L’inganno dell’automa
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“Italia contemporanea. Andrea, un giovane ricercatore di cybersicurezza che vive tra Milano e la Liguria, viene interrotto nella sua edonistica quotidianità dalla notizia dell’arresto a Dubai di un vecchio amico. L’uomo, che commerciava vulnerabilità informatiche e si dedicava a vari traffici in giro per il mondo, è accusato di spionaggio. Mentre Andrea cerca di capire come aiutare l’amico e cosa si nasconda dietro l’arresto, incrocia sulla sua strada una giornalista investigativa, Agnese, autrice di un blog molto seguito, dal quale si scaglia contro la corruzione del governo; ma anche Caterina, brillante e frustrata social media manager di una politica nazionale. Travolta da rivelazioni, inquietanti trafficanti d’armi, e oscuri intrecci di politici corrotti e società di intelligenza artificiale, la vita dei tre viene cambiata, obbligandoli a cercare giustizia più che una facile via d’uscita. E non tutto è ciò che sembra”.
Pubblichiamo un estratto del libro di Carola Frediani “L’inganno dell’automa” (Venipedia, 2025). Carola Frediani ha lavorato per anni come giornalista per testate nazionali e internazionali scrivendo di hacking, sorveglianza e cybercrimine. Negli ultimi anni ha lavorato nel team di sicurezza globale del segretariato internazionale di Amnesty International e attualmente è tecnologa di sicurezza informatica per l’ong globale Human Rights Watch. Nel 2018 ha lanciato una newsletter su temi digitali, intelligenza artificiale e cybersicurezza chiamata Guerre di Rete, che oggi ha quasi 15mila iscritti e che è spesso ripresa dai media. Nel 2022 la newsletter è evoluta nell’omonimo progetto editoriale indipendente, Guerredirete.it, realizzato insieme all’associazione Cyber Saiyan. “L’inganno dell’automa” è una delle ricompense per il crowdfunding 2026 di Valigia Blu.
Il cognome non era noto, così come l’età o la città di provenienza. E anche il nome Igor probabilmente non era il suo. Non era chiaro nemmeno come avesse fatto inizialmente i soldi. C’era chi diceva che fosse stato tra i primi a usare Bitcoin, tanto da essere in contatto con il loro misterioso inventore, Satoshi Nakamoto. E quindi che avesse racimolato una fortuna negli anni d’oro della criptomoneta. E chi sosteneva che avesse sviluppato un software di messaggistica crittografato, un sistema inattaccabile che poi aveva venduto all’intelligence del Cremlino prima di emigrare. C’era anche chi era convinto fosse stato il fondatore di Black Market, uno dei primi mercati neri online di droga, dopo che quelli precedenti erano stati sequestrati dall’FBI. In realtà ne erano nati altri, che successivamente erano stati chiusi, e ancora dei nuovi erano apparsi. Ma c’era almeno un caso in cui il sito non era stato bloccato dalle polizie: aveva semplicemente annunciato di andare in pensione nel momento di massimo fulgore, e prima che le indagini potessero penetrarlo.
Quale che fosse l’origine dei suoi capitali, vero era che le sue attuali attività si allargavano a tutti questi ambiti: trading di criptovalute, di software e attacchi informatici per quanto riguardava la parte legale, o semilegale; rivendita e traffico di sostanze illecite attraverso la Rete, compravendita di armi, riciclaggio di criptovalute ottenute da operazioni cybercriminali per la parte illegale, stando almeno alle voci di corridoio.
«Ha molti rapporti coi cinesi e i nordcoreani» gli aveva detto la ragazza, che si mostrava ben più sveglia di quanto avesse immaginato. «Dicono che compri la metanfetamina a Hong Kong, che proviene dalla Cina, dove arriva da Pyongyang. E che poi la smerci in diversi negozi online, con l’alias di tre diversi venditori. Dicono anche che abbia diverse società di comodo e vari conti nelle banche di Hong Kong, e che a volte ci porti direttamente dei diamanti, con cui si fa pagare certe commesse, specie quelle di armi. Queste le compra dai russi e le piazza in Medio Oriente e in Africa. Ogni tanto parte e va in Somalia, Congo, Nigeria. Le armi viaggiano in nave, yacht, pescherecci, così pare. E poi si dice anche che sia in affari con gli hacker nordcoreani. Gli vende programmi per fare attacchi, come li chiamate voi… exploit, e gli ricicla i soldi che rubano alle banche, alle piattaforme di cambio, alle aziende.»
Si sedette sui gradoni grigi alla base di un lampione, a pochi metri dal sagrato del Duomo. C’era un movimento disordinato e pulsante di turisti, venditori di souvenir e impiegati che falciavano la piazza parlando agli auricolari. Da quando c’era stata la pandemia l’arrivo dell’autunno metteva addosso alla gente una frenesia inconfessabile, come di chi ha poco tempo per concludere qualcosa. Magari non ci sarebbero stati virus quell’inverno, eppure in molti avevano imparato a dare per scontato un senso di precarietà e di attesa dell’ignoto.
Agnese si tolse del tutto la mascherina, volgendo il suo viso lungo e olivastro al sole di fine settembre. Si soffermò su un cestino della spazzatura all’ingresso delle scale per la metro, poco distante. C’era sopra lo slogan di una campagna di sensibilizzazione ecologica del Comune: «Meno è di più.»
Quella frase la trasportò di colpo su un campo di erba secca, all’ombra di alcuni lecci. Stava seduta a gambe incrociate insieme ad altri ventenni, disposti a semicerchio attorno a un uomo basso, rotondetto, con due occhiali spessi da miope, la barba incolta, la pipa, il panama chiaro, l’accento siciliano. Si chiamava Riccardo Orlando, era uno dei migliori giornalisti investigativi su questioni di criminalità organizzata.
«Gli aggettivi, il minimo. Gli avverbi, via. Se potete dire una cosa in due parole anziché in quattro, che siano due. Meno è un di più nel giornalismo. E per favore tenete a bada le vostre opinioni.»
Si fermò per accendersi la pipa di pannocchia inclinando l’accendino nel fornello. «Vi dirò di più: ogni volta che iniziate un’inchiesta, non dovete sapere dove vi porterà, dovete lasciarvi portare alla deriva. Non importa dove approderete. Contano soltanto i princìpi e il metodo.» Attorno all’uomo ragazzi e ragazze abbronzati, in pantaloncini e maglietta, ascoltavano in un grave silenzio. Oggi è così difficile seguire quell’insegnamento, constatò Agnese, l’Agnese di trenta anni dopo, abbacinata sulla più importante piazza di Milano, con qualche chilo e molte rughe in più, simili entusiasmi e identiche, caustiche delusioni. Tutti vogliono opinioni, aggettivi, tesi da difendere, tutti vogliono che chi scriva prenda posizione per non doverla prendere loro stessi in modo autonomo. Per non avere la responsabilità di prenderla e poter piagnucolare in futuro di essere stati turlupinati. Lei invece, sadicamente, voleva che i lettori fossero costretti a decidere sulla base di una serie di fatti che descriveva in dettaglio, e di cui semplicemente gran parte dei media non parlavano. Era così lineare e apparentemente così innocuo. Incredibile che potesse suscitare tanto scandalo, odio e minacce.
Le si avvicinò pimpante un Jack Russel al guinzaglio di una vecchia, elegante signora, e Agnese fece in tempo ad accarezzarlo e fargli qualche grattino prima che fosse trascinato via. Ripensò a Gordo e le annegò il cuore nella tristezza.
«In fondo il giornalismo è un viaggio continuo» aveva anche detto Riccardo Orlando. «Chi lo farà davvero bene, probabilmente finirà povero. O con una esplosione di tritolo.» E così era stato. Era invecchiato in povertà, lui.
Caterina si assestò su questo pensiero per calmarsi, e per credere che fosse tutto normale, tutto come prima. Ignorando il fatto che per la prima volta da quando avevano iniziato a parlarsi un anno prima gli aveva platealmente mentito. Non era mai successo. Non sapeva perché; in fondo avrebbe potuto raccontargli i contenuti reali dell’incontro e insieme farsi due risate. Carlo ci avrebbe sicuramente scherzato per settimane. Magari avrebbe saputo ricostruire in che punto e per quale motivo quel ricercatore, Fabbri, fosse finito fuori strada. Perché dunque non glielo diceva?
Per una volta raggiunse l’ufficio con una sensazione di sollievo. Per tutta la notte, la mattina e durante il viaggio si era tormentata ossessivamente con questi pensieri, girandoci attorno e ritrovandosi sempre punto a capo. Era un treno che ripartiva ogni volta dalla stessa stazione, e anche quando viaggiava veloce non arrivava da nessuna parte che non fosse quella di partenza. Come si spezzava l’incantesimo e si metteva terra dietro di sé? Finire ovunque, ma in un posto diverso. Anche fra un cimitero di lamiere, fra il fantasma di una città industriale, nei fumi del gasolio, ovunque non fosse quella piccola, linda stazioncina di campagna da cui la sua mente si metteva in viaggio per ritrovarsi ancora fra gli sterpi, nel vuoto angosciante dei suoi binari assolati.
Erano quasi tre anni che non usciva seriamente con qualcuno. Un paio di appuntamenti, molto tempo prima, uno dei quali organizzato a Livorno dalla sorella, che si erano rivelati fallimentari. Le app per rimorchiare proprio non le andavano giù, aveva provato una volta a farsi un profilo, e non riusciva neanche a mettersi d’accordo con se stessa su quale foto inserire. Suggestiva e dopata? E quando poi l’avrebbero vista dal vivo? Realistica e onesta? E se nessuno la contattava?
La storia più seria della sua vita era stata ai tempi dell’università ed era durata poco più di un anno. Con un francese che era venuto a studiare in Italia. Si era cullata nell’illusione che lo avrebbe raggiunto a Parigi, che avrebbe cercato lavoro lì, e che sarebbe tornata in patria solo per le vacanze, con le mèches bionde e un’impronta di rutilante accento francese. Era stato l’anno più intenso e struggente della sua vita e si era liquefatto come un sogno troppo vivido appena era finito il periodo di studi del ragazzo, quando lui se n’era andato con vaghe promesse, progressivamente diradando i contatti. Ora lei si trovava a ventotto anni, con un lavoro precario e tormentoso, un buco per appartamento, una inesistente vita sessuale, una risibile esperienza sentimentale. Aveva ragione sua madre, a farle capire che era in ritardo su tutto, sulla vita, su se stessa.
Entrò nel corridoio stranamente silenzioso dopo giorni di trambusto e raggiunse la sua stanza. Contava di trovarla vuota, perché arrivava sempre molto presto, di solito prima di Paolo. Invece sotto la porta sobbalzò. C’era Luisa seduta al suo posto, che leggeva qualcosa sul tablet posato in grembo. Sollevò la testa togliendosi gli occhiali a farfalla coi brillanti Swarovski che indossava solo da vicino. Le fece cenno di sedersi con un sorrisino striminzito. Prese un’altra seggiola e si mise di fronte. Si sentì come quando ci si siede all’esame orale di fronte al professore e si sa di essere impreparati. Pregò di avere fortuna e di fare in fretta.







