In diretta dall’Egitto: quattro chiacchiere con Mahmoud

Diario di una rivoluzione: il racconto di Jasmine, mamma di due bambini, in piazza per la democrazia.


Jasmine Isam 
@valigiablu - riproduzione consigliata 
Jasmine Isam è nata a Roma da padre egiziano e madre italiana. Dal 1997 vive al Cairo con il marito archeologo col quale gestisce un’AGENZIA DI VIAGGI. Mamma di due bambini sostiene la Rivoluzione alla quale partecipa in piazza e attraverso un suo BLOG che stiamo ospitando.  
Quattro chiacchiere con Mahmoud

MAHMOUD ha 25 anni, è il penultimo di 7 figli e vive in un quartiere popolare di Helwan, al Sud del Cairo.
Conosco Mahmoud da molto tempo, da molto prima della Rivoluzione, l’ho conosciuto che era un ragazzino di appena 15 anni.
Frequenta l’ultimo anno della Facoltà di arte, parla inglese e studia polacco, usa internet e facebook e lavora, anzi lavorava, nel turismo. 

Non appartiene a nessun gruppo perché, come dice, ‘non ama parlare, preferisce agire’ ed i gruppi, a detta sua, parlano molto. 
Ha partecipato alla Rivoluzione sin dall’inizio, anche se il 25 ed il 26 gennaio 2011 aveva degli esami all’università e non si rendeva bene conto di ciò che stava accadendo.
Dal 28 gennaio, però, non ha più lasciato piazza Tahrir. 
Tornava a casa solo per dormire, per non far preoccupare troppo la madre, ed in quella Piazza, nei 18 giorni di Rivoluzione, sono morti due suoi compagni di università, più giovani di lui. Uccisi dalla polizia il 28 gennaio. 
Altri due compagni sono stati invece uccisi durante gli scontri a Mohammed Mahmoud, lo scorso novembre. Anche loro più giovani di lui. 
Se gli chiedo cosa pensa della Rivoluzione risponde che “i giovani egiziani di ogni livello sociale hanno combattuto e combattono. Le vecchie generazioni ed anche quelle di mezzo, poco più grandi di me, non ci hanno appoggiato inizialmente fino in fondo. Ora, che il peggio sembra essere passato, le idee sono cambiate e molti di loro cominciano a credere in quello che è stato fatto in questo paese”. 
E cosa è stato fatto? “Non abbiamo più paura, né di parlare, né di andare a votare. Non abbiamo paura della polizia e neanche di dimenticare un documento a casa. 
Economicamente stiamo peggio, i miei fratelli più grandi, sposati con figli, hanno perso il loro impiego ed io, che in estate lavoravo ad Hurghada, quest’anno sono rimasto a casa. Ma sappiamo tutti che è una questione di tempo e che l’Egitto si alzerà più forte di prima. Non credo che coglierò tutti i frutti di questa Rivoluzione ma per i miei figli ho speranza”.
Attualmente Mahmoud studia solamente, non lavora perché come spiega “dopo la caduta di Moubarak ho continuato a lavorare in un bazaar vicino le Piramidi ed il proprietario, che non appoggia la Rivoluzione, ha continuato a toglierci soldi dalla paga giornaliera ogni qualvolta che sapeva che qualcuno di noi era stato alle manifestazioni della piazza. Ora non lavoro più lì, non per scelta, ma perché non ci sono più turisti”.
I militari gli piacciono, “sono parte del Popolo, e purtroppo devono eseguire degli ordini. La giunta militare è, invece, il vero ed unico problema. Nessuno di noi la vuole, ci ha tradito e guarda solo i propri interessi”. 
Nei giorni più caldi, post rivoluzione, ha continuato a partecipare alle manifestazioni e durante gli scontri ed i lanci di gas lacrimogeni era in piazza “di nascosto dalla mia famiglia. Mi hanno però scoperto quando sono stato caricato su un’ambulanza e sono tornato a casa con il viso bianco per i liquidi che ci mettevano in faccia come protezione dai gas. In quei giorni ho sentito una forte rabbia nei confronti della Giunta Militare. Ci hanno trattato come nemici, invece che come egiziani”. 
Del risultato delle elezioni Mahmoud è contento: “Non ho votato i Fratelli Musulmani e neanche i Salafiti del partito “Nour”. Ho dato il mio voto al Partito dei Ragazzi del 25 gennaio, anche se ad oggi non li seguo più come prima. Sono cambiati ed interessati ad apparire invece che a seguire la gente. Mi aspettavo che vincessero i Fratelli Musulmani. Nel nostro quartiere li hanno votati quasi tutti, anche i cristiani. Li conosciamo, sono come noi e come noi del Popolo hanno sofferto durante il vecchio regime”. 
Mahmoud è un ragazzo qualunque, che studia, esce, frequenta i giovani della sua età scontrandosi con la dura realtà della precarietà sociale ed economica.
Ma come dice “ora abbiamo scelto noi, sapevamo che con la Rivoluzione sarebbero arrivati i problemi economici. Prima, invece, per tantissimi di noi la povertà era stata un imposizione”.



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