli sono ben delineati:

1) I risparmiatori-investitori. Fatta eccezione per i casi veri e propri di truffa, e senza ergersi a maestri del senno-di-poi, dovrebbe valere la regola generale che con i soldi non si scherza. Ciascun investitore dovrebbe essere consapevole del fatto che se vuole far “fruttare” tutti i risparmi di una vita deve andarci con i piedi di piombo. L’investimento non è un obbligo di legge e i rischi finanziari sono una cosa molto seria. Anche se conosci il direttore di filiale da quando sei bambino, questo non vuol dire che le fluttuazioni del mercato o la cattiva gestione non ti possano colpire. Come si suol dire: non è saggio affidare tutta la propria merce ad una sola nave.

2) Le banche. In una economia di mercato e in particolare nell’attività bancaria uno degli asset più importanti è la fiducia. Si basa tutto su questo. Gli scandali passati (e attuali) oltre a rappresentare una grave minaccia per la stabilità del sistema economico hanno avuto anche l’effetto ultimo di mostrare all’opinione pubblica un certo fallimento culturale delle istituzioni finanziarie e un problema serio di credibilità. Per altro le disposizioni normative attualmente in vigore e le direttive europee disciplinano oramai in maniera molto più rigorosa del passato i ruoli di responsabilità, le funzioni aziendali di controllo e le regole sulla trasparenza. Sia in caso di comportamenti fraudolenti che di errori gestionali o di valutazione, dovrebbe aumentare nei vertici delle banche la consapevolezza del fatto che la reputazione e la credibilità possono fare la differenza tra la stabilità e il default.

3) Gli organismi di vigilanza. La Banca d’Italia e la Consob sono due organismi pubblici e indipendenti tra loro che hanno rispettivamente il compito di proteggere la stabilità del sistema bancario e di tutelare i clienti e gli investitori. Hanno il potere di fare ispezioni e di sanzionare gli istituti. Vedere ancora il fiorire di grossi scandali gestionali o presunti raggiri ai danni degli investitori, fanno sorgere nell’opinione pubblica alcune perplessità sulla loro efficacia nel sistema bancario italiano.

E il "Salva-Banche"?

È un provvedimento che il Governo ha emanato, di concerto con Banca d'Italia, per recepire le nuove regole europee sulla gestione delle crisi bancarie (BRRD).

Semplificando molto, con il bail-in una banca in serie difficoltà può salvarsi con una precisa procedura che permette di ricostituire il capitale (che si era precedentemente azzerato per via crisi) attingendo ad alcune forme di passivo tra cui proprio i subordinati e le azioni.

Come ci fa notare Luca Cifoni su Facebook > Da un punto di vista tecnico però non è esatto dire che il cosiddetto decreto salva-banche recepisce la direttiva europea BRRD, la quale invece è stata recepita dal Parlamento con un'altra legge precedente e con effetto dal primo gennaio 2016. E infatti nel caso delle quattro banche non si applica il bail-in, che avrebbe chiamato in causa anche obbligazionisti ordinari e depositati sopra i 100 mila euro, ma una sorta di via di mezzo tra vecchio e nuovo sistema. 

È una norma sbagliata?

Non è questo il punto. Altri potrebbero pensare che invece intervenire con aiuti pubblici (bail-out) sia ancora più impattante per il cittadino. D’altronde, come abbiamo visto, i titoli subordinati sono molto “rischiosi” in caso di fallimento di una banca, quindi anche senza decreto un creditore subordinato rimarrebbe tra gli ultimi a vedere il proprio capitale rimborsato.

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