Dante, Twitter e @matteorenzi

Leggo il titolo del libro del sindaco di Firenze, ‘Stil novo: la rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter’ e penso: è come se Nichi Vendola avesse scritto ‘Il Capitale: la rivoluzione comunista tra Marx e Caparezza’.


Leggo titolo e sottotitolo del libro di Matteo Renzi, Stil novo: la rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter e all’inizio sorrido. Penso: è come se Nichi Vendola avesse scritto Il Capitale: la rivoluzione comunista tra Marx e Caparezza. Sembra la scelta di strateghi del marketing svogliati: “Puntiamo ai giovani, mettiamo Twitter nel titolo”, “Renzi è sindaco di Firenze, mettiamoci qualcosa di fiorentino che piaccia a tutti…”, “La bistecca!”, “No, meglio Dante”.

Inizio la lettura, e pian piano capisco che il titolo rispecchia perfettamente Renzi, il suo modo di sentire, pensare ed esprimersi. Perché l’immaginario di Renzi catapulta qualunque concetto o cosa su una linea retta che passa per i punti A (giovanilismo) e B (toscanaccio) e da lì seleziona e combina in base al proprio gusto, e tanto basta. Ciò che scatta in Renzi di fronte all’oggetto è più importante dell’oggetto stesso, che si perde per strada. Dante? “Era un ganzo”. Perché? “Amava l’amore, amava la politica, amava le passioni forti”. Già: Dante preso e livellato a uso e consumo di milioni di persone, svuotato di ogni valore di partenza fino a essere indistinguibile. Et voilà, la banalizzazione è servita… Pure Foscolo l’era un ganzo, peccato non fosse toscano. E quel diavolaccio dell’Aretino? Pure a lui gli garbava l’amore (anche troppo)…

Abbiamo Dante e Twitter insieme perché Renzi si è accorto che “alcune terzine funzionerebbero benissimo nella logica dei centoquaranta caratteri”. Ha calcolato che “ahi, serva Italia, di dolore ostello / nave sanza nocchiere in gran tempesta / non donna di province ma bordello” sta in un tweet. La scoperta gli è piaciuta al punto che non si è posto due domande fondamentali: e quindi? (niente) È importante? (no). La Commedia non è qualche terzina memorabile, ma un poema in tre cantiche in cui Dante ha condensato, nei versi, un mondo che considerava a immagine e somiglianza di Dio, come poteva essere per un uomo del Medioevo. Dante non stava certo a contare il numero di caratteri per terzina, come farebbe oggi un utente di Twitter: seguiva ben altri criteri e necessità. Ma a Renzi non interessano analisi o sintesi, quando espone. Se gli garba un accostamento lo spiattella con la stessa schiettezza che usa nel parlare, commettendo così un errore di comunicazione madornale. Perché se nel parlare l’uso di espressioni colorite o battute fulminee risalta più degli argomenti, sulla pagina l’occhio coglie tutto ciò che all’orecchio sfugge. Perciò i tratti salienti del Renzi oratore – la frase secca che irrompe, la battuta di spirito che tronca la possibile replica – su carta si rivelano deboli tentativi di supportare argomenti esposti superficialmente. Chi legge acquista la certezza che quelle frasi secche e quelle battute di spirito sono le classiche toppe peggiori del buco. Scorrendo le pagine, è tutto un cozzare senza soluzione di continuità di concetti e stili. Espressioni informali che parlano alla pancia del lettore e cercano un contatto diretto (“e mi girano le scatole”, “parte la bambola”, “senza lilleri non si lallera”, “di buzzo buono”, “mi verrebbe voglia di prenderli a testate”) sono contraddette dal ricorso a parole straniere, o da soluzioni linguistiche poco sensate, specie se riferite a personaggi di altri secoli: i soprannomi e gli appellativi dei personaggi storici sono “nickname”, una scelta figlia del giovanilismo a tutti i costi; Brunelleschi è “un’archistar ante litteram”; Dante il “ganzo” “è come se spedisse all’inferno gli snob e i radical-chic”. Manca solo un Petrarca “democristianaccio”!

Ogni capitolo è dedicato a un personaggio storico di Firenze, e i titoli fanno capire subito dove si va a parare: “Farinata e la politica di oggi”, “Dante e il linguaggio della sinistra”, “Michelangelo e il servizio pubblico”, “Savonarola e la Casta”. La Firenze di allora come l’Italia di oggi: “il mio intento è capire […] se questa città, così unica nel panorama della storia mondiale può dirmi qualcosa sui nostri tempi”. La risposta è affermativa, e fonda il sogno politico di Renzi per gli elettori. Se Berlusconi, ispirandosi all’Italia degli anni Sessanta, proponeva “un nuovo miracolo italiano”, la narrazione di Renzi propone “un nuovo Rinascimento”. Berlusconi si presentava all’elettore dicendo “sono un imprenditore di successo, mi sono fatto da solo”; Renzi si presenta dicendo “sono sindaco di successo di Firenze, culla del Rinascimento”. E qui l’edificio, dalla dubbia solidità per via del cemento giovanilistico-toscaneggiante, mostra tutta la debolezza del progetto. Prendiamo ad esempio la cronologia in appendice al libro, che parte dal 59 a.C, anno di fondazione della città per mano di Giulio Cesare, e arriva al 2012, e vediamo che cosa Renzi celebra di sé:

Nel cinquecentenario della morte di Amerigo Vespucci un team italoamericano localizza la Battaglia di Anghiari, il capolavoro perduto di Leonardo da Vinci. Sono passati appena cinque secoli. Ce ne vorranno altrettanti per avere il permesso di restaurarla?

Renzi dà per certo il ritrovamento: nel capitolo “Savonarola e la Casta” si è ampiamente incensato per il colpaccio. Ma il ritrovamento è certo solo nella grandeur del sindaco, che liquida con fastidio i pareri contrari o i semplici dubbi avanzati da esperti del settore – sì, Renzi si sente più “Savonarola” che “Casta”. Notate l’eccessiva ironia dei superlativi che maschera (male) il successivo affondo:

… per arrivare a questo punto sono persino finito dai carabinieri, interrogato per via dell’esposto dell’associazione ambientalista Italia Nostra. Prima ancora che si iniziassero i test sulla parete, un appello di autorevolissimi, eminentissimi e capacissimi professori universitari (tutti rispettabili, per carità, ma alcuni sembrano più sòle che soloni, a giudicare dai risultati) già esprimeva il raccapriccio e la preoccupazione per i danni che la ricerca poteva fare.

I “custodi soporiferi”, che “si arrogano il diritto di difendere il passato con un’ostinazione tipica degli adepti di una setta più che dei funzionari di una pubblica comunità” in realtà, hanno fatto notare un dettaglio molto semplice e sensato: al di là di comunicati stampa e proclami, nessun campione o pubblicazione in merito è stato messo a disposizione della comunità scientifica per riscontri. Se avessero taciuto in pubblico, allora sì che avrebbero agito come “setta”.
Esiste poi il problema delle tecniche invasive, che potrebbero danneggiare il dipinto del Vasari dietro cui si celerebbe il Leonardo, e la probabilità che l’eventuale dipinto di Leonardo sia rovinato (qui un articolo dal sito di National Geographic Italia, che sponsorizza la ricerca ed è molto più prudente di Renzi). Persino il nuovo assessore alla cultura, Givoni, mette in dubbio l’operazione!

Quest’alternanza tragicomica tra passato e presente è il leit motiv del libro. Prima Renzi si gonfia il petto, celebrando gli illustri precedenti che hanno reso grande Firenze, poi inciampa nelle improbabili sparate a effetto, o nella banalità quotidiana. Inciampo dopo inciampo, emerge il sottotitolo reale del libro: Da Dante a Renzi, i tempi precipitano in peggio.

Marketing politico riuscito male? Di sicuro, oltre ai difetti evidenziati, c’è un problema di target. Stil novo è un libro scritto da Matteo Renzi che vuole piacere a Matteo Renzi, e che riesce nell’intento. E qui sta il problema: invece di scrivere con facile ironia “chissà cosa avrebbe pensato Machiavelli di uno come Scilipoti in Parlamento”, Renzi dovrebbe domandarsi che cosa l’autore de Il Principe avrebbe pensato di lui. È assai improbabile che lo avrebbe esortato a liberare l’Italia, come invece ha fatto con i Medici.

Autore
Maestrino saccente. @matteoplatone



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