Legge anticorruzione: ‘Ce lo chiede l’Europa’, ma la prescrizione non si tocca

Intanto vengono introdotti nuovi reati con pene bassissime e termini di prescrizione troppo ristretti. E l’incandidabilità alle cariche politiche per condanne definitive è, per ora, solo un annuncio.


Bruno Saetta
@valigiablu – riproduzione consigliata

Ce lo chiede l’Europa!”. Anche per il DDL anticorruzione, approvato alla Camera, è stata utilizzata la formula magica che scarica la responsabilità sull’Unione. E l’impressione è che anche questo Governo si sia limitato a recepire il minimo indispensabile delle richieste ormai imprescindibili formulate dall’Europa 13 anni fa. 

Infatti, i reati di traffico di influenze e di corruzione tra privati, probabilmente le uniche vere note positive del pacchetto, attendono di essere recepiti dal 1999, anno della Convenzione di Strasburgo, e dal 2003, anno della Convenzione di Merida. 

Poi abbiamo lo spacchettamento della concussione, che adesso punisce anche il privato nel caso di concussione per induzione, un tipo di reato che generalmente viene fuori o da intercettazioni oppure dalla denuncia del privato. Adesso il privato si dovrebbe autodenunciare! 

Infine, l’incandidabilità a cariche politiche, più che altro un annuncio visto che si tratta di una delega al Governo per emanare la norma. Inoltre appare strano che si preveda, per l’incandidabilità, una condanna definitiva. Perplessità varie nei volti degli studenti di giurisprudenza che erroneamente credevano che un condannato in via definitiva dovesse finire in galera! 

Invero ci sarebbe stato anche il reato di autoriciclaggio, invocato da ben due procuratori antimafia, e presente negli ordinamenti di moltissimi Stati, compreso Usa e Svizzera, ma di quello ancora nessuna traccia. Del resto siamo un paese che fatica ancora a capire cosa gli è successo nel ’92, mi sembra decisamente presto discutere di un reato chiesto dal Governatore della Banca d’Italia appena  nel 2008!  

Aleggia nell’aria la solita domanda inespressa. Che senso ha prevedere nuovi reati e l’incandidabilità, se poi gran parte dei processi a carico di parlamentari difficilmente giunge in porto, poiché i politici grazie all’immunità possono negare arresti, perquisizioni e intercettazioni? Già arrivare ad una sentenza di primo grado è come vincere al lotto. E semmai ci si arriva è facile che sia ormai scattata la famigerata prescrizione. 

Ecco: prescrizione! Viene da chiedersi se questa “assillante” Europa ci abbia mai chiesto qualcosa in materia di prescrizione. 

In verità è da  tempo che le massime cariche del sistema Giustizia ci avvertono che l’Italia è sotto osservazione per le storture determinate da una prescrizione troppo breve. Lo disse il primo presidente della Suprema Corte di Cassazione all’apertura dell’anno giudiziario: l’Europa chiede una prescrizione più lunga; ricordando l’urgenza di recepire con sollecitudine le indicazioni delle sentenze della Corte europea, che ha affrontato il tema della compatibilità della nostra disciplina della prescrizione con gli standard internazionali. 

Lo ribadì il vicepresidente del CSM, Vietti: “I reati che destano effettivo allarme sociale siano giudicati con sentenze di merito e non finiscano nell’oblio a causa di un meccanismo della prescrizione che premia l’imputato a scapito della pretesa punitiva dello stato e delle ragioni delle parti offese“. E ancora: “L’Unione Europea ha rimproverato l’Italia per la durata eccessiva dei processi di corruzione e per i termini troppo brevi di prescrizione che portano all’inevitabile estinzione di un reato così grave. Questo è frutto di un approccio alla prescrizione che guarda solo all’interesse dell’imputato, dimenticando che nel processo va garantita la pretesa punitiva dello Stato e il diritto delle parti offese”. La soluzione, dice Vietti, è “cambiare il regime della prescrizione”, perché così come è, “è solo un premio per chi perde troppo tempo”. 

In effetti vari organismi si sono occupati del nostro disastrato sistema giustizia. Nei rapporti (2008  e 2010) stilati dalla Commissione europea per l’efficienza della Giustizia (Cepej) si evidenzia una diminuzione costante delle risorse del sistema giustizia dell’Italia. Il Cepej rileva che, a fronte di un numero di magistrati più basso rispetto ad altri paesi, i nostri giudici hanno un numero maggiore di processi definiti. Quindi il problema italiano è per lo più strutturale, cioè risorse e leggi non consentono un rapido svolgimento dei processi. 

Il Greco (Group of States against Corruption), cioè l’organismo anticorruzione del Consiglio d’Europa, pubblica periodicamente un rapporto di valutazione in materia di corruzione.  Quello del 2009 non fu reso noto in Italia per un certo periodo di tempo, forse perché il giudizio era ben poco lusinghiero. Si parlava, infatti, di un paese dove “la corruzione è un fenomeno generalizzato che tocca la società italiana nel suo insieme”, e che tocca personaggi politici di primo piano, alti dirigenti e uomini d’affari. Il rapporto si soffermava proprio sulla prescrizione: “il gruppo di valutazione è profondamente preoccupato… che una inquietante proporzione delle inchieste sulla corruzione non arrivi a conclusione a causa della prescrizione”.

Infatti l’organismo europeo inviò al nostro paese una raccomandazione formale con la quale chiedeva di rimuovere gli ostacoli che portano alla prescrizione dei reati, in particolare quelli di corruzione. Il rapporto del 2011, a parte la positiva valutazione sulla dichiarazione di incostituzionalità del lodo Alfano, riserva il giudizio sulle attività poste in essere dall’Italia per risolvere le problematiche sollevate. 

Anche un rapporto dell’OCSE del dicembre 2011, ricordato sempre dal presidente della Suprema Corte, ha raccomandato all’Italia di realizzare un adeguato prolungamento dei termini di prescrizione. 

Infine, la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 29 marzo 2011, ricorso n. 47357/08 (Alikaj e altri contro Italia), pervenne a una dura condanna verso l’Italia, sancendo che se la prescrizione ha l’effetto di impedire la punizione dell’imputato (di omicidio nel caso specifico)  deve ritenersi una misura incompatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. 

Le vittime del reato hanno il diritto di vedere riconosciuta la colpevolezza dell’autore del reato, in un’ottica di prevenzione generale, cioè per evitare che i cittadini perdano fiducia nella capacità dello Stato di reprimere le violazioni delle norme. 

In diritto penale la prescrizione determina l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo, a seguito del quale viene meno l’interesse dello Stato a punire il reato, essendosi attenuato il disvalore sociale. Inoltre la pena a distanza di troppo tempo non avrebbe più una funzione rieducativa per il reo. Infine occorre anche evitare che la macchina giudiziaria impegni risorse per punire reati che non hanno più un disvalore sociale. Un ulteriore elemento da tenere presente è che a distanza di tempo risulterebbe più difficile per l’imputato recuperare fonti di prova a suo favore, quindi l’istituto risponde anche all’esigenza di garantire il diritto di difesa dell’imputato. 

Detti interessi vanno però contemperati dall’esigenza di tutelare altri interessi, come quello all’accertamento della verità (processuale) e quindi la certezza della pena, ma anche alla tutela delle parti lese, i danneggiati dal reato. L’errore di prospettiva è proprio quello di dimenticare che a ogni reato corrisponde non solo un autore ma anche una parte lesa, dove spesso la parte lesa è proprio lo Stato, ed un approccio al problema che non tenga conto del rispetto dovuto alla parte lesa, anch’essa cittadino italiano con pari diritti e dignità dell’imputato, è fondamentalmente miope. 

La situazione italiana appare decisamente anomala, anche guardando agli altri paesi europei. Ad esempio, in Francia il termine di prescrizione si interrompe a seguito di un qualsiasi di atto di indagine o di accusa. In Spagna la prescrizione si sospende quando inizia il processo, in Germania la sospensione si ha con la sentenza di primo grado, così  il processo una volta iniziato deve per forza concludersi con una sentenza di merito, e non con una per intervenuta prescrizione. 

È ovvio che tutti vorrebbero un processo che abbia una ragionevole durata, infatti l’eccessiva durata è anch’essa una violazione della Convenzione dei diritti dell’uomo, ma lasciare impuniti i colpevoli non è una soluzione, semmai è una ulteriore ingiustizia, di più: un costo per lo Stato non solo economico ma soprattutto sociale, che si paga in termini di fiducia nello Stato; una macchina che gira a vuoto e non produce nulla; un autore del reato impunito; una vittima senza giustizia. 

Ed è l’obiettivo della possibile (per non dire probabile) prescrizione a consigliare agli imputati di utilizzare tattiche dilatorie. Il codice di procedura penale attuale prevede riti che a fronte di una riduzione di pena si concludono in tempi brevi proprio perché l’imputato acconsente ad una definizione più celere del processo. Ma tali riti non sono mai davvero decollati proprio perché non ha alcun senso, nell’ottica dell’imputato, rinunciare alla possibilità di ottenere una pronuncia processuale di intervenuta prescrizione. Qualsiasi normativa che preveda un tetto temporale, specialmente se troppo breve, non farà altro che incentivare condotte puramente dilatorie da parte degli imputati, i quali avranno terreno tanto più fertile quanto più l’accertamento (il processo) è complesso, come accade per i processi di corruzione e quelli dei colletti bianchi. Ecco perché tutte le riforme del processo penale attuate fino ad oggi non hanno mai ottenuto l’effetto di accorciare i tempi del processo.

In Italia i processi che si prescrivono, lo ricorda il vicepresidente Vietti, sono circa 169.000 l’anno, tra i quali molti procedimenti per reati in materia di lavoro, quel lavoro che lo Stato dovrebbe tutelare. 

La prescrizione è sempre una sconfitta dello Stato, ed è per questo che molti invocano da tempo una riforma che preveda il congelamento della prescrizione con l’inizio del processo, il rinvio a giudizio, atto col quale lo Stato dichiara di avere interesse al perseguimento del reato, adeguandoci così agli altri paesi europei (tranne la Grecia). In tal modo quel processo dovrà comunque finire con una sentenza di merito, condanna od assoluzione, e l’imputato non avrà più alcun interesse a perseguire tattiche dilatorie, anzi, l’interesse sarebbe di ottenere una decisione in tempi brevi, casomai ricorrendo ai riti alternativi. 

Ma nonostante i vari richiami delle istituzioni europee, e gli inviti del presidente della Cassazione e del vicepresidente del CSM, discutere di riforma della prescrizione rimane ancora un argomento tabù. Addirittura nel ddl anticorruzione, che a ben vedere non è altro che un recepimento davvero fin troppo tardivo e limitato di richieste ormai fin troppo pressanti dell’Unione Europea, i nuovi reati vengono introdotti con pene davvero bassissime, e quindi con termini di prescrizione molto, troppo ristretti. Eppure, ce lo chiede l’Europa di riformare la prescrizione! 




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