Bruno Saetta
Nel 2007 Richard apre un sito web col nome TvShack.net, dove altri utenti potevano inserire link a video, programmi tv, film e documentari presenti in rete. I video non erano, quindi, materialmente caricati sui server utilizzati da Richard, ma, ad esempio, su YouTube, MegaVideo, ecc…
Richard, pare, si occupava di controllare il link e poi lo aggiungeva al sito che in effetti risultava essere un motore di ricerca specializzato per programmi televisivi.
Il sito è cresciuto rapidamente fino a raggiungere le 300.000 visite mensili. Gli è stato anche affiancato un forum per discutere di programmi televisivi. Ovviamente aumentando il traffico occorreva più banda, quindi Richard ha inserito dei banner pubblicitari per pagarla, giungendo a guadagnare 147mila sterline (circa 230mila dollari) in tre anni.
Il 29 novembre del 2010 Richard si alza presto, ma appena fuori casa, alle 7 del mattino, lo bloccano due ufficiali della Polizia di Londra che accompagnano due uomini in nero. Questi sono due agenti di ICE, l’Ufficio anti-immigrazione americano. Cosa ha portato l’anti-immigrazione USA a chiedere ed ottenere l’arresto e l’estradizione del cittadino inglese Richard O’Dwyer?
In realtà qualche avvisaglia Richard la aveva anche avuta, quando qualche tempo prima il suo sito era letteralmente scomparso. Digitando il nome del suo dominio, infatti, si apriva una pagina di ICE che avvisava del sequestro del sito per violazione delle leggi americane. È la famosa Operations in Our Sites che porta alla confisca di ben 150 domini collegati a siti presenti su server non americani. Un’operazione che fece scalpore, per l’effetto ma anche per le modalità con le quali fu realizzata, operazione fortemente voluta da John Morton, direttore di ICE: “If the criminals move overseas, we will follow”, se i criminali scappano all’estero, li seguiremo.
In quell’operazione furono confiscati anche domini di persone che non avevano commesso nulla, come Rojadirecta, i cui titolari sono stati assolti da un tribunale spagnolo, ma che non hanno mai ottenuto la restituzione del dominio, oppure Dajaz1.com, dominio trattenuto per oltre un anno senza nessuna incriminazione formale e senza alcun atto di indagine, e poi rilasciato senza nemmeno porgere le scuse.
Gli USA si sono arrogati il diritto di sequestrare quei domini, in quanto ritengono che tutti i domini .com, .net, .biz, siano soggetti alla loro giurisdizione, essendo assegnati dall’ICANN e gestiti da Verisign, rispettivamente un ente privato americano ed una azienda americana.
Ma Richard di tutto questo non sa nulla, probabilmente non si è mai nemmeno posto realmente il problema della legittimità del suo sito, però nei rari casi nei quali qualcuno gli ha indicato che un certo link portava a materiale illecito, ha provveduto a rimuoverlo.
Comunque sia, Richard prende un nuovo dominio, tvshack.cc (dominio delle Cocos Islands), e riapre il sito. Fino al 29 novembre del 2010 quando viene fermato dagli agenti di ICE.
Ecco, sia chiaro, se davvero Richard controllava personalmente (non si sa esattamente che tipo di controllo effettuasse) i link prima di metterli nel suo sito, allora probabilmente sulla base delle leggi vigenti sia un UK che negli USA, si assumeva la responsabilità del link a materiale illecito. Parliamo di un favoreggiamento alla violazione del copyright, per capirci. Inoltre il sequestro del suo dominio avrebbe dovuto fargli intuire qualcosa, e se compra un nuovo dominio di un isolotto lontano ed esotico (il dominio .cc non è soggetto a giurisdizione USA), forse qualcosa lo aveva anche subodorato. Inutile ingannarsi sul punto.
Vero è che la materia è piuttosto controversa, negli USA il link è stato talvolta considerato tutelato dal primo emendamento sulla libertà di parola, ma in genere le violazioni del copyright scontano pene elevatissime. Nel Regno Unito, invece, le violazioni del copyright sono un reato previsto dal Copyright Designs and Patents Act del 1988, che prevede come pena massima sei mesi di reclusione oppure una multa fino a 5000 euro. Del resto l’Inghilterra ha rinunciato a procedere nei confronti di Richard (lì non vige l’obbligo).
Il punto focale della vicenda, però, è un altro. Richard è stato arrestato sulla base di una accusa dell’amministrazione americana: violazione penale dei diritti d’autore e cospirazione per commettere un’infrazione penale del diritto d’autore; pena complessiva prevista: fino a 10 anni di carcere!
Per Richard è stata chiesta e concessa l’estradizione sulla base delle norme vigenti nel Regno Unito dal 2003, le quali non prevedono altro che un ragionevole sospetto (“reasonable suspicion”) per poterla concedere. Ed il Ministro degli Interni inglese ha controfirmato per tale estradizione.
Richard non è un criminale scappato oltremare, è solo un cittadino inglese, che vive in Inghilterra, studia in Inghilterra, usa server non americani, e commette (semmai risulterà provato) un reato in Inghilterra. Per quale motivo non dovrebbe essere processato in Inghilterra? Perché deve essere estradato negli USA rischiando una pena notevolmente superiore a quella che gli potrebbero, se trovato colpevole, comminare in Inghilterra?
Richard sostiene l’assurdità di una situazione del genere: “non c’è alcun motivo per cui debba essere portato in America. Credo che stiano cercando di utilizzare il mio sito web come una sorta di cavia per provare a spaventare tutti gli altri siti web”.
La madre di Richard è diventata un’attivista online, chiedendo aiuto per suo figlio, e preparando petizioni e istanze per il Ministro degli Interni inglese. Teme che l’estradizione possa rovinare la vita a suo figlio, processato in un paese lontano, senza nessuno che possa seriamente dargli un aiuto.
E alcuni personaggi famosi si sono schierati dalla sua parte, compreso Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia, che ha abbracciato la causa di Richard, avviando egli stesso una petizione.
Wales crede all’innocenza di Richard, perché il sito non ospita contenuti illeciti, li linka solamente, e quindi, secondo Jimbo, dovrebbe essere trattato come una sorta di intermediario della comunicazione. Soprattutto Wales ne fa una questione di principio, una battaglia contro lo strapotere dell’industria dell’intrattenimento, la lobby del copyright, che a forza di soldi si sta comprando anche le leggi.
“Il copyright”, dice Wales, “è un’istituzione importante, utile per fini morali ed economici. Ma questo non significa che i diritti dovrebbero essere illimitati e permettere la limitazione della nostra libertà civile in nome del dio Hollywood”. Si tratta di una battaglia per difendere i diritti dei cittadini e non consentire che tutto sia subordinato ai meri interessi economici e privatistici dell’industria.
In questa battaglia le lobby hanno ottenuto molti punti a loro favore, fino a piegare le leggi per i loro interessi, ma negli ultimi tempi i cittadini si sono svegliati e hanno saputo contrastare lo strapotere dell’industria, bloccando le leggi SOPA e PIPA negli USA, e anche il trattato ACTA in Europa. Sono tutti episodi accomunabili tra loro in un unico disegno delle lobby, tutte battaglie della medesima guerra, la guerra di internet. Si tratta di una guerra nella quale le parti in causa non sono ancora bene definite, e gli schieramenti hanno ancora confini sfumati: da un lato l’industria dell’intrattenimento e i suoi interessi economici e dall’altra i cittadini e le loro libertà; da un lato le aziende del copyright e dall’altro le aziende tecnologiche del web; da un lato le aziende private americane che sfruttano le amministrazioni USA come braccio armato per imporre la loro visione economica della rete e dall’altro l’Europa che tende a tutelare maggiormente i diritti dei cittadini europei.
Richard O’Dwyer è un ragazzo inglese, che vive in Inghilterra e, forse, ha commesso un reato in Inghilterra. Ma Richard O’Dwyer sarà estradato e processato negli USA, perché così vogliono le multinazionali americane.
























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