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Accordo Emirati Arabi Uniti-Israele mediato dagli USA: compromesso al ribasso o svolta epocale per la pace?

17 Agosto 2020 11 min lettura

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Accordo Emirati Arabi Uniti-Israele mediato dagli USA: compromesso al ribasso o svolta epocale per la pace?

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Il 13 agosto Israele e Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto un accordo, mediato dagli Stati Uniti, per arrivare a una "piena normalizzazione delle relazioni" tra i due paesi. Ad annunciarlo il presidente degli USA, Donald Trump, che ha twittato una dichiarazione congiunta dei tre paesi in cui si legge che “questa storica svolta diplomatica promuoverà la pace nella regione del Medio Oriente ed è una testimonianza dell'audace diplomazia e visione dei tre leader e del coraggio degli Emirati Arabi Uniti e di Israele nel tracciare un nuovo percorso che sbloccherà il grande potenziale nella regione”.

L’accordo è il risultato di lunghe discussioni tra Trump, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi, che andavano avanti da tempo e hanno subito un’accelerazione negli ultimi giorni, ha spiegato la Casa Bianca. Ad avvicinare le parti attraverso contatti non ufficiali, scrive il New York Times, le preoccupazioni condivise sull'Iran: “Gli Stati arabi sunniti vedono sempre più l'Iran come uno dei nemici più grandi di Israele. Il Mossad, l'agenzia di intelligence israeliana, ha investito per anni nelle relazioni clandestine con gli Stati del Golfo, e il suo direttore, Yossi Cohen, ha incontrato frequentemente le controparti negli Emirati, Arabia Saudita, Qatar, Giordania ed Egitto, secondo tre funzionari dell'intelligence”.

Una spia che qualcosa stesse andando avanti sotto traccia è stata l’articolo pubblicato a metà giugno da Yousef al-Otaiba – l'ambasciatore degli Emirati negli Stati Uniti che stava lavorando a stretto contatto con l'amministrazione Trump – sul giornale israeliano Yediot Ahronot, in cui appellandosi direttamente agli israeliani, in ebraico, affinché non annettessero la Cisgiordania, scriveva: “L'annessione annullerà definitivamente, e immediatamente, tutte le aspirazioni israeliane per una maggiore sicurezza, i legami economici e culturali con il mondo arabo e gli Emirati Arabi Uniti”. Come sintetizzava il titolo del pezzo, l’alternativa era: “Annessione o normalizzazione”.

Parlando ai giornalisti, Trump ha auspicato che altre nazioni musulmane nella regione seguano l’esempio degli Emirati Arabi Uniti. Al centro dell'accordo c'è uno scambio: come afferma la dichiarazione congiunta, Israele “sospenderà la dichiarazione di sovranità sulle parti della Cisgiordania sulle quali aveva precedentemente espresso l'intenzione di annettere. In cambio, gli Emirati Arabi Uniti tratteranno Israele come farebbero con qualsiasi altro paese con cui ha rapporti amichevoli”, facendoli diventare di fatto il primo paese arabo del Golfo e il terzo Stato arabo, dopo Egitto e Giordania, ad annunciare legami attivi con Israele. 

Le delegazioni dei due Stati si incontreranno nelle prossime settimane per firmare accordi bilaterali su investimenti, turismo, voli diretti, sicurezza, telecomunicazioni e altre questioni, afferma il comunicato. 

Si tratta di un “enorme passo in avanti”, ha twittato Trump. “È una giornata storica”, ha rilanciato Netanyahu sempre su Twitter. Successivamente, in una conferenza stampa, il primo ministro israeliano ha dichiarato di aver accettato di ritardare l'annessione della Cisgiordania [ndr, inizialmente prevista a partire dall’1 luglio] come parte dell'accordo, aggiungendo però che “non vi è alcun cambiamento nel mio piano per applicare la nostra sovranità alla Giudea e alla Samaria [Cisgiordania] in pieno coordinamento con gli Stati Uniti. Mi impegno a farlo. Non è cambiato. Vi ricordo che ero l'unico che ha messo sul tavolo la questione della sovranità su Giudea e Samaria. Questa questione rimane sul tavolo”.

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Netanyahu ha annunciato che Israele coopererà con gli Emirati Arabi Uniti nello sviluppo di un vaccino contro il coronavirus, nei settori dell'energia, dell'acqua, della protezione ambientale e in molti altri campi.

Le reazioni all’accordo

L'accordo ha generato dei contraccolpi a seconda del proprio posizionamento politico sulla questione. Parte dei coloni israeliani e dei suoi alleati politici sono rimasti delusi dal fatto che Netanyahu abbia rinunciato alla rivendicazione della sovranità di Israele su parte della Cisgiordania, mentre i palestinesi si sono sentiti traditi da uno Stato arabo e abbandonati un una situazione che sentono insostenibile anche senza la minaccia incombente dell’annessione, scrive il New York Times.

I gruppi palestinesi hanno parlato di “pugnalata alle spalle” e di accordo che non fa nulla per la causa palestinese e ignora i diritti del popolo palestinese. Un portavoce del presidente Mahmoud Abbas ha affermato che l'accordo equivale a un “tradimento” e che l'ambasciatore palestinese negli Emirati Arabi Uniti è stato richiamato.

“Israele è stata ricompensata per non aver dichiarato apertamente ciò che ha fatto alla Palestina illegalmente e con insistenza dall'inizio dell'occupazione”, ha twittato Hanan Ashrawi, membro del comitato esecutivo dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP). “Sono venuti a galla i rapporti segreti” tra Emirati Arabi Uniti e Israele e, rivolta al principe Mohammed, ha aggiunto: “Ti auguro di non essere mai venduto dai tuoi 'amici'”.

Di fronte alle critiche palestinesi, il ministro degli Affari esteri degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, ha detto che la decisione di stringere l’accordo “è stata tormentata”, ma che rappresenta “un passo molto coraggioso per fermare la bomba a orologeria” dell’annessione israeliana della Cisgiordania. Per loro si tratta di “uno stop all’annessione, non di una sospensione”. Mentre l'ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti negli Stati Uniti, Yousef Al Otaiba, ha aggiunto che l'accordo con Israele è stata “una vittoria per la diplomazia e per la regione. È un progresso significativo nelle relazioni arabo-israeliane che abbassa le tensioni e crea nuova energia per sviluppi positivi”.

Secondo i rappresentanti degli Emirati, riferisce il New York Times, per quanto Israele parli di “sospensione”, in termini pratici l’accordo rimanderà ogni nuova mossa a dopo le elezioni presidenziali americane. Con una nuova amministrazione, magari contraria all’annessione, il piano di Netanyahu potrebbe cadere definitivamente.

Dura la reazione di Iran e Turchia. In un discorso televisivo, il presidente iraniano Hassan Rohani ha detto che “gli Emirati arabi uniti hanno commesso un grave errore". Teheran ha avvertito gli Emirati Arabi Uniti che in questo modo consentirà a Israele di interferire nelle “equilibri politici” della regione del Golfo Persico. “Il governo degli Emirati deve assumersi la responsabilità di tutte le conseguenze" dell'accordo. Questa mossa, secondo l'ayatollah Ali Khamenei, trasformerà gli Emirati in “un obiettivo facile e legittimo della resistenza pro-iraniana”.

Il ministero degli Esteri turco ha rilasciato una dichiarazione a sostegno dei palestinesi, affermando che “la storia e la coscienza” della popolazione della regione non dimenticherà e non perdonerà mai il "comportamento ipocrita" degli Emirati Arabi Uniti nell'accettare un accordo con Israele: “Mentre tradiscono la causa palestinese per servire i propri ristretti interessi, gli Emirati Arabi Uniti stanno cercando di presentare l’accordo come una sorta di atto di sacrificio per la Palestina”.

L’accordo è stato accolto con favore da una parte dei paesi arabi, tra cui l’Egitto e l’Oman che auspicano che l’accordo aiuti a raggiungere una pace duratura in Medio Oriente e da diversi Stati europei (“La normalizzazione dei legami tra i due paesi è un importante contributo alla pace nella regione”, ha dichiarato il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas; “Era mia profonda speranza che l'annessione non andasse avanti in Cisgiordania e l'accordo odierno per sospendere quei piani è un passo positivo sulla strada per un Medio Oriente più pacifico”, ha detto il primo ministro Boris Johnson; “La sospensione deve diventare una misura definitiva in vista della creazione di due Stati che vivono in pace e in sicurezza”, hanno affermato i ministri degli Esteri francese e spagnolo).

Giordania e Pakistan hanno valutato positivamente l’intesa raggiunta a patto che sia una spinta per portare avanti i negoziati di pace in fase di stallo e “spingere Israele ad accettare uno Stato palestinese sulla terra che Israele aveva occupato nella guerra arabo-israeliana del 1967. L'incapacità di Israele di farlo non farebbe che aggravare il conflitto arabo-israeliano e minacciare la sicurezza dell'intera regione”, ha detto il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi in una dichiarazione sui media statali. “Il Pakistan ha un impegno costante per la piena realizzazione dei diritti legittimi del popolo palestinese, compreso il diritto all'autodeterminazione. La pace e la stabilità nella regione del Medio Oriente sono anche le priorità chiave del Pakistan. L'approccio del Pakistan sarà guidato dalla nostra valutazione di come i diritti e le aspirazioni dei palestinesi vengono sostenuti e come vengono preservate la pace, la sicurezza e la stabilità regionali”, si legge in una dichiarazione rilasciata dal Ministero degli Esteri pakistano.

Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha detto di sperare che la normalizzazione dei legami tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti possa aiutare a “realizzare una soluzione a due Stati in linea con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, il diritto internazionale e gli accordi bilaterali”. 

Il significato dell’accordo: più un'intesa al ribasso contro l'Iran e la Turchia che un svolta epocale per la pace

Secondo Harry Fawcett, corrispondente da Gerusalemme di Al Jazeera, l’accordo costituisce “uno sviluppo enorme”, qualcosa “per cui Netanyahu ha lavorato per gran parte della sua esperienza politica: normalizzare le relazioni tra Israele e i suoi importanti vicini paesi arabi musulmani nella regione”. Questo accordo potrebbe sconvolgere gli equilibri nell’area e la politica araba rispetto alla soluzione del conflitto arabo-israeliano per come l’abbiamo vista finora, ha aggiunto il giornalista.

Tuttavia, ricostruisce Elena Zacchetti su Il Post, l’accordo non rappresenta una svolta, non è per niente paragonabile agli “Accordi di Camp David” del 1978 (che portarono alla pace tra Israele ed Egitto, neutralizzando quella che all’epoca era la principale minaccia militare alla sicurezza dello Stato israeliano e obbligando l’Egitto a un parziale isolamento all’interno del mondo arabo) e, come scrive The Economist, “più che cambiare la regione, è semplicemente il riflesso di come la regione sia già cambiata”. 

Si sarebbe potuto parlare di “sviluppo enorme” se l’accordo fosse stato sottoscritto anche dall’Arabia Saudita, il più ininfluente paese arabo del Golfo Persico, tra i più preziosi alleati del governo Trump in Medio Oriente e il principale nemico dell’Iran insieme a Israele. L’ipotesi più accreditata, scrive Bilal Saab su Foreign Policy, è che l’Arabia Saudita abbia voluto attendere la reazione del mondo arabo e dell’Iran prima di prendere una decisione.

Nonostante i comunicati roboanti, si tratta di un grande compromesso al ribasso, commenta Annalisa Perteghella sul sito dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). Di pace non ha nulla, perché manca dal tavolo negoziale il riconoscimento dei diritti dei palestinesi e non c’è “nemmeno una road map per la fine della decennale occupazione israeliana delle terre palestinesi”, scrive sul Washington Post Daoud Kuttab, giornalista palestinese direttore del Community Media Network ad Amman, in Giordania.

Rispetto al riassetto degli equilibri dell’intera regione mediorientale, l’intesa raggiunta sancisce una tendenza in corso già da tempo: la creazione di un asse anti-Iran e anti-Turchia, spiega Perteghella.

“Dalla Libia al Mediterraneo orientale all’Iran si formalizza l’esistenza di un asse compatto che si oppone alla Turchia e ai movimenti legati alla Fratellanza musulmana (nel caso degli EAU) e all’Iran (nel caso di Israele), e che è pronto a sostenere con ogni mezzo i propri obiettivi. Non sono, queste, le premesse di inclusione e ascolto delle istanze popolari di cui la regione avrebbe invece bisogno per arrivare, finalmente, a un nuovo ordine che possa effettivamente garantire stabilità e sicurezza.”

In questa cornice, l’accordo serve soprattutto ai tre Stati che l’hanno sottoscritto per rivendicare il risultato ottenuto. Innanzitutto, consente agli Emirati Arabi Uniti di rafforzare la propria posizione internazionale, profondamente screditata dal suo ruolo nella guerra che sta devastando lo Yemen

Ora gli Emirati possono rivendicare di aver fatto un grosso passo verso la pace tra israeliani e palestinesi, sospendendo il piano di annessione e ponendo le basi per un suo accantonamento definitivo, e che il prezzo da pagare era stringere un accordo ufficiale con Israele. Ma, spiega Shimrit Meir, analista israeliana del mondo arabo, è solo un modo per difendersi dalle accuse di tradimento mosse da arabi e palestinesi e per giustificare l’ufficializzazione di uno “dei segreti peggio custoditi in Medio Oriente”, ovvero del rapporto non belligerante tra Emirati Arabi Uniti e Israele. Gli Emirati, infatti, fanno parte della Lega Araba che nel 2002 aveva aperto a una normalizzazione dei rapporti con Israele a patto che il personale civile e militare venisse ritirato dai territori occupati in Cisgiordania.

“È un accordo per normalizzare parzialmente i legami tra due paesi che hanno già legami parzialmente normalizzati. L'annessione è sospesa al fine di formalizzare e pubblicizzare questi legami”, ha twittato Ofer Zalzberg, analista di International Crisis Group. D’altronde, ministri e atleti israeliani sono stati ospitati nel paese arabo, Israele era stato invitato all’Expo 2020 di Dubai, poi posticipato al 2021 a causa della pandemia, e agli aerei degli Emirati Arabi Uniti che trasportavano aiuti per i palestinesi era stato recentemente consentito di volare direttamente negli aeroporti israeliani.

Inoltre, commenta Dennis Ross, un ex negoziatore in Medio Oriente per le amministrazioni repubblicane e democratiche degli Stati Uniti, con questo accordo gli Emirati potrebbero avere la possibilità di ottenere armi, come i droni avanzati, che gli USA vendono solo ai paesi in rapporti pacifici con Israele. Ora, spiega Ross, le condizioni saranno loro più favorevoli.

Infine, la normalizzazione dei rapporti tra Emirati e Israele è stato un argomento su cui Trump ha potuto fare leva per far accettare a Netanyahu la sospensione del piano di annessione.

L’accordo serve anche a Trump e Netanyahu per arginare il calo di popolarità, in picchiata per entrambi negli ultimi mesi, anche per la discussa gestione della pandemia, spiega al New York Times, Anshel Pfeffer, autore di una biografia del primo ministro israeliano. 

Per il presidente degli Stati Uniti, potrebbe rappresentare un risultato importante in politica estera in vista delle elezioni presidenziali di novembre, per il primo ministro israeliano – sotto processo per presunta corruzione – un’iniezione di autorevolezza, considerato che in Israele sono in molti, anche a destra, a nutrire perplessità sull’opportunità dell’annessione di parte della Cisgiordania, commenta Jonathan Marcus sul sito della BBC.

In questo modo, aggiunge Martin S. Indyk, inviato speciale per i negoziati israelo-palestinesi durante l’amministrazione Obama, sia Trump che Netanyahu hanno trovato una via di fuga da una trappola politica nella quale erano finiti con le loro stesse mani, con il piano di pace proposto dal presidente statunitense in stallo e la spinta all'annessione politicamente problematica del primo ministro israeliano. L’accordo «fa uscire Trump dall'angolo in cui si trovava dopo aver accettato di legittimare gli insediamenti e poi scoprire la contrarietà del mondo arabo. Ora ha qualcosa di cui può rivendicare il merito».

Netanyahu, dal canto suo, ora può ergersi a statista, rivendendo il suo accordo con gli Emirati Arabi alla stessa stregua di quelli raggiunti in passato da Menachem Begin e Yitzhak Rabin, che avevano raggiunto accordi di pace con Egitto e Giordania, pur non essendo per niente comparabili tra di loro. Tutta la sua conferenza stampa, in cui ha definito l’accordo una “svolta storica”, aveva un sottotesto, spiega ancora Meir: trasmettere a tutti il messaggio che lui è l’unico leader presente in Israele, gli altri sono semplici politici, e che si dovrà passare da accordi con Israele per la stabilizzazione in Medio Oriente. 

Immagine anteprima: The White House / Public domain via Wikimedia Commons

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