L’Agcom e il fallimento della legge antipirateria francese


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Tre strike all'Hadopi

L'Hadopi (Haute Autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits sur l’Internet) ovvero l'autorità amministrativa francese creata per la regolamentazione del diritto d'autore in rete, destinata ad applicare la cosiddetta “legge dei 3 colpi”, in base al classico principio del contrappasso cede le armi dopo 3 sole condanne. Venne lanciata con tanto clamore come fosse la soluzione finale per la pirateria ma, dopo 3 anni di attività subisce, lei, il terzo e più devastante strike.

Il primo fu quello del Parlamento europeo quando bocciò i fondamenti della dottrina Sarkozy (quella stessa dottrina fortemente sponsorizzata dagli americani, come rivelarono i cablo di Wikileaks), negando che per contrastare la violazione del diritto d'autore si possa disconnettere un utente dalla rete.

Il secondo avvertimento fu quello della Corte Costituzionale francese che nel 2009 censurò la legge Hadopi stabilendo che il diritto alla rete è un diritto fondamentale del cittadino, per cui la disconnessione forzata doveva ritenersi incostituzionale. Il Consiglio costituzionale pose in evidenza questi punti:

- il reato deve essere accertato dai magistrati e non da enti pubblici oppure da privati quali sono gli ISP (ai quali sarebbe demandato il controllo effettivo);
- i provvedimenti restrittivi devono essere emessi dai magistrati;
- se è vero che chiunque è innocente fino a sentenza passata in giudicato allora questa presunzione di innocenza deve valere per tutti i reati compresi quelli contro la proprietà intellettuale;
- è necessario tener presenti e rispettare tutti i diritti in gioco e non solo quelli relativi alla proprietà intellettuale come ad esempio: il diritto alla conservazione e diffusione della conoscenza, il diritto di citazione, il diritto di impresa.

Infine il terzo strike, quello più devastante perché elimina il fulcro della dottrina alla base della legge e dell'autorità che la applica, la Hadopi lo riceve dal Ministro della Cultura Filippetti che con un decreto del luglio 2013 sopprime la sanzione della sospensione d'accesso alla rete sostituendola con una multa che verrà decisa da un giudice, a partire da 60 euro. E per il futuro già si parla di pensionamento dell'autorità.

Le cifre di un fallimento

Bastano i crudi numeri (dati a fine 2012) per comprendere la disfatta: 1,25 milioni di avvisi inviati agli abbonati, 1,15 milioni di primi avvertimenti, 100mila secondi avvertimenti, 340 terzi avvertimenti, 60 dipendenti, 13,7 milioni di euro l'anno di costo (per il 2012), 14 casi inoltrati ai procuratori locali, 3 soli giudizi. Delle 3 persone giunte al giudizio (le sanzioni le applica un giudice) la prima è stata condannata ad una multa di 150 euro pur essendo innocente (nel corso del giudizio la moglie aveva confessato di aver scaricato lei i 2 brani di Rihanna), una è stata condannata alla disconnessione per 15 giorni e alla multa di 600 euro, e l'ultima è stata assolta.

Oltre 13 milioni di euro l'anno, quindi, per garantire all'industria privata del copyright la tutela dei propri esclusivi interessi economici, a fronte di un incasso decisamente misero, ed una sola disconnessione quando inizialmente se ne prevedevano 50mila all'anno. Se dietro all'enforcement sulla proprietà intellettuale non ci fosse una delle industrie più agguerrite e potenti, l'Hadopi sarebbe facilmente considerata un ente inutile e troppo costoso per poterlo mantenere in tempi di crisi!

Alcuni valutano, invece, la missione educativa di Hadopi, cioè la formazione del cittadino alla legalità. Ma anche sotto questo profilo, nonostante alcuni studi presentino Hadopi come un discreto successo, a ben vedere le cose non sono affatto rosee. Gli studi evidenziano, sì, una riduzione del downloading illegale, ma di contro rilevano lo spostamento verso altre forme di pirateria: i pirati sono migrati verso i cyberlocker e lo streaming online.

Alla fine se una riduzione della pirateria online c'è stata, è di modeste dimensione, a fronte di un costo davvero enorme, scaricato sulle spalle di tutti i cittadini.

Regolamento Agcom

L'inconfutabile fallimento di Hadopi non può non fungere da “avvertimento” quando si pensa al nuovo regolamento posto in consultazione dall'Agcom. Anche in questo caso, nonostante i membri dell'autorità si affrettino in ogni occasione a rimarcare che non vogliono creare qualcosa stile Hadopi (infatti il regolamento Agcom non si concentra sulla sanzioni ai cittadini ma sull'eliminazione dei contenuti online), siamo comunque di fronte ad un apparato sanzionatorio complesso, estremamente generico e che potrebbe produrre un contenzioso elefantiaco ed ingestibile, se non a costi esorbitanti. Anche qui il medesimo dubbio: perché i cittadini, anche quelli onesti, dovrebbero sobbarcarsi il costo della tutela degli interessi economici dell'industria del copyright?

La differenza tra i due casi però è evidente. L'Hadopi gestisce solo parte del procedimento, mentre in Italia dovrebbe fare tutto l'autorità amministrativa. È vero che portare il contenzioso dinanzi alla magistratura comporterà il blocco e l'archiviazione del procedimento amministrativo, ma se nessuno invoca i giudici, l'Agcom fungerà da legislatore (perché ha posto le regole autoassegnandosi la legittimazione e la competenza e perché le norme sono talmente generiche da dover essere integrate in sede di applicazione) e da giudice. L'esecutore sarà un'azienda privata (gli Isp).

In breve, Hadopi è più garantista rispetto al regolamento Agcom!

È possibile, quindi, che si voglia davvero ripercorrere le orme della Francia nella repressione della pirateria costringendo l'Agcom a sobbarcarsi la gestione di tutto il contenzioso in materia di diritto d'autore? Tra le pieghe del provvedimento c'è la soluzione che, per quanto possibile, risulta ancora più pericolosa.

Lo ha ribadito la stessa Agcom con un comunicato:

l'Autorità incoraggia fortemente l'autoregolamentazione e in ogni caso la collaborazione di tutti i fornitori di servizi della società dell'informazione allo scopo di trovare soluzioni il più possibile condivise ed efficaci”. Lo si legge nelle FAQ del provvedimento: “L’istanza può essere presentata solo in caso di esito negativo delle procedure di notice and take down autoregolamentate … o, in assenza di queste ultime, di mancato riscontro alla richiesta di rimozione dell’opera digitale rivolta al gestore della pagina internet su cui la stessa è resa disponibile.

Collaborazione e autoregolamentazione

L'impressione è che l'intero provvedimento sia diretto a costringere le aziende a sedersi ad un tavolo per mettersi d'accordo tra di loro.
Le procedure di autoregolamentazione, citate nel testo senza alcuna indicazione di quali elementi debbano presentare per poter essere valide, potrebbero essere niente altro che le policy delle aziende del web. Ogni utente della rete in qualche modo diventa cliente delle multinazionali del web, per lo più americane, e tali aziende presentano tutte delle policy con specifiche procedure di autoregolamentazione (notice and take down) basate sul DMCA americano. L'utente che apre un forum, un sito web, un blog, una pagina su Facebook, un profilo su un social network, accetta espressamente di adeguarsi a tali procedure. Queste sono le procedure di autoregolamentazione che probabilmente regoleranno la pubblicazione di contenuti sul web e quindi il diritto d'autore in rete.

Il procedimento sanzionatorio delineato dall'Agcom risulta, in conclusione, pesantemente compresso tra le procedure di autoregolamentazione e l'archiviazione in caso di ricorso all'autorità giudiziaria, quindi è possibile che ben poco dovrà essere deciso dall'Agcom. La gran parte del contenzioso sarà smaltito direttamente tramite le procedure di autoregolamentazione delle multinazionali del web (nel dialogo con l'industria del copyright), imposte per contratto ai gestori di pagine internet (secondo la definizione del regolamento), mentre per le questioni più spinose sarà forte l'interesse di almeno una delle due parti in causa a rivolgersi all'autorità giudiziaria, con ciò saltando l'autorità amministrativa.

La differenza fondamentale tra Hadopi e Agcom è che mentre la prima si occupava attivamente del controllo e demandava le sanzioni finali alla magistratura (sistema che si è rivelato scarsamente efficiente) l'Agcom ha preferito delegare la regolamentazione del diritto d'autore in rete alle aziende del web che se ne occuperanno tramite accordi con i titolari dei diritti. In pratica qualcosa di simile alla “regola dei 6 strikes” americana che è entrata in vigore a febbraio del 2013 e al quale hanno aderito un consistente numero di Isp. Questo sistema è gestito direttamente dalle grandi aziende del web e la major americane, tramite il CCI (Center for Copyright Information), un'associazione privata.

Follow the money

E, la nuova frontiera della tutela del copyright in rete è già pronta da tempo, si tratta del famoso “follow the money” che abbiamo ascoltato anche da membri dell'Agcom, e al quale stanno pensando anche i francesi in sostituzione dell'Hadopi. In sostanza non è altro che una proposta di Google.

BigG, avendo l'interesse a non essere più accusata di favoreggiamento della pirateria, sta portando avanti accordi con i processori di pagamento (Visa, Mastercard e PayPal per i micropagamenti), in modo da bloccare i flussi di denaro dei siti che fanno affari con materiale piratato. Il vantaggio per Google è palese, ma cosa ci guadagneranno i processori di pagamento in cambio della riduzione delle loro entrate?

L’asse prioritario è ormai quello della lotta alla pirateria commerciale e contro i siti che traggono profitto dai contenuti piratati e monetizzano senza remunerare i creatori, da portare avanti con la collaborazione spontanea, o meno, degli intermediari della comunicazione.
Il rischio è che a “seguire i soldi” si perdano di vista i diritti. Infatti, tutto ciò  assume sempre più la veste di una privatizzazione selvaggia dei diritti con delega alle aziende private per la gestione degli illeciti online.

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