Il vile agguatodi Enrico Deaglio, dedicato alla strage di via D’Amelio, narra “una storia di orrore e menzogna”. Lo fa per trasmetterci, a distanza di vent’anni, l’unica verità che probabilmente potremo conoscere: la condanna a non sapere.
La nostra condanna sarà quindi di assistere a una continua rivisitazione della verità; alla costruzione di fondali, scenari, universi sempre difformi per “spiegare” quello che successe; o per consolarcene. Non solo più per quello che riguarda il delitto, o chi vi assistette passivamente.
Se il destino di Paolo Borsellino è stato quello di essere ogni volta di nuovo ucciso dopo la sua morte, anche con scempio del cadavere, purtroppo c’è motivo di credere che continuerà a essere così.
Deaglio arriva a questa conclusione dopo aver studiato il primo processo, centrato su Vicenzo Scarantino, divenuto pentito nel ’94 e sconfessato completamente da Spatuzza nel 2009. Scarantino: un falso pentito costruito tra lusinghe e torture, su cui si sono ignorati segnali importanti che avrebbero scritto un altro processo. È il caso ad esempio della lettera di Ilda Bocassini e Roberto Sajeva, che già nel novembre ‘94 mettono in discussione ben venticinque dichiarazioni del pentito, manifestando “pesanti dubbi su come siano state raccolte e verbalizzate”.
Scorrendo la descrizione di questo “kolossal del falso” è facile pensare a un depistaggio pianificato fin nei dettagli, un groviglio difficile da dipanare anche perché uno dei principali attori, quell’Arnaldo La Barbera incaricato delle indagini sulla strage, è morto nel 2002 di tumore al cervello. Ma Deaglio, per cercare un senso complessivo, conduce l’analisi razionale fuori dal groviglio, ricorrendo a simboli: l’archetipo del Labirinto, prima di tutto, e poi opere che affrontano il tema dell’assurdo, come gli scritti di Kafka, 22/11/’63 di King o il film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. L’omicidio di Kennedy è più volte evocato, soprattutto per la teoria che vuole Lee Oswald unico esecutore. Qual è il nesso con la strage di via d’Amelio? Deaglio lo spiega con amarezza e disincanto, partendo dalla citazione di Il racconto di Oswald di Norman Mailer:
“Non è virtualmente credibile, a costo di dubitare del nostro raziocinio, che un piccolo uomo solitario abbia potuto stroncare un gigante nel mezzo della sua limousine, delle sue legioni, della sua corte e della sua sicurezza… Se una tale non-entità è riuscita a distruggere il capo della più importante nazione sulla Terra, allora vuol dire che siamo intrappolati in un mondo in cui le proporzioni non hanno più senso, e che viviamo in un universo assurdo” […].Con tutte le proporzioni cambiate, noi siamo stati portati a credere che il più importante magistrato italiano, l’uomo che avrebbe dovuto essere maggiormente protetto, sia stato ucciso in una strage organizzata da una non-entità – un niente mischiato col nulla, come dicono a Palermo – quale Vincenzo Scarantino.
Si resta sconvolti nel leggere la ricostruzione dei giorni che, dalla strage di Capaci, Borsellino ha vissuto con la consapevolezza del martire, avendo ricevuto in più occasioni l’avvertimento che “il tritolo è pronto”. Quei cinquantasette giorni, dal 23 maggio 1992 al 19 luglio, tracciano la storia di un uomo lasciato solo a combattere una cosa più grande di lui. Se la solitudine che uccide Borsellino ha mani mafiose, l’ombra appartiene a uno stato che non è riuscito o forse non ha voluto proteggere i proprio servitori. Prima ha ostacolato il lavoro e le indagini di quei giudici che volevano sconfiggere veramente il potere mafioso, poi ha mischiato le carte sul tavolo delle indagini. E quando si scrive “stato”, bisogna leggere “servizi”:
In realtà, più che i mafiosi stessi o i politici corrotti, sono gli onnipotenti servizi i protagonisti dell’ultima stagione di narrazione della mafia. Sono i depositari di una verità che, ovviamente, non si saprà mai, perché […] la baracca la tengono in piedi loro. I Servizi.
Che non sono deviati, o infedeli, o corrotti. Sono lo stato, la sua continuità, la sua memoria. Della mafia i servizi sanno tutto, naturalmente. Soprattutto quanto sia ingenuo o pericoloso pensare di distruggere questo patrimonio dello stato italiano, e i servizi che rende.
Lo stato che si conosce o si intravede nelle stragi del ’92, secondo i processi che si stanno svolgendo nelle aule di tribunale di tre procure delle Repubblica – Palermo, Caltanissetta, Firenze – è quello della “trattativa”: un concetto su cui il rischio di sbagliare o fare più mitologia che giornalismo è altissimo. Deaglio affronta il tema nel sesto e settimo capitolo, cercando di fissare i “fatti” e di vagliare le ipotesi esistenti a riguardo. Qua e là commette delle imprecisioni – ad esempio sull’ormai famosa intervista dei due giornalisti francesi a Borsellino
– ma nel complesso rivela quanto il libro sia necessario per sottrarre all’oblio “l’oscenità raggiunta dopo vent’anni nell’affaire Borsellino“.
Nulla è ancora definitivo in merito alla “trattativa”, anche se la sentenza del 12 marzo emessa dal tribunale di Firenze sancisce che una trattativa “indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des” (pag. 511 della sentenza). Ma le insidie, le complicazioni e le false credenze ormai sedimentate avvolgono i fatti in una nebbia in cui l’unica cosa che si intravede nitidamente, ormai, sono i resti dilaniati di chi lo stato lo ha servito davvero. E volendo recuperare qualcosa dalla nebbia, viene naturale scegliere le parole che Borsellino pronunciò a un mese di distanza dalla strage di Capaci, così commentate da Deaglio: “è raro trovare, nell’intera storia d’Italia, un discorso pubblico di questa drammaticità, mancanza di tutela e idealismo”.
Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che potremmo trarre (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia: accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità.Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo.
























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