Ci troviamo d’accordo con Minzolini, e siamo i primi a stupircene, quando a proposito di sue eventuali dimissioni che il Cda Rai sarebbe in procinto di chiedere,
dichiara:
«Nessuno mi ha messo al corrente. Se fosse vero potrei definirla una porcata. […] Il vero problema è che dovevano trasferirmi, ed è saltata fuori questa storia totalmente strumentale. Il colpevole ce l’avevano già, mancava l’accusa».
Se, infatti, domani il Cda chiederà e otterrà le dimissioni di Minzolini a causa del rinvio a giudizio per l’accusa di peculato, queste dimissioni rappresenteranno una sconfitta per l’informazione italiana. Saranno inoltre l’ennesimo esempio di una classe dirigente pilatesca che in questo caso si nasconde dietro il rinvio a giudizio per compiere una scelta che andava affrontata sul piano dell’informazione già ai tempi del caso Mills, della prescrizione spacciata per assoluzione.
Minzolini è stato un pessimo direttore di telegiornale (il peggiore di sempre, secondo
Aldo Grasso). Pessimo dal punto di vista culturale, per la «
mutazione antropologica» cui ha sottoposto quello che era il principale tg italiano per ascolti e storia, facendone precipitare ascolti e
credibilità. Un danno per l’azienda e per l’erario pubblico cui il direttore ha opposto giustificazioni che quasi sempre sono suonate come un assurdo sberleffo. Chi non ricorda quando diede la colpa ai Simpson per il
calo di ascolti?
Ma Minzolini è stato un pessimo direttore di telegiornale anche e soprattutto sul piano professionale. Un giornalista è un essere umano, può commettere errori: criticarlo pretendendo perfezione assoluta sarebbe insensato. Ma il discrimine, in caso di errori, è tra buona o cattiva fede. Il discrimine è tra ignorare o no l’obbligo di rettifica che secondo la carta dei doveri sussiste sia quando la rettifica è richiesta sia quando il giornalista si accorge di aver commesso un errore. Noi di Valigia Blu abbiamo raccolto 200 mila firme per chiedere una rettifica sul caso Mills: il direttore le ha ignorate una a una, ha detto a ognuna di quelle persone «voi questo diritto non lo avete, è in mio potere non riconoscervelo». E a distanza di tempo, spiace dirlo, anche lo stesso Cda le ha ignorate: essendo da allora Minzolini rimasto al suo posto, evidentemente gli è stato permesso di farlo. Questa è una verità che non va taciuta. Come naturalmente non vanno taciute, ma anzi ricordate, le numerose prove di pessimo giornalismo e cattiva fede offerte dal direttore e pagate da noi cittadini. Ne abbiamo documentato un caso in questo articolo, che smonta le bugie raccontate durante un’intervista rilasciata ad Antonello Piroso per il programma Niente di Personale.
Ricordo infine che nel maggio di quest’anno i montatori della redazione milanese del tg1 hanno ritirato la firma dei servizi per protestare contro la linea editoriale. Una decisione che chiama in causa altri episodi rivelatori di come la direzione di Minzolini abbia costituito un problema a lungo sottovalutato o sminuito anche all’interno della stessa redazione: penso a Maria Luisa Busi e alla sua scelta di non condurre più l’edizione delle 20, e le epurazioni di volti di primo piano come Tiziana Ferrario, Piero Damosso e Paolo Di Giannantonio. Penso alla lettera del
Cdr dopo l’ennesimo editoriale in cui Minzolini ha confuso il principio secondo cui le opinioni vanno separate dai fatti, e non sostituite a essi. Perché il danno principale prodotto dal tg1 di questi anni è forse questo: aver degradato il racconto dei fatti, che è il cuore del giornalismo, all’espressione di opinioni, confondendo libertà di parola con facoltà di dire quello che si vuole, a prescindere dalla realtà; e quando ciò che si vuole dire è costantemente svincolato al racconto dei fatti e subordinato all’appartenenza politica, si ha pura propaganda.
Di fronte a tutto ciò, nascono inevitabili domande: davvero il Cda Rai aveva bisogno di un rinvio a giudizio, per vedere che Minzolini non è mai stato adatto a condurre il tg1? Dal momento che Minzolini ha restituito la somma contestatagli, perché già allora il Cda non ha chiesto le dimissioni, visto che la restituzione implicitamente ammette l’errore commesso? Che senso ha, per l’azienda, trasferire ad altro incarico un giornalista contro cui la stessa azienda si costituirà
parte civile?
Già, perché c’è anche questo. Se sarà confermata la voce secondo cui alle dimissioni seguirà un incarico come inviato all’estero, allora la decisione pilatesca del Cda assumerà i contorni del pasticciaccio brutto. Perché è uno schiaffo in faccia al diritto di essere informati, e al dovere del giornalismo di informare, concretizzare l’idea che, con un rinvio a giudizio, sia sconveniente stare sulla poltrona da direttore, ma si possa invece stare in collegamento da Parigi o New York.
P.s. Per il sostituto si fanno già ipotesi, ovviamente manco vengono presi in considerazione nomi di giornaliste (vabbe’), ma sarebbe auspicabile una persona fuori dai giochi e dalle logiche di partito. Il nostro vecchio slogan è quanto mai attuale: “Fuori i partiti dalla Rai” (arianna)
Matteo Pascoletti
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