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Sull’uso e l’abuso delle parole inglesi in italiano

24 Marzo 2021 9 min lettura

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Sull’uso e l’abuso delle parole inglesi in italiano

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di Vera Gheno 

Il 12 marzo 2021, durante una conferenza stampa successiva alla sua visita al centro vaccinale anti-COVID di Fiumicino, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha letto un passaggio del suo testo che recitava «Per chi svolge attività che non consentono lo smart working sarà riconosciuto l'accesso ai congedi parentali straordinari o al contributo baby-sitting» e ha commentato, tra il serio e il faceto, dicendo «Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi...? ». Molte persone hanno applaudito a questa dichiarazione; diverse me l’hanno segnalata, chiedendo il mio parere. Poiché io stessa, di tanto in tanto, faccio uso di termini stranieri (soprattutto inglesi) in italiano, e in generale non sento il bisogno di tradurre qualsiasi cosa, l’implicito dei segnalatori era che la dichiarazione di Draghi mi avesse ferita, in qualche modo, nelle mie convinzioni “internazionaliste”. In realtà, mi trovo piuttosto d’accordo con lo sbotto del Presidente, pur non essendo anglofoba. Il problema è che spesso le posizioni sull’uso dei forestierismi vengono polarizzate e si riducono a esterofilia vs esterofobia, in una sorta di duello all’ultimo sangue. Come cercherò di illustrare la questione è, a mio avviso, molto più sfumata.

Il fastidio derivante dalla competenza, non dall’ignoranza; e la necessità del multilinguismo

Intanto, per iniziare, notiamo la pronuncia di Mario Draghi: è quella di una persona che, evidentemente, l’inglese sembra conoscerlo piuttosto bene. Questo è un indizio importante, per chi tenderebbe a interpretare la sua osservazione in chiave di puro isolazionismo linguistico. Eppure, nonostante la buona competenza di inglese che il Presidente esibisce, egli si dice infastidito dalla sua presenza in un testo italiano: come è possibile conciliare queste due posizioni apparentemente in contrasto?

È possibile, eccome, perché non c’è alcuna contraddizione, nelle parole di Draghi: il suo è un disagio legato alla conoscenza, non all’ignoranza; è il disagio di una persona che “frequenta” abitualmente più lingue e che non apprezza quando un idioma tra quelli che conosce viene usato fuori contesto, senza una vera necessità. Tanto più che, andando sul caso specifico, non solo smart working ha una sua traduzione italiana, lavoro agile, ma che l’espressione inglese non è nemmeno usata dagli anglofoni con il senso con il quale viene impiegata in italiano oggi: piuttosto, con un sano pragmatismo, parlano di WFH, working from home, o remote working (‘lavoro da casa’ o ‘lavoro da remoto’). E anche baby-sitting, pur essendo un termine acclimatato in italiano negli anni Ottanta del Novecento, forse non sarebbe stato essenziale in una dichiarazione rivolta a tutti gli italiani; magari si sarebbe potuto usare “custodia dei bambini” o qualcosa del genere (il geniale onomaturgo Arrigo Castellani, compianto accademico della Crusca, nel 1987 aveva proposto, come italianizzazione di baby sitter, il neologismo guardabimbi, che non era affatto male; ma non ha attecchito).

L’opinione di Draghi, dunque, deriva dalla sua conoscenza dell’inglese, non da una sua paura delle altre lingue; ed è perfettamente in linea con quanto ripeto spesso seguendo gli insegnamenti dei miei maestri, tra i quali Tullio De Mauro: imparare altre lingue non vuol dire corrompere la propria, anzi. Il metodo migliore per mantenere in salute l’italiano è quello di imparare bene anche altre lingue, perché solo così si evita di usare un qualsiasi idioma a vanvera, per motivi diversi dalla necessità di comunicare o di essere massimamente chiari. Scrive De Mauro già nel 1979: «Il fatto è che nel mondo contemporaneo, così come si è venuto organizzando da un secolo a questa parte, e soprattutto negli ultimi decenni, non pare esserci più posto per individui e culture interamente monolingui.» (Monolinguismo addio, originariamente in L’Italia delle Italie, 1979, ristampato in L’educazione linguistica democratica, Laterza, p. 99).

Aggiunta, non sostituzione

Per comprendere pienamente il pensiero demauriano, occorre sapere che la competenza linguistica si forma, in ognuno di noi, per aggiunta, non per sostituzione: non occorre dimenticare una lingua per fare posto a un’altra nel nostro cervello, come si poteva pensare con un pizzico di ingenuità una volta: si pensi a come veniva stigmatizzato, fino a pochi anni fa, l’uso del dialetto in Italia. Lo sforzo di molti maestri e molte maestre era di eradicarlo dai propri studenti, come se una convivenza di lingue non fosse possibile. E invece è l’esatto contrario: non solo più lingue possono convivere nello stesso cervello pacificamente, ma anzi, si notano veri e propri benefici cognitivi in chi ha accesso a più patrimoni linguistici differenti.

Uno sguardo alla storia: quattro motivi per spiegare la massiccia presenza dei forestierismi in italiano

Per comprendere un po’ meglio la situazione italiana – e anche il commento di Mario Draghi – può essere utile fare un piccolo riepilogo storico. L’italiano, di per sé, è una lingua estremamente accogliente con i forestierismi, più o meno adattati: già in Dante (invocato spesso – secondo me a torto – come baluardo contro il meticciato linguistico) troviamo francesismi e provenzalismi, come pure recuperi di termini latini. In generale, e sin dall’antichità, l’Italia è stata crocevia di rotte commerciali e migratorie: non poteva essere altrimenti, considerata la sua posizione nel mezzo del Mare Nostrum. Per questo, nel nostro vocabolario troviamo termini derivanti (o presi in prestito) da decine di lingue diverse: l’italiano è stato – ed è – una vera e propria spugna.

A favorire questa facilità d’ingresso di termini derivanti da altre  lingue contribuisce probabilmente anche il fatto che in Italia manca un ente che abbia potere prescrittivo sulla nostra lingua: l’Accademia della Crusca studia, certo, l’italiano, ma non prende decisioni ufficiali in merito a quale termine accogliere, quale rigettare, quale tradurre o quale accettare senza adattamenti. Descrive, insomma, più che prescrivere: consiglia, ma non impone, anche nel campo dei forestierismi (si vedano i lavori del Gruppo Incipit; ma si legga, sull’argomento, anche l’acutissimo intervento del 2016 di Tullio De Mauro).

Allo stesso tempo, l’italiano non ha né una grammatica né un vocabolario “ufficiali”: le varie imprese lessicografiche, ad esempio, lavorano in linea di massima in maniera indipendente l’una dall’altra, ed è per questo che i vocabolari sincronici in circolazione differiscono tra di loro (parlo di Zingarelli, Devoto-Oli, Treccani, Sabatini-Coletti, GRADIT di De Mauro eccetera). La nostra situazione linguistica e il nostro rapporto con i forestierismi dunque sono difficilmente paragonabili a quanto succede in Francia o in Spagna, nazioni nelle quali, invece, gli enti preposti alla lingua (Académie française e Real Academia Española) hanno potere prescrittivo. Si noti, a latere, che nel 2003, durante il secondo governo Berlusconi, venne proposta la fondazione del Consiglio Superiore della Lingua Italiana, ma che il progetto non andò in porto per svariati motivi, tra i quali il timore di una sorta di seconda stagione dell’autarchia del Ventennio e di un’eccessiva ingerenza politica in campo linguistico.

Aggiungiamo, infine, a questa sorta di “naturale permeabilità” dell’italiano, il fatto che l’inglese sia diventato, nella nostra contemporaneità, una delle lingue-passepartout più diffuse al mondo (e che rimane ancora una delle lingue ufficiali dell’Europa anche dopo Brexit, dato che ha status di ufficialità – accanto ad altre lingue – sia in Irlanda sia a Malta), sostituendo il francese come lingua di cultura internazionale (una curiosità: il Manzoni, pur scrivendo i Promessi Sposi in italiano, con i suoi amici intellettuali parlava perlopiù in francese).

Diamo i numeri

Oggi dunque, è indubbio che usiamo molte parole inglesi, in italiano, anche se forse sono meno quelle che si depositano nei dizionari. Quante, esattamente? Nel Grande Dizionario Italiano dell’Uso a cura di Tullio De Mauro (2007) troviamo 5.850 lemmi marcati come “ES” (esotismo, cioè forestierismo) con l’inglese come lingua di provenienza su 9.389 termini censiti come esotismi (quindi rappresentano la maggioranza dei forestierismi), su un totale di 328.387 lemmi contenuti nel vocabolario. Nello Zingarelli 2021 isoliamo 2.927 termini di lingua inglese su circa 145.000 lemmi totali. Dunque, i vocabolari in qualche modo dovrebbero confortarci: dati alla mano, la percentuale di anglismi integrali registrati nei dizionari sincronici non è spaventosa, anche se l’inglese fa la parte del leone nel comparto “forestierismi”: nello Zingarelli, i francesismi sono 973, gli ispanismi 187, i germanismi 154, i nipponismi 79, gli arabismi 39. Un capitolo a parte potrebbe riguardare gli pseudoanglismi: termini che noi usiamo con la convinzione che li usino così anche gli anglofoni, ma che invece, qualora noi li impiegassimo in un discorso in lingua inglese, non verremmo minimamente capiti: da essere in tilt a baby parking, da golf(ino) a ticket; un aspetto che denota, peraltro, un certo grado di creatività linguistica anche laddove molti vedono solo un’estrema pedissequità: prendiamo termini inglesi e “ne facciamo altro”.

La percezione, oltre i dati

Interrogandoci sulla nostra esperienza quotidiana, al di là di quanto ci mostrano i dizionari, è però evidente che nell’uso gli anglismi sembrano molti di più; probabilmente, su questa sensazione influisce anche il fatto che sono concentrati in alcuni settori particolarmente popolari (informatica, internet e social; marketing e moda; politica e scienza, lingua dei mezzi di comunicazione di massa), anche se nel nostro impiego personale quotidiano, in ambito privato, ne usiamo sicuramente molti meno. Come mai, allora, si fa ricorso forse in maniera eccessiva all’inglese, soprattutto quando si comunica in pubblico? Come nota il linguista Nicola Grandi in un articolo che, attorno a Natale 2020, ha creato molto scalpore (pur essendo dichiaratamente provocatorio), «È […] evidente che oggi la percezione diffusa, per i parlanti, è quella per cui usare termini inglesi sia più cool; insomma, se mi è permesso, che ‘faccia figo’ dirlo in inglese». L’inglese viene dunque da molti usato per “darsi un tono” nella conversazione, per sembrare più “in”. Oppure, come spesso accade, ahimè, soprattutto nelle comunicazioni ai cittadini, con l’intento sotteso di non essere completamente comprensibili (mirabile, da questo punto di vista, l’esempio di bail in e bail out).

Tutto questo è sicuramente irritante: anche io mi infastidisco quando sento dire “La reason why di questo project è una maggiore awareness nei confronti dell’inclusivity e della diversity…” perché ritengo che in questo caso non ci sia bisogno di tutti questi termini inglesi e che tutto potrebbe essere detto in italiano. Tuttavia, la soluzione non è né odiare l’inglese, né perseguire l’autarchia linguistica che, come dire, è andata a finire come sappiamo anche la prima volta: ci siamo tenuti tramezzino, avanspettacolo e autorimessa, ma abbiamo rigettato casimiro (cashmere), bevanda arlecchina (cocktail) e ritirata (toilette, WC). Abbiamo conservato i termini che effettivamente ci erano funzionali, rigettandone altri come posticci. Ah, il buonsenso della massa critica degli utenti di una lingua!

Una possibile linea da seguire

Per fornire, allora, delle istruzioni utili per chiunque si stia interrogando su quando e come usare l’inglese in maniera equilibrata, condivido le ottime e chiarissime indicazioni date dal linguista Francesco Sabatini in un bel libro chiamato Lezione di italiano (Mondadori 2016), che cito spesso:

A questo punto, è bene ricollocare il dibattito sotto la luce di principi più generali che dovrebbero stare a cuore al parlante e trasformarsi in suoi criteri di condotta. Sono sostanzialmente quattro, e tutti di ugual valore per un abitante della moderna polis, e potrebbero essere diffusi in vari luoghi pubblici (uffici, scuole…):

- “Sei veramente padrone del significato di quel termine?”
- “Lo sai pronunciare correttamente?”
- “Lo sai anche scrivere correttamente?”
- “Sei sicuro che il tuo interlocutore lo comprende [sic]?”
Quando anche uno solo di questi requisiti non è rispettato, vuol dire che:
- “stai facendo una brutta figura”;
- “oppure usi quel termine per pigrizia”;
- “oppure disprezzi il tuo interlocutore”.

Il cittadino semplicemente seguace dell’andazzo potrebbe così accorgersi di essersi adagiato nell’uso di un italo-anglismo liquido e di avere, in sostanza, delegato ad altri parlanti, di un altro popolo, l’interpretazione esatta del mondo mediante le parole. Oppure, saprà che implicitamente ha rifiutato di far parte della comunità in cui vive così com’essa è e che non intende impegnarsi a migliorarla.

In conclusione: è errato essere passivi “seguaci dell’andazzo” e usare l’inglese per farsi belli, come è errato usare l’inglese per essere oscuri. Ma il modo migliore per togliere questa aura di preziosità all’inglese sta nel conoscerlo meglio, non nel rigettarlo integralmente, perché nel mondo di oggi ne abbiamo bisogno. E noi italiani, su questo fronte, dobbiamo lavorare sodo: moltissime persone, anche a livelli molto alti di competenza, non conoscono in maniera sufficiente altre lingue. Eppure, come ci dice De Mauro, abbiamo letteralmente bisogno del multilinguismo per riuscire a gestire la complessità del presente.

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