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Trump e l’indagine sul presidente della Federal Reserve: un attacco drammatico e senza precedenti

13 Gennaio 2026 5 min lettura

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Trump e l’indagine sul presidente della Federal Reserve: un attacco drammatico e senza precedenti

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L’attacco dell’amministrazione Trump nei confronti della Federal Reserve, la Banca Centrale Americana, e in particolare al suo Presidente Jerome Powell, ha raggiunto un nuovo picco. 

Con un video pubblicato sulla piattaforma X (ex Twitter) dall’account della Federal Reserve (FED) Powell ha riferito dell’avvio di un'indagine da parte della procura del distretto di Washington nei suoi confronti. Secondo quanto riportato, l’indagine riguarderebbe i fondi per la ristrutturazione della sede centrale della Banca. 

Ma, come sottolineato da Powell, si tratterebbe soltanto di un escamotage contro la sua gestione della politica monetaria: il vero motivo è che la FED fissa i tassi di interesse in maniera indipendente, in ottemperanza al suo doppio mandato, e non per accomodare l’amministrazione. Al contrario Trump vorrebbe condizionare le scelte di politica monetaria per influenzare l’economia “positivamente” e trarne un vantaggio elettorale. 

D’altronde, fin dal suo primo mandato aveva attaccato la FED e le sue politiche, nonostante sia stato proprio lui a nominare Powell nel 2017. Nella pratica, il fine ultimo sarebbe la sostituzione di Powell con un membro più fedele all’amministrazione. Secondo quanto riporta il The New York Times in un articolo, si fa il nome di Kevin Hassett, Direttore del Consiglio Economico Nazionale e fedele al Presidente. 

Le mire di Trump non riguardano Powell in quanto individuo, ma l’indipendenza della FED dal potere politico. Per capire quale sia davvero la posta in gioco, è necessario chiarire – almeno a grandi linee – quale sia il ruolo della Federal Reserve e quali effetti produca la politica monetaria sull’economia.

Le banche centrali influenzano l’offerta di moneta in circolazione principalmente attraverso uno strumento: il tasso di interesse di riferimento. Questo tasso determina quanto convenga alle banche commerciali tenere la liquidità presso la banca centrale oppure impiegarla concedendo prestiti. Quando il tasso di riferimento è basso, le banche possono offrire credito a condizioni più favorevoli, incentivando investimenti e consumi e dando slancio all’attività economica. È una strategia tipicamente adottata nelle fasi recessive. Al contrario, quando il tasso è elevato, il credito diventa più costoso e le banche sono meno incentivate a prestare: l’economia rallenta, un effetto che può essere necessario in presenza di forti pressioni inflazionistiche, quando la quantità di moneta in circolazione supera la capacità del sistema economico di assorbirla e le imprese tendono ad aumentare i prezzi.

Se questo è il compito delle banche centrali, la questione diventa come debbano esercitarlo. A partire dagli anni Ottanta, negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa, la risposta è stata l’indipendenza delle banche centrali dal potere politico. Le decisioni sui tassi vengono prese sulla base di obiettivi specifici: la stabilità dei prezzi  – con un target di inflazione intorno al 2 per cento nel caso della BCE – e, per la Federal Reserve, anche la tutela dell’occupazione, secondo il suo cosiddetto “doppio mandato”. 

La logica è evitare che l’autorità politica utilizzi la politica monetaria per fini elettorali, immettendo liquidità in modo indiscriminato nel sistema economico: una strategia che può produrre benefici di breve periodo – soprattutto per chi è al potere –, ma che espone al rischio di forti squilibri e, nei casi estremi, di iperinflazione. Negli anni ‘60 e ‘70, ad esempio, le banche centrali, sia in Europa sia negli Stati Uniti, erano più accomodanti con il potere politico e proprio questo atteggiamento peggiorò la situazione quando vennero colpite da uno shock come la crisi petrolifera. 

Al contrario, come ha fatto notare Ben Bernanke, Premio Nobel per l’Economia nonché Presidente della FED durante la crisi del 2008, l’indipendenza delle banche centrali ha garantito una maggior stabilità sul fronte inflazionistico, senza tuttavia compromettere la crescita economica.

Nel caso della Federal Reserve, c’è un aspetto anche più importante. Ancora oggi, il dollaro è considerato come una valuta di riserva, vista la stabilità garantita dagli Stati Uniti. Questo significa che la FED non è una banca centrale come le altre: le sue decisioni, proprio per via del ruolo del dollaro nel sistema finanziario, hanno degli effetti che vanno ben oltre gli Stati Uniti. 

Se gli investitori iniziassero a dubitare dell’autonomia della banca centrale americana, il dollaro perderebbe parte della sua credibilità come valuta di riserva. Il risultato non sarebbe, appunto, un problema solo americano, ma una fonte di instabilità sistemica: maggiore volatilità dei cambi, tensioni sui debiti sovrani, difficoltà per le banche centrali di altri paesi nel perseguire i propri obiettivi interni.

Già con l’incertezza generata dalle sue politiche commerciali l’amministrazione Trump aveva messo sotto pressione il dollaro. Con le mosse di oggi, la situazione potrebbe peggiorare. Per quanto i mercati non ne abbiano risentito più di tanto, si sono apprezzati beni rifugio come oro e argento. 

Ma questo intensificarsi dello scontro non è affatto inaspettato. Già negli scorsi giorni avevamo sottolineato come la situazione economica statunitense, con un tasso di inflazione che resta ancora alto e una situazione sul fronte disoccupazione che comincia a essere preoccupante, avrebbe messo in difficoltà la FED che non avrebbe avuto molto spazio per tagliare i tassi. A questo si deve aggiungere lo spazio sempre più angusto per la politica fiscale: i costi di finanziamento del debito, anche a causa dei provvedimenti voluti da Trump, hanno raggiunto livelli elevati. 

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L’attacco all’indipendenza della FED va quindi inserito nella strategia di un Presidente che riconosce come unico limite quello che lui stesso decide. L’obiettivo è preservare il consenso, strappando un ultimo slancio a un’economia la cui fragilità sopravvive solo a fatica ai dati macroeconomici positivi.

In questa prospettiva, il video di Powell non è più la semplice dichiarazione di un banchiere centrale sotto inchiesta. È l’allarme - per chi ancora avesse bisogno di ascoltarlo - di un uomo di istituzioni che credevamo incrollabili. Tanto che anche alcuni repubblicani hanno denunciato questa volontà distruttrice del Presidente. La posta in gioco, come per le nazioni o i trattati commerciali, è l’indipendenza stessa. E il messaggio dell’amministrazione Trump è chiaro: ciò che vuole, lo prende. Siano essi confini geopolitici o le leve della politica monetaria.

Immagine in anteprima: frame video Associated Press via YouTube

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