Black sisters. Le donne e la guerra nell’Africa subsahariana
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Pubblichiamo un estratto del libro di Antonella Sinopoli "Black sisters. Le donne e la guerra nell'Africa subsahariana" (Infinito Edizioni, 2025). Antonella Sinopoli, giornalista, collaboratrice di Valigia Blu, si occupa da anni di Africa sub-sahariana. Ha fondato il progetto AfroWomenPoetry per "raccontare l'universo femminile nell'Africa che cambia" attraverso la voce poetica delle donne. Ha lavorato a progetti di sviluppo ed empowerment di comunità di donne in villaggi rurali del Ghana. È stata direttrice di Voci Globali. “Black sisters. Le donne e la guerra nell'Africa subsahariana” è uno dei libri selezionati tra le ricompense per il crowdfunding 2026 di Valigia Blu.
Perché un libro sul ruolo delle donne africane nelle guerre e nei conflitti? La posizione femminile in questi contesti è spesso stata sottratta alla sua dimensione reale, relegandola a una narrazione romanticizzata o che ne enfatizza l’aspetto di vittima. Entrambi questi “racconti” negano alla donna consapevolezza, capacità di decisione e di reazione. E la costringono in ruoli che “le sono propri” non ammettendo variazioni da quelli che sono spazi sociali e fisici ben definiti.
Mettere al centro le figure femminili, la partecipazione di donne note e di quelle rimaste nell’anonimato che hanno agito nelle multiformi e varie organizzazioni di lotta e di ribellione, vuole essere un atto di bilanciamento contro un evidente squilibrio narrativo.
Gli altri due obiettivi sono riportare in superficie quello che la storia raccontata al maschile tende a dimenticare e spogliare i racconti riguardanti le donne dai consueti cliché. Cosa di cui c’è ancora tanta necessità. Anche un’operazione come il film The Woman King sulle Amazzoni del Dahomey, per esempio, che vuole cambiare la prospettiva e contribuire alla conoscenza di questo esercito di guerriere che tra il XVII e il XIX secolo combatté sia i regni nemici limitrofi sia i francesi, non riesce a mostrare i fatti senza femminilizzarli. Le guerriere, che pure alimentavano la tratta degli schiavi attraverso le operazioni belliche, vengono presentate come abolizioniste attraverso la figura della protagonista Viola Davis nei panni di un generale a capo di un contingente. Insomma, addolcire e standardizzare la figura femminile è un esercizio abbastanza comune.
Recuperare la storia e il ruolo che le donne africane hanno avuto nel passato come negli eventi più recenti è attività in corso da tempo trastudiose e studiosi specializzati, nella letteratura degli studi di genere e persino nei romanzi. Rimane però un accesso perlopiù limitato alla sfera accademica o ad ambiti di interesse circoscritti. Questo testo vuole avvicinare le lettrici e i lettori curiosi, quelli che di certe cose hanno già sentito parlare come quelli che ne sono all’oscuro. Qui troveranno piccole e grandi storie e, soprattutto, la messa in discussione di luoghi comuni sui comportamenti delle donne delle società sub-sahariane. Un mondo poliedrico che si manifesta in modi differenti nei diversi momenti della storia e delle crisi sociali.
Questo libro è dunque il risultato di molte ricerche e altrettante letture. Lunghe ricerche rese indispensabili dal fatto che, come si diceva, non è usuale imbattersi nella memoria di donne che nel passato sono state impegnate in lotte sociali, politiche e di resistenza al pari degli uomini.
Ho scelto fatti emblematici mettendo sempre a confronto fonti diverse, raccontando di eventi e persone che sono rimaste nella memoria collettiva ma anche di molte storie e figure femminili che meritano di essere rimosse dall’oblio. Dovendo evidentemente rispettare i limiti di spazio di questa pubblicazione, si tratta di un numero rappresentativo rispetto alle mille altre storie che potrebbero e dovrebbero essere raccontate. Se questo lavoro susciterà interesse, allora l’obiettivo sarà raggiunto: vale a dire sollecitare le lettrici e i lettori ad approfondire i percorsi della storia in cui le donne sono state convinte protagoniste. Mentre fondamentale per chiunque faccia informazione è non limitarsi a raccontare chi di solito ha più voce ma anche coloro a cui meno spesso si dà la parola. Ho fissato un percorso temporale che va dal periodo precoloniale alle destabilizzazioni causate oggi dal terrorismo di matrice islamica e dai conflitti civili. La domanda che mi sono posta è stata ogni volta la stessa: dov’erano le donne in quei momenti? La risposta è che in molte hanno combattuto contro l’oppressione coloniale, in tante sono state protagoniste delle battaglie per l’indipendenza. La partecipazione alla liberazione dei propri paesi – armi alla mano o come consigliere o mediatrici – fu anche strumento per la propria liberazione, l’inizio di un discorso di emancipazione e di rivendicazioni di genere. “Non ha senso lottare per l’indipendenza politica se non si lotta anche per l’indipendenza personale” dirà chi a quelle lotte ha partecipato. Ricondurre le donne nell’ambito domestico generò una grande delusione ma anche la consapevolezza che al patriarcato coloniale si sostituiva la lotta al patriarcato africano.
Si parlerà poi di conflitti post-indipendenza, rivolte contro lo Stato e gruppi ribelli, arrivando ai più recenti colpi di Stato, ai conflitti attuali, alle crisi dimenticate, alla violenza terroristica. Anche in questi casi gli eventi raccontati seguono una traccia che porta a sottolineare in che misura le donne siano presenti, quale sia il loro contributo e quali ruoli rivestano. Sebbene le donne generalmente disprezzino la guerra, questo non vuol dire che non scelgano di parteciparvi, che non siano protagoniste di attacchi terroristici e che non ne abbraccino l’ideologia; in sostanza, questo non vuol dire essere sempre e solo vittime. D’altro canto, i loro corpi sono diventati i nuovi campi di battaglia e se leggerete troppe volte il termine stupro in questo libro, la parola non rappresenterà che una parte infinitesimale di quello che è successo e accade nella realtà.
Recentemente l’Unicef ha rivelato che 79 milioni di ragazze – una su cinque – nei paesi sub-sahariani colpiti da conflitti e insicurezza hanno subìto aggressioni sessuali o stupri prima di compiere 18 anni. Ma una discussione manichea qui non è possibile. Non si può schematizzare il ruolo delle donne in contesti di paura, instabilità, insicurezza. Contesti che condizionano la vita di tutti ma che nei confronti delle bambine, delle ragazze, delle donne generano situazioni di maggior pericolo i cui effetti si protraggono nel tempo e provocano discriminazioni di genere che si vanno ad aggiungere a quelle preesistenti. Oltre a troppi casi di stress post-traumatico, non spesso diagnosticato e ancora meno spesso affrontato e curato. La parola e la letteratura, in questo senso, sono un grande strumento di liberazione, addirittura di autoguarigione.
Voglio però concludere con uno degli aspetti che considero tra i più interessanti di questo breve e denso percorso che vuole dare spazio alle donne in contesti che tendono a escluderle o a considerarle esclusivamente come vittime. Questo aspetto riguarda i processi di pace.
Molte analisi hanno dimostrato che quando le donne sono coinvolte nei dialoghi, nell’elaborazione e nella firma degli accordi di pace questi hanno maggiori possibilità di successo. Le donne vogliono la pace, sanno fin dal primo momento che guerre e conflitti comprometteranno il futuro delle giovani generazioni, distruggeranno l’ambiente, i legami familiari e sociali, rischieranno di vanificare le lotte portate avanti fino a quel momento per la propria autonomia e i propri diritti. Permettere loro di essere in maggior misura parte attiva nella riconciliazione è la strada da percorrere se si vuole seriamente la pace e prevenire i conflitti anziché continuare ad alimentarli.







