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I crimini di guerra russi in Ucraina: chi e perché sta bloccando la Corte Penale Internazionale

5 Novembre 2025 8 min lettura

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I crimini di guerra russi in Ucraina: chi e perché sta bloccando la Corte Penale Internazionale

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Sono trascorsi ormai più di tre anni dall’invasione russa dell’Ucraina. Da allora, la giustizia internazionale ha proceduto a passi cauti ma spediti verso l’accertamento delle responsabilità per i crimini commessi nel corso delle ostilità. Negli ultimi mesi, tuttavia, tale slancio sembra essersi progressivamente affievolito, a causa di una più ampia campagna di delegittimazione avviata da vari Stati. Lo stallo in cui oggi sembra versare la Corte Penale Internazionale nel conflitto ucraino è l’effetto, forse non voluto, delle sanzioni americane imposte in seguito alla decisione di perseguire i crimini nella Striscia di Gaza, questa volta commessi non dalla Russia, ma dalle potenze occidentali e dai loro alleati. Le ricadute di questo doppiopesismo, per cui la Corte è da supportare quando persegue i nemici politici e da ostacolare quando indaga sugli alleati, hanno finito per abbattersi non solo sulle vittime dei crimini, ma anche sull’intero edificio della giustizia penale internazionale, rischiando di condannarla all’irrilevanza.

I crimini di guerra compiuti nel conflitto in Ucraina

Lo stato più aggiornato della situazione dei crimini di guerra commessi dallo Stato russo nel conflitto ucraino è documentato nell’ultimo rapporto della Commissione d’inchiesta ONU sulla situazione in Ucraina, pubblicato il 27 ottobre 2025. La Commissione era stata istituita il 4 marzo 2022, in seguito all’aggressione russa, come organo indipendente dal Comitato per i diritti umani (l’organo delle Nazioni Unite che, per le inchieste condotte sull’occupazione dei territori palestinesi, è stato di recente oggetto di contestazione da parte di Stati Uniti e Israele).

Nel rapporto si accerta che le autorità russe, attraverso attacchi con droni, hanno sistematicamente coordinato le proprie operazioni con l’obiettivo di spingere la popolazione civile ad abbandonare i territori occupati. La Commissione ha riscontrato il compimento di crimini contro l’umanità, consistenti in attacchi ricorrenti con droni a corto raggio contro civili nelle aree del conflitto, che hanno provocato numerosi morti e feriti, distrutto abitazioni su vasta scala e creato condizioni di vita tali da costringere migliaia di persone alla fuga. Sono stati inoltre accertati crimini di guerra riconducibili alla deportazione e al trasferimento forzato della popolazione civile dai territori ucraini occupati, in violazione delle norme del diritto internazionale umanitario.

Il rapporto si basa su materiali video, sia pubblici che geolocalizzati, e su interviste condotte con la popolazione dei territori occupati, realizzate sia di persona che da remoto. L’inchiesta riporta che le autorità russe hanno colpito persino il personale di soccorso, incluse ambulanze e vigili del fuoco (soggetti che, secondo il diritto internazionale umanitario, godono di una speciale protezione) con l’obiettivo di ostacolare le operazioni di salvataggio. Molti attacchi sono stati diretti a colpire ripetutamente gli stessi obiettivi, per mandarli a fuoco o distruggerli del tutto. Gli intervistati hanno descritto condizioni di vita intollerabili (per un reportage si può vedere il docufilm di Francesca Mannocchi “Lirica Ucraina” presentato al Festival del Giornalismo di Perugia).

Si tratta di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra su cui, ai sensi dello Statuto di Roma, la Corte penale internazionale avrebbe giurisdizione. Non altrettanto può dirsi per l’invasione russa, che costituisce, ai sensi del diritto internazionale, il distinto crimine di aggressione. Quest’ultimo è disciplinato da un protocollo addizionale allo Statuto di Roma (i cosiddetti Kampala Amendments), che prevede che tanto lo stato aggressore quanto quello aggredito debbano aver ratificato questo protocollo perché la Corte penale internazionale possa giudicare di questo crimine. L’Ucraina lo ha fatto nell’ottobre del 2024 mentre la Russia continua a non esserne parte, con la conseguenza che la Corte non può esercitare la propria giurisdizione su questo specifico crimine.

I mandati di arresto della Corte Penale Internazionale

Viene spontaneo domandarsi perché la Corte penale internazionale non stia attualmente perseguendo questi crimini. Le attività della Corte penale internazionale sulla situazione in Ucraina, ma anche a più largo spettro, sono di fatto in stallo. Dopo aver aperto nel 2022 un’indagine sul conflitto, la Corte, ha emesso mandati di arresto il 17 marzo 2023 nei confronti di Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova, con l’accusa di deportazione forzata di bambini ucraini e di cambio forzato di cittadinanza. Si trattava di accuse formulate in tempi rapidissimi, appena quindici giorni dopo l’apertura formale delle indagini, con la strategia chiara di mirare alla contestazione di reati per i quali erano disponibili prove certe e documentate.

Le prime accuse più “pesanti”, relative ai crimini direttamente connessi alla conduzione delle ostilità, sono giunte quasi un anno dopo. Il 5 marzo 2024 la Corte ha infatti emesso due ulteriori mandati di arresto nei confronti di alti ufficiali russi, Sergei Ivanovich Kobylash e Viktor Nikolayevich Sokolov, per i crimini di guerra consistenti in attacchi contro la popolazione civile, danni eccessivi a obiettivi civili e atti inumani. A queste imputazioni si sono aggiunti, il 24 giugno 2024, i mandati di arresto nei confronti di Sergei Kuzhugetovich Shoigu e Valery Vasilyevich Gerasimov.

Da allora, tuttavia, le attività della Corte si sono arenate. La CPI non ha aggiornato i capi d’imputazione nei confronti del capo di Stato russo, né ha mosso ulteriori accuse contro altri alti ufficiali della compagine militare.

Con tutta probabilità, il lavoro della Corte è stato ostacolato in maniera decisiva dalle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti che, pur avendo sostenuto l’azione della Corte contro Putin, hanno reagito con ostilità alle inchieste riguardanti alti ufficiali israeliani per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante l’offensiva nella Striscia di Gaza (per i quali risultano tuttora indagati il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant). La Corte si avvale in maniera decisiva del lavoro di società esterne e organizzazioni non-governative per l’espletamento delle sue attività. Il che ha portato a un sostanziale blocco quando queste società hanno deciso di cessare la collaborazione con la Corte per paura di ritorsioni da parte degli Stati Uniti. Microsoft parrebbe aver eliminato l’indirizzo mail del procuratore della Corte. Sei alti funzionari avrebbero già lasciato il proprio lavoro per lo stesso motivo.

Anche in relazione all’indagine sulla Palestina, si era ipotizzato che la Corte stesse aggiornando i capi d’accusa nei confronti dei leader israeliani (il Procuratore Khan aveva annunciato di star raccogliendo ulteriori prove; nel frattempo la Commissione di inchiesta del Comitato dei diritti umani sui territori palestinesi occupati ha affermato di aver rinvenuto prove di condotte genocidarie), ma da allora non è più stato pubblicato alcun seguito.

Quel poco che la Corte è riuscita a fare è stato ulteriormente compromesso dalla mancata collaborazione degli Stati parte dello Statuto. La Corte, infatti, non dispone di un proprio apparato esecutivo e deve contare sui sistemi giudiziari nazionali per l’esecuzione dei mandati di arresto e la traduzione in giudizio degli imputati. Se gli Stati non collaborano, gli sforzi della Corte restano vani. La prima crepa nel sistema è arrivata il 3 settembre 2024, quando la Mongolia ha omesso di arrestare Putin durante una visita di Stato del presidente russo, pur essendo obbligata a fare ciò. L’Italia, dal canto suo, pur non essendo ancora coinvolta in casi relativi a ufficiali russi, non ha chiarito la propria posizione sul riconoscimento delle immunità dei capi di Stato sottoposti a mandato di arresto, e ha sacrificato la cooperazione con la CPI sull’altare dell’interesse nazionale nel caso Almasri (la Corte ha poi accertato che si è trattato di una violazione degli obblighi di collaborazione imposti dal Trattato di Roma). Altri Stati parte dello Statuto hanno già ammesso che non collaboreranno all’arresto di Putin, indebolendo ulteriormente l’intero sistema. La disponibilità di Budapest a organizzare un incontro tra Putin e Trump, poi annullato, è l’ultimo segnale in ordine di tempo dello stato di fragilità in cui versa la giustizia penale internazionale in questo momento e affievolisce le già tenui possibilità di garantire la repressione dei crimini in corso.

Il tribunale penale internazionale del Consiglio d’Europa

Parallelamente agli sforzi della Corte penale internazionale, sta prendendo piede l’idea di istituire un tribunale penale internazionale ad hoc, costituito dagli Stati, limitatamente al perseguimento del crimine di aggressione russo.

Si tratterebbe di un tribunale istituito nell’ambito del Consiglio d’Europa (CoE), l’organizzazione regionale da cui la Russia è stata espulsa nel marzo 2022, subito dopo l’invasione, con il sostegno sostanziale dell’Unione Europea e finanziario da parte di un gruppo di Stati formalmente operanti al di fuori dell’ambito del CoE. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha firmato l’accordo istitutivo di questo tribunale il 25 giugno 2025, che tuttavia deve ancora iniziare le operazioni stanti i nodi circa il finanziamento del tribunale che non sono stati ancora del tutto sciolti.

Il meccanismo presenta tuttavia due problemi principali, legati alla limitatezza della giurisdizione del tribunale e alla questione delle immunità. I crimini individuali, come i crimini di guerra o contro l’umanità commessi dagli alti ufficiali russi, non sono infatti inclusi nell’ambito di operatività del tribunale e rimangono di competenza della CPI, con cui il Tribunale dovrebbe instaurare una stretta cooperazione. Quanto alla questione delle immunità, lo Statuto del nuovo tribunale adotta un approccio più estensivo rispetto a quello della CPI, stabilendo che i capi di Stato e di governo godono dell’immunità personale finché restano in carica. La Corte penale internazionale, invece, aveva già sostenuto che l’immunità non opera davanti ai tribunali internazionali e che può essere invocata di fronte ai soli tribunali nazionali.

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Anche questo nuovo meccanismo, dunque, rischia di non garantire la necessaria efficacia per contrastare l’impunità per i crimini commessi durante l’invasione. Esso si inserisce nelle più ampie iniziative europee con l’intento di assicurare la responsabilità della leadership russa per i crimini e i danni derivanti dall’aggressione, insieme al Registro dei danni per l’Ucraina, volto a risarcire le vittime e sostenere la ricostruzione del paese. 

Tuttavia, queste iniziative possono scontare il rischio di finire vittima dei difficili compromessi politici che riguardano la questione ucraina, soprattutto in una fase del conflitto come questa in cui si inizia a ragionare, a correnti alternate, di una seppur difficile risoluzione negoziale del conflitto. Ne è un altro esempio l’iniziativa della Commissione Europea che intende utilizzare i fondi derivanti dagli asset russi congelati nel territorio dell’Unione per finanziare la ricostruzione ucraina, un progetto di cui si ragiona da tempo e che è rimasto ancora politicamente bloccato, anche in considerazione delle difficoltà poste dalle immunità di cui godrebbero i beni russi in base al diritto internazionale.Ne risulta un quadro in cui la giustizia internazionale appare fragile e sempre più condizionata dalle mutevoli convenienze della politica, talvolta più, talvolta meno incline al dialogo con la leadership russa. A conferma di ciò, si può vedere il mutamento di tono del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, in contrasto con l’Assemblea Generale (la quale continua a invocare una “pace giusta” per l’Ucraina) si limita oggi a richiamare la necessità di una pace “duratura”, una pace cioè a qualsiasi costo. Se tale approccio potrebbe forse agevolare, nel breve periodo, una risoluzione del conflitto, esso rischia nel lungo termine di minare la credibilità dell’intero sistema, alimentando la disaffezione verso l’idea stessa di giustizia internazionale, con conseguenze destinate a ripercuotersi non solo sui diritti delle vittime dei crimini, ma anche sulla stessa tenuta dell’ordine giuridico internazionale fondato sul rispetto delle regole.

Immagine in anteprima: Dsns.gov.ua, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

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