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Il movimento femminista africano: lotta al patriarcato, all’imperialismo e processo di decolonizzazione

8 Marzo 2021 7 min lettura

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Il movimento femminista africano: lotta al patriarcato, all’imperialismo e processo di decolonizzazione

7 min lettura

di Antonella Sinopoli - direttrice di Voci Globali, vive in Ghana

Chi ha ancora in mente lo stereotipo della donna africana sottomessa, circondata da bambini e perennemente intenta a riempire secchi d’acqua al ruscello e portarseli poi sulla testa per chilometri, dovrebbe ricredersi. Non che la ruralità abbia smesso di essere una tipica realtà africana, ma certo non è l’unico modello esistente. E probabilmente non lo è mai stato, visto che nei secoli il mondo femminile in questo continente ha avuto varie sfaccettature e ruoli all’interno delle comunità. Un mondo femminile per il quale la parola femminismo più che a concetti si riferisce ad azioni.

Sì, il femminismo africano esiste, e non è un derivato - o peggio una copia - del white feminism, oggi sotto la lente della critica, né del black feminism. Il femminismo africano ha una sua specificità e risente di culture, modelli di vita, aspirazioni specifiche della donna africana. Ed è prima di tutto, nelle sue varie forme ed espressioni, lotta al patriarcato - come sottolineava nel 2006 la Carta dei principi delle femministe africane - lotta all’imperialismo, ma anche processo di decolonizzazione per riportare la donna a ruoli e dignità che il colonialismo le ha rubato. Lo spiega bene Sylvia Tamale in “Decolonization and afro-feminism”, un testo summa dei suoi studi di questi anni, uscito recentemente. La scrittrice, studiosa, femminista ugandese, e prima preside della facoltà di Giurisprudenza della Makereke University, dimostra come persino legislazioni e Costituzioni africane siano state adattate ai regimi coloniali che hanno continuato ad imporre modelli - compreso quello legato alle strutture familiari - anche dopo le indipendenze. È il filtro coloniale che gli africani continuano a applicare all’assetto educativo, giuridico, alla religione, alla famiglia, alla sessualità.

Ma da dove può partire il cambiamento? Come ci si libera da meccanismi inconsci che hanno strutturato le moderne società africane? Grazie alle donne, al femminismo, a un panafricanismo improntato sulla questione di genere, è la risposta dell’accademica ugandese. Un processo di fatto in corso da molti anni e che mira a tessere una rete di relazioni, di scambi, tra donne che si conoscono e che non si sono mai viste, che sono note o che lavorano in silenzio, tra donne che usano armi diverse: l’attivismo, la parola, la politica, l’arte. Armi che mirano a obiettivi da perseguire a piccoli passi. Uno di questi obiettivi è la conoscenza del passato, non quello studiato sui banchi di scuola (libri e programmi tra l’altro sono ancora focalizzati sulla storia degli ex paesi colonizzatori), ma quello che va rispolverato, rintracciato in studi d’archivio. Perché il femminismo africano non è scoperta di questi giorni, e lo ricorda l’African Feminist Forum con il suo focus sulle antenate, donne senza quell’etichetta - femminista - ma naturalmente consapevoli di sé e della propria missione. Come Yaa Asantewaa, regina Ashanti che guidò la ribellione contro l’occupazione britannica nell’Africa occidentale e soprattutto nella Gold Coast (oggi Ghana). Lo stesso ruolo, due secoli prima, era stato ricoperto dalla regina Nzinga, una delle più strenue oppositrici della colonizzazione portoghese in Angola. O come le donne Kikuyu, forti e potenti, decise a opporsi all’arroganza delle autorità coloniali in Kenya nei primi decenni del Ventesimo secolo. Mitico il loro gesto, durante la rivolta Thuku, di scoprirsi il seno e urlare improperi ai loro uomini, ritenuti incapaci di opporsi alle angherie dei bianchi. Un gesto simbolico che apriva lo squarcio sul doppio impegno della donna africana: la lotta contro una mascolinità a volte passiva ma invasiva e contro l’oppressione esterna. Un gesto ripetuto, emulato, in altre occasioni: la rivolta delle donne Aba in Nigeria nel 1929 o la ribellione anticoloniale delle donne Kom nel Camerun britannico dal 1958 al 1961. Non è un caso che anche Stella Nyanzi, accademica, poetessa e femminista ugandese, più volte arrestata per ordine del presidente Yoweri Museveni, abbia scelto di denudarsi il seno come forma di protesta, come imprecazione. E qui interviene la forza della figura femminile come madre, come generatrice, come quell’elemento che riporta e mantiene il contatto con la natura. E con il passato e il futuro. Sta anche in questa forza la peculiarità del femminismo africano, che ben sposa quel termine coniato da Alice Walker (l’autrice de “Il colore viola”), womanism. Una womanist ama le donne e ciò che rappresentano, ma ama anche gli uomini, fare bambini, combatte il razzismo, il patriarcato, l’oppressione, ma teme i separatismi. Separatismi che mal si conciliano con la filosofia dell’ubuntu (come ancora ricorda Sylvia Tamale).

Così, dicevamo, il femminismo africano, ragiona su sé stesso, certo (sono molti i forum e le occasioni di incontro tra le esponenti del movimento africano), ma agisce in aree concrete. Cerca l’azione e il risultato. E si nutre di necessità specifiche. Una necessità per Wangari Maathai era risolvere il problema della deforestazione in Kenya. E così, da giovane eco-femminista, poi entrata in politica e prima donna africana a ricevere il Nobel per la Pace, cominciò a piantare alberi. Da lì è nato il Green Belt Movement, organizzazione a prevalenza femminile che si è poi estesa in altri paesi dell’Africa orientale. Perché senza alberi tutto crolla, anche la vita. E questo le donne africane, urbane o rurali, lo sanno bene. Così come sanno bene che nessuno lotterà al posto loro.

L’impegno contro le mutilazioni genitali - ancora praticate in 29 paesi africani - le vede in prima linea. Ne citiamo qualcuna: Jaha Dukureh del Gambia, che porta con sé la terribile esperienza della mutilazione praticata quando aveva solo una settimana di vita; la somala Ifrah Ahmed, la cui storia è stata racconta nel film “A girl from Mogadishu” (in Somalia, secondo l’ONU, il 98% delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subito qualche forma di MGF); Rugiatu Turay, Sierra Leone, anche questo un paese con un altissimo tasso di donne sottoposte a questa pratica, il 90% secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Femminismo e attivismo si incrociano, liberano energie e determinazione perché la lotta non può essere che intersezionale. Sono infatti oppressioni interconnesse, norme patriarcali, spesso di derivazione religiosa, di impulso alla sottomissione e al controllo che queste donne devono combattere. Norme che, in molti casi, sembrerebbero e vengono considerate locali, tipicamente africane, ma che invece spesso sono il risultato di comportamenti e culture imposte. Come il ruolo della donna in famiglia e nella comunità, plasmato dalle strutture educative missionarie del secolo scorso e dalla cultura dei colonizzatori che non apprezzavano modelli diversi e meno strutturati dei propri. Tra queste oppressioni c’è la violenza di genere. È grazie all’attivismo femminista se molti paesi hanno formalizzato il loro impegno a combatterla approvando legislazioni e specifiche policy nazionali. Ma le leggi non bastano: violenza domestica, stupri, femminicidi sono all’ordine del giorno in paesi come il Sudafrica dove questo crimine è diventato “emergenza nazionale”. Una donna uccisa ogni tre ore. Un’epidemia silenziosa, così la Banca Mondiale ha definito recentemente la violenza estrema sulle donne in Africa, una situazione aggravata dalla COVID-19, soprattutto nel periodo del lockdown quando si è registrato un picco di casi di violenza domestica.

Ma le femministe africane sanno che, certo denunciare si deve, ma non sarà la legge a cambiare le cose. La parola, il confronto, la persuasione sono molto più incisivi. In questo senso Drama Queens da anni in Ghana lavora - soprattutto attraverso lo strumento delle performance teatrali - sulla “cultura del consenso” in una società fortemente patriarcale dove la donna – anche dal punto di vista sessuale – ha obblighi e doveri specifici che non includono né la scelta né il diniego. Fondatrice del progetto è la femminista Nana Akosua Hanson, impegnata anche nella difesa dei diritti delle persone LGBT+. E a questo proposito va ricordata la presa di posizione di oltre cento femministe, artiste, attiviste ghanesi e della diaspora che hanno sottoscritto una dichiarazione a sostegno del movimento omosessuale, transgender e queer ghanese. Perché la discriminazione di genere è anche discriminazione che attraversa i generi, per ridurli all’appiattimento sociale che non ammette diversità.

Con riferimento al ruolo comunicativo dell’arte è stata la parola, la scrittura, a dare un forte impulso alla presa di coscienza, alla creazione di uno spazio tutto per sé, in cui liberarsi degli stereotipi occidentali ma anche di quella storia a senso unico che per tanto tempo ha coperto, nascosto un altro mondo, altre voci. Con le lotte per l’indipendenza - tardi anni '50, anni Sessanta - si è fatta strada anche la lotta per l’autonomia di pensiero. Nel 1966 un’insegnante nigeriana, Flora Nwapa, uno pseudonimo, pubblicava quello che è considerato il primo romanzo di una donna africana. Il titolo è Efuru e ha dato poi il via a una proficua ed enormemente interessante narrativa femminile africana. Efuru è considerato un romanzo in cui emerge il proto femminismo africano del XX secolo ma anche la cultura Igbo libera dai valori imposti dalla società occidentale. Da allora di romanzi e testi poetici scritti da donne africane ne sono stati pubblicati a migliaia. Una produzione letteraria che aiuta a capire a che punto sia il processo di decolonizzazione di cui parla Tamale.

E poi ci sono loro, le millennials. Giovanissime attiviste a cui fa meno paura dirsi apertamente femministe – nel continente il termine è spesso e ancora considerato con un’accezione negativa, come qualcosa che viene dai bianchi e mette a repentaglio le tradizioni africane. Tra queste (ma ce ne sono tante) una giovanissima ragazza sudafricana, si chiama Murunwa Mutele e la sua battaglia è quella di trovare spazio nella politica, cosa che invita anche le altre donne a fare, come forma di liberazione per il genere femminile. Ecco, su questo tema ci sono forti differenze tra i diversi paesi africani. Il Rwanda è il primo al mondo per numero di parlamentari donne, il 61.3%, e il 53.6% ha funzioni ministeriali. Sono dati dell’IPU (Unione Interparlamentare). Per fare un confronto l’Italia ha invece una percentuale del 35.7% di presenza delle donne in Parlamento, ed è al 36esimo posto. Hanno assai meno rappresentanza femminile paesi come la Nigeria, il Burkina Faso, il Benin e quelli del Sahel. Dunque, se patriarcato e potere vanno di pari passo allora è anche all’interno delle istituzioni che è necessario agire, come dice la giovane Mutele. Così come è necessario conoscere il femminismo dall’angolazione africana e l’Africa dall’angolazione femminista: è questa la nuova prospettiva, una prospettiva di genere. Per liberarsi in un colpo solo da pregiudizi, stereotipi e da ideologie suprematiste che seppure ancora energiche stanno, si spera, per essere consegnate alla Storia.

Immagine via AWDF

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