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Viaggio nella resistenza ucraina: tra Kyiv e Buča la memoria dell’orrore, la forza della libertà

28 Novembre 2025 12 min lettura

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Viaggio nella resistenza ucraina: tra Kyiv e Buča la memoria dell’orrore, la forza della libertà

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Siamo partiti domenica scorsa da Odesa verso le 12, prima di metterci in autobus ho fatto una lunga passeggiata fino al parco Parco Ševčenko. Sotto la statua del poeta Taras Ševčenko, alcune persone si stanno allenando in gruppo, poco dietro si apre un viale immenso costeggiato da bandierine commemorative con i nomi dei soldati caduti dall’inizio dell’invasione. Un posto di una bellezza struggente che tiene insieme il desiderio di normalità e la memoria delle vite perdute.

Arrivata a Kyiv sono andata a trovare gli amici di Kyiv Independent. Una realtà giovanissima e agguerrita, che ho conosciuto grazie al Festival Internazionale del Giornalismo che organizzo ogni anno a Perugia. In questi anni hanno portato avanti inchieste difficilissime, indagando sulla corruzione delle forze militari ucraine e raccontando il peso e la responsabilità di farlo mentre il proprio paese è in guerra; hanno creato una 'Unità di Investigazione sui Crimini di Guerra’ che produce documentari investigativi sui rapimenti di bambini ucraini da parte della Russia, sull'uccisione di bambini ucraini da parte dell'esercito russo e sulle torture dei prigionieri di guerra ucraini. [Per sostenere il Kyiv Independent è possibile donare e diventare membro della loro community tramite questa pagina]

Ci aspetta Zakhar Protsiuk, Chief Operating Officer del giornale online. Ci fa fare un tour della redazione, conosciamo i responsabili video, il team investigativo, visitiamo gli studi dove registrano. Ad accoglierci la loro mascotte Orla, un po’ facendo le feste, un po’ abbaiando diffidente. Chiedo se posso fare qualche foto: nessun problema, basta evitare le finestre e dettagli esterni che potrebbero far identificare dove si trova la sede.

Zakhar mi racconta con orgoglio la loro campagna membership che quest’anno ha come obiettivo 25mila sottoscrittori, con donazioni da tutto il mondo.

Gli chiedo cosa pensa del “piano di pace". "Il piano russo-americano a tutto porterà tranne che alla pace. E in ogni caso gli ucraini non cederanno mai alla richiesta di capitolazione. Non resistiamo da quasi 4 anni, per perdere la nostra libertà e senza alcuna garanzia che questa aggressione non si ripeterà più. Sono generazioni che lottiamo. Mio nonno è stato un dissidente in era sovietica, mio padre ha vissuto negli anni che hanno portato poi all'indipendenza dell’Ucraina nel 1991. E ora tocca anche a me”.

Diversi giornalisti di Kyiv Independent sono sul fronte per documentare la resistenza ucraina. Uno di loro, un collaboratore, è stato ferito gravemente e ha perso una gamba.

Quando racconto a Zakhar cosa mi ha detto una persona con cui ho parlato ad Odesa - “Quello che Putin non ha capito è che semmai si porterà in casa 20 milioni di resistenti partigiani” - mi risponde: “Sì, ma preferirei non arrivare a questo. Sappiamo cosa succede nei territori occupati. I cittadini ucraini sono perseguitati, torturati, buttati in galera con accuse false. I bambini e i ragazzi costretti a frequentare campi estivi dove in realtà imparano a sparare, a uccidere: lì i russi stanno formando le nuove leve da reclutare in futuro nel loro esercito. Sappiamo di ucraini mandati al fronte a combattere per la Russia. Certo resistono ancora gruppi partigiani di sabotatori, ma il sistema di controllo dei russi è terrificante e la loro abilità di dividere e mettere gli uni contro gli altri i membri di una comunità è spaventosa”.

Gli chiedo di Zelensky e dello scandalo sulla corruzione che ha travolto alti vertici del governo. “Quello che mi preme sottolineare - mi dice subito - è che quanto è emerso non è dovuto a un'inchiesta giornalistica. Ma alle agenzie anti-corruzione create proprio per indagare su quello che è un male endemico della nostra società. Questo significa che il processo democratico ha retto, in tempi di guerra per di più. Significa che gli anticorpi hanno funzionato, stanno funzionando. Queste agenzie erano sotto attacco e la loro indipendenza è stata garantita dalle proteste dei cittadini. Siamo consapevoli che per far avanzare la nostra società e liberarla dalla zavorra della corruzione di eredità sovietica ci vorranno ancora molte generazioni. Ma oggi gli ucraini non vogliono le dimissioni di Zelensky perché tutti capiamo che questo ci renderebbe più deboli in questo momento, non più forti. Anche se non sono così sicuro che in futuro, quando ci saranno di nuovo le elezioni (e di sicuro fino a quando non si chiuderanno i negoziati per un accordo non ci sarà nessuna elezione), se Zelensky dovesse candidarsi avrebbe ancora il consenso che lo ha portato a guidare il paese in uno dei suoi più difficili momenti. La nostra priorità oggi è sopravvivere a un nemico che ci vuole distruggere”. Gli chiedo secondo lui come si sta muovendo l’Europa. “Mi impressiona che ancora oggi l’Europa faccia molta fatica a comprendere la grande capacità di manipolazione e propaganda dei russi. Su questo fronte sono davvero imbattibili”.

Kyiv è una città bellissima, dove respiri quella tensione verso il futuro, che guarda all’Europa in maniera travolgente. Una città così non puoi costringerla a tornare indietro con la Storia.

La sera incontriamo alcuni giornalisti del Guardian, il nostro amico fotogiornalista Alessio Mamo, Luke Harding (corrispondente del quotidiano britannico a Mosca ed espulso dalla Russia nel 2011 - primo giornalista occidentale a essere espulso dalla Russia dopo la fine della Guerra Fredda. Aveva definito la Russia “Stato virtualmente mafioso”) e Dan Sabbagh. Lo “scoop” che in parte ha segnato la storia della proposta indecente redatta dal rappresentante speciale americano Steve Witkoff e dall’inviato di Putin Kirill Dmitriev porta proprio la firma di Harding. È stato lui per primo a far notare che alcuni passaggi del documento sembravano scritti originariamente in russo e poi tradotti in inglese. Il che ha fatto sorgere il dubbio che siano stati proprio i russi a scrivere i 28 punti e a consegnarli agli americani. Anche secondo loro Putin non cederà a nessun accordo modificato, finché non otterrà ciò che vuole. Come ha scritto lo storico Anton Shekhovtsov: ”Difficilmente esiste un prezzo - denaro, reputazione o vite umane - che Putin non sia disposto a pagare nel perseguimento della sua ossessione per la distruzione dell’Ucraina”.

Verso l’una di notte sono iniziati gli alert degli attacchi russi e abbiamo trascorso la notte nei rifugi allestiti dall’albergo. Una lunghissima notte di bombardamenti massici su Kyiv e Odesa come non se ne vedevano da mesi: 500 tra missili e droni. Sette persone sono state uccise e molte sono rimaste ferite. Se Kyiv non avesse avuto una delle contraeree più potenti ci sarebbe stata una strage con migliaia di morti. La mattina presto vortice di messaggi con Anna, la fotografa di Odesa, per sapere di lei e del suo cagnolino (che si è ammalato di cuore per lo spavento di questi anni di guerra), con Alessio Mamo che mi ha fatto da supporto psicologico qui a Kyiv e la mia amica Tiziana che ha fatto lo stesso dall’Italia rimanendo in chat con me tutta la notte. Zakhar di Kyiv Independent mi scrive suggerendomi di riposarmi, ma io senza manco rendermene conto sono già in fase di “fast adaptation”: mi stavo allenando soprattutto per scaricare la tensione e con Nello avevamo programmato di andare a Buča, a 20 minuti dalla capitale.

Non potevo immaginare quale dono mi avrebbe fatto quel piccolo sobborgo martoriato dalla violenza bestiale e inumana dei soldati russi durante i 33 giorni di occupazione agli inizi dell’invasione.

È stato un dono conoscere Pavel, che ci ha fatto da guida, Kostantine e il suo team di volontari che aiutano le popolazioni che vivono vicino alle zone di contatto e i militari al fronte. Un dono vedere come i residenti di Buča hanno risposto al male che hanno subito prendendosi cura della memoria delle vittime e facendo delle loro strade, vie, edifici un museo a cielo aperto dell’orrore subito. Perché solo attraversando il dolore, avendone costantemente consapevolezza è possibile davvero ricostruire dentro come fuori. Monumenti, targhe, mausolei, bandiere, manifesti sono un racconto silenzioso e potentissimo di questo orrore altrimenti indicibile. Le strade di Buča sono segnate come un corpo martoriato dalle torture da cicatrici e ferite inferte dalla violenza, dall'odio, dalla ferocia che i soldati russi, circa 1500, hanno vomitato su donne, uomini, anziani, bambini.

Lungo la strada, dove sono ancora visibili le fortificazioni alle porte di Kyiv messe su in fretta e furia dai soldati e dai civili quando si era capito che i russi stavano per entrare, veniamo fermati a un posto di blocco da alcuni militari col volto coperto. Non vogliono i nostri documenti. Solo quelli di Pavel. Non capisco l’ucraino, ma intuisco che più volte Pavel spiega che sta accompagnando due giornalisti italiani, mentre le mani tremano leggermente. Poco dopo ci lasciano andare. Gli chiedo se ha rischiato di essere mobilizzato e lo hanno lasciato andare perché ci eravamo noi. “ Non so - mi dice - però se loro me lo chiedono, io vado. Non ho problemi ad andare. Se servo, vado”.

Visitiamo il monumento che sorge accanto alla fossa comune dove sono stati riesumati subito dopo la liberazione i corpi di centinaia di vittime. Ci sono i nomi e le date di nascita e morte. Hanna aveva 99 anni, Irina 15. Perché, chiedo disperata, che senso ha? Come potevano una donna così anziana e una ragazzina adolescente essere un pericolo per i soldati russi? Pavel mi mostra la risposta sul cellulare - per comunicare un po’ parla inglese, un po’ usa google translate - : “Bastava essere ucraini, il criterio era quello. Se sei ucraino sei degno di essere ammazzato senza pietà”.

La storia di Kostantine l’ha raccontata Nello Scavo su Avvenire. Appena arriviamo sono travolta dalla sua energia, dalla sua risata e dai suoi abbracci. Mentre parliamo continua ad organizzare i pacchi arrivati dalla Lituania da spedire alle popolazioni ma anche ai soldati che vivono vicino al fronte. E così vedi questo omone gigantesco trafficare fra vestitini per bambini, giocattoli, peluche e porta-ordigni per droni realizzati con stampanti 3D ideate da uno giovane ingegnere ucraino di Mykolaiv, atleta di scherma paralimpica.

Durante l’assedio è riuscito a salvare dalla ferocia degli occupanti oltre 200 civili. Lo Schindler di Buča, come l’ho definito io, si era inventato un sistema di “evacuazioni umanitarie” che al tempo stesso portava fuori dal territorio occupato civili ma anche informazioni utili all’intelligence ucraina. Informazioni che contribuiranno alla riconquista della cittadina. Kostantine ha anche documentato con video e foto i crimini di cui si sono macchiati i soldati russi e ha consegnato le prove agli investigatori internazionali.

Nel piano di “pace” Trump-Putin sarebbe prevista anche l’amnistia per i crimini commessi dai soldati. Provate a proporlo agli abitanti di Buča che continuano a ripetere che saranno liberi solo quando avranno giustizia per quello che gli è stato fatto. Provate a dirlo a quella donna trascinata dai soldati in una scuola insieme al suo bambino e violentata davanti ai suoi occhi. La ragazza sopravvissuta racconterà che uno dei soldati mentre la stuprava ha iniziato a sparare in aria per renderla più partecipe visto che era “poco collaborativa”. Provate a dirlo alla famiglia della ragazza di poco più di 20 anni, riesumata dalla fossa comune con ancora una bottiglia di birra infilata nella vagina.

“Kostantine - gli chiedo - ma non hai paura dei russi? Che possano tornare?”. Non finisco nemmeno la frase che ha già risposto con fermezza: “No. Chi ha paura è già andato via. Chi è rimasto non ha paura”.

Sempre usando l’applicazione di Google Translate, Kostantine mi fa vedere come comunica con i soldati, che lo chiamano per dirgli di cosa hanno bisogno e lui si organizza per procurarglielo. E così fra scatoloni pieni di giocattoli, bastoni per gli anziani, ci sono anche casse per le armi e copertoni da mandare al fronte.

Nel bunker dove siamo, arriva un ex militare, ha combattuto fino a un paio di anni fa poi è stato congedato. Si chiama anche lui Kostantine. Iniziamo a parlare della sua esperienza al fronte, ha combattuto anche nel Donbas. Quando gli dico che gli sono grata, perché stanno combattendo anche per noi europei, i suoi occhi si riempiono di lacrime, mi prende le mani nelle sue mani e mi abbraccia continuando a dire lui a me: grazie, grazie a voi.

Sulla via del ritorno Pavel ci porta a vedere altri due “monumenti”: il memoriale con gli stemmi dei battaglioni ucraini che hanno liberato Buča, circondati dal saluto nazionale: “Slava Ukraini” “Heroiam slava”, “Gloria all’Ucraina, gloria agli eroi” e dalle bandiere dei paesi europei che hanno contribuito con la fornitura di armi alla liberazione.

Quello che all’apparenza sembra uno scasso di macchine vecchie, è un altro modo per custodire la memoria dell’orrore subito: sono le auto con cui alcune famiglie hanno provato a fuggire. Ma non ce l’hanno fatta. I russi li hanno fermati, bloccati, uccisi, bruciati vivi. Su quelle auto qualcuno ha disegnato giganteschi girasoli.

La sera a cena conosco Karolina. Ha solo 25 anni, è ucraina ma a 13 anni è venuta in Italia con la nonna. Proprio nei mesi in cui scoppia la rivoluzione della dignità. Lei mi dice soffriva tantissimo perché avrebbe voluto partecipare così come tanti suoi amici. Quando i russi invadono nel 2022, non ha esitazioni. Torna in Ucraina e diventa fixer e paramedica.

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Nonostante la sua travolgente allegria e vivacità, si capisce benissimo il carico di dolore che porta con sé. I droni, mi dice, hanno cambiato tutto al fronte. Ed è sempre più difficile documentare e aiutare i soldati feriti. “Non possiamo più andare a soccorrerli inoltrandoci in profondità nelle zone più critiche perché l’uso dei droni è troppo pericoloso, i feriti o hanno la fortuna di avere qualcuno che li porta dove sono le nostre ambulanze e prima ancora di sopravvivere entrambi durante il percorso o devono riuscire a spostarsi da soli nonostante le ferite. Io guido con i droni i feriti lungo il percorso fino a noi. Ne ho visti diversi non farcela, ricordo un soldato che mentre era lì disteso ferito, io potevo vederlo attraverso il drone, mi ha chiesto di non lasciarlo solo. Non l’ho fatto, sono stata con lui fino alla fine”.

Sono tornata in Italia via Moldavia. Arrivata a Chisinau dopo 12 ore di autubus e i doppi controlli moldavi e ucraini al checkpoint, ho disattivato la app che manda gli alert degli attacchi. Stamattina alle 9 però ho ricevuto dalla stessa app la notifica per il minuto di silenzio in ricordo delle vittime dell’invasione. Quella avevo dimenticato di disattivarla. Non penso che lo farò per ancora molto tempo.

 

1 Commenti
  1. Franco

    Sono italiano e vivo in Ucraina nei pressi di Lviv . Un grazie per un articolo vero e con tante verità raccontate . GRAZIE !

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