In Italia aumenta l’abbandono scolastico. Contrastarlo è fondamentale per il futuro del paese


[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

Eugenia Carfora, preside dell’Istituto Morano di Caivano, in provincia di Napoli, racconta qual è la sua prima cosa che fa ogni mattina: «Esco subito, comincio a girare per i bar, vado a cercarli, a chiamarli uno per uno, vado loro incontro quando li vedo in fondo al marciapiede. Poi una volta che suona la campanella e i ragazzi sono dentro, l’ansia mi passa e sono certa di poter fare qualcosa per loro». Per la preside infatti «chi perde i propri ragazzi non ha una scuola».

L'abbandono scolastico – come riferisce la Commissione europea – è un problema serio che rappresenta un ostacolo per la crescita economica e l'occupazione di un paese e alimenta povertà ed esclusione sociale. In base alla strategia Europa 2020 è stato fissato l'obiettivo di ridurre a meno del 10% la percentuale di giovani di età compresa fra 18 e 24 anni che abbandonano prematuramente l'istruzione o la formazione. Negli anni l’Italia si è avvicinata a questo obiettivo, ma l’Istat ha appena certificato che nel 2017 c’è stato un aumento per quanto riguarda i giovani che escono precocemente dal percorso scolastico. Si tratta di un fenomeno complesso che presenta un insieme di cause e correlazioni che vanno dalle motivazioni individuali a ragioni economiche e sociali.

Nel 2011, la Commissione europea aveva calcolato che “la riduzione di appena un punto percentuale del tasso europeo medio di abbandono scolastico significherebbe per l’economia europea quasi mezzo milione all’anno di giovani qualificati che trovano potenzialmente un’occupazione”.

Cosa dice il rapporto BES 2018 dell’Istat

Secondo il sesto rapporto Benessere equo e sostenibile (BES) 2018 pubblicato dall’Istat lo scorso 18 dicembre, nel 2017 i principali indicatori dell’istruzione e della formazione in Italia si sono mantenuti significativamente inferiori rispetto a quelli della media europea. In alcuni casi, comunque, il divario è risultato in continua riduzione.  

via Istat

Ma c’è un aspetto che l’Istat sottolinea come “particolarmente preoccupante” e cioè “la percentuale di uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione: il 14% dei giovani”. Si tratta di quei ragazzi tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato la scuola dopo aver al massimo raggiunto la licenza media. Un dato che si mostra in aumento, seppur leggero, rispetto al 13,8% del 2016. Nel 2017, solo Malta (17,7%), Romania (18,1%) e Spagna (18,3%) hanno avuto valori più elevati di quelli dell’Italia.

È importante ricordare che in Italia l’istruzione è obbligatoria e gratuita per almeno 10 anni e riguarda la fascia di età compresa tra i 6 e i 16 anni. L’adempimento dell’obbligo di istruzione – come spiega il Ministero dell’Istruzione – “è finalizzato al conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il 18° anno di età”.

via Istat

Analizzando più nel dettaglio questo dato, poi, l’Istituto di statistica mostra che sono i ragazzi (con il 16,6%) a registrare un’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione maggiore rispetto alle ragazze (al 11,2%). L’Istat fornisce inoltre anche il risultato delle singole Regioni in cui si mostra come l’uscita dal sistema di istruzione sia più elevata nelle Isole: Sardegna (21,2%) e Sicilia (20,9%). A seguire ci sono le regioni del Sud: Campania (19,1%), Puglia (18,6%) e Calabria (16,3%). In altre zone, invece, si legge nel rapporto, “la percentuale di giovani che abbandona è inferiore al valore medio europeo: in Abruzzo (7,4%), provincia di Trento (7,8%), Umbria (9,3%), Emilia-Romagna (9,9%), Marche (10,1%), Friuli-Venezia Giulia (10,3%) e Veneto (10,5%)”.

via Istat

L’Istat sottolinea comunque che nel 2017 anche al Nord si è interrotto il processo di riduzione dell’abbandono scolastico.

Cosa c'è alla base dell’abbandono scolastico

Poco più di quattro anni fa, nel 2014, Eurydice, una rete europea di informazione sull’istruzione creata dalla Commissione europea, pubblicò un rapporto in cui si analizzavano strategie, politiche e misure per la lotta all’abbandono scolastico in Europa. Nel testo si spiegava qual era la criticità nella raccolta di questi dati: “Sebbene molti paesi producano dati statistici sull’abbandono precoce, relativamente pochi raccolgono informazioni qualitative che possano aiutare a comprendere le motivazioni che spingono gli studenti a lasciare precocemente i percorsi di istruzione e formazione e le strade che imboccano successivamente. Francia, Malta e Regno Unito (Scozia) sono tra i pochi paesi che a cadenza regolare svolgono indagini sugli studenti dopo l’abbandono precoce dei percorsi di istruzione e formazione. Tuttavia, ascoltare il punto di vista degli studenti interessati o degli altri soggetti coinvolti potrebbe rappresentare un’importante fonte di informazione per le misure da attuare o per il futuro dibattito politico sull’abbandono precoce”.

Su questo aspetto, OpenPolis, l’osservatorio civico che in Italia si occupa di accesso ai dati pubblici, in un approfondimento dello scorso mese, ha cercato di indagare le motivazioni che spingono i ragazzi all’abbandono scolastico. “Le cause (...) – spiega l’osservatorio – possono essere tante, e di varia natura” e spesso “molta enfasi viene posta, a ragione, sulle motivazioni individuali dei ragazzi, sulle difficoltà di apprendimento, sulla carenza di sostegno o di orientamento nel percorso di studi”.

Accanto alle ragioni individuali, però, continua OpenPolis, si possono individuare motivazioni più generali come quelle di natura economica, “prima tra tutte, l’offerta occupazionale del territorio”. Oppure anche “aspetti sociali, come la diffusione della povertà e la capacità di integrazione dei minori di origine straniera”. Tutte motivazioni che riguardano “la condizione del nucleo familiare e la stessa possibilità di far proseguire gli studi ai propri figli”. Proprio questo sembra essere infatti “il fattore connesso più frequentemente con l’abbandono scolastico”.

Alla stessa considerazione era giunto il rapporto di Eurydice quattro anni fa: “La condizione socioeconomica degli studenti pare esercitare l’influenza più forte sulla probabilità dell’abbandono precoce dei percorsi di istruzione e formazione rispetto ad altri fattori. Situazioni familiari difficili come disoccupazione, basso reddito del nucleo familiare e scarsi livelli di istruzione dei genitori possono avere un effetto diretto e duraturo sulla carriera scolastica degli studenti, sul loro atteggiamento nei confronti dello studio, sui loro risultati scolastici e, di conseguenza, ciò può indurli a decidere di abbandonare precocemente i percorsi di istruzione e formazione”.

Il fatto che un proprio figlio lavori e non vada a scuola può rappresentare per una famiglia povera, in un primo momento, un miglioramento delle condizioni di vita, ma nel lungo periodo rischia di essere controproducente anche economicamente, spiega ancora OpenPolis. Questo perché i ragazzi che abbandonano precocemente gli studi hanno una maggiore possibilità rispetto ai propri coetanei di rimanere disoccupati. Secondo i dati forniti dalla Commissione Europea, nel 2016 solo il 45% di coloro che ha abbandonato la scuola ha un impiego.

Le ricadute negative non sono però solo per il singolo, ma anche per l’intera società: “In primis, in termini di maggiori costi delle prestazioni di welfare. In secondo luogo, per una questione di iniquità sociale: diversi studi hanno indicato come l’abbandono precoce tenda a trasmettersi da una generazione all’altra. E sarà proprio chi nasce in famiglie più povere ad avere meno possibilità di sottrarsi in futuro alla povertà, anche come conseguenza di un percorso di studi interrotto”.

La necessità di una regia unica

Nel gennaio 2018, il Ministero dell’Istruzione, allora guidato dall’ex ministra Valeria Fedeli, in un documento parlava di come affrontare, tra le varie problematiche dell’istruzione, quella dell’abbandono scolastico. Nel rapporto si legge che la battaglia contro questo fenomeno si può organizzare principalmente su tre misure, basate sulle raccomandazioni del Consiglio dell’Unione europea: 1) Misure di prevenzione, con l’obiettivo di affrontare i problemi strutturali che causa l’abbandono scolastico precoce. 2) Di intervento, ossia quelle che puntano a combattere le difficoltà degli studenti, migliorando la qualità dell’istruzione e della formazione e offrendo un sostegno mirato. 3) Di compensazione, tese a creare nuove opportunità per far ottenere una qualifica a coloro che hanno abbandonato precocemente i percorsi di istruzione e formazione.

Il Miur, in questo studio, riconosce che tra le ragioni di questa problematica la correlazione tra 6 diversi aspetti: “1) Diffusione delle povertà e povertà educativa di contesto, famigliare e minorile. 2) Inesistenza di azioni di sistema nelle aree di crisi che siano improntate sullo sviluppo locale. 3) Debolezza negli interventi preventivi. 4) Disattesa di scuola e formazione anche a causa di un sistema iper-standardizzato che fa prevalere l’offerta per tutti alla risposta per ciascuno. 5) Azioni riparative indebolite da politiche pubbliche caoticamente finanziate e a singhiozzo e che guardano ora alla scuola ora al privato sociale ma non alle sinergie potenziate da comunità educanti dei territori. 6) Mancato coordinamento nazionale, regionale e locale di decisioni e di risorse”.

Come risposta, il Ministero dell’Istruzione raccomandava un’unica regia in grado di elaborare un piano organico, articolato e integrato tra i vari soggetti istituzionali, che preveda specifiche misure di raccordo e collaborazione tra i vari soggetti istituzionali attivi sui territori, per ottimizzare l’impiego delle risorse disponibili valorizzando gli strumenti già esistenti – come le reti territoriali e interregionali –, e favorendo la diffusione delle buone pratiche, a partire dalla definizione chiara dei ruoli e delle sfere di competenza dei soggetti che lavorano sia per sostenere la realizzazione piena delle persone, sia sul tema specifico della dispersione e dell’abbandono scolastico.

Marco Rossi Doria, coordinatore della cabina di regia che ha prodotto questo rapporto, in un'intervista a Vita.it, aveva chiarito che questo documento offriva «una linea di indirizzo ragionevole, documentata, per un’azione sistemica» e che sarebbe stata poi «la politica a decidere se prenderla in considerazione oppure no».

Foto in anteprima via liberta.it

 

Iscriviti alla nostra Newsletter

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI