I cittadini digitali creano una mappa contro la censura e i brogli di Putin

[Tempo di lettura stimato: 2 minuti]

Le elezioni per il parlamento russo dello scorso 4 dicembre,
talmente infarcite di brogli da farne ipotizzare l'annullamento anche dall'ex
presidente Mikhail
Gorbaciov
e costringere il presidente Medvedev a
(fingere di) indagare
, hanno mostrato tutto l'armamentario della
repressione del dissenso da parte del regime dello 'Zar', Vladimir Putin.

Da un lato, la polizia a vietare manifestazioni di protesta
per le strade e nelle piazze. Gli arresti (come quello del blogger Alexei
Navalny, condannato a 15 giorni di reclusione - ma i detenuti si contano a
centinaia, secondo Index
of Censorship
) per chi osi sfidare il divieto. E la propaganda sugli organi
di stampa statali, ben attenti a non lasciarsi sfuggire nemmeno un fotogramma
degli scarni assembramenti pro-Putin, e altrettanto smemorata nei riguardi dei
divieti liberticidi imposti ai detrattori. Dall'altro, una eguale repressione
della libera espressione in Rete. Forum regionali di discussione politica
chiusi d'imperio dalle autorità o indotti all'autocensura dal clima
intimidatorio, di terrore che si respira nel Paese (lo racconta con precisione Owni.eu). Disinformazione online. E attacchi Ddos ('distributed denial-of-service'), che
comportano la temporanea inaccessibilità ai siti bersaglio, scagliati da
criminali informatici al soldo del regime alle homepage degli organi di stampa
critici con Russia Unita. È accaduto per esempio alla stazione radio Ekho
Moskvy, alla piattaforma di blogging LiveJournal e al Moscow Echo.

Tutto questo dispiegamento di strategie anti-democratiche
non è bastato per evitare una considerevole perdita di consensi al partito
dello 'Zar'. E in rete, più che parlare come già per la primavera araba di
«Facebook revolution» (lo documenta Deutsche Welle),
migliaia di utenti hanno pensato fosse più utile fornire un resoconto il più
possibile quantitativo dei brogli e delle altre irregolarità commesse durante
lo scrutinio. A renderlo possibile è stata una mappa delle violazioni elettorali in
'crowdsourcing'
, cioè alimentata dai contenuti dei cittadini digitali
russi, creata dall'organizzazione indipendente di monitoraggio del voto Golos e
dal sito di informazione Gazeta.ru. Un successo, se si pensa che l'iniziativa
ha raccolto oltre 7.200 post, tra cui dati precisamente geolocalizzati su 752
episodi di corruzione degli elettori, 1.664 casi di pressioni delle autorità
sui votanti e oltre 500 esempi di violazioni dei diritti dei candidati e delle
regole elettorali da parte dei media.

Troppo successo, evidentemente, dato che Gazeta.ru ha
repentinamente cambiato idea e deciso di togliere dal proprio sito il banner
promozionale della mappa. Una scelta, ufficialmente motivata con improbabili
ragioni commerciali, che ha condotto alle dimissioni del vicedirettore della
testata. E che, come racconta in un post sul
suo blog
il ricercatore di Harvard e direttore del progetto di Crisis
Mappinng di Ushahidi, Patrick Meier, si è tradotta nell'ennesimo esempio di «effetto Streisand»:
cercando di impedire che se ne parlasse, le autorità hanno finito per
moltiplicare l'attenzione sulla mappa dei brogli. Anche in questo caso,
tuttavia, il regime ha usato a fondo le armi della repressione digitale. Prima
mandando offline la mappa ospitata sul sito di Golos a suon di attacchi
informatici. Poi diffondendo un video di disinformazione che mira a
identificare i punti sulla mappa come una «malattia sul territorio russo». E,
soprattutto, che costituisce un vero e proprio manuale di istruzioni «su come
inserire informazioni false su una piattaforma in crowdsourcing», scrive Meier.
Una tecnica particolarmente odiosa, perché se applicata in massa finisce per
svuotare progetti come la mappa dei brogli di ogni contenuto informativo. E per
delegittimarli. Ma anche una prova, argomenta il ricercatore della LSE, Gregory Asmolov,
dell'impatto del progetto e, più in generale, dell'importanza della rete come
strumento di verità e controllo del potere. Quando e finché è in grado di
difendersi dalla spazzatura, dalle minacce e dagli attacchi dei regimi.   

Fabio Chiusi
@valigiablu
- riproduzione consigliata

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Sai riconoscere una notizia falsa? Cosa possono insegnare i giornalisti ai più giovani

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

Diverse redazioni sparse per il mondo stanno sperimentando nuovi modi per insegnare al pubblico più giovane come leggere le notizie con spirito critico e come valutarne la credibilità. Un articolo pubblicato sul sito della World Association of Newspapers and News Publishers (WAN-IFRA) raccoglie alcuni dei progetti di alfabetizzazione mediatica più recenti in questo ambito.

Crinkling News, settimanale australiano di informazione per bambini, ha organizzato un evento per i lettori tra i 10 e 15 anni dedicato all’alfabetizzazione mediatica, durante il quale giornalisti della rivista, esperti di social media e accademici hanno lavorato assieme ai giovani con l’obiettivo di scoprire e raccogliere una serie di trucchi e strumenti che permettano loro di riconoscere e smascherare le notizie false, la disinformazione, l’informazione faziosa e i contenuti sponsorizzati.

La Singapore University of Technology and Design (SUTD) ha organizzato Hackathon, un evento nato con lo scopo di mettere alla prova la creatività degli studenti di ingegneria e design, e sfidarli a creare uno strumento tecnologico usando tecniche di gamification. Gli organizzatori stessi avevano dei dubbi riguardo all’approccio. “Quando stavamo organizzando l’hackaton non eravamo totalmente certi di come gli studenti, che oggi vivono in un mondo così connesso e saturo di informazioni, percepissero il problema delle notizie false”, ha riferito un professore di media e comunicazione dell’università. “Ci hanno sorpreso per la quantità di diverse prospettive multidisciplinari che hanno presentato per spiegare il problema e per la diversità e creatività delle soluzioni che hanno proposto”, ha riferito il docente ella SUTD. Il progetto considerato più interessante è quello presentato da un team di studenti del primo anno che hanno proposto una soluzione che permetteva ai lettori di collaborare nel processo di fact-checking delle notizie online.

The Straits Times ha prodotto qualche mese fa uno speciale in tre parti per il suo settimanale scolastico Little Red Dot. Con un linguaggio chiaro e semplice il magazine ha riunito alcuni esempi di notizie false che hanno avuto una particolare risonanza, invitando i lettori a fare un quiz per scoprire la propria capacità di distinguere le notizie vere da quelle false.

La Media Literacy Week, negli Stati Uniti e in Canada, ha ospitato una serie di progetti presentati dai media, diffusi su Twitter usando l’esclusiva emoji creata dalla National Association for Media Literacy Education.

News-o-matic, la app di notizie per bambini in Francia e negli Stati Uniti (iOS e Android), sta pubblicando una rubrica indirizzata a ragazzi di differenti fasce d’età che copre diversi aspetti dell’alfabetizzazione mediatica e dà loro gli strumenti per crescere come consumatori attivi e critici delle notizie.

Il New York Times Learning Network ha preparato un percorso che invita gli adolescenti a riflettere sulla loro relazione con le notizie e a creare “diete informative personalizzate”. L’iniziativa include un guida che accompagna i giovani lettori in questa sfida.

The Newseum, il museo interattivo dedicato al Primo emendamento americano, che gode del sostegno di molti editori di notizie, ha celebrato la sua Media Literacy Week con una serie di workshop giornalieri, realizzati in collaborazione con Facebook e dedicati ai gruppi scolastici, e con la presentazione di un nuovo poster-infografica per aiutare gli studenti a capire il loro duplice ruolo di consumatori e creatori/diffusori di informazioni.

La Media and Information Literacy (MIL) Week dell’UNESCO, a fine ottobre, ha coinvolto 250 ragazzi da 10 paesi diversi che hanno partecipato a un workshop in Jamaica durante il quale hanno firmato un manifesto sull’importanza di leggere con attenzione una notizie prima di diffonderla.

Con una serie di report gratuiti e un ampio database (commissionati dall’American Press Institute), WAN-IFRA suggerisce più di 100 modi in cui le redazioni giornalistiche possono contribuire in maniera cruciale a insegnare ai giovani come utilizzare le notizie in maniera responsabile.

(Foto via Crinkling News)

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Un anno di f**e news: il lavoro di Valigia Blu sul caos informativo

[Tempo di lettura stimato: 1 minuto]

Le cose sono molto più complicate di quello che possono sembrare, a partire dalla stessa definizione di 'fake news'. Un anno fa quando è apparso per la prima volta nel dibattito politico-mediatico (subito dopo la vittoria di Trump), il termine stava ad indicare una ben precisa forma di disinformazione: notizie false al 100%, nate con l'obiettivo di ingannare e con l'intento di macinare traffico online e quindi soldi derivanti dalla pubblicità o per colpire l'avversario politico.

Da allora quel termine si è svuotato, man mano che veniva usato per indicare contenuti di propaganda politica, o esempi di cattivo giornalismo, o, come fa continuamente Trump, per attaccare i media mainstream (non sempre a torto), perché a loro volta produttori e diffusori di notizie false o distorte. Finendo così anche per essere un'arma nelle mani dei politici per attaccare il giornalismo indipendente. Il termine inoltre non rende bene la complessità in cui la nostra vita digitale (informativa) è immersa ogni giorno. Ne parlammo già a suo tempo nel post dal titolo emblematico: "Facile dire fake news. Guida alla disinformazione". Notizie palesemente false, notizie vere ma che contengono pezzi di informazioni false, notizie distorte, retroscena politici, virgolettati spesso smentiti, meme satirici, foto vere ma con attribuzioni false o significati falsati, bufale... L'inquinamento dell'ecosistema informativo ha mille volti che dipendono anche dalle diverse intenzioni con cui quella tipologia di informazione viene immessa nell'ambiente. Il tutto poi avviene in un clima di sostanziale sfiducia verso i media mainstream e le istituzioni in generale.

L'appello di Claire Wardle a capo di First Draft Media, che con Hossein Derakhshan ha firmato un paper per il Consiglio d'Europa, è di smettere di usare l'espressione "fake news" e cominciare ad usare l'espressione "information disorder", che potremmo rendere in italiano come "caos informativo". Una sintesi del rapporto è stata pubblicata su Scienza In Rete, a firma di Cristina Da Rold.

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Polarizzazione, bolle ideologiche e quei miti da sfatare sull’informazione digitale
10 dicembre 2017

Facile dire 'fake news'. Guida alla disinformazione
22 febbraio 2017

'Fake news', propaganda, cattivo giornalismo, mancanza di fiducia nei media. In questo contesto abbiamo analizzato le soluzioni emerse dal dibattito nazionale e internazionale: dalle proposte legislative al maggior controllo dei contenuti da parte delle piattaforme, passando per l'alfabetizzazione mediatica e digitale.

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Sai riconoscere una notizia falsa? Cosa possono insegnare i giornalisti ai più giovani
11 dicembre 2017

Perché le soluzioni al problema ‘fake news’ sono a loro volta un problema
17 novembre 2017

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1 novembre 2017

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10 giugno 2017

Consigli per combattere le ‘fake news’ da chi fa questo per lavoro
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‘Fake news’, algoritmi, Facebook e noi
18 maggio 2017

'Fake news', camere dell’eco e filtri bolla: sottovalutati e sopravvalutati
10 maggio 2017

L’allarme 'fake news' sui risultati delle elezioni e il racconto falsato dei media
25 aprile 2017

I consigli di Facebook sulle 'fake news': perché sono inutili e dannosi
21 aprile 2017

'Fake news', disinformazione, cattivo giornalismo. Imparare a informarsi sin da piccoli
29 marzo 2017

La legge contro le 'fake news': un misto di ignoranza e voglia di censura
16 febbraio 2017

L’odio in politica e la sfiducia nei media fanno più paura delle 'fake news'
18 gennaio 2017

Perché dobbiamo insegnare ai bambini come stare online
17 gennaio 2017

Censurare l’odio e le notizie false non salverà la democrazia
28 dicembre 2016

Le notizie false, Facebook e i media
17 novembre 2016

Trump ha vinto grazie a Facebook? Ma LOL
14 novembre 2016

Il dibattito a partire dalle 'fake news' ha fatto emergere una questione ben più complessa che è quella della disinformazione e della propaganda online. Benvenuti nell'era della cyberguerra.

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La cyber-guerra fredda, i russi e la propaganda occidentale
1 dicembre 2017

Se le democrazie sono in pericolo non è certo colpa dei russi o dei social network
9 novembre 2017

Elezioni americane e social network: cosa ci insegna la storia dei troll russi
6 novembre 2017

Alcuni casi di disinformazione ad opera dei media mainstream che danno la misura di quanto sia riduttivo parlare di fake news come problema legato all'era dei social media.

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Ancora un annuncio mascherato da ‘notizia’? Tutti i dubbi sull’azienda che cerca 70 dipendenti e nessuno risponde
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La rete di disinformazione, NYT, BuzzFeed, Renzi, la propaganda e il caos informativo
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Polarizzazione, bolle ideologiche e quei miti da sfatare sull’informazione digitale

[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

Nell’ottica di un dibattito costruttivo sul fenomeno delle "fake news", delle quali già abbiamo discusso in altri articoli (si veda elenco in fondo), ci sembra utile approfondire alcune questioni.

Innanzitutto occorre premettere, come già evidenziato altrove che il problema non sembra affatto quello delle “fake news”, fenomeno che appare artificialmente “gonfiato” anche a fini politici, quanto piuttosto un problema di approccio alle informazioni, e quindi di disinformazione o meglio di information disorder, secondo una definizione proposta da Claire Wardle e Hossein Derakhshan in un rapporto pubblicato dal Consiglio d'Europa (Information Disorder Toward an interdisciplinary framework for research and policymaking).

Infatti, la nostra società è ampiamente caratterizzata da debolezze cognitive molto estese, da una generale tendenza ad accedere e diffondere informazioni in assenza di una corretta valutazione critica, dalla refrattarietà all’approfondimento e da una crescente sindrome del deficit dell’attenzione. Si tratta di problemi messi sul tavolo da tempo, che però, nel mentre vengono imputati solitamente al “mezzo” Internet, come se ne fossero una specifica conseguenza (e per confutare questo basta leggere le fondamentali parole di danah boyd, It’s complicated), in realtà sono problemi della società nella sua interezza e quindi di tutti i mezzi di comunicazione. Basti ricordare il famoso caso della percezione dei reati durante il governo del 2006-2007, che aumentava a causa della campagna orchestrata dalle televisioni del politico concorrente, mentre pacificamente i reati erano diminuiti.

Uno dei media principali, che tutt’oggi risulta il mezzo attraverso il quale i cittadini recuperano informazioni (specialmente quelli meno giovani), cioè la televisione, favorisce l’accettazione passiva di un’informazione in maniera molto più forte rispetto alla rete Internet, laddove quest’ultima richiede necessariamente una interazione e quindi un comportamento attivo che si concilia con maggiore difficoltà con una accettazione acritica dei contenuti.

Post-scarsità e sfiducia nell’informazione

La differenza non sta tanto, quindi, nelle caratteristiche del mezzo Internet, che, come sostiene qualcuno, favorirebbero la proliferazione e diffusione di “disinformazione”, quanto piuttosto nel fatto che i vecchi media sono presidiati e ad accesso controllato (da cui obblighi di responsabilità editoriale). Cioè, solo pochi “eletti” possono andare in televisione e scrivere sui giornali, laddove, invece, Internet ha ampliato in maniera globale la platea (almeno potenziale) di chiunque, fosse anche il singolo cittadino, che almeno in teoria può esprimere il proprio pensiero più o meno liberamente.

In breve, l’imbuto che caratterizza i vecchi media è stato cancellato dalla tecnologia digitale, che ha avviato un processo di democratizzazione della libertà di espressione (pur con alcuni limiti), sia nella sua accezione attiva (possibilità di esprimere la propria opinione e fare informazione), sia nell'accezione passiva (diritto a ricevere informazioni). Internet, in buona sostanza, ha rimodellato l’intero ambiente informativo (ma non solo, basti pensare al copyright) cancellando una caratteristica fondamentale della società pre-digitale: la scarsità delle informazioni. L'informazione digitale ha trasformato del tutto la nostra capacità di raggiungere un vasto pubblico senza sborsare tanti soldi, chiunque può raggiungere il resto del mondo con una connessione Internet, basta solo dire qualcosa che altri hanno voglia di ascoltare.

Ma la diffusione delle tecnologie digitali cade in un periodo storico particolare caratterizzato da una diffusa e crescente sfiducia verso la politica e l’informazione professionale. Sfiducia che non è dovuta alla rete Internet (e alle "fake news") quanto piuttosto è l’evidente conseguenza della scoperta della commistioni tra la politica e l’informazione e il progressivo disinteresse della politica ai problemi concreti dei cittadini. L’esistenza della rete ha certamente amplificato il problema (un problema dell’informazione però), perché, appunto, consente a tanti di incrociare fatti e fonti e di far emergere (e conseguentemente diffondere) le falsità e le ipocrisie dell’informazione tradizionale, asservita alla politica e agli interessi economici dominanti, e costretta ad assecondarli a tutti i costi. Anche a costo di pubblicare essa stessa "fake news".

In un contesto del genere è, poi, difficile meravigliarsi della proliferazione di notizie in contrasto con le “verità” ufficiali della politica diffuse dagli editori, che per lo più sono politici o vicini a politici (nazionali o locali). La chiusura a riccio della politica, complice l’informazione tradizionale, è l’ovvia conseguenza di uno stato di cose del genere, che per necessità di sopravvivenza deve alimentare la paura delle nuove tecnologie e invocare regolamentazioni speciali che ricreino nell’ecosistema digitale le stesse regole, anzi regole molto più stringenti, per riportare lo stato delle cose al periodo pre-digitale, cioè per ricreare una scarsità, indotta ed artificiale, delle informazioni.

I problemi evidenziati

In questo quadro confuso, molti problemi sono stati additati come specifici dell’ambiente digitale (e in special modo dei social network), come se Internet fosse un mondo a sé e non lo specchio della società. Il “mezzo” Internet viene, quindi, demonizzato a prescindere.

Si sostiene, infatti, che le "fake news" sarebbero un fenomeno tipico della rete, dovuto alle narrazioni autoreferenziali che si diffondono e consolidano esclusivamente sul web, alimentando un rischio di isolamento delle persone in echo chambers (camere dell’eco), all’interno delle quali penetrano solo le idee e le opinioni conformi e non quelle divergenti, così amplificando una segregazione ideologica. Tale polarizzazione – additata come specifica della rete digitale – porrebbe in pericolo la democrazia al punto da rendere necessario un intervento statale a contrasto delle "fake news".

I social media profilano i cittadini

Una caratteristica dell’ambiente digitale è la possibilità di profilare gli utenti al fini di raccogliere informazioni sui comportamenti online per valutare determinati aspetti della persona al fine di analizzare e prevedere le preferenze personali. Il tutto con lo scopo di indirizzare pubblicità mirate, e quindi più efficaci.

Questa attività di profilazione è sicuramente estremamente invasiva e se da un lato favorisce le aziende che possono mirare meglio le risorse pubblicitarie, con evidenti vantaggi per l’economia, ovviamente può portare ad abusi verso gli utenti. La price discrimination è un fenomeno noto e consiste nella presentazione di offerte commerciali differenti a seconda della categorie delle persone. Ad esempio, premi assicurativi più alti per persone con comportamenti a rischio o con specifiche patologie. Ciò può portare a forme di diseguaglianza sociale o discriminazione verso le minoranze.

Gli abusi, però, possono venire anche dai governi stessi che, utilizzando la profilazione (o più esattamente, usando le aziende che operano profilazioni), tendono a ricercare schemi nel comportamento delle persone, tipici di delinquenti, così cercando di prevedere e prevenire la possibilità che un soggetto commetta atti criminali (pre-crimine).

L’ansia legata alla profilazione è dovuta all’idea che le aziende del web raccolgono dati sulle simpatie, antipatie e interessi degli individui, in maniera tale che “sanno su di noi più di noi stessi e dei nostri amici”.

Tuttavia, la raccolta di informazioni a fini commerciali non nasce affatto con Internet. Un tempo l’iscrizione al club del libro, e i conseguenti acquisti, gli ordini su cataloghi, le vendite per corrispondenza, erano l’equivalente della profilazione, con le informazioni che venivano cedute da azienda ad azienda. Sicuramente il processo era più farraginoso e meno preciso, ma in compenso le piattaforme del web oggi danno la possibilità di smettere di vedere gli annunci che non ci piacciono e, entro certi limiti, anche di impedire la nostra profilazione. La normativa in materia di protezione dei dati personali è molto avanzata e consente una tutela molto più estesa di un tempo. Ovviamente spetta ai governi analizzare costantemente la situazione e aggiornare le norme in modo che i cittadini siano sempre tutelati.

In tale quadro occorre, però, precisare che la gestione dei dati da parte delle aziende non è tesa tanto a raccogliere informazioni sul singolo individuo, quanto a categorizzarlo per l’invio della pubblicità. Nel senso che gran parte delle informazioni sono trattate per gruppi omogenei e pseudo-anonimizzate (cosa che non accadeva con le aziende in epoca pre-digitale), in modo da non poter individuare fisicamente la persona a cui afferiscono. Quello che interessa alle aziende, infatti, è poter inviare pubblicità alla persona individuata da identificatori e per categorie, non certo sapere cosa fa ogni giorno Tizio o Caio.

A differenza delle aziende, invece, sono i governi che hanno tutto l’interesse a identificare nominativamente le persone, appunto per analizzare i loro comportamenti al fine di prevedere se il singolo può commettere atti criminali.

I social media chiudono i cittadini in una bolla polarizzante

Altro aspetto che si evidenzia è la realizzazione di bolle filtro nel web all’interno delle quali i cittadini verrebbero rinchiusi.

Anche questo aspetto è una diretta conseguenza della profilazione. Il fatto che i social e le piattaforme del web raccolgano così tanti dati sui cittadini, “da saperne più di loro stessi”, comporta che nel caso delle news le piattaforme preferiscano fornire agli utenti solo quelle notizie che ritengono conformi al suo modo di pensare. I lettori sui social sono “pilotati” nella lettura delle notizie non solo da ciò che gli algoritmi hanno deciso di selezionare, ma anche da ciò che amici e contatti hanno letto e condiviso.

I social media farebbero male, quindi, perché porterebbero gli individui a fossilizzarsi sulle proprie opinioni, a rafforzarle, e in tal modo fomentando scontri contro persone che la pensano diversamente (cioè chiuse in bolle ideologiche contrarie).

Gli argomenti sulle bolle filtro e la polarizzazione nel web sono in realtà per lo più risalenti a studi di parecchi anni fa, quando Internet era appena agli inizi e ancora non se ne comprendeva l’impatto sulla società (in realtà anche oggi ne abbiamo una comprensione piuttosto limitata). Generalmente si citano gli studi di Cass Sunstein, tra i primi ad aver evidenziato il problema, dimenticando però di far notare che lo stesso Sunstein ha rivisto in parte le sue posizioni in un nuovo libro del 2017. Già da un punto di vista logico vi sono, comunque, dubbi su queste argomentazioni. Se dialoghi online solo con persone che la pensano come te, è piuttosto difficile che tu abbia così tante occasioni di scontro con altri che la pensano diversamente. Quindi delle due l’una, o sei chiuso nella tua echo chamber senza occasioni di scontro, oppure ti scontri con altri che la pensano diversamente, così comunque rimanendo esposto a opinioni differenti.

In tale prospettiva, ad esempio, è interessante uno studio del 2016, di Seth Flaxman, Sharad Goel e Justin M. Rao, dal titolo Filter Bubbles, Echo Chambers, and Online News Consumption. Gli autori affrontano il problema esaminando le cronologie di navigazione di utenti, e giungono a risultati che in un certo qual modo potremmo definire banali, ma comunque illuminanti.

I risultati portano a notare che i social network e i motori di ricerca sono associati a un aumento della distanza ideologica media tra individui, pur tuttavia tali canali sono anche associati a un aumento dell’esposizione degli individui a materiali di ideologia differente dalla propria. Anche uno studio di Kartik Hosanagar, Daniel Fleder, Dokyun Lee e Andreas Buja (Will the Global Village Fracture Into Tribes? Recommender Systems and Their Effects on Consumer Fragmentation), dell’Università della Pennsylvania, riscontra che le “raccomandazioni” degli algoritmi incrementano l’esposizione a contenuti differenti.

Se pensiamo al funzionamento di servizi quali Spotify possiamo comprendere più facilmente il motivo. Servizi di quel tipo, infatti, utilizzano le scelte degli utenti per proporre musica simile, ma simile non vuol dire esattamente uguale, e allo stesso modo gli algoritmi di presentazione delle notizie forniscono agli utenti contenuti simili ma mai esattamente uguali. Così se l’utente sceglie di leggere quella notizia “diversa”, l’algoritmo si adegua e continua a presentare notizie che man mano allargano lo spettro ideologico. I servizi online, infatti, non hanno alcun motivo di impedire alle persone di leggere cose diverse, se queste esprimono preferenze in tal senso. Se la persona non legge le notizie “simili ma differenti”, allora è la sua scelta a rinchiuderlo nella sua bolla ideologica.

In breve, vi sono persone alle quali non piace discutere o comunque mettere in discussione le loro idee, che tendono a visitare solo i siti che confortano il loro modo di vedere le cose (casomai visitando direttamente le pagine dei siti, piuttosto che passare dagli aggregatori o dai social). Allo stesso modo, aggiungiamo noi, che una persona di destra compra un giornale di destra e non compra uno di sinistra, e viceversa. Quindi, online, queste persone tendono a curare i loro feed sui social in modo da non incontrare opinioni divergenti che pongano in discussione le loro opinioni. Inoltre, come è di banale evidenza, queste persone tendono a leggere notizie condivise dai loro amici esattamente allo stesso modo come ascoltano le opinioni solo dei loro amici. Di contro, vi sono persone che non si preoccupano di mettersi in discussione e che non hanno alcuna difficoltà a trovare argomenti differenti dai propri, e a trovare punti di vista differenti, sia su Twitter che su Facebook.

Insomma, come risulta anche dallo studio di Matthew Gentzkow e Jesse M. Shapiro (Ideological Segregation Online and Offline), la segregazione ideologica nel consumo delle notizie è assolutamente comparabile tra l’online e l’offline, nonostante la teoria dica il contrario.

Un altro studio del maggio del 2017 (Search and Politics: The Uses and Impacts of Search in Britain, France, Germany, Italy, Poland, Spain, and the United State) conclude (qui la traduzione in italiano) che le preoccupazione delle bolle filtro e della polarizzazione sul web siano eccessive, se non sbagliate. Molti utenti di Internet, infatti, utilizzano i motori di ricerca per trovare l'informazione migliore, controllare altre fonti e scoprire nuove notizie che possano far scoppiare i filtri bolla e aprire le camere dell'eco. Paradossalmente, è proprio il web il migliore antidoto alle camere dell’eco che ci racchiudono nella vita reale.

Secondo lo studio, chi è più interessato alla politica e ha maggiore consuetudine con le dinamiche dell'informazione online è meno esposto alle fake news e alle camere dell'eco. Da qui l’importanza dell’alfabetizzazione digitale:

Chi usa Internet per l'informazione politica si affida generalmente a una varietà di fonti e mostra un sano scetticismo che spinge a cercare più fonti e verificare i fatti. Regolamentare Internet, come alcuni hanno proposto, potrebbe minare la fiducia esistente e introdurre nuovi dubbi sulla accuratezza e la parzialità nei risultati delle ricerche.

In estrema sintesi non è, come adombra qualcuno, Internet o i social media che chiudono le persone in una echo chamber, quanto piuttosto un comportamento specifico del singolo individuo, dipendente dalla sua personalità. Chi rifugge la possibilità di prendere in considerazione opinioni differenti dalle sue, persegue tale comportamento anche sul web, abbeverandosi ad un’unica fonte di notizie, esattamente come fa offline. Mentre chi preferisce confrontarsi con idee diverse dalle sue non ha particolari difficoltà a trovare nuovi argomenti sia sui social, sia tramite i motori di ricerca, sia tramite i mille rivoli informativi che caratterizzano l'ambiente digitale.

Anzi, i social media sono associati ad una varietà di fonti che comunque espone gli utenti a una maggiore diversità di opinioni.

Ma, purtroppo, la tendenza odierna è di addossare tutte le colpe al web. Il bullismo è colpa del web, il terrorismo è colpa del web, e anche le "fake news" sono colpa del web, laddove, invece, appare di solare evidenza che il web non è altro che uno specchio della società, che riflette i suoi problemi e che, soprattutto, riflette il modo di essere delle persone, compreso il loro modo di approcciarsi alle informazioni. Chi vuole leggere sempre lo stesso giornale, con una sua specifica ideologia, e vedere sempre lo stesso canale televisivo, finirà immancabilmente per cercare sempre le stesse fonti di notizie sul web. Ma è una sua specifica scelta. Non dei social network.

Paura delle nuove tecnologie

L'atteggiamento è lo stesso, identico, che si riscontra nell'approccio al copyright. Le nuove tecnologie hanno consentito a tutti di diventare autori, di un mix, un meme, un mash-up, ma piuttosto che valorizzare questa possibilità, e indirizzarla correttamente, si è preferito castrare la creatività degli utenti proponendo (e sono in discussione adesso al Parlamento europeo) delle norme che consentiranno alle aziende di rimuovere tutto ciò che, a loro insindacabile parere, sia in contrasto con i loro diritti.

Con l'informazione stiamo osservando lo stesso atteggiamento di chiusura. Con le nuove tecnologie si è allargata la possibilità di fare informazione, cosa che ha portato soltanto a una serie di norme e proposte regolatorie che tendono a impedire tutto ciò che non viene certificato dall'alto, con ciò ricreando una “scarsità” artificiale in un ambiente, quello digitale, che naturalmente non la prevede in alcun modo. Insomma, l'incapacità dell'essere umano di adattarsi alle nuove tecnologie finisce per castrarle ed impedire qualsiasi ulteriore evoluzione delle stesse, invece di limitarsi ad osservare le tante, nuove possibilità, ancora grandemente inesplorate, e indirizzarle laddove si evidenzino palesi e pericolose storture.

Sarebbe molto meglio, quindi, spostare l’attenzione dal dilagare delle "fake news", e concentrarla sulla crescente sfiducia nel giornalismo che è fenomeno preesistente ed indipendente da Internet.

Su questo tema leggi anche:

Elezioni americane e social network: cosa ci insegna la storia dei troll russi

Facile dire fake news. Guida alla disinformazione

Se le democrazie sono in pericolo non è certo colpa dei russi o dei social network

Contro la disinformazione l’unica vera arma è il pensiero critico

L’odio in politica e la sfiducia nei media fanno più paura delle fake news

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Campagna elettorale: oltre le ‘fake news’ c’è di più

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Istituire una commissione d’inchiesta parlamentare sulla disinformazione. Sarebbe, questa, l’ultima proposta di Matteo Renzi per «continuare la battaglia contro le operazioni di disinformazione che l’Italia, non solo io o il Pd, ha subìto in questi anni», stando a quanto scrive Jacopo Iacoboni su La Stampa.

Dopo l’annuncio della scorsa settimana alla Leopolda di un rapporto ufficiale da presentare ogni 15 giorni sulle «schifezze diffuse in rete» per combattere il rischio che le false notizie possano inquinare la campagna elettorale del prossimo anno, il segretario del Partito Democratico continua a individuare nelle fake news un tema caldo della campagna elettorale. L’esempio da seguire sono le commissioni d’inchiesta del Congresso americano, il riferimento implicito è ancora una volta al Movimento Cinque Stelle e alla Lega Nord, che alla Leopolda Renzi aveva detto di aver sgamato: «Non sto pensando né a una legge né a nessuna censura. Nella prossima legislatura chiederò l’istituzione di una Commissione d’inchiesta parlamentare, con i poteri della magistratura, sulle operazioni di disinformazione, meglio chiamarle così piuttosto che fake news, perché in Italia è accaduto qualcosa di organizzato, e ci andremo a fondo, chiamando testimoni, guardando i dati, interrogando le persone in una commissione. Vedremo le centrali. Così come sta avvenendo nelle tre commissioni d’inchiesta del Congresso americano». Su questo, Valigia Blu ha lanciato un appello a tutte le forze politiche affinché adottino un codice di condotta e dichiarino l’utilizzo di canali e tecnologie digitali per la diffusione dei propri messaggi politici. Un impegno etico sottoscritto dai soggetti coinvolti con lo scopo di portare un minimo di trasparenza nella presente (e magari nelle future) campagna elettorale.

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Pur riconoscendo che la disinformazione è una questione che merita di essere presa in seria considerazione, forte è il rischio che ci sia un'attenzione sbilanciata sulle "fake news" rispetto ad altri argomenti molto importanti per la vita della nostra società. Qui proponiamo alcuni tra i tanti temi sui quali una democrazia (intesa come istituzioni, forze politiche, associazionismo, categorie professionali, cittadini) dovrebbe confrontarsi.

Lotta alla criminalità organizzata

“La mafia non ha vinto. Ma non ha nemmeno perso. Se, dal maxi-processo in poi, la repressione si è intensificata e, successivamente, sono stati aggrediti ingenti patrimoni mafiosi, certo il metodo mafioso, di produrre profitto con il disprezzo della legge, la sopraffazione minacciata o esercitata, non si è arrestato”, scriveva il ministro della Giustizia, Andrea Orlando su Repubblica lo scorso 22 maggio a 25 anni dalla strage di Capaci in cui avevano perso la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Le mafie – spiegava il ministro – sono state capaci di infiltrarsi nelle istituzioni pubbliche e di allargarsi a macchia d’olio nel tessuto sociale e professionale, approfittando della debolezza della politica e dei poteri pubblici: “Abbiamo assistito all’esplosione del fenomeno in territori a non tradizionale insediamento delle organizzazioni criminali, a cambiamenti straordinari, non tutti ancora decifrati, che chiamano in causa la globalizzazione dei mercati, la crisi dei corpi intermedi e le difficoltà degli stati nazionali ad adeguare i loro ordinamenti a reti e capitali in costante movimento”.

Nonostante il mutare delle caratteristiche e della pericolosità del fenomeno, da molti considerato “uno dei mali più grossi del nostro Paese, (…), la lotta alla criminalità organizzata sembra poi sparire dai programmi dei Governi”, notava OpenPolis nel 2014. All’epoca, dei 43 disegni di legge presentati a Camera e Senato in materia da Deputati e Senatori, 11 erano stati approvati nelle varie fasi dell’iter e solo due diventati legge. Tra questi, la legge sul voto di scambio politico mafioso. E anche gli atti non legislativi (mozioni, interrogazioni, interpellanze) si arenavano nell’iter parlamentare perché non considerate una priorità al momento.

Nel 2016, nove Comuni sono stati sciolti per criminalità organizzata. In generale, il 96,49% dei commissariamenti per mafia in Italia sono tra Calabria, Campania e Sicilia. A loro si aggiungono Piemonte, Lazio, Liguria, Lombardia e Puglia, per un totale di 8 regioni coinvolte.

Il 23 e il 24 novembre il ministero della Giustizia ha organizzato gli “Stati Generali contro la mafia”, che ha riunito in 16 tavoli tematici magistrati, professori universitari, studiosi e rappresentanti delle istituzioni per definire interventi di contrasto al diffondersi della criminalità organizzata. «La mafia si contrasta facendo funzionare bene i servizi, con una pubblica amministrazione trasparente, costruendo welfare, facendo in modo che la giustizia abbia gli strumenti organizzativi adeguati», ha dichiarato il ministro Orlando.

Lotta alla corruzione

Nei primi nove mesi del 2017, sui media sono stati segnalati 566 casi di corruzione: 439 relativi a indagini, 76 a condanne, 10 a prescrizioni intervenute nel tempo, 27 ad assoluzioni, 8 a patteggiamenti. La corruzione è, dunque, un tema predominante nella cronaca quotidiana, scrive Guido Romeo su Il Sole 24 Ore. Lo scorso anno avevano fatto discutere le dichiarazioni dell’allora presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Piercamillo Davigo, secondo il quale, a differenza della “Prima Repubblica”, i politici attuali non hanno smesso di rubare ma, continua il magistrato, «hanno smesso di vergognarsi, rivendicando con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto». Al di là di queste affermazioni, Davigo aveva segnalato, però, problematiche sulla macchina della giustizia in Italia e su come la politica stava affrontando il fenomeno della corruzione.

Secondo il recente rapporto “Agenda anticorruzione 2017” di Transparency International Italia, nel nostro paese l’apparato normativo è buono, ma l’applicazione delle leggi è insufficiente. Tra le principali criticità segnalate, la lentezza dell’iter legislativo, la difficoltà a quantificare e misurare un fenomeno diffuso come la corruzione, l’assenza di una regolamentazione del lobbying, la debolezza degli strumenti per la prevenzione. Il governo Renzi ha approvato il disegno di legge antocorruzione (legge n. 69 del 2015) che, tra le altre cose, aumenta le sanzioni dei reati contro la pubblica amministrazione e revisiona il reato di falso in bilancio. Inoltre è stato introdotto il delitto di autoriciclaggio. Norme, quelle contro la corruzione, che hanno ricevuto diverse critiche, come quelle dell'Associazione Nazionale Magistrati (Anm), che le ha definite “timide” e in alcuni aspetti “incoerenti”. Lo scorso novembre, la Camera ha approvato la legge sul “Whistleblowing” che tutela chi segnala reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato.

Il presidente dell’Anac, l’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone ha recentemente sottolineato la necessità di una regolamentazione sul lobbying e interventi “per regolare i meccanismi di finanziamento della politica, concentrandosi sulla trasparenza nelle nomine e sulle fondazioni”. È questo, spiega Cantone, “il prossimo fronte da aprire quando si parla di contrasto alla corruzione”.

Giovani e lavoro

Secondo l’ultimo rilevamento Istat del 7 dicembre, relativo al terzo trimestre 2017, il mercato del lavoro presenta, nel complesso, “un quadro di crescita dell'occupazione, stabilità della disoccupazione e diminuzione dell'inattività”. I dati Istat confermano l’andamento dei precedenti rapporti, spiega Francesco Seghezzi, ricercatore del centro studi Adapt: «Aumentano i lavoratori over 50 e a termine. Demografia e nuove esigenze delle imprese guidano il mercato, con buona pace delle riforme». In altre parole, come specificato in un precedente articolo su Il Foglio dallo stesso Seghezzi, la stragrande maggioranza dei nuovi occupati sembrerebbe composta da over 50 e le nuove esigenze delle imprese privilegiano il ricorso a contratti a termine: “Nel corso degli ultimi anni la popolazione anziana è aumentata mentre quella delle coorti più giovani diminuita, generando quindi un’illusione ottica. Ma (…) sostenere che tutto è conseguenza della ‘scomparsa’ dei giovani è solo una mezza verità. Anche considerato l’effetto demografico, oltre la metà dei occupati risultanti dalle statistiche è molto probabilmente composta da lavoratori che sarebbero andati in pensione con le vecchie norme previdenziali e che ora restano al lavoro per qualche anno in più, e non da nuovi occupati”.

L’incremento dei contratti a termine sta segnando la fine del lavoro a tempo indeterminato, conseguenza delle esigenze dei lavoratori ma soprattutto delle imprese “che sono sottoposte oggi a dinamiche di competitività e di durata dei cicli di vita dei prodotti molto diverse rispetto al passato. Anche in questo caso non si tratta di un trend da negare, ma basterebbe prenderne atto e muoversi di conseguenza, investendo sulle politiche attive ad esempio, che aiutano i lavoratori nelle transizioni o sulla formazione, vera tutela nel mercato del lavoro di oggi”.

Proprio uno strumento di politica attiva si sta rivelando fallimentare. Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal), Garanzia Giovani (il Piano Europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile, in particolare a sostegno di persone tra i 19 e i 24 anni non impegnate in un’attività lavorativa, né inserite in un percorso scolastico o formativo), in Italia non si sta rivelando uno strumento utile a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. «Garanzia Giovani – spiegava a Wired ancora Francesco Seghezzi – è uno strumento di politica attiva del lavoro che non fa politica attiva. Occupa per sei mesi, con pagamenti bassi e senza tutele, dopodiché il 75% si trova di nuovo a cercare lavoro. È meglio che niente ma non è efficace».

Futuro del lavoro nell'era dei robot

Lavori del futuro e futuro del lavoro. Un gioco di parole che tiene insieme temi interconnessi: la trasformazione dei lavori per come li abbiamo finora conosciuti e l’introduzione di nuove tipologie di lavoro grazie anche all’automazione. Fino ad ora il dibattito si è concentrato più sull’eventuale perdita di lavoro e meno sui vantaggi competitivi nell’era dei robot. L’automazione sostituirà di certo il lavoro dell’uomo ma allo stesso tempo creerà l’esigenza di nuove e più complesse competenze da parte degli esseri umani. Il lavoro non è quindi per forza destinato a finire, quanto piuttosto a cambiare. Qualche istituzione ha cominciato a porsi la questione. “La Commissione britannica per ‘Impiego e Competenze’ ha redatto un rapporto intitolato ‘The Future of Work: Jobs and Skills in 2030’ ("Il Futuro del Lavoro: Professioni e Competenze nel 2030"). Altri soggetti istituzionali, invece, devono ancora cominciare a problematizzare la questione. A partire dall’Italia, dove manca qualunque elaborazione”, scrive Fabio Chiusi in un lungo approfondimento sul tema.

Reddito di base e nuovo welfare

La trasformazione della società e delle forme di lavoro sta ponendo al centro del dibattito internazionale una riflessione su nuove forme di reddito e sostegno economico. Tra queste, c’è il reddito di base, un’idea che implica un cambiamento radicale del modo di pensare la società, il welfare e il rapporto tra uomo e lavoro, perché il salario non diventa più l’unica via per la propria esistenza. Gianfranco Sabattini, nel suo libro Riforma del Welfare state, spiega che la misura segnerebbe il passaggio da un’etica del lavoro a un’etica della solidarietà “(tra chi lavora e chi non riesce a percepire un reddito) in quanto parte di un sistema sociale in cui tutti hanno uguali diritti e doveri sociali”. Da un lato c’è chi sostiene che la misura, sostituendo gli ammortizzatori sociali attualmente attivi, sposterebbe ampie risorse oggi destinate ai poveri distribuendole a persone con redditi superiori. Dall’altro, invece, si sottolinea che l’attuale organizzazione del welfare è piena di falle e il reddito di base funzionerebbe come un pavimento che darebbe stabilità a tutti, garantendo un sussidio anche a quelle persone, attualmente non riconosciute come beneficiarie dei programmi di assistenza sociale, ma che una volta pagate le tasse finiscono sotto la soglia di povertà. Le proposte che hanno preso in seria considerazione l’introduzione del reddito di base vanno da un aumento della tassazione sulla ricchezza estrema o sulle rendite finanziarie all’utilizzo di fondi capitali ricavati dai proventi del petrolio (come avviene in Alaska, ad esempio) o altri flussi di entrate.

Misure di contrasto della povertà

Il tema delle marginalità sociali è una delle chiavi di lettura più utilizzate per analizzare il risultato delle elezioni. Già tre anni fa, Luca Ricolfi, all’indomani delle elezioni europee, scriveva che i partiti erano incapaci di vedere sei milioni di deboli, di persone escluse dal mercato del lavoro, che per la loro bassa posizione sociale hanno scarso controllo sul proprio destino. È stato recentemente approvato il cosiddetto reddito di inclusione, “una misura unica a livello nazionale, di carattere universale, subordinata alla prova dei mezzi (cioè all’accertamento della situazione patrimoniale e reddituale) e all’adesione a un progetto personalizzato di inclusione, articolata in un beneficio economico e in una componente di servizi alla persona”.

Secondo il recente "Rapporto sulla povertà della Caritas Italiana", i giovani sono i più colpiti dalla povertà e, mentre in Europa la povertà giovanile è in declino, in Italia è in aumento, con un incremento del 12,9% dal 2010 al 2015. “Questa nuova povertà dei giovani pesa di più rispetto a quella degli anziani perché ha maglie più larghe e colpisce un intero ecosistema. Un giovane povero è un giovane che non investe nell’educazione, che non può permettersi uno sport, che non va in vacanza. È un giovane che ha scarse possibilità di trovare un lavoro, uscire dalla propria casa di origine e fare famiglia. È quello che a livello europeo viene chiamato il fenomeno dei NEET, giovani privi di lavoro e fuori dal circuito educativo: l’Ocse stima che uno su tre vive ai margini della società”.

Politiche abitative

Lo sgombero di molte occupazioni in diverse città italiane è spesso stato associato all’incremento dei flussi migratori e alla difficoltà di gestirne l’accoglienza. Ma le singole storie hanno mostrato come le occupazioni sollevino una questione di politiche dell’abitare più che di immigrazione. È questo un tema centrale perché connesso allo sviluppo dei centri urbani e alla costruzione di città sostenibili e a misura di cittadino. “La possibilità di disporre di un alloggio di qualità rappresenta uno dei pilastri su cui si costruiscono la qualità della vita dell’individuo e la sua inclusione nella società”, scrive la ricercatrice Chiara Lodi Rizzini su secondowelfare. “Le politiche abitative, che tutelano il diritto alla casa, rientrano quindi a pieno titolo nell’ambito del welfare state. Per molto tempo, tuttavia, la questione abitativa è rimasta ai margini delle agende politiche, in parte per l’elevato numero delle case di proprietà, in parte perché si pensava che la povertà abitativa fosse destinata a essere assorbita dallo sviluppo economico. Così non è stato, e oggi il fenomeno sta tornando prepotentemente alla ribalta, inasprito dalla crisi economico-finanziaria”.

Scuola

Piano Nazionale Scuola Digitale, messa in sicurezza degli istituti e dispersione scolastica sono tre questioni importanti riguardanti il mondo della scuola.

Il Piano Nazionale Scuola Digitale, varato nel 2015 per dotare la scuola di connessione ad alta velocità, di tecnologie per una didattica rinnovata, di competenze di alfabetizzazione ai media e alle notizie, è in ritardo, scrive l’Agi in un lungo approfondimento sul tema: “I ritardi nelll’esecuzione sono gravi. E se è vero che quelli della fibra ottica dipendono dal ministero dello Sviluppo Economico, (…) tutti gli altri ritardi sono invece imputabili al ministero dell’Istruzione”. Il 6 dicembre il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (Miur) ha lanciato per i soggetti che possano essere interessati e che si occupano di alfabetizzazione digitale una manifestazione di interesse per aderire alla costruzione di un Curriculum di Educazione Civica Digitale. La presidente della Camera, Laura Boldrini, ha presentato il progetto #bastabufale, presentato come un progetto di alfabetizzazione alle notizie, ma che tradisce una certa distanza dalla cultura della Rete e che focalizza i suoi obiettivi più su come smascherare (e non diffondere) le false informazioni che sulla maturazione di un pensiero critico rispetto a tutto quello che leggiamo, indipendentemente da fonte e mezzo.

Per quanto riguarda la messa in sicurezza delle scuole, negli ultimi tre anni sono stati messi a posto più di 7100 istituti su 42mila, pari a poco più del 15%. Un risultato importante rispetto a quanto fatto tra il 2003 e il 2014, quando erano state sistemate 1500 scuole, ma non ancora soddisfacente, scrive Elisabetta Tola su Agi.

Non siamo ancora in grado, nonostante le numerose tabelle consultabili, di poter dire cosa è stato fatto nelle scuole che ci interessano, per esempio quelle dei nostri figli, quali interventi, quale messa in sicurezza. Non possiamo distinguere tra un piccolo adeguamento e una ristrutturazione che tocca gli elementi critici. Nella gran parte dei casi, non sappiamo come sono stati fatti i lavori, se c’è stata, come in molti casi, una operazione al ribasso. (…) Che sia complicato lavorare su un patrimonio edilizio complesso e vecchio (meno della metà delle scuole italiane è stata costruita dalla seconda metà degli anni ‘70 in poi), distribuito su un territorio molto difficile e caratterizzato da diversi tipi di rischio, a partire appunto da quello sismico, è indubbio. Ma che la strada per mettere in sicurezza 8 milioni di studenti e più di un milione di lavoratori tra docenti e altro personale che ogni giorno passano in aula diverse ore della propria vita sia ancora molto lunga è una certezza.

Il fenomeno della dispersione scolastica in Italia è in calo, con grandi differenze tra Nord e Sud e con i casi più difficili in Sicilia e Sardegna. Il problema è più acuto nelle periferie delle città, dove sono maggiori i casi di marginalizzazione sociale. In un’audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta Città e periferie della Camera, il ministro Valeria Fedeli ha sottolineato che «i tassi elevati di abbandoni e di livelli critici di conoscenza coincidono con le zone più povere d'Italia dove sono concentrate le famiglie socialmente escluse e dove è minore l'accesso a libri, biblioteche, musei, rete dei servizi per la prima infanzia, sport, fruizione digitale, etc..» e ha affermato che «le scuole di periferia devono diventare avanguardie di sperimentazione di nuove forme di didattica, mettere in campo intelligenze, energie, esperienze, e a noi spetta il compito di garantire risorse, economiche e umane, adeguate alla sfida che le si pone a carico. Tutte le periferie urbane - ha ricordato - devono e possono diventare un laboratorio di innovazione didattica e sociale con forte competenza nelle azioni di inclusione».

Ricerca, istruzione e università

Bassi investimenti statali e privati in ricerca, scarsa attrattività di ricercatori dall’estero, casi di corruzione e “malavita accademica” che mettono in questione le modalità attraverso le quali avviene il reclutamento universitario. Sono tra i principali nodi che riguardano università e ricerca che, nonostante questo, continua ad avere punte di qualità.

Nel complesso, la spesa per la ricerca e lo sviluppo in Italia è tra le più basse in Europa. I fondi di finanziamento ordinario stanno conoscendo una tendenza alla riduzione, i fondi Prin (Progetti rilevanti di interesse nazionale), recentemente aumentati, suscitano perplessità per le modalità di assegnazione, i ricercatori sono pochi e sempre più anziani (vengono assunti meno di due ricercatori ogni 10 pensionamenti, mostra la ricerca "In & Out" a cura di Orazio Giancola, del Dipartimento di Scienze sociali ed economiche dell’università La Sapienza di Roma, e Francesco M. Vitucci, del Dipartimento Saperi di Sinistra Italiana) e più del 90% dei dottorandi vede interrotta la propria carriera al termine del dottorato. Secondo la settima indagine annuale dell'associazione dottorandi italiani (Adi), dopo dieci anni di tagli, solo al 9,2% degli assegnisti di ricerca viene data la possibilità di arrivare a un contratto indeterminato.

Un recente studio pubblicato su Nature ha mostrato che il lavoro dei ricercatori riesce ad avere un maggiore impatto nella società, proprio quando sono liberi di cambiare centro di ricerca, paese, addirittura continente. In Italia, se si esaminano i dati sulla mobilità all'interno delle università italiane in termini di assunzioni di ricercatori, professori associati e ordinari, il concetto di mobilità sembra ancora un miraggio. Secondo il Rapporto di Anvur del 2016, fra il 2008 e il 2011, solo il 12% dei professori associati proveniva da altro ateneo, una percentuale che scende al 10% nel periodo 2012-15. Riguardo ai nuovi professori ordinari, sempre fra il 2008 e il 2011 solo il 4% proveniva da altro ateneo, per passare al 5% nel periodo 2012-15.

In questo contesto si inseriscono storie di “malavita accademica” che contribuiscono ad alimentare un sentimento di sfiducia verso l’Università. “Come tutte le istituzioni – scrive Carlo Rovelli sul Corriere della Sera ­– l’Università è fatta da persone ed è la qualità di queste che conta. La chiave della sua efficacia è la spinosa questione del reclutamento e del ricambio. Ovunque nel mondo, fiorisce quando riesce a reclutare i giovani migliori, stranieri e nazionali, e sa fare scelte oculate e lungimiranti sulle direzioni verso cui rinnovarsi. L’attuale situazione di strozzamento rende questo difficilissimo e genera comportamenti difensivi e talvolta miopi e porta a redigere norme a volte devastanti”.

Tutto questo significa, scrive Francesco Sylos Labini, che senza l’intervento dello Stato, l’Italia «è destinata alla desertificazione tecnologica e scientifica».

Dissesto idrogeologico e consumo di suolo

Alluvioni, frane, esondazioni, smottamenti. L'ultimo rapporto redatto dall'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per il 2015 ha calcolato più di un centinaio di eventi franosi all’anno in Italia, oltre 7mila i centri situati in aree a pericolosità da frana e idraulica, pari all’88% dei comuni italiani. Il 2050 è l'anno per il quale l'Unione Europea ha fissato l'obiettivo del consumo di suolo netto zero, ma il consumo di suolo con le sue conseguenze, rallenta ma non accenna a fermarsi. Il 7,64% del suolo risulta ormai impermeabilizzato e ricoperto da cemento o asfalto. E al di là delle superfici ricoperte questo fenomeno ha coinvolto ormai gran parte del territorio specialmente nelle aree di pianura e sulle coste, segnandone profondamente il paesaggio.

L'ISPRA ha anche calcolato i costi economici relativi al consumo di suolo applicando dei metodi di calcolo che quantificano in termini monetari la perdita delle funzioni ecosistemiche che il suolo svolge. Il solo consumo di suolo avvenuto tra il 2012 e il 2016 costerà una cifra compresa tra i 625 e 908 milioni di euro l’anno, da attribuire per il 45% circa alla perdita di produttività agricola.

Digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni e accessibilità dei dati per i cittadini

Sette pubbliche amministrazioni italiane su dieci sono “fuori legge” perché non consentono ai cittadini di accedere alle informazioni, scriveva un rapporto dell’associazione Diritto di Sapere, lo scorso aprile: “Il 73% delle richieste inviate a ministeri, aziende sanitarie o comuni da una rete di associazioni non ha ricevuto alcuna risposta”, nonostante dal dicembre 2016 il ‘silenzio amministrativo’ sia effettivamente fuori legge, grazie all’entrata in vigore del Foia, il diritto di accesso alle informazioni. Diritto di Sapere ha proposto “una riforma della legge per il diritto all’accesso e la nascita di un ente supervisore che educhi i funzionari e promuova il diritto all’accesso alle informazioni tra i cittadini”.

Immigrazione e accoglienza

Il tema dell’accoglienza e della gestione dei flussi migratori è uno dei terreni di scontro tra cittadini e istituzioni e una delle fonti principali di malessere e risentimento. Secondo il parere di diverse associazioni ed esperti del settore, il nostro è un sistema in grado di accogliere ma incapace di integrare a causa, soprattutto, di uno sviluppo sproporzionato di centri che dovrebbero essere di accoglienza temporanea ma che finiscono per diventare quasi permanenti senza, però, fornire i servizi (come l'insegnamento dell'italiano o altri progetti di integrazione) dell'accoglienza diffusa. A questo si aggiunge il dialogo difficoltoso tra i diversi soggetti coinvolti che favorisce a volte la nascita di contrasti sui territori. L’Italia deve costruire un vero sistema unico di accoglienza, che sappia accogliere i migranti che arrivano nel nostro paese e pensare per loro un vero processo di integrazione. Per farlo, bisognerebbe eliminare ogni sovrapposizione tra prima e seconda accoglienza, aumentare il numero di centri SPRAR e ridurre i Centri di accoglienza straordinaria, pensare le strutture che dovranno ospitare i richiedenti asilo in luoghi meno isolati dai centri urbani.

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Ancora un annuncio mascherato da ‘notizia’? Tutti i dubbi sull’azienda che cerca 70 dipendenti e nessuno risponde

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“Cerco 70 dipendenti, ma non li trovo”. Una nuova storia si inserisce a ingrossare il filone giornalistico narrativo il lavoro c’è ma i giovani non vogliono lavorare. Questa volta ci spostiamo a nord-est, in Veneto, in provincia di Padova. A Campodarsego, una cittadina di 14mila abitanti, c’è un’azienda che dal 1907 realizza trattori compatti per agricoltura specializzata. Si chiama Antonio Carraro.

Leggi anche >> “Il lavoro c’è ma i giovani non vogliono lavorare”. Articoli scorretti e disonesti

Qui “cercano lavoratori offrendo contatti di tutto rispetto ma non ne trovano”, nonostante la crisi, “una disoccupazione giovanile che ha toccato livelli senza precedenti nella storia dell’Italia dal dopoguerra” e la proposta di “un contratto non a tempo e determinato o part-time”, scrive Eva Franceschini in un articolo su Il Gazzettino di sabato 2 dicembre. «Offriamo un contratto base di terzo livello che fa riferimento al contratto nazionale del settore metalmeccanico, con una retribuzione di 1590 euro lordi mensili», racconta alla giornalista Liliana Carraro, responsabile Relazioni Esterne dell’azienda. Le figure richieste sono di diversa tipologia, si cercano giovani «allenati a utilizzare l’interconnettività» e che abbiano già maturato esperienza professionale: “ingegneri meccanici progettisti, periti meccanici disegnatori, operatori addetti alle lavorazioni meccaniche, alla carpenteria, al controllo qualità del prodotto e periti elettrici ed elettromeccanici”.

La Antonio Carraro, già conosciuta in tutto il mondo, è una società in salute, in piena fase di innovazione e ammodernamento, spiega Franceschini: nel biennio 2017-2018 ha investito 10 milioni di euro grazie “all’iperammortamento previsto dal Piano Industria 4.0 elaborato dal ministro Carlo Calenda”, e altri 8 saranno investiti entro il 2021: «Abbiamo inserito nuovi robot che servono per la catena di montaggio, e avremmo bisogno urgente di trovare manodopera specializzata che faccia funzionare tutto questo», ma non si riesce a trovare nessuno, spiega ancora Carraro. «Abbiamo una settantina di posizioni aperte da almeno sei mesi. In tutto questo tempo avrà risposto sì e no una decina di persone delle quali solo tre idonee. Siamo al paradosso», si legge in un’altra intervista a Repubblica. E così l’azienda si è trovata costretta a organizzare per il 16 dicembre una “job day AC”, una giornata “porte aperte”, durante la quale, si legge sul sito dell’azienda, “un team addetto sarà a disposizione per raccogliere le candidature e creare un primo contatto con la realtà aziendale AC (Antonio Carraro)”.

Liliana Carraro si dice incredula, “di fronte all’impossibilità di agenzie interinali ed enti di formazione di riuscire a fornire le figure professionali richieste”. La colpa? Dei giovani senza polso della realtà e di scuola e università che hanno contribuito a creare questa percezione distorta. «Dalle agenzie continuano a dirci che non hanno a disposizione le figure che cerchiamo. Forse i giovani di oggi vogliono fare tutti o il medico o l’avvocato, ma non credo che riusciranno a trovare pane per i loro denti nell’Italia in cui viviamo. (…) Si parla costantemente di disoccupazione giovanile, ma la verità è che il lavoro c’è: peccato che la società, e forse il mondo accademico, siano scollegati dall’industria manifatturiera, tanto che i giovani preferiscono diventare avvocati facendo anni di tirocinio sottopagati piuttosto di lavorare in una fabbrica, dove percepirebbero uno stipendio vero».

Ancora una volta, nello spiegare questo fenomeno, un problema collettivo (diritto al lavoro) viene trasformato in uno individuale (la mancata volontà dei giovani di impegnarsi in lavori tecnici e artigiani) e spostato sull’asse dell’opposizione tra lavoro fisico che richiede fatica ed esercizio intellettuale (fare l’avvocato o il medico). Al centro il datore di lavoro che offre lavoro e chiede manodopera e i giovani che preferiscono declinare cercando carriere più prestigiose ma più rischiose e meno remunerative nell’immediato.

Leggi anche >> ‘I giovani non vogliono fare i lavori manuali (poi però si lamentano)’

L’articolo de Il Gazzettino viene immediatamente rilanciato dai giornali dello stesso gruppo, Il Mattino e Il Messaggero. Il lancio della versione online dell’articolo dà le coordinate intorno alle quali si articolerà la discussione pubblica: giovani laureati che non guardano in faccia la crisi.

Il Messaggero sul Facebook accompagna l’articolo con un eloquente “Alla faccia della crisi”. Nel titolo: “Ingegneri e operai, l’azienda cerca 70 dipendenti ma nessuno si presenta”:

Il giorno stesso l’articolo viene rilanciato da diverse testate nazionali. Repubblica pubblica un’intervista a Liliana Carraro in cui la rappresentante dell’azienda esplicita ancora di più le proprie posizioni, come chiarito immediatamente dal titolo: “Azienda cerca personale e non lo trova: ‘Giovani hanno idea sbagliata su lavoro metalmeccanico’”.

“Da tempo l'azienda, che spiega di aver completamente riorganizzato il processo produttivo spingendo l'acceleratore sull'innovazione digitale, cerca personale con poco successo e motiva la scarsa risposta con un problema culturale, escludendo che ci siano ragioni di offerta economica poco appetibile”, scrive Elena De Stabile nel pezzo. La responsabilità è dunque dei giovani che, ribadisce Carraro, «oggi vogliono fare tutti il medico o l'avvocato, ma non credo che riusciranno a trovare pane per i loro denti nell'Italia in cui viviamo» e «hanno un'idea sbagliata su cosa significhi lavorare in un’azienda metalmeccanica» e del mondo accademico «sconnesso con la velocità dell'innovazione nel mondo della produzione».

Il 4 dicembre anche la trasmissione di Rai Tre Agorà dedica un servizio all’azienda. L’inviata intervista le responsabili Relazioni Esterne e Risorse Umane e il direttore di stabilimento, Mattia Gasparin.

La responsabile Risorse Umane, Chiara Comiran, racconta che in 6 mesi le agenzie interinali non sono state in grado di individuare candidature idonee, che le domande presentate sono state quasi nulle e di scarsa qualità. Liliana Carraro descrive il piano di investimento dell’azienda mentre il direttore dello stabilimento Gasparin spiega che tendenzialmente i dipendenti sono soddisfatti perché il turn over è praticamente assente e che la difficoltà a trovare manodopera è imputabile alla distanza sempre maggiore tra scuola e lavoro, tra mondo teorico e pratica.

Ripresa e rilanciata da altre testate, spostata sul piano nazionale, la notizia viene data mettendo al centro della ribalta esclusivamente i due attori principali: l’azienda che offre lavoro e i giovani iperformati che lo rifiutano. Nei pezzi dedicati alla vicenda, non ci sono i dettagli delle posizioni lavorative richieste, dei livelli professionali d’inquadramento (quanti terzo livello, quarto, sesto per chi avrà mansioni dirigenziali?) e delle relative retribuzioni (sappiamo solo che si partirà da una retribuzione base di terzo livello di 1590 euro lordi, come previsto dal contratto nazionale metalmeccanici), non viene specificata la tipologia contrattuale proposta per le singole posizioni aperte (quanti contratti a tempo indeterminato? Quanti contratti di apprendistato metalmeccanico? Quali sono le altre forme contrattuali proposte?), non viene data voce ai lavoratori e ai sindacati in modo tale da poter dare più elementi per poter contestualizzare l’attività dell’azienda e l’offerta lavorativa.

Leggi anche >> Cercasi giovani laureati. Ma nessuno si presenta. Una storia che non convince

L’assenza di questi dettagli ha condizionato la discussione pubblica che si è concentrata fondamentalmente intorno alla retorica dei giovani che rifiutano il lavoro e dell’iperformazione sottopagata e a riflessioni sull’adeguatezza della retribuzione proposta rispetto alle mansioni richieste e al costo della vita, come avvenuto, ad esempio, sulla pagina Facebook de Il Gazzettino, in un animato dibattito che ha visto protagonisti lettori, operai dell’azienda e la responsabile delle Relazioni Esterne, Liliana Carraro, intervenuta più volte per difendere le posizioni espresse nelle interviste concesse.

Si è dovuto attendere l’edizione delle 14 del 4 dicembre del Tg regionale Veneto per ascoltare la voce di un rappresentante dei sindacati sulla questione, che ha parlato senza mezzi termini di un’operazione di riduzione dei costi da parte dell’azienda.

Nel servizio, il giornalista Andrea Rossini ha ripercorso la storia dell’azienda e la ricerca andata fallita di manodopera, ha intervistato Liliana Carraro e Anna Zanoni della Fiom di Padova, che ha commentato dicendo che secondo loro si tratta di «un’operazione di riduzione costi, considerato che [la Antonio Carraro, ndr] ha disdetto tutti gli accordi aziendali e che per i nuovi assunti la retribuzione, dunque, sarebbe molto più bassa rispetto ai lavoratori in forza oltre che dover instaurare un rapporto di lavoro precario». Sentita da Valigia Blu, Zanoni ha aggiunto che a inizio 2017 l'azienda ha comunicato che avrebbe assunto nuovi dipendenti tramite agenzie di somministrazione e lì avrebbe inquadrati al di fuori degli accordi aziendali, «creando di fatto una discriminazione tra lavoratori, tra chi è coperto dai diritti previsti dagli accordi e chi invece non lo è, al di là delle competenze individuali». A differenza del personale già in forza all'azienda, la nuova manodopera non vedrà riconosciuti i premi aziendali e sarà assunta in una cornice di precarietà. «Mi giunge nuova che i 70 nuovi dipendenti saranno assunti con contratti a tempo indeterminato se per loro è previsto un contratto in somministrazione» (tramite agenzie interinali). «È incomprensibile – ha chiuso Anna Zanoni – che un'azienda, che decide di investire così tanti soldi in innovazione, non ritenga qualificante investire nella garanzia dei diritti dei lavoratori».

Dopo ripetuti tentativi (via email e telefonicamente), l’azienda ci ha risposto: «Visto che ci date per fake, possiamo sentirci». Ovviamente non abbiamo dato per falsa la notizia della richiesta di nuovi 70 dipendenti e la difficoltà a trovarli da parte dell'azienda, ma abbiamo fatto alcune domande (Quale sarà il livello di inquadramento e come varierà la retribuzione per le diverse figure richieste? E come varierà la retribuzione? Quale tipologia contrattuale è prevista? A tempo indeterminato? Tempo determinato? Contratto di apprendistato metalmeccanico?) per avere più elementi per capire. Carraro ci ha risposto ritenendo che avevamo considerato tutta la notizia come una bufala e invitato a contattare altre aziende: «Siccome l’esposizione mediatica è stata pure esagerata, non essendo in cerca di ulteriore pubblicità (noi facciamo trattori e non politica..) le consiglio di contattare altre realtà che hanno le stesse problematiche. Vedo sui social che altre aziende lamentano lo stesso problema»

Per quanto riguarda i livelli di inquadramento, la retribuzione e i contratti, Carraro ha detto a Valigia Blu che, avendo necessità di tante posizioni diverse, per ognuna ci sarà un diverso inquadramento: «La maggioranza ci auguriamo siano a tempo indeterminato ma certe attività necessitano di un apprendistato. Per questi il minimo compenso è di 1590 euro corrispondente al contratto nazionale 3° livello». Rispetto alle critiche mosse in questi giorni dalla Fiom, Carraro si è detta sorpresa che il sindacato possa conoscere il piano industriale dell'azienda essendosi rifiutato di firmarlo. «Ad inizio 2017 con l'ingresso di un nuovo socio abbiamo chiesto il piano industriale che l'azienda non ci ha voluto consegnare. L'unica informazione che abbiamo avuto riguardava i 10 milioni di euro di investimenti. Avevamo chiesto il piano industriale proprio a fronte della volontà aziendale di azzerare i premi fissi», ha commentato Anna Zanoni.

Liliana Carraro ci ha ricontattato successivamente precisando che tutto è nato dopo che l'azienda ha inviato un volantino dell'open day del 16 dicembre a Il Gazzettino e che non immaginava il clamore che la vicenda ha suscitato. Inoltre, ha spiegato che per i profili più qualificati potrà essere prevista una retribuzione più alta, intorno ai 2000 euro, che per alcuni potrebbe esserci sin dall'inizio un contratto a tempo indeterminato e che, nella maggior parte dei casi, l'obiettivo è di dare a tutti il tempo indeterminato. «Per alcune attività, un periodo di apprendistato si rende necessario per imparare a usare le macchine», ha spiegato la responsabile delle Relazioni Esterne dell'azienda. Carraro ha aggiunto che con un istituto tecnico di Portogruaro è in via di definizione uno stage che consenta agli studenti di conoscere il lavoro in fabbrica e sottolineato che ci dovrebbe essere maggior dialogo tra enti formativi (come scuole e università) e aziende.

Intanto, il 4 dicembre sono cominciati ad arrivare i curriculum. Rossini ha aperto il servizio del Tg regionale Veneto dicendo che diverse persone (alcune delle quali intervistate) si sono presentate ai cancelli dell’azienda per consegnare i propri curriculum. Notizia confermata anche in un articolo pubblicato il 5 dicembre sul Gazzettino, in cui si legge che “più di mille persone, sia ragazzi che uomini di mezza età, nelle ultime 48 ore hanno inviato alla Antonio Carraro di Campodarsego la propria candidatura. Sabato e domenica il sito dell'azienda dell'Alta Padovana, esperta nella produzione di trattori compatti per agricoltura specializzata, è stato intasato da una raffica di mail: un curriculum dopo l'altro, dall'Albania alla Sicilia”. Un articolo de Il Mattino di Padova parla di 3mila candidature per i 70 posti richiesti. La visibilità data da questa tipologia di copertura mediatica sembra, dunque, aver pagato: dopo gli articoli pubblicati in questi giorni i curriculum sarebbero arrivati. Viene da chiedersi se la questione non riguardi anche la modalità con cui si comunica la ricerca di personale. Visto che puntualmente le risposte arrivano ma solo dopo questi annunci mascherati da notizia che “sfruttano” il frame del lavoro che c'è e i giovani che non vogliono lavorare.

Leggi anche >> Expo, Manpower, Corriere: la retorica dei giovani che non vogliono lavorare ha rotto il cazzo

Come in altri casi simili, l'intera vicenda avrebbe meritato una copertura diversa, non un'informazione che procede per spot. Anzi, il processo di innovazione avviato dalla Antonio Carraro chiama in causa questioni complesse e tra di loro interconnesse che richiedono un lavoro approfondito e l'intervento di esperti qualificati: come funziona il reclutamento dei dipendenti oggi? Quali sono gli impatti dell'automazione sul futuro del lavoro? Quali le nuove figure professionali da formare, il dialogo tra formazione professionale, ricerca accademica e imprese? Queste sono solo alcune delle domande che la storia della Antonio Carraro di Campodarsego pone e che non sono state fatte.

Foto in anteprima via newsbiancolavoro.it

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I partiti politici dovrebbero adottare un codice di condotta per le campagne digitali

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Nelle ultime settimane sono stati principalmente due i grandi filoni al centro del dibattito pubblico: da un lato la battaglia del Partito Democratico e di Matteo Renzi alle “fake news” e dall’altro la possibilità dell’esistenza di una connessione dietro alcuni siti web e pagine Facebook di area Lega Nord pro Putin e della galassia Movimento 5 stelle.

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Sarebbe bello che in campagna elettorale si trattassero temi veri e proposte serie (non come le leggi sulle "fake news" che però non parlano di "fake news"). Nel frattempo, possiamo fare qualcosa per questo clima instabile come una raffineria? Noi crediamo di sì e per questo vogliamo proporre una questione culturale: la nostra idea è di promuovere una sorta di codice di condotta, un impegno etico sottoscritto dai soggetti coinvolti con lo scopo di portare un minimo di trasparenza nella presente (e magari nelle future) campagna elettorale. L’idea non è nuova né completamente nostra ma nasce da una conversazione su Twitter e da un articolo dell’Institute for Research on Public Policy, un’organizzazione no-profit canadese.

Cosa fare?

L’obiettivo principale della nostra idea non è di regolare ma di promuovere il tema della trasparenza sul web durante le campagne elettorali. Attualmente esistono già regole in materia di messaggi pubblicitari politici in televisione e sulla stampa, mentre il web, per quanto riguarda quei messaggi che non sono propaganda esplicita, rimane per lo più non regolato. L’obbligo per chi decide di aderire (vedi punti successivi) a questa iniziativa è di dichiarare l’utilizzo di canali e tecnologie digitali per la diffusione dei propri messaggi politici. Pagine Facebook, siti a tema, così come campagne altamente profilate o bot su Twitter sono strumenti alla portata di tutti. E tali strumenti possono essere estremamente utili ed efficaci.

Allo stesso modo però, è auspicabile che i cittadini siano coscienti del funzionamento di certe dinamiche. Anche se usati a buon fine e in maniera lecita, questi strumenti possono essere difficilmente riconosciuti e tracciati. Chiediamo quindi ai soggetti che vogliono aderire, di rendere pubblico l’utilizzo di queste tecnologie e canali “meno ortodossi”, limitandosi a quanto necessario per informare il cittadino e allo stesso tempo mantenere una competizione efficace. Non chiediamo (attenzione: sono banali esempi che potrebbero non corrispondere alla realtà) al PD di rinunciare alla pagina Matteo Renzi News né alla Lega di cancellare siti web pro-Putin, né al Movimento 5 Stelle di non utilizzare pagine non ufficiali. Chiediamo invece a questi partiti di rendere trasparente il loro utilizzo e la loro gestione. Ci piacerebbe poter leggere nei documenti pubblici di questi organismi che essi si avvalgono di una forte profilazione su Facebook per fare pubblicità mirate e che su Twitter ci sono alcuni bot attivi per stimolare la conversazione su determinati argomenti.

L’obiettivo è, come già detto, la trasparenza: una volta esplicitati in una sorta di informativa, il pubblico è a conoscenza di quali strumenti ciascuna forza politica utilizza. Per esclusione quindi, ogni cittadino potrà, ovviamente con la dovuta dedizione, capire se una fonte di notizie senza marchio politico è in realtà riconducibile o meno a un partito. Chiaramente è impossibile decifrare se un contenuto è un’esaltazione della realtà creata apposta per influenzare le masse, ma almeno sarà possibile escludere il coinvolgimento ufficiale di una organizzazione politica.

Chi deve aderire?

Per forza di cose l’adesione a questo progetto non può che essere su base volontaria delle singole organizzazioni politiche. Nessun limite però ai soggetti che decidono di prendere parte all’iniziativa: partiti, associazioni, fondazioni, assembramenti spontanei e informali di persone. Anche se solo un soggetto decidesse di partecipare, sarebbe un fattore positivo per la sua immagine: da quanto emerso questi giorni, siamo portati a credere che chiunque decida di optare per la trasparenza nei mezzi comunicativi faccia un’azione positiva che sarà senz’altro accettata favorevolmente da tutti. Al contrario, il rifiuto a dichiarare quali mezzi tecnologici sono stati messi in campo non lascia altra conclusione che l’ipocrisia di tale organizzazione politica. D’altronde, nessuno dei soggetti coinvolti nelle (sterili e strumentali) polemiche attuali ha mai ammesso di fare uso di bot, pagine non marchiate o siti tematici: al contrario, un coro di “non è vero” lascia presupporre che tutti saranno ben felici di poter dire sin da subito cosa è e cosa non è riconducibile a loro.

I problemi

Come ogni cosa, siamo ben consapevoli dei limiti e dei problemi che accompagnano questa proposta. È fuori discussione che sia possibile risolvere il problema del disordine informativo con una “piccola” pezza come questa. Vero invece che è uno dei tanti passi che la nostra società può fare verso obiettivi più grandi come igiene informativa, educazione, media literacy, etc. Crediamo che la direzione giusta sia quella di collaborare positivamente per sanare l’ambiente informativo in cui viviamo e non quella di creare leggi che diano il potere di censurare l’una o l’altra propaganda politica solo perché avversaria.

Il limite - forse insanabile - di questa nuova proposta è che non si può controllare i lupi solitari, i cani sciolti: come abbiamo già visto frequentemente, pagine Facebook e siti tematici sono stati creati da sostenitori di partiti politici, indipendentemente da questi, senza alcun collegamento. Altre volte sono semplicemente imprenditori che cercano di fare business diffondendo contenuti virali, titoli da click bait. Rimarrebbe comunque uno strumento utile (anche per il soggetto aderente) per affermare la propria estraneità ai sito, alla pagina, al bot. In parole molto povere, magari non cambia il modo di fare brutta politica, ma male non fa.

Ugualmente possono esserci problemi nel garantire e vigilare sull’applicazione di questo codice, ossia che un soggetto politico surrettiziamente utilizzi le tecnologie oggetto dell’informativa senza darne pubblicamente notizia. Il rischio esiste ed è concreto: l’unica soluzione sta nella costante ricerca e analisi dei contenuti da parte di chi già da ora lo fa - come tutti i professionisti che hanno prodotto il materiale dal quale le inchieste di questi giorni sono nate.

In conclusione, chiediamo a tutti i soggetti, più o meno politici, che in qualsiasi forma diffondono contenuti online o utilizzano strumenti tecnologici per diffondere la propria idea (non deve essere per forza legata a una forza politica riconosciuta) di voler dichiarare, in qualsiasi modalità, questa loro scelta. Non una regolamentazione ma una soft disclosure spontanea dei mezzi utilizzati. Un piccolo passo avanti per garantire trasparenza verso gli elettori.

Ps. Ogni contributo, teorico, pratico o organizzativo per questa causa è ben accetto.

Immagine via www.cocomore.de

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Yemen, una guerra “ignorata” e la peggiore crisi umanitaria al mondo

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Ahmed Abdu aveva sei anni quando è iniziata la guerra in Yemen. Ora ne ha nove, è ancora un bambino, ma già per quasi metà della sua vita stenti e difficoltà sono diventati la normalità, racconta Iona Craig, corrispondente del Guardian in Yemen e Medio Oriente sin dal 2010.

Una volta al mese, Ahmed fa un viaggio di più di 6 chilometri dal suo villaggio di montagna di A'unqba, negli altopiani centrali del paese, al mercato più vicino dove è disponibile il cibo. «Prima della guerra potevi mangiare quello che volevi, pollo, barrette di cioccolato, qualsiasi cosa», dice Ahmed alla giornalista. «Ora solo un po’ di tè, una manciata di cibo, un morso». A'unqba, dove l'elettricità è stata usata per la prima volta nel 2010, attraverso i generatori, è un villaggio nel governatorato di Taiz (uno dei centri contesi, simbolo del conflitto), con una moschea e un piccolo negozio “dove una lattina di sardine costa più del doppio rispetto ai mercati sulla strada principale in fondo alla montagna”.

Ahmed Abdu, 9 anni. La maggior parte della sua famiglia ha attraversato il confine ed è stato lasciato a prendersi cura dei parenti anziani (Foto di Iona Craig via Guardian)

I combattimenti nello Yemen centrale sono degenerati il ​​22 marzo 2015 dopo che i ribelli del nord, gli Houthi, sostenuti da unità militari fedeli all'ex presidente Ali Abdullah Saleh, si sono trasferiti nella città di Taiz, a 16 chilometri a nord-est di A'unqba. Quattro giorni dopo una coalizione di nazioni rapidamente formata, guidata dall'Arabia Saudita, lanciò una campagna di bombardamenti per respingere le forze 'Houthi-Saleh', che a quel punto controllavano le quattro maggiori città yemenite, compresa la capitale, Sana'a, e avevano costretto il presidente in carica, Abdrabbuh Mansour Hadi, in esilio nella capitale saudita, Riyadh.

Le principali tappe del conflitto in Yemen

2011 Una rivolta ispirata dalla primavera araba spinge il presidente autoritario dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, a lasciare la carica.

2012 Abdrabbuh Mansur Hadi, in precedenza vice di Saleh, assume la presidenza dopo le elezioni. Era l'unico candidato. Si batte per unire il diviso panorama politico del paese, affrontare l'insicurezza alimentare e le minacce di Al Qaida.

2014 Gli Houthi iniziano ad avanzare nel nord del paese, area che hanno storicamente controllato. A settembre entrano nella capitale, Sana'a. Hadi fugge ad Aden.

2015 Hadi è costretto a fuggire in Arabia Saudita, che vede negli Houthi una forza sostenuta dall’Iran e inizia a bombardare quelli che considera "obiettivi militari" associati agli Houthi e all’ex presidente Saleh. La campagna aerea saudita riceve il sostegno di una coalizione di stati arabi sunniti e il supporto logistico da Stati Uniti, Regno Unito e Francia.

Giugno 2016 La coalizione guidata dai sauditi è inclusa in una lista nera di Stati e gruppi dalle Nazioni Unite perché nel conflitto stanno violando i diritti dei bambini. Dopo le proteste dell’Arabia Saudita, l'ONU rimuove la coalizione dalla lista nera. Human Rights Watch parla di "manipolazione politica". Almeno 6.200 persone sono state uccise, 2,8 milioni sfollati.

Ottobre 2016 Un attacco aereo della coalizione saudita bombarda un funerale a Sana'a, uccidendo 140 persone. L'ONU annuncia un cessate il fuoco di 72 ore, presumibilmente rotto da entrambe le parti.

2017 Dopo due anni di combattimenti, quella in Yemen è descritta dalle Nazioni Unite come la peggiore crisi umanitaria del mondo. Milioni di persone costrette ad affrontare la carestia e la minaccia del colera.

Novembre 2017 L'Arabia Saudita impone un embargo ai porti dello Yemen, in seguito al lancio di un missile a Riyadh dal territorio controllato dagli Houti. I responsabili del World Food Programme, dell'Unicef ​​e dell'Organizzazione mondiale della sanità mettono in guardia sugli effetti del blocco di cibo, carburante, farmaci e aiuti umanitari: "Migliaia di persone innocenti, tra cui molti bambini, moriranno".

Rebecca Ratcliffe, Guardian

Da una parte, dunque, ci sono gli Houthi, sostenuti dall’Iran, dall’altra, le forze vicine al presidente Hadi, impegnate in un conflitto che, spiega Craig, si è trasformato in un pantano, tra gli Houti che “usano tattiche di assedio per limitare l'accesso di rifornimenti tra cui acqua, cibo e medicinali in una delle zone più povere d'acqua", e la coalizione saudita che ha imposto un embargo a un paese che, "in tempo di pace importa il 90% del suo cibo principalmente dal porto di Hodeida, controllato proprio dagli Houti". All'inizio di novembre, l'Arabia Saudita ha intercettato un missile balistico vicino a Riyad, la sua capitale. Secondo i sauditi, il missile è stato lanciato dagli Houthi ed è stato fornito loro dall'Iran. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha definito il lancio una «aggressione militare diretta» che potrebbe essere «considerata un atto di guerra». Per rappresaglia, Salman ha sigillato tutti gli ingressi via terra, aria e mare verso lo Yemen. Il blocco delle importazioni che, secondo l’Arabia Saudita, si è reso necessario per evitare che arrivassero armi di nascosto agli Houti, ha impedito anche l’arrivo di aiuti e di operatori umanitari nel paese.

Giovani yemeniti protestano contro la coalizione saudita all'esterno dell'ufficio delle Nazioni Unite a Sana'a (Foto Khaled Abdullah/Reuters via Guardian)

A causa dei bombardamenti, il villaggio di Ahmed è stato isolato per cinque mesi, quando missili e colpi di mortaio hanno iniziato a colpire le aree rurali e coltivate della zona, già messe a dura prova dagli effetti del cambiamento climatico che, per le grandi piogge, hanno decimato i raccolti. Le più ampie restrizioni sulle importazioni imposte dalla coalizione saudita e la svalutazione della valuta yemenita hanno fatto salire ancora di più i prezzi dei prodotti alimentari: il prezzo di riso, grano e zucchero si è quasi raddoppiato, racconta il bambino al Guardian. E anche le scuole sono rimaste chiuse perché gli stipendi degli insegnanti sono pagati saltuariamente. “Il mancato pagamento dei salari governativi, non retribuiti da agosto 2015 – scrive Iona Craig – implica che il 70% della popolazione ha bisogno di aiuti umanitari”.

La scorsa settimana il World Food Programme (WFP), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell’assistenza alimentare in tutto il mondo, ha affermato che sette milioni di yemeniti sono sull’orlo della carestia. Secondo l’organizzazione dell’Onu, 17 milioni di persone in Yemen si trovano in condizione di insicurezza alimentare, 3 milioni tra donne e bambini sotto i 5 anni richiedono sostegno alimentare e il WFP ha bisogno di 335 milioni di dollari per garantire cibo e nutrizione a 9 milioni di yemeniti entro marzo 2018.

«Senza aiuti economici, 125mila bambini rischiano di morire», ha detto alla CBS David Beasley, direttore esecutivo del WFP. «Siamo stati in grado di evitare la carestia ma siamo consapevoli che stanno accadendo tre cose: le persone stanno morendo e si stanno debilitando, la crescita dei bambini si sta arrestando. I loro cervelli sono più piccoli, i loro corpi sono più piccoli perché non ricevono il cibo o la nutrizione di cui hanno bisogno».

«Nella mia esperienza, non ho mai visto un paese così isolato dal resto del mondo come lo Yemen sotto la coalizione saudita oggi», ha riferito il corrispondente della CBS, Scott Pelley. «È molto raro avere una situazione in cui hai questa guerra totale, milioni di persone che affrontano la carestia, quasi un milione di persone colpite dal colera – e il mondo non può vederlo».

“La peggiore crisi umanitaria attualmente nel mondo”

Lo Yemen, scrive l’Economist, era già il paese più povero del Medio Oriente prima dello scoppio della guerra. Il conflitto non ha fatto altro che far deflagrare la povertà di uno Stato che “ha subito il più grande focolaio di colera della storia moderna ed è sull’orlo della più dura carestia che il mondo abbia mai visto per decenni”. La guerra ha distrutto i sistemi idrici, sanitari ed educativi. Per l’Onu si tratta della peggiore crisi umanitaria attualmente nel mondo: tre quarti dei 28 milioni abitanti del paese ha bisogno di aiuto e la guerra sembra non trovare una fine perché “i combattimenti, radicati in vecchi conflitti che ora coinvolgono molti gruppi e i paesi limitrofi, non vedono prevalere nessuna singola forza, rendendo così sempre più cupa ogni prospettiva di pace”.

via The Economist

Gli attacchi aerei della coalizione, prosegue il quotidiano britannico, hanno come obiettivi magazzini per la conservazione degli alimenti, l’aeroporto della capitale, Sana’a, la strada che conduce al porto di Hodeida in modo tale da impedire ogni mezzo di rifornimento. Le gru usate per scaricare le navi sono state messe fuori combattimento e gli Stati Uniti non sono in grado di fornirne di nuove, l’accesso di navi e aerei che trasportano cibo, carburante e medicine, monitorati dall’Onu, sono stati fortemente limitati. L’assenza di carburante ha paralizzato le stazioni di pompaggio dell’acqua e così gli abitanti di nove città hanno dovuto bere da fonti sporche. «Più di 2,5 milioni di persone non hanno accesso all'acqua pulita e così c’è il rischio che si creino altri focolai di colera», ha detto alla Reuters Iolanda Jaquemet della Croce Rossa Internazionale.

Tutto questo ha innescato un ciclo di sofferenza che crea le condizioni per la diffusione del colera e impedisce di curarlo. «Dall'aprile scorso, quasi 950mila yemeniti sono stati infettati, almeno 2200 persone sono morte e tanti sono stati i casi di dissenteria», ha aggiunto Jaquemet.

Secondo l’Unicef, riporta Amanda Erikson sul Washington Post, in Yemen muore un bambino ogni 10 secondi. La situazione è leggermente migliorata la scorsa settimana, quando l’Arabia Saudita ha ammorbidito l’embargo, consentendo che gli aiuti potessero arrivare ai due porti e aerei situati nelle aree controllate dagli Houti. Fino ad allora, scrive BBC, gli aerei giunti si potevano contare sulle dita di una mano. Alcuni trasportavano migliaia di chili di farina, un altro operatori umanitari e vaccini. Meglio di niente, ma non abbastanza, hanno commentato alcune organizzazioni umanitarie.

«Per sfamare 7 milioni di persone che soffrono la carestia, avremmo bisogno della stessa frequenza di accesso su base regolare che avevamo prima dell’embargo del 5 novembre», ha dichiarato alla CNN Abeer Etefa, uno dei coordinatori del World Food Programme.

L’Arabia Saudita sta usando la carestia come un’arma di guerra, ha commentato il giornalista Anthony Harwood su Newsweek. «L’Iran non può lanciare missili contro le città saudite e non aspettarsi conseguenze», aveva dichiarato alla CNN il ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir il 4 novembre scorso, subito dopo il lancio di un missile da parte degli Houti verso l’aeroporto di Riyad intercettato dall’Arabia Saudita. Ma a subire il peso di queste conseguenze sono i civili dello Yemen, nota Laura Kasinof su Slate.

L’occidente e il dramma dello Yemen che non può ignorare

"Se l'Arabia Saudita non riduce il blocco di aiuti via mare, terra e aria, una mossa che il regno saudita continua a ritenere necessaria, la già catastrofica crisi umanitaria dello Yemen potrebbe presto diventare uno ‘scenario da incubo’". Lo scorso 12 novembre, il Guardian riportava l’allarme delle Agenzie umanitarie sulla situazione in Yemen.

Il 30 novembre, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione (539 voti a favore, 13 contrari e 81 astensioni) che spinge per la fine totale del blocco imposto alle frontiere terrestri, marittime e aeree dello Yemen (richiesta che anche Theresa May, primo ministro del Regno Unito, ha promesso avanzerà nel corso del suo viaggio di tre giorni in Arabia Saudita. Il governo May è stato anche fortemente criticato per il proprio supporto alla coalizione militare saudita formata da otto stati e guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti).

La risoluzione del Parlamento europeo chiede anche una soluzione politica, inclusiva e negoziata al conflitto in atto e un embargo sulle armi vendute da paesi membri dell’Unione europea all’Arabia Saudita “viste le gravi accuse all'Arabia Saudita di violare il diritto umanitario internazionale” (sul punto una precedente risoluzione era stata votata sempre dal Parlamento europeo nel febbraio del 2016. Posizione ribadita anche il 13 settembre scorso),

La vendita di armi verso l’Arabia Saudita è stata dibattuta anche dal Parlamento italiano. Lo scorso 19 settembre la Camera dei Deputati ha respinto tre mozioni – di Sinistra Italiana, Movimento Cinque Stelle e Forza Italia – che chiedevano di bloccare l’esportazione di armi dall’Italia verso l’Arabia Saudita e tutti i paesi coinvolti nella guerra in Yemen. Sono state invece approvate due mozioni, presentate dal Partito Democratico e Scelta Civica, che chiedono di rafforzare il “meccanismo di consultazione periodico dell’Unione europea sul controllo delle esportazioni degli armamenti convenzionali” e di proseguire nei controlli sulle richieste da parte di imprese italiane che chiedono la licenza di esportazione di armi, vietandola in caso di violazioni accertate dagli organismi internazionali. Un fatto che Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia, aveva commentato con queste parole: «Parlamento e Governo dimostrano lo scarso interesse per il rispetto dei diritti delle vittime di un conflitto violentissimo e illegale, per fare un favore all'industria degli armamenti e all'Arabia Saudita, il paese che riesce a farsi perdonare ogni abuso col peso della sua potenza finanziaria».

Leggi anche >> L’Italia invia bombe in Arabia Saudita con l’ok del Governo?

Oltre alla questione sanitaria ed economica, c'è poi quella politica. Quel che è grave, spiega l'Economist, è che il resto del mondo sembra insensibile a tutto questo. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e altri paesi occidentali continuano a essere alleati dell'Arabia Saudita, ignorando anche a proprio rischio e pericolo la situazione in Yemen:

Sono in gioco anche importanti questioni di sicurezza. Il mondo non può permettersi un altro Stato fallito – un nuovo Afghanistan o una Somalia – che diventa terreno fertile per il terrorismo globale. Lo Yemen, inoltre, domina lo stretto di Bab al-Mandab, un collo di bottiglia per le navi che utilizzano il canale di Suez. Piaccia o no, l'Occidente è coinvolto. La coalizione guidata dai sauditi sta combattendo con aerei e munizioni occidentali. I satelliti occidentali guidano le sue bombe.

Foto in anteprima via AFP/Getty Images

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La cyber-guerra fredda, i russi e la propaganda occidentale

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

In questi mesi di cyber-guerra fredda, la Russia è tornata di moda in Occidente come nemico pubblico numero uno, il capro espiatorio di tutti i mali. La Brexit? Colpa dei russi. Trump vince le elezioni? Ingerenza russa. La Catalogna vuole l’indipendenza? Dannati russi! Elezioni in Italia? Complotto russo in arrivo.

Come accadeva prima della caduta del muro, anche le analisi più accurate vengono confezionate con la carta della propaganda prima di essere consegnate all’opinione pubblica: bot, hacker, troll, un esercito di cosacchi che minaccia la nostra libertà usando i social network.

Intervistato da Valigia Blu, il giornalista investigativo russo Andrei Soldatov, autore del libro "The Red Web: The Kremlin's Wars on the Internet" e cofondatore e direttore di Agentura.ru, sito che monitora le attività dei servizi segreti russi, commenta la situazione in questo modo: «Sai, è sempre meglio avere un nemico comune, che sia un paese (la Russia in questi giorni) o una tecnologia (i social media con i loro meccanismi non trasparenti di promozione e distribuzione delle notizie e dei post). Credo che ogni caso dovrebbe essere studiato con molta attenzione e bisognerebbe distinguere tra i tentativi documentati di influenzare i risultati elettorali e l'impatto che questi hanno realmente avuto».

Eppure, un discorso serio e documentato sull'impatto del caos informativo online non sembra interessare ai governi o ai partiti. E nemmeno ai giornali. Sui media si fa largo, piuttosto, la narrazione di un piano orchestrato dallo Stato russo per destabilizzare le democrazie occidentali e una sorta di chiamata alle armi contro Internet e contro il populismo. Soldatov ci mette in guardia: «Abbiamo a che fare con due problemi: il primo è il tentativo del Cremlino di manipolare i social media in Occidente, che è ben documentato; il secondo è l'impatto reale di queste attività, su questo io sono un po' più scettico. Sono convinto, per esempio, che Donald Trump si trovi nella Casa Bianca per alcune ragioni molto serie che hanno origine negli Stati Uniti, non all'estero. Quello che Mosca ha provato a fare è sfruttare problemi propri della società Occidentale, come la profonda perdita di fiducia nelle istituzioni».

La vittoria della propaganda russa, per certi versi, sta proprio nell'aver fatto credere che con una campagna su Facebook di soli 100mila dollari sia stata in grado di influenzare il risultato delle elezioni americane - dice Patrick Ruffini, co-fondatore di Echelon Insights, al Washington Post - ma non è così. Chi cerca spiegazioni a quello che è successo in America non dovrebbe cedere alla tentazione di attribuire ai russi un potere che non hanno.

«L'immagine della Russia di Putin costruita dell'Occidente e, soprattutto, dai media americani negli ultimi 18 mesi sciocca persino il lettore più anti-Putin qui da noi», scrive Oleg V. Kashin, un giornalista russo critico con il Cremlino, sul sito di notizie Republic. I media hanno creato una rappresentazione distorta della Russia, presentando imprese opportuniste e affaristi privati che non hanno niente a che fare con il Governo come agenti segreti agli ordini di Putin. In molti casi si tratta semplicemente di imprese russe che vendono servizi di propaganda e caos informativo online al miglior offerente, in qualsiasi parte del mondo.

Leggi anche >> Se le democrazie sono in pericolo non è certo colpa dei russi o dei social network

Una ghiotta opportunità per i nostri propagandisti

Un'immagine di repertorio del Presidente spagnolo Mariano Rajoy

Intervistato dal direttore di Repubblica Mario Calabresi, il Presidente spagnolo Mariano Rajoy ha affermato che il 55% del traffico sui social network sulla questione catalana proveniva dalla Russia, il 30% dal Venezuela e che solo il 3% dei profili che hanno partecipato alla conversazione online su questo argomento corrispondono a persone reali. Un dato allarmante, che comunque non ci dice nulla sull'impatto di queste azioni, e che per fortuna non trova alcun riscontro nella realtà. E alla fine risulta essere propaganda governativa old school a mezzo stampa.

Rajoy non è l'unico ad aver colto la palla al balzo, anche in Italia c'è chi sembra voler impostare tutta la campagna elettorale sulle famigerate “fake news”, sfruttando la cassa di risonanza acritica offerta dai media mainstream, con tanto di “fake-legge” sbandierata sui palchi (e poi parzialmente smentita).

Introdurre nei nostri ordinamenti giuridici uno strumento di controllo e censura allo scopo di stabilire la veridicità delle informazioni (conosciuto anche come: "proteggere i cittadini dalle fake news") e, allo stesso tempo, tutelare la libertà di espressione e di informazione è un controsenso. Una strada molto rischiosa per una democrazia. «È una forma di pensare molto russa - commenta Soldatov - stiamo iniziando a parlare il linguaggio del Cremlino, che tratta l'informazione come un'arma. Come giornalista, non posso sentirmi a mio agio con questa deriva».

La propaganda estera russa esiste (basta pensare alla pervasività di canali come Russia Today o Sputnik), ma non è una novità, né tantomeno uno spettro che si aggira tra gli account anonimi di Facebook. «Ci sono stati tentativi di influenzare i processi elettorali in Europa già prima del 2016, ma usando metodi diversi, più tradizionali», precisa Soldatov.

Come scrive Fabio Chiusi su L'Espresso: «Non è solo un problema russo, oggi, o cinese, domani; per i 100 mila dollari spesi su Facebook dai troll del Cremlino, ci sono gli 81 milioni investiti da Clinton e Trump». Nello stesso articolo è riportata una dichiarazione di Cristian Vaccari, docente alla Royal Holloway di Londra, che ricorda che buona parte della propaganda non giunge dai social network: «La quantità di messaggi di disinformazione e propaganda che ha raggiunto la popolazione americana nel 2016, ancorché elevata in valore assoluto, è molto bassa se confrontata con la mole enorme di contenuti generati dai mass media e dai candidati stessi».

La propaganda "innocua" che piace a noi

Come ha fatto notare eldiario.es in un reportage pubblicato la scorsa settimana, la maggior parte della propaganda russa avviene alla luce del sole. La gazzetta ufficiale del Governo russo, Rossijskaja Gazeta, sede della pubblicazione di tutte le leggi e decreti emessi dalle istituzioni statali, finanzia da anni un inserto cartaceo e online di propaganda economica, commerciale, politica e culturale, pubblicato in 26 paesi, tradotto in 16 lingue, grazie ad accordi con molti dei quotidiani internazionali che oggi seminano allarmismo rispetto alla famigerata ingerenza russa negli Stati Uniti e in Europa.

In Italia l'inserto di Rossijskaja Gazeta è stato distribuito dal 2010 al 2015 da Repubblica, inizialmente con il nome "Russia Oggi" e successivamente come "Russia Beyond the Headlines" (RBHT).

La sezione online del vecchio "Russia Oggi": l'ultimo articolo metteva in relazione morte e vaccini

Il supplemento, che nel resto del mondo è conosciuto come Russia Beyond the Headlines, è stato pubblicato negli ultimi anni da giornali del calibro di: New York Times, Washington Post, Wall Street JournalLa Repubblica, Le Figaro, Süddeutsche ZeitungEl Pais (fino al 2016, come precisa eldiario.es nel suo articolo).

Si tratta a tutti gli effetti di un contenuto sponsorizzato, pubblicato senza alcun controllo da parte della redazione del giornale, che include informazioni economiche, politiche, culturali e sociali sulla Russia e la sua relazione con il resto del mondo. Per la pubblicazione e distribuzione, la testata ospitante riceve una compensazione dallo Stato russo.

Come possiamo leggere in una nota al margine pubblicata nel 2014, La Repubblica declina qualunque responsabilità rispetto ai contenuti:

Russia Beyond the Headlines è finanziato dal quotidiano russo Rossijskaja Gazeta. Questo inserto è stato realizzato senza la partecipazione dei giornalisti e dei redattori de La Repubblica. 'Russia Beyond the Headlines' è finanziato dai proventi dell’attività pubblicitaria e dagli sponsor commerciali, così come da mezzi di enti russi.

La grande ironia di tutto questo è che, presi dalla smania di scovare propaganda russa sui social media, molti giornali si sono scordati di essere stati essi stessi organi di propaganda pagati dal Governo russo. Russia Beyond the Headlines, infatti, condivide la stessa fonte di finanziazione di siti come Russia Today o Sputnik: il Cremlino, che finanzia una rete informativa nazionale e internazionale attraverso il suo organo ufficiale Rossíyskaya Gazeta, fondata nel 1990 dal Soviet Supremo, che funziona sia come gazzetta ufficiale dello Stato che come organo di stampa governativo.

Certo, non si tratta di un inserto nato con lo scopo di diffondere notizie false, i suoi contenuti sono più simili a comunicati stampa di tipo politico-economico con un orientamento filo-russo. Niente di scandaloso. Abbiamo chiesto ad Andrei Soldatov se un inserto di questo tipo possa essere considerato propaganda. «È un discorso molto delicato. C'è chi parte dal presupposto che Russia Today stia producendo "fake news" aggressive, mentre il supplemento a cui fai riferimento produce contenuti tradizionali, quindi è visto come innocuo. Ma ragionando in questo modo ci stiamo limitando a giudicare la pubblicazione in base al contenuto che pubblica, ed è un approccio molto discutibile. Se invece parliamo dei finanziatori, ovviamente l'inserto Russia Beyond the Headlines è la stessa propaganda di Russia Today, perché è finanziato dal Governo russo».

La sfida più grande per la nostra società sarà capire come affrontare il disordine informativo senza rinunciare a valori fondamentali come la libertà di espressione e la libera circolazione dell'informazione stessa. Non abbiamo bisogno di un capro espiatorio. Non ci servono crociate populiste contro Internet. Seminare allarmismo ogni volta che viene scoperta una manciata di account falsi o che viene pubblicato un meme diffamatorio può essere funzionale alla propaganda nostrana, ma di certo non aiuta a migliorare l'ecosistema informativo.

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Molestie sessuali: nel silenzio assordante politico-mediatico, noi continuiamo a parlarne

[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

Attorno agli uomini potenti che nelle ultime settimane in giro per il mondo sono stati accusati di molestie sessuali c’è un sistema che per anni ha consentito loro di non far venire fuori queste storie. Per questa ragione, secondo Ronan Farrow, il giornalista che sul New Yorker ha scoperchiato il caso Weinstein, la vera domanda da porsi oggi non è se le donne siano abbastanza coraggiose da parlare, ma: "Siamo noi come società abbastanza coraggiosi da affrontare le riforme necessarie per cambiare questo sistema?"

L’interrogativo è rivolto agli Stati Uniti, dove si è aperto un dibattito su molte questioni - ad esempio anche sul reinterpretare lo scandalo Clinton-Lewinsky come un caso di abuso di potere sul luogo di lavoro. Ma a porsi questa domanda dovrebbe essere anche l’Italia, dove la stampa fa ancora fatica a inquadrare il problema, la politica tace e si continua a considerare il caso molestie e le denunce come fatti di costume: una generale sottovalutazione che fa sì che l’interesse per la questione stia scemando prima che sia stata trovata la chiave per affrontarla. Prova ne è, ad esempio, lo scarso clamore delle accuse all’ex presidente della Figc Carlo Tavecchio – ancora uno dei pochi casi emersi in Italia.

Gli accordi che impediscono alle vittime di parlare in USA

Una questione sollevata da Farrow, e di cui si sta discutendo negli Stati Uniti, riguarda i non disclosure agreement (NDA), gli accordi fatti firmare alle vittime per tacere le molestie: generalmente la parte lesa accetta di non portare il caso in tribunale o parlare pubblicamente in cambio di una somma di denaro. In caso di violazione, l’altra parte può agire in giudizio per interrompere la divulgazione delle informazioni e anche ottenere un risarcimento del danno. In molti si sono chiesti se l’applicazione delle clausole di riservatezza a questo tipo di casi serva principalmente a proteggere i molestatori sessuali, consentendo loro di continuare a perpetrare abusi.

Nell’ultima delle sue inchieste sul caso Weinstein pubblicate sul New Yorker, Farrow racconta che l’ex produttore e capo della Miramax aveva pagato un milione di dollari la modella italiana Ambra Battilana Gutierrez, convincendola a firmare un accordo di non divulgazione che la obbligava a non parlare pubblicamente delle molestie sessuali subite. La donna ha spiegato di essersi consultata con i suoi legali, che le hanno consigliato di firmare perché sarebbe stata "la cosa migliore".

«Ero molto disorientata. Non sapevo bene l’inglese e tutte le parole contenute nell’accordo erano molto difficili da capire», ha raccontato la modella a Farrow. Secondo il giornalista, Weinstein ha utilizzato accordi come quello firmato da Gutierrez per tenere nascosti gli abusi e le violenze sessuali per almeno vent’anni. Ne ha fatto uso con dipendenti, partner negli affari e donne che avrebbero potuto accusarlo – donne che, ricorda il giornalista, "erano spesso molto più giovani e molto meno potenti di Weinstein, e che hanno firmato sotto la pressione degli avvocati".

Zelda Perkins, un’ex assistente del produttore nell’ufficio Miramax di Londra, ha deciso di infrangere l’accordo di non divulgazione firmato nel 1998 dopo aver subito molestie sessuali dal produttore (250 mila sterline da dividere con un’altra dipendente che presentava accuse analoghe). La donna ha detto di aver deciso di parlare – nonostante corra rischi dal punto di vista legale – proprio per fare luce sul sistema degli NDA. «Voglio rompere pubblicamente il mio accordo di non divulgazione. Se nessuno lo fa non ci sarà un dibattito su questo e sulla coercizione subita dalle vittime. Mi sono sentita cadere il mondo addosso, perché pensavo che la legge servisse a proteggere coloro che la rispettano. Ho scoperto che non ha niente a che vedere con bene e male, e riguarda solo soldi e potere», ha dichiarato al Financial Times. Perkins ha anche raccontato di essere stata sottoposta a giorni interi di domande dei legali di Weinstein prima di stilare l’accordo, e di essere uscita esausta dal processo di negoziazione.

La pratica dei non disclosure agreement è piuttosto diffusa nei casi di molestie che riguardano gli Stati Uniti. In passato anche Roger Ailes e Bill O’Reilly avevano – personalmente o tramite Fox News – pagato decine di milioni di dollari per il silenzio di molte donne che li accusavano di averle molestate sessualmente.

Il problema riguarda anche le istituzioni americane. Il Washington Post ha spiegato che i dipendenti del Congresso hanno 180 giorni per denunciare le molestie subite a uno speciale ufficio dedicato (Office of Compliance) che si occupa delle accuse nei confronti di membri e dipendenti di Capitol Hill. Viene quindi messo in moto un processo di consulenza e mediazione, che spesso si conclude con la firma di un accordo di confidenzialità.

«Non è un processo favorevole alle vittime. È un processo che protegge le istituzioni. Credo che [se indagassimo] scopriremmo che le molestie sessuali sono un fenomeno dilagante nelle istituzioni. Ma nessuno vuole saperlo, perché in quel caso dovrebbero fare qualcosa al riguardo», ha spiegato Jackie Speier, membro del Congresso per il Partito democratico che ha spinto per una revisione del trattamento dei casi di molestie sessuali.

BuzzFeed ha visionato i documenti riguardanti un reclamo di una donna che sosteneva di essere stata licenziata per non aver ceduto alle avance sessuali del democratico John Conyers. Alle accuse è seguito un accordo di non divulgazione per oltre 27 mila dollari (provenienti dall’ufficio del politico). Matthew Peterson, che ha assistito legalmente la donna, ha definito il processo "disgustoso": «Ti senti come se fossi stata tradita dal tuo governo solo per esserti fatta aventi. É come essere abusati due volte». Conyers ha confermato l’esistenza dell’accordo, si è dimesso dalla commissione Affari Giudiziari, ma negato le accuse di molestie che però nel frattempo sono aumentate.

Recentemente la CNN ha parlato con diverse donne vittime di molestie che hanno firmato accordi di non divulgazione. «Mi sento come se la mia voce manchi dal coro delle vittime che adesso stanno parlando», ha detto una donna che ha firmato un NDA dopo aver presentato una denuncia per molestie sessuali all’ufficio preposto del Congresso cinque anni fa. «Il clima era differente rispetto ad adesso. Allora sembrava insostenibile – ha aggiunto – Mi è sembrata l’opzione migliore per me al momento. L’aspetto positivo è che sono riuscita a lasciarmi quella parte della mia vita dietro le spalle, senza doverla costantemente rivivere».

Secondo Debra Katz, legale che si è occupata di diversi casi al Congresso, la procedura è «estremamente unilaterale e pesante, e sostanzialmente impone riservatezza e non divulgazione a vita». Le donne che si rivolgono all’Office of Compliance hanno bisogno degli stipendi e del lavoro per sopravvivere a Washington, «così fanno il calcolo che non sarebbe un bene per le loro carriere fare una denuncia pubblica, e preferiscono ottenere qualcosa piuttosto che niente».

La scrittrice americana Rebecca Solnit ha dichiarato che gli accordi di non divulgazione l’hanno sempre “inorridita”, perché «lo stupro e le aggressioni sessuali sono atti che zittiscono: dicono che la tua sovranità sul tuo corpo, i tuoi diritti umani, il tuo diritto di dare consenso o non darlo non hanno significato per me». L’accordo di non divulgazione, secondo la scrittrice, silenzia ancora una volta le vittime: «L’intero processo è parte di un silenziamento sistemico».

Nel suo libro Gli uomini mi spiegano le cose, Solnit specifica questo concetto:

La violenza è un modo per azzittire le persone, per negargli voce e credibilità, per affermare il proprio diritto di controllare il diritto altrui di esistere. (...) Al cuore della lotta femminista affinché lo stupro, il date rape, la violenza sessuale coniugale, la violenza domestica e le molestie sessuali sul luogo di lavoro assumessero lo statuto giuridico di reati c’è stata la necessità di assicurare credibilità e ascolto alle donne. Sono propensa a credere che le donne abbiano acquisito lo status di esseri umani quando si è cominciato a prendere sul serio questo genere di atti (...) E a chiunque stia per sostenere che le intimidazioni sessuali in ambito lavorativo non sono una questione di vita o di morte, voglio ricordare che a quanto pare il caporale di Marina Maria Lauterbach, vent’anni, è stata uccisa una sera d’inverno da un suo collega di grado superiore mentre era in attesa di testimoniare contro di lui perché l’aveva stuprata.

Il dibattito in Italia: “processi mediatici” e silenzio della politica

Se negli USA – così come nel Regno Unito – lo scandalo molestie sessuali ha raggiunto la politica, costringendola in qualche modo a interrogarsi, in Italia la discussione è rimasta schiacciata sul mondo dello spettacolo e la questione trattata come fenomeno di costume, fino a non parlarne proprio più, in un assordante silenzio politico-mediatico. Come avevamo già analizzato, la cifra principale è stata accusatoria nei confronti delle vittime, e improntata alla strenua ricerca di garantismo per i presunti molestatori.

I problemi di un dibattito di questo tipo sono diversi. Il primo è che si rischia di non percepire la pervasività del fenomeno delle molestie sessuali, specialmente sul luogo di lavoro.

«Ci si è fissati sul mondo dello spettacolo probabilmente perché è da lì che stanno venendo le denunce. Ma le molestie sessuali succedono ovunque. E quello che veramente è dannoso è quello che succede nelle aziende, alle donne con lavori "normali"», spiega a Valigia Blu Barbara Serra, giornalista di Al Jazeera English. «Dovremmo togliere l’enfasi dal cinema  – aggiunge – , metterla sul mondo lavorativo “normale” e capire quanto i dipartimenti di risorse umane siano veramente attrezzati per affrontare queste cose. Ogni azienda se lo dovrebbe chiedere».

Una seconda questione riguarda la demonizzazione delle denunce fatte attraverso i media, seguendo l’argomento per cui di molestie sessuali si parla in tribunale, mentre in televisione è solo “gogna mediatica”. «Il caso Weinstein inizia con un articolo del New York Times. Sostenere che il giornalismo non c’entri con questo è assurdo, soprattutto quando tante donne dicono che hanno provato a denunciare, hanno provato a parlare con capi, agenti, colleghi o altro e non veniva fuori niente. Quindi il giornalismo ha avuto un ruolo chiave», spiega Serra.

La giornalista ritiene che una volta venute fuori le denunce, certamente dovrà esserci un accertamento. «La vera domanda è: dove va fatto questo processo? Weinstein in un caso è accusato di stupro e andrà sicuramente in tribunale. Per gli altri episodi c’è un’indagine interna subito attivata dalla Weinstein Company, che l’ha anche allontanato. Anche quando le accuse non possono finire in tribunale per varie ragioni (per esempio se in Italia sono passati sei mesi), le aziende stesse possono controllare. Anche Warner Italia, parlando di Fausto Brizzi, potrebbe farlo o averlo fatto», spiega Serra, che ricorda come la BBC abbia recentemente riattivato dei casi di molestie risalenti nel tempo e aperto indagini su di essi. «Quindi – conclude – non è che l’accusa inizia dai media e finisce sui media. Inizia dai media e poi dovrebbe andare oltre: a volte, quando si può, in tribunale, le altre volte dovrebbero essere le aziende stesse ad accertare».

Il terzo problema del dibattito italiano è che manca una riflessione sulle misure che esistono a tutela delle vittime di molestie sessuali. Le leggi esistenti sono sufficienti? Sono migliorabili?

La discussione – considerato come si è parlato del caso sui media – è relegata agli addetti ai lavori. «Nel nostro ordinamento il termine “molestie” è usato solo nell’ambito del diritto del lavoro, mentre in penale si usa la parola “violenza sessuale” anche per indicare atti che non arrivano al rapporto completo, ma si limitano a toccamenti, strusciamenti e rapporti orali. Per cui se parliamo di molestie sessuali stiamo parlando di uno specifico tipo di mobbing, da sanzionare in quelle sedi», spiega a Valigia Blu Alessia Sorgato, legale impegnata nella difesa di donne che subiscono violenza. «Quando parliamo di “violenze sessuali” – aggiunge – intendiamo atti che coinvolgono zone erogene del corpo, commessi con violenza o minaccia o abuso dell'inferiorità psico-fisica della vittima, o che comunque attentano alla libertà sessuale – e in questo rientra anche la possibilità di dire “no”, “non così” o “basta”. In questo caso la donna ha solo due possibilità: o querela, e lo fa entro sei mesi tassativamente dal fatto, oppure tace per sempre».

Quanto al termine dei sei mesi, i pareri sono contrastanti. Secondo Sorgato non andrebbe allungato, perché «quello dopo uno stupro ad esempio è un periodo buio, angoscioso, travagliato, fitto di dubbi e di flashback atroci. Prolungare l'agonia di una decisione fa male solo alla vittima». L’avvocata Giulia Bongiorno, invece, intervistata da Le Iene, ha definito quella dei sei mesi una “tagliola vergognosa”. Ciononostante, la legale ha spinto le donne a denunciare anche dopo lo scorrere del termine perché «alcune condotte potrebbero integrare altri reati. Ad esempio la violenza privata nell’ipotesi in cui la donna è costretta ad assistere contro la propria volontà ad atti di autoerotismo da parte dell’uomo. È un reato rispetto al quale c’è la possibilità di fare denunzie anche tanto tempo dopo».

Secondo Sorgato, in generale, la legge attuale «è buona, anche perché non è farina solo del sacco del nostro legislatore, che deve continuamente adeguarsi alle convenzioni internazionali. Il punto è che non la si conosce bene e non la si sa applicare. Bisogna pretendere che siano rispettate le norme a protezione della vittima. Ad esempio consentendole di raccontare la sua esperienza in un ambiente confortevole, dove non abbia mille orecchie e volti presenti oltre al giudice, o facendola testimoniare una sola volta per non dover ripetere mille volte il suo vissuto».

Poco tempo fa Possibile ha convocato una conferenza stampa alla Camera per discutere del tema delle molestie. «Ci stiamo confrontando molto, anche con associazioni o legali specializzati. Stiamo riflettendo sulla possibilità di estendere il periodo per presentare la querela, dai 6 mesi attuali a un periodo maggiore, per offrire alle vittime più tempo per essere pronte a denunciare e a volte per elaborare qualcosa difficile da ammettere anche a se stesse. Presenteremo a breve una proposta di legge in tal senso», spiega a Valigia Blu la deputata Beatrice Brignone. Per quanto riguarda il mondo dello spettacolo, aggiunge, «crediamo che laddove ci siano finanziamenti pubblici, sia doveroso da parte delle istituzioni intervenire e pretendere che ci siano le condizioni perché chi subisce molestie possa denunciarle in sicurezza e vengano assunti provvedimenti e protocolli affinché non si creino le situazioni che in queste settimane stanno emergendo».

Secondo Brignone, considerato che «in genere si tratta di molestie avvenute in presenza di un abuso di potere, è proprio sui limiti e sull’abuso di una posizione di potere che anche la legislazione dovrebbe interrogarsi e intervenire, insieme alla creazione di un sistema adeguato per proteggere chi denuncia le molestie».

E qui arriviamo al quarto problema della discussione in Italia: se si fa eccezione dello sforzo di Possibile, il mondo della politica è sostanzialmente assente. Sul dibattito sulle molestie pesa infatti un grande silenzio di donne e uomini delle istituzioni, da destra a sinistra. Anche la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Maria Elena Boschi – che pure ha la delega alle Pari Opportunità – e la presidente della Camera, Laura Boldrini, per diverse settimane hanno taciuto, se si eccettua qualche dichiarazione sollecitata o rilasciata in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

«Politicamente non se ne sta occupando nessuno di questa cosa ed è terribile perché c’è un silenzio assurdo. Il dibattito politico è tutto così: non si affronta la questione o lo si fa con un’intolleranza di fondo che mi preoccupa molto. Significa che c’è molto da lavorare se non si capisce che è un problema molto serio e molto forte», commenta Brignone.

L'unica soluzione è un cambiamento culturale

Secondo Rebecca Solnit, persone «che non avevano mai fatto attenzione [al tema delle molestie] sono adesso costrette a riconoscere quanto questo fenomeno sia assolutamente pervasivo e sistemico». Basta guardare ai casi Weinstein o Charlie Rose (storico giornalista della CBS sospeso dopo accuse di molestie sessuali) per rendersi conto di come ci fosse «un intero sistema attorno a loro che favoriva il fatto che denigrassero, molestassero, intimidissero, silenziassero, svalutassero e talvolta aggredissero le donne». Il fatto che il fenomeno sia sistemico, aggiunge Solnit, significa non solo che bisogna parlarne al di là degli specifici nomi altisonanti degli accusati, ma anche porsi la domanda di come cambiare questo sistema: «Come scalzare il patriarcato, la misoginia, la mancanza di empatia, la cultura che fa sì che gli uomini siano considerati potenti e magnifici quando si comportano in questo modo?»

Anche Barbara Serra insiste sul problema del porsi i giusti interrogativi, quando si parla di molestie sessuali: «In Italia c’è stata un’ossessione sulle donne, in TV c’era una vittima dopo l’altra. Dov’erano le vere domande su cos’è che non funziona nel nostro sistema e come possiamo tutti uomini e donne cambiare? Se dobbiamo affrontare il problema dobbiamo chiederci: ok, chi trova questo accettabile? Quanti uomini chiudono un occhio, quanti sentono storie da bar e ritengono più facile credere che sia la donna una poco di buono piuttosto che il loro amico un molestatore? Il 99,9% degli abusi che sono venuti fuori sono fatti da uomini, e in Italia invece tutta l’enfasi è stata sulle donne».

Nel suo libro Solnit spiega come nonostante casi di violenza e stupro si verifichino sistematicamente, "quasi mai li si considera un problema di diritti civili o di diritti umani, o un’emergenza, o addirittura uno schema ricorrente. La violenza non ha razza, non ha classe, non ha religione, né una nazionalità, però ha un genere". Questo, ovviamente, "non significa che tutti gli uomini sono violenti. La maggior parte degli uomini non lo è. Inoltre, naturalmente anche gli uomini sono vittime di violenza, molto spesso per mano di altri uomini" e "può accadere, e in effetti accade, che anche le donne commettano atti di violenza nei confronti del partner"; "ma l’argomento, qui, è la pandemia di violenza commessa dagli uomini sulle donne, sia compiuta nell’ambito della relazione di coppia che da estranei".

Quello che serve è un cambiamento culturale. Ma prima di arrivare ai luoghi di lavoro, bisognerebbe partire dall’educazione.

Lorenzo Gasparrini, ricercatore e autore del saggio Diventare Uomini. Relazioni maschili senza oppressioni, spiega a Valigia Blu come un’educazione patriarcale abbia un «peso decisivo» nel perpetuare un sistema in cui molestie e aggressioni sessuali trovano gioco facile: «Non si tratta di cercare una causa diretta, come per un fenomeno della fisica, ma di capire che un'intera cultura si muove per anni a costruire un modello di maschilità che prevede come possibile, naturale e normale un certo rapporto di potere tra i sessi».

La medesima educazione fa sì che si affronti il problema con distacco, perché «prevede una casistica enorme per giustificare» molestie o aggressioni sessuali, «in modo che il sistema di potere non venga mai intaccato da un'assunzione di responsabilità generale degli uomini per il modo in cui vengono educati. I quali uomini da quella stessa educazione vengono spinti a pensare che mettere in discussione il sistema patriarcale significhi mettere in discussione la loro stessa identità, per la quale non ci sono alternative». Allo stesso modo si spiegano i commenti accusatori delle donne nei confronti delle vittime: «Il sistema patriarcale – precisa Gasparrini - non crea “uomini” e “donne”, ma ruoli gerarchicamente organizzati. Oltre al fatto che nel ruolo di potere in massima parte occupato da uomini potrebbe esserci anche una donna, va considerato che in molte considerano “naturale” anche uno sprezzante giudizio moralista sulle altre donne che non sanno difendersi o che incorrono in molestie e violenze. Anche questa è educazione patriarcale».

Per questa ragione il sovvertimento deve partire dalle radici. «La scuola dovrebbe avere un ruolo fondamentale; ma proprio per questo è lì che il passaggio verso una cultura di genere incontra le resistenze più forti», aggiunge il ricercatore, secondo cui «un sistema cambia quando la maggior parte di persone che vi è coinvolto capisce che le alternative a quel sistema sono migliori e più efficaci».

Anche per Rebecca Solnit, il cambiamento al quale dobbiamo aspirare non riguarda qualche mela marcia:

"Cosa c’è che non va nella mascolinità? C’è qualcosa nel modo in cui la virilità è immaginata, in ciò che viene lodato e incoraggiato, nel modo in cui si trasmette la violenza ai bambini maschi, che bisogna affrontare.

La scrittrice sottolinea come la liberazione femminile sia stata spesso "descritta come un movimento determinato a usurpare o portare via agli uomini il potere e i privilegi, come se, in uno squallido gioco a somma zero, il potere e la libertà potessero appartenere di volta in volta solo all’uno o all’altro sesso. Ma o si è liberi e libere insieme, o si è schiavi e schiave insieme. Non vi sono dubbi che la mentalità di chi sente il bisogno di vincere, di dominare, di punire, di regnare sovrano sia una cosa terribile e assai distante dalla libertà, e abbandonare questo desiderio impossibile sarebbe un sollievo".

I nostri articoli a partire dal caso Weinstein:

Hollywood e lo scandalo Weinstein: lo scoop che i media per anni non hanno pubblicato

Molestie sul lavoro: perché in Italia un caso “Weinstein” non c’è e non ci sarà

Violenze e denunce: dopo Hollywood travolto il mondo dei media

Molestie sessuali: è importante continuare a parlarne

Scandalo Weinstein: ex spie e giornalisti pagati dal produttore per fermare le inchieste

Molestie sessuali: i commenti e il dialogo con i nostri lettori su Facebook

Molestie sessuali: un sistema che crolla e le accuse alle vittime

Immagine in anteprima via quietrev.com

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La rete di disinformazione, NYT, BuzzFeed, Renzi, la propaganda e il caos informativo

[Tempo di lettura stimato: 23 minuti]

di Angelo Romano e Arianna Ciccone

Nell’ultima settimana, due articoli pubblicati su due testate americane, BuzzFeed News e New York Times, hanno riproposto al centro dell’attenzione mediatica e politica il tema della propaganda e della disinformazione online nel nostro paese.

In Italia, questi due articoli si sono inseriti in un rinnovato dibattito sul rischio che le fake news possano inquinare e condizionare la campagna elettorale del prossimo anno. A riaccendere l’interesse su questo tema è stato, in particolare, il segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, che durante l’ultima Leopolda, ha citato i due articoli per invitare a battersi contro le fake news, dicendo di “aver sgamato Cinque Stelle e Lega Nord” e annunciando che “ogni 15 giorni il Pd presenterà un rapporto ufficiale sulle schifezze in rete”.

Abbiamo provato a seguire le fila delle questioni aperte e a ricostruire il contesto e il dibattito a seguito di questi due articoli.

L’inchiesta di BuzzFeed e la sospensione delle pagine Facebook di iNews24 e DirettaNews

I primi a portare l’attenzione dell’opinione pubblica italiana sui pericoli della massiccia disinformazione online da parte di alcuni siti web sono stati Alberto Nardelli e Craig Silverman su BuzzFeed News con un articolo, pubblicato il 21 novembre, dal titolo “One Of The Biggest Alternative Media Networks In Italy Is Spreading Anti-Immigrant News And Misinformation On Facebook”. Già, nel novembre 2016, prima del referendum costituzionale del 4 dicembre, i due giornalisti avevano pubblicato un pezzo che ricostruiva la rete di siti “alcuni ufficiali, altri all’apparenza indipendenti, che diffondono notizie false in Rete, teorie cospirative e propaganda pro-Cremlino”, gestita dai fondatori del Movimento 5 Stelle. Una struttura propagandistica, si legge nel post, di cui il partito si sarebbe servito “per tentare di sconfiggere le riforme costituzionali sostenute dal governo che saranno votate in un referendum il 4 dicembre”.

Leggi anche >> L’inchiesta su una ‘rete di disinformazione’ in Italia e la decisione di Facebook di chiudere le pagine

Con la consulenza di Andrea Stroppa (sul sito presentato come ricercatore indipendente sulla cybersicurezza, in passato consulente sul tema dell’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi), BuzzFeed ha ricostruito i legami tra siti e pagine Facebook che possono apparire indipendenti tra di loro arrivando a individuare l’esistenza di una rete, riconducibile all’imprenditore romano, Gianluca Colono, e alla sua azienda Web365, che, secondo i documenti consultati da BuzzFeed, gestisce almeno 175 domini web, siti di informazione come iNews24 e testate giornalistiche come DirettaNews, alcune pagine Facebook con un grande numero di iscritti e condivisioni, capaci di avere più interazioni di quotidiani nazionali di grande diffusione. Attraverso la rete creata, questi siti e pagine pubblicano e diffondono articoli con contenuti di stampo nazionalista e contro i migranti e, più in generale, contribuiscono a fare disinformazione.

Come ha spiegato Alberto Nardelli, in un’intervista a Repubblica, lui e Silverman hanno incrociato diversi dati (di chi era la proprietà dei siti, quali erano gli identificativi di Google, le pagine Facebook e la popolarità dei contenuti diffusi) per poter arrivare a capire se c’era una rete e, una volta appurata l’esistenza, qual era il suo cuore e come gli articoli pubblicati venivano distribuiti al suo interno. I contenuti diffusi dai siti e dalle pagine gravitanti intorno alla rete di Web365 spaziano dal click-baiting spinto a titoli fuorvianti su notizie del giorno, da storie allarmistiche su eventi tragici a pezzi fortemente divisivi sull’immigrazione che riecheggiano retoriche nazionaliste e islamofobe.

Nell’articolo non si fa riferimento esplicito alle fake news, ma si accusa questa rete di diffondere articoli che disinformano e potenzialmente capaci di condizionare l’informazione. Notizie vere rilanciate però con titoli sensazionalistici in grado di mobilitare. Un fenomeno, questo, che, secondo quanto riferito da funzionari italiani ("officials" nel testo,  ma non si capisce bene chi siano questi funzionari) a Silverman e Nardelli, a livello più generale potrebbe avere un impatto sulle elezioni del prossimo anno. Senza però fornire ulteriori elementi per comprendere come sia possibile definire e inquadrare questo impatto.

Tuttavia, come mostra Luca Sofri, i siti iNews24 e DirettaNews si sono resi protagonisti della diffusione anche di notizie false, come nel caso di un articolo pubblicato da iNews24, secondo il quale Parigi avrebbe più moschee che chiese. Una notizia falsa nata dalla dichiarazione in tv dello scrittore francese Alain Finkielkraut, secondo il quale nel 93mo dipartimento francese ci sarebbero più moschee che chiese. Il post di iNews24 “ha trasformato il 93mo dipartimento in ‘Parigi’ e fatto diventare 93 non il suo nome ma il numero delle chiese (Finkielkraut aveva detto 117), a fronte di millantate 145 moschee”. In realtà, scrive Sofri, le moschee nel 93mo dipartimento “sono indicate da diverse fonti tra le due e le trentaquattro, e come ha spiegato Le Monde, i ‘luoghi di culto’ musulmani sono difficili da contare perché hanno scale assai diverse e spesso sono delle modeste stanze adibite alla preghiera”.

Sempre a Repubblica, Alberto Nardelli ha precisato che l’inchiesta non ha evidenziato legami tra i siti analizzati e partiti politici. «I contenuti venivano promossi all’interno di gruppi di estrema destra ma non posso dire se ciò avvenisse per una finalità politica o perché si tratta di contenuti che – rifacendosi a una retorica di destra – hanno maggiori possibilità di essere cliccati in quegli ambienti», ha affermato il giornalista di BuzzFeed. Inoltre, il tema al centro dell’inchiesta non è quello delle fake news, ma della disinformazione in generale, «che intreccia fake news, propaganda e profitto: certi contenuti tirano più di altri e contribuiscono ad alimentare il business di alcune società». In ballo c’è una questione di trasparenza, ha sottolineato Nardelli. Quindi, a quanto ci è parso di capire, si tratterebbe di contenuti destinati a un preciso ambiente "culturale-ideologico" tesi a rafforzare proprio quelle medesime posizioni.

Dopo l’articolo di BuzzFeed, Facebook ha oscurato le pagine di iNEws24 e DirettaNews, quest’ultima una testata regolarmente registrata al registro per la stampa tenuto dal tribunale di Velletri. Un pericoloso precedente, come sottolineato da Carlo Blengino in più tweet e da Bruno Saetta:

In conclusione ciò che possiamo ricavare è che una testata editoriale regolarmente registrata al tribunale è stata oscurata (come un sequestro preventivo), e azzerata in base a una policy di un privato, Facebook, e probabilmente su input di un altro privato (BuzzFeed). In sostanza l'impressione è che sia possibile utilizzare la “paura” delle fake news perché un concorrente possa far chiudere un suo diretto competitore online, come se niente fosse.

Successivamente, Facebook ha spiegato a Valigia Blu di aver sospeso l’account delle due pagine perché non rispettavano diverse policy del social network, senza però specificare quali.

L’articolo del New York Times sui collegamenti tra siti vicini alla Lega Nord, al Movimento 5 Stelle e filorussi

Il 24 novembre il corrispondente a Roma del New York Times, Jason Horowitz, pubblica un articolo dal titolo eloquente: in vista di una campagna elettorale all’insegna delle fake news, l’Italia chiede aiuto a Facebook.

Il pezzo parte raccontando come a pochi mesi da elezioni nazionali cruciali, l’Italia possa essere il prossimo obiettivo di una campagna destabilizzante di propaganda e notizie false, tanto da spingere il segretario del partito al governo, Matteo Renzi, a chiedere aiuto a Facebook e agli altri social media per sorvegliare le proprie piattaforme. Già alla vigilia del Referendum costituzionale del 4 dicembre, Horowitz aveva dedicato un articolo a Renzi su Vogue America, ancora una volta con un titolo piuttosto significativo: "Il primo ministro italiano Matteo Renzi farà ciò che serve per riformare il governo". L'articolo, scriveva all'epoca Huffington Post Italia, dava "una visione positiva e rassicurante di Renzi".

Questa volta Horowitz scrive che:

In un'atmosfera globale già densa di sospetti riguardo l’intromissione russa nelle elezioni negli Stati Uniti, in Francia e in Germania, così come nei referendum nel Regno Unito sull’uscita dall’Unione europea e in Spagna a favore del movimento indipendentista catalano, molti analisti considerano l’Italia l’anello debole di un’Europa ancora più vulnerabile.

In Italia, dunque, ci sarebbe una “febbre fake news”, e il partito che avrebbe più a cuore la questione sarebbe il Partito Democratico, spiega il giornalista del New York Times, riportando una dichiarazione di Renzi: "Chiediamo ai social network, e in particolare a Facebook, di aiutarci ad avere una campagna elettorale pulita. La qualità della democrazia in Italia oggi dipende da una risposta a questi problemi".

A testimonianza di questo crescente interesse verso una questione ormai inderogabile, l’articolo sottolinea il contributo di Andrea Stroppa, “un ricercatore della società Ghost Data che consiglia Renzi sui temi della cybersicurezza”, all’inchiesta di BuzzFeed News sulla rete di siti che fanno disinformazione, gestita da Gianluca Colono, e un altro suo studio, condiviso con proprio con il New York Times, e “preparato per Matteo Renzi, che tenta di dimostrare una connessione tra siti apparentemente indipendenti che promuovono movimenti politici rivali anti-establishment critici di Renzi e del governo di centro-sinistra”.

Il rapporto curato da Stroppa mostra che il sito “Noi con Salvini” del segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, condivide lo stesso codice identificativo di Google con due pagine a sostegno del Movimento 5 Stelle (“Info a 5 stelle” e “Video a 5 stelle”). Il codice, usato per tracciare pubblicità e traffico web, è condiviso anche con una serie di altri siti, che diffondono teorie cospirative, attacchi a Matteo Renzi o propaganda esplicita filorussa.

In particolare, l’articolo fa riferimento ai siti IoStoConPutin.info, che definiscono l’intrusione della Russia nelle elezioni presidenziali americane come “fake news” e pubblicano post senza l’indicazione dell’autore, e mondolibero.org, che “spaccia una visione del mondo decisamente anti-americana e anti-liberale”. Secondo i dati contenuti nella ricerca di Stroppa, “i siti presi in esame condividono un unico ID assegnato da Google Analytics per monitorare la loro performance, un numero AdSense attraverso il quale Google gestisce gli annunci pubblicitari inseriti nei singoli siti” e lo stesso template nelle loro pagine dei contatti.

Sentita dal New York Times, Simona Panseri, una portavoce di Google Italia, ha dichiarato che l’ID Google non è un indicatore affidabile per dimostrare che due siti siano collegati, «spesso vediamo siti non collegati tra di loro che utilizzano gli stessi codici identificativi». Tuttavia, prosegue Horowitz, Google non ha voluto identificare gli amministratori dei siti e le email inviate agli indirizzi elencati nella pagine dei contatti dei siti non hanno avuto risposta. Anche Facebook, che si è detta pronta a costruire una squadra anti-fake news, a investire in risorse e tecnologie per affrontare la questione e a rimuovere gli account falsi, ha rifiutato di identificare gli amministratori degli account con i codici Google condivisi.

Piccola parentesi, come Valigia Blu se questa task force venisse davvero organizzata da Facebook chiederemo assoluta trasparenza su criteri e modalità: chi chiede di rimuovere cosa e cosa e perché eventualmente Facebook rimuoverà.

Un portavoce del Movimento Cinque Stelle ha spiegato al New York Times che la pagina in questione non è ufficiale e potrebbe essere stata creata da un attivista indipendente o da un sostenitore, mentre il responsabile di Internet per la Lega Nord, Luca Morisi, ha riconosciuto che il sito “Noi con Salvini” condivideva gli stessi codici di Google con altri siti al di fuori dell’universo politico leghista. Ha spiegato che un ex sostenitore del Movimento Cinque Stelle aveva contribuito a realizzare il sito e ha incollato i codici della sua pagina a sostegno dei Cinque Stelle, così come quelli di IostoconPutin.info e altri siti individuati dal lavoro di Stroppa. Morisi ha aggiunto di non aver nulla a che fare con i siti pro-Putin o pro-Cinque Stelle, spiegando di essere convinto di aver già cambiato i codici in passato, cosa che avrebbe fatto entro lo scorso fine settimana per diradare ogni confusione.

L’articolo si conclude evidenziando, da un lato, il fatto che Lega Nord e Movimento 5 Stelle siano formalmente non alleati “e si considerino addirittura rivali”, e sottolineando, dall’altro, la vicinanza tra i due partiti su molti temi (e in particolare sul favore alle posizioni di Putin, sui temi dell’immigrazione e su retoriche anti-establishment) e citando, a tal proposito, uno studio dell’Atlantic Council, un think tank americano, secondo il quale i due partiti farebbero parte dell’area pro-Russia in funzione anti-Nato.

L’esclusiva del New York Times non era un’esclusiva

Su Twitter, Andrea Stroppa lancia l’articolo di Jason Horowitz sul New York Times dicendo che si basava su una sua ricerca esclusiva per il giornale americano, secondo la quale alcuni siti con relative pagine Facebook che pubblicano articoli a favore del Movimento 5 Stelle sembrano essere amministrate da chi gestisce i siti Internet di Salvini. Come lo stesso Stroppa racconta in un’intervista a Claudio Bozza sul Corriere della Sera, «Matteo Renzi si è chiesto se anche in Italia ci sarebbero problemi simili a quelli emersi in altri paesi durante le elezioni (ad esempio in Francia con l’intrusione digitale di organizzazioni vicine a Putin a sostegno della Le Pen, ndr). Così ho scritto un lungo report e gliel’ho consegnato. Parte di questo documento è arrivato al New York Times, che dopo aver verificato l’attendibilità delle mie informazioni ha pubblicato un articolo per spiegare che allo stesso codice Google adsense e analytics appartenevano il sito ufficiale di Matteo Salvini e alcuni siti pro M5S. Grazie a questi codici si può tracciare il profilo di chi clicca su certi contenuti, ma soprattutto si riescono ad incassare i soldi, derivanti da tutti questi clic, Bizzarro, no?».

Il giorno dopo, il 25 novembre, però, Lorenzo Romani, esperto di Open Source Intelligence e membro dell’assemblea romana del Partito Democratico pubblica un tweet in cui puntualizza che l’articolo del New York Times e la ricerca di Stroppa non dicevano nulla di nuovo rispetto a quanto aveva lui già detto ad agosto in un’intervista ad Affari Italiani.

Romani scrive anche a Jason Horowitz

Sempre su Twitter, Mazzetta contatta il New York Times sottolineando che la ricerca non diceva cose originali come pretendeva di fare.

Il 6 agosto scorso, nei giorni in cui la piattaforma online degli iscritti al Movimento 5 Stelle, Rousseau, aveva subito un attacco informatico, Lorenzo Romani aveva pubblicato un tweet con un’infografica che descriveva come il sito noiconsalvini.org monetizzasse sullo stesso account AdSense di siti (e altri poi chiusi) a favore di Putin, Movimento 5 Stelle, complottisti novax e alieni. Inoltre, lo studioso chiedeva a Repubblica, La Stampa e Corriere se se ne fossero accorti.

In un’intervista ad Affari Italiani, Romani spiegava che, attraverso le tecniche di Open Source Intelligence, individuando legami non ovvi tra aziende, organizzazioni e persone, era arrivato alla conclusione che il sito “Noi con Salvini” utilizzava gli stessi “tracking code” (cioè «dei frammenti di codice che identificano, qualora esista, l’account che visualizza gli accessi al sito e quello che “incassa” i soldi derivanti dalla pubblicità») di altri siti come iostoconputin.info, nonsiamosoli.info, sito che pubblica articoli sulla presenza degli alieni, mondolibero.org, complottisti.com, stopeuro.org, eurocrazia.info. A questi si aggiungevano poi imprese5stelle.org, che faceva capo a un privato, successivamente chiuso insieme al profilo Twitter, il cui codice compare sul sito info5stelle.info. In sintesi, concludeva Romani, alcuni siti riconducibili a Movimento Cinque Stelle e Lega Nord sembravano avere lo stesso “amministratore”, che “incassa” i soldi dalla pubblicità.

Si trattava praticamente degli stessi siti indicati nell’articolo del New York Times a partire dallo studio di Andrea Stroppa, ma la notizia, all’epoca, non ha avuto risonanza.

A conclusione dell’intervista, Romani aveva aggiunto che il fatto che i siti condividessero lo stesso account AdSense non costituisce nulla di illegale, che le risorse “incassate” dalla pubblicità sono modeste e «tutti i “nessi” esposti sono perfettamente legittimi e non sufficienti di per sé a formulare delle accuse». Questo non vietava, però, di farsi delle domande sulle connessioni tra siti apparentemente lontani che invece «sono legati a una stessa entità», come un’agenzia di comunicazione o una persona politicamente schierata. Pur non essendo possibile stabilire una responsabilità politica, che i siti che rimandano a due partiti politici diversi facciano riferimento alla stessa società di comunicazione, spiegava lo studioso, è una aspetto da prendere in considerazione in un momento in cui «le strategie di comunicazione online oggi sono dirimenti nella gestione/manipolazione del consenso».

Nei giorni scorsi, in alcuni un tweet, Romani ha escluso un «coordinamento editoriale tra Lega e Movimento 5 Stelle», ritenendo più plausibile «che ci siano fornitori, digital strategist e professionisti in comune ideologicamente allineati, che sviluppano le infrastrutture di entrambi», e ha precisato che più che a una struttura gerarchica, si dovrebbe pensare a una struttura diffusa e senza una strategia organica.

David Puente è andato oltre, riuscendo a individuare la persona a cui sono riconducibili i siti che condividono gli stessi codici identificativi AdSense e Analytics, a conclusione di una ricerca iniziata a febbraio 2017: si tratta di Marco Mignogna, libero professionista di Afragola, in Campania. Puente aveva cercato di capire a chi fosse intestato il dominio Info5stelle.info. Il sito era collegato a una pagina Facebook con oltre 95mila like, chiamata "Info a 5 Stelle". Nella sezione informazioni della pagina, c'era un indirizzo email (“staff@infoa5stelle.com“), il cui whois del dominio rinviava a un nome e cognome, Marco Mignogna, appunto. L’email del dominio era la stessa usata per “Info5stelle.org”, ma con un altro nome, la moglie di Marco Mignogna. Inoltre i due siti condividevano codici identificativi AdSense e Analytics. La stessa email è stata utilizzata per creare il dominio “IostoconPutin.org”, che possedeva lo stesso codice AdSense degli altri due siti. Dalla tracciatura fatta da Puente, si passa dai siti pro-Movimento Cinque Stelle a quelli pro-Salvini (“Noi con Salvini” e “Ilsudconsalvini sia .org che .info) fino ad arrivare a siti e pagine “come “Complottisti.com” (ora diventato “Complottisti.info“), il sito su alieni e ufo “Nonsiamosoli.info“, quello con proposte casalinghe per curare l’influenza come “Naturalblog.info“, l’anti Euro “Eurocrazia.com” (che oggi rimanda a “Eurocrazia.info“) e “Stopeuro.org” (che oggi rimanda a “Stopeuro.news“), al sito pro Trump chiamato “Italyfortrump.info” per poi finire ai due domini “Iostoconputin.info” e “Mondolibero.org” riportati dal New York Times”.

via davidpuente.it

Inoltre, sempre utilizzando la stessa email marco.mignogna@live.com, come chiave di ricerca, Puente riesce a scoprire che sul sito Imprese5s.wordpress.com, Mignogna si dichiara attivista del Movimento 5 Stelle. Dai suoi contatti su Facebook, si riesce a capire la sua vicinanza sia a personaggi dell’area leghista che di quella Cinque Stelle.

Il network di Mignogna, scrivono Carlo Brunelli e Tiziano Toniutti su Repubblica, “è un grande calderone di notizie recuperate sul web, che vanno dalla politica alla new age, passando per naturopatia, alieni e cospirazioni. Ogni sito contiene post e video, tutti contraddistinti da titolazioni ottimizzate per finire nelle prime posizioni dei motori di ricerca”. La fonte di ogni articolo è sempre dichiarata e i post puntano a titoli acchiappaclic “o che interpretano una notizia nella chiave che potrebbe piacere a chi va su quel sito specifico”.

Il dibattito in Italia

In Italia, i due articoli di BuzzFeed e New York Times, hanno riacceso i riflettori sui temi della disinformazione online, in un caso, e del rischio che le fake news e la propaganda politica possano inquinare la prossima campagna elettorale, nell'altro caso. In particolare, anche grazie all’eco della diffusione virale di una foto che ritraeva Maria Elena Boschi, Laura Boldrini e altri rappresentanti del centro-sinistra tutti insieme «al funerale di Riina», ma che, scrive Repubblica, era stata scattata ai funerali di Emmanuel Chidi Namdi, ucciso a Fermo in un episodio di razzismo. Un caso, dunque, di contesto ingannevole: un contenuto reale accompagnato però da informazioni contestuali false. La foto è stata diffusa da un profilo Facebook (Mario De Luise) e una pagina (Virus5stelle) che fanno riferimento ai tanti account e pagine non ufficiali a sostegno del Movimento Cinque Stelle.

Negli stessi giorni, Renzi inaugurava la Leopolda con uno status su Facebook in cui sottolineava che “alcune inchieste giornalistiche mostrano che in Italia esiste una vera industria del falso, con profili social altamente specializzati in diffusione di bufale, fake news, propaganda. Dopo una indagine condotta da una testata online sono state oscurate in settimana pagine che avevano un totale di 7 milioni di like. (...) Che significa? Significa che c'è chi inquina in modo scientifico il dibattito politico sul web diffondendo notizie false solo per screditare gli avversari. Noi lo sappiamo bene, perché ne siamo vittima ogni giorno. E ogni giorno che passa si scoprono notizie più inquietanti sulle modalità di diffusione di queste bufale”. Il segretario del Pd chiudeva il post annunciando di battersi “per una campagna elettorale civile basata sui dati di fatto e non sulle fake news, (...) contro l'industria del falso e per la discussione vera sulle soluzioni da offrire ai nostri cittadini” e invitava troll e profili ad astenersi dai commenti, perché “tanto ormai vi sgamiamo subito”.

Ma come fa notare Mario Tedeschini-Lalli su Facebook, "qualunque sia il nostro giudizio sul fenomeno in questione, le cifre citate in questo post dell'ex presidente del Consiglio sono prive di senso, a meno che non si accetti di paragonare mele e - chessò - lampade tascabili". A completamento della sua critica segnaliamo questo suo commento:

A quanto detto da Renzi, Luigi Di Maio aveva risposto chiedendo all’Osce “di monitorare la prossima campagna elettorale per evitare voto di scambio e la diffusione di fake news su tv, giornali e Internet”.

Gli articoli delle due testate statunitensi si sono inseriti in questo contesto politico e comunicativo in cui c’era da una parte il Partito Democratico che chiedeva trasparenza, di lottare contro la disinformazione e prendere a cuore la questione delle fake news, come aveva scritto il New York Times, e dall’altra il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord, incalzate dalle questioni sollevate dall’articolo del quotidiano americano.

In un articolo pubblicato il 26 novembre, Jacopo Iacoboni presenta l’articolo del New York Times dicendo che l’analisi del “report della società dell’informatico Andrea Stroppa, consulente tra gli altri di Matteo Renzi, che La Stampa ha potuto consultare, aggiunge importanti dettagli sull’esistenza nei social italiani di sovrapposizioni de facto tra aree politiche diverse in Italia, all’insegna di un nemico comune: il governo, le élite liberal, il Pd, Renzi, la Boschi, la Boldrini, ma anche Monti, Napolitano, la Bonino, Gentiloni, gli immigrati, la società multietnica, gli Stati Uniti, l’euro, l’Europa”.

Lo stesso giorno Fabio Salamida su Gli Stati Generali cita gli articoli di BuzzFeed e New York Times per dire che a “beneficiare direttamente e indirettamente dell’industria del fake, come si legge in un articolo di Jason Horowitz sul New York Times, sono i due partiti che più sfruttano la rabbia anti-sistema per attrarre consenso: il Movimento 5 Stelle e la Lega di Matteo Salvini”.

“L'Italia sotto la morsa delle fake news? Lo denuncia il Pd. Lo nega il M5S, che ribalta l'accusa sul leader Pd”, era l’attacco del pezzo di Filippo Monteforte su Repubblica a proposito della ricerca di Stroppa e l’articolo di Horowitz.

I giornali italiani hanno delineato l’intera questione nel quadro di uno scontro tra Pd e Movimento Cinque Stelle, arrivando a evocare una lite tra i due partiti che, nei fatti, almeno fino a quel momento non è sembrata esserci stata: Renzi aveva invitato a lottare “per una campagna elettorale civile basata sui dati di fatto” e Di Maio aveva chiesto all’Osce di vigilare per evitare propaganda e disinformazione su tv, giornali e web.

Una lite sulle fake news, dunque, che è parsa una ricostruzione forzata dei fatti, quasi a voler marcare una distanza tra chi è a favore della battaglia contro la disinformazione e chi è contrario, tra chi è trasparente e chi ha qualcosa da nascondere. Inoltre, come ha notato Il Post, non sembra esserci discontinuità tra i due partiti nemmeno nel ricorso “a pagine Facebook e siti – non ufficialmente riconducibili al partito – che hanno fatto propaganda con toni populistici, soprattutto in occasione del referendum [costituzionale, ndr]”. In un caso, ricorda il sito diretto da Luca Sofri, “si era parlato della pagina Facebook “Matteo Renzi News”, gestita da Alessio De Giorgio, un collaboratore di Renzi, mentre Leonardo Bianchi su Vice aveva scoperto che una serie di pagine che pubblicavano su Facebook contenuti di intrattenimento dozzinali, con migliaia di follower, avevano iniziato improvvisamente a fare propaganda per il Sì”.

Il 27 novembre, il Movimento Cinque Stelle è intervenuto sul blog di Beppe Grillo, definendo una fake news gli articoli di New York Times e Buzzfeed sulle fake news. Entrambe le inchieste sono arrivate alla vigilia della Leopolda di Matteo Renzi, si legge sul blog, ed “entrambi i pezzi, apparentemente indipendenti, nascono però da una ricerca condotta da un tecnico del web non strettamente indipendente, Andrea Stroppa, che di fatto viene citato nei due articoli". I Cinque Stelle scrivono poi che “Stroppa è un giovane esperto informatico, da tempo arruolato nella Cys4, la società di sicurezza presieduta da Marco Carrai, braccio destro di Matteo Renzi, nonché grande sostenitore delle sue campagna elettorali, al quale l'ex premier voleva persino affidare la guida dei servizi segreti italiani”. Carrai, scriveva Claudio Bozza sul Foglio lo scorso giugno, avrebbe messo insieme un gruppo di ragazzi tra i 20 e i 30 anni, definiti nell'articolo "guastatori", che per contrastare i grillini sui social network avevano il compito di "creare e muovere su Facebook e Twitter profili fittizi (dietro a cui non c’è una persona vera, ma solo un manovratore virtuale, punto chiave della strategia vincente grillina sui social) che, a colpi di post e tweet, ribattono alle bufale e agli attacchi di sostenitori e truppe virtuali del M5S".

Matteo Renzi ha replicato con un post sulla sua eNews affermando che "davanti alle prove del New York Times, il blog di Beppe Grillo ha reagito con il consueto stile gridando al complotto, ovviamente complotto 'degli amici di Renzi'. Stanno messi male, non c'è dubbio".

Carrai sul Corriere della Sera ha negato ogni coinvolgimento nell’inchiesta del New York Times e ogni rapporto lavorativo attuale con Stroppa. A Repubblica, Alberto Nardelli ha specificato che il ricercatore ha contribuito come fonte e che il lavoro di inchiesta e analisi è stato svolto da Buzzfeed.

Andrea Stroppa, in un post su Facebook, ha affermato di non essere un dipendente di Marco Carrai e di non far parte da molto tempo della società Cys4.  E ha aggiunto che “in questi giorni, in queste ore, numerose testate e commentatori hanno proseguito nel guardare non cosa è emerso, ma chi l'ha fatto emergere. Spero che altrettanti giornalisti faranno le loro inchieste sui numerosi siti e pagine Facebook che oggi, in questo momento, in Italia stanno facendo disinformazione e misinformazione”. Posizioni espresse anche in un’intervista a Jacopo Iacoboni su La Stampa.

Le critiche all'articolo del New York Times

L’articolo del New York Times ha ricevuto diverse critiche. Ferdinando Giugliano, editorialista economico per Bloomberg, ha sottolineato su Twitter come il titolo e l’impostazione del pezzo del New York Times siano fuorvianti: “Perché definire una iniziativa “italiana” quello che è il lancio di campagna elettorale di Matteo Renzi contro Movimento Cinque Stelle e Lega Nord intorno alle fake news?”

Virginia Della Sala e Carlo Di Foggia si concentrano, invece, sulla questione dei codici identificativi condivisi tra i diversi siti analizzati nel pezzo. Il New York Times, scrivono i due giornalisti su Il Fatto Quotidiano, ha pubblicato solo una parte della replica di Google non spiegando il motivo per cui il codice identificativo non è un indicatore attendibile: “Non abbiamo dettagli sugli amministratori del sito e non possiamo speculare sul motivo per cui hanno lo stesso codice dell’annuncio. Qualsiasi editore che utilizza la versione self-service dei nostri prodotti può aggiungere il codice al proprio sito. Spesso vediamo siti non collegati che utilizzano gli stessi ID, quindi non è un indicatore affidabile che due siti siano connessi”.

Il codice di Analitycs, spiegano Della Sala e Di Foggia, è spesso parte dei codici di costruzione dei siti web ed è molto probabile che, nel caso in cui lo sviluppatore sia lo stesso, lo riutilizzi. Cosa diversa per i codici AdSense: averlo significa avere il portafoglio della pubblicità. Il Fatto indica tre possibili motivi che possono spiegare la condivisione di un medesimo codice AdSense:

  1. “Noi con Salvini” ha commissionato a una società specializzata la realizzazione del sito consentendogli di raccogliere la pubblicità come parte del compenso, e la gestione dell’analytics è parte del servizio.
  2. La società ha inserito la pubblicità di AdSense senza avvertire “Noi con Salvini”.
  3. “Noi con Salvini” ha trovato il modo di raccogliere più pubblicità possibile (e quindi ricavi) ampliando la sua platea potenziale con siti che inneggiano ai 5stelle o altri temi non proprio assimilabili a quelli della Lega.

Secondo Tommaso Tani, studioso del settore, la prima ipotesi sembra la più probabile: «Outsourcing ad agenzie di comunicazione o web analysis che monitorano e gesticono statistiche e pubblicità». In ogni caso, spiegano i giornalisti de Il Fatto Quotidiano, è il business più che la propaganda (o una linea politica comune) a spiegare le connessioni.

Fabio Chiusi, infine, riflette in diversi tweet sulla cornice in cui l’articolo di Horowitz inserisce i dati dello studio di Andrea Stroppa, finendo con il sottodimensionare i temi sollevati a una questione di mera contesa elettorale (Pd/Movimento Cinque Stelle) e interessi geopolitici (Usa-Trump/Putin)

Davvero, si chiede Chiusi, una parte del mondo “liberal” statunitense sta chiedendo di rimuovere pagine e contenuti utilizzando come criterio l’anti-americanismo o l’apprezzamento per Trump? Ed è possibile parlare ancora e solo di disinformazione online, tacendo di quella fatta dalle testate giornalistiche, su carta o tv? Se si dovesse applicare la stessa politica, cosa si dovrebbe fare in casi come quello della falsa notizia della “bambina musulmana di 9 anni violentata dall’uomo di 35 anni in cui era stata data in sposa”?

Tirando le fila di quello che è emerso, da una parte, esiste una rete di oltre 150 siti che fa capo a un unico imprenditore che usa contenuti sensazionalistici indirizzati a un ambiente specifico di estrema destra per fini molto probabilmente esclusivamente economici, dall'altro abbiamo un sito ufficiale di Salvini che usa codici identificativi di Google Analytics e Google AdSense che si trovano anche su siti pro-Movimento Cinque Stelle e che Grillo nega che fanno parte della galassia ufficiale del Movimento. Il significato di quei codici, come hanno detto la portavoce di Google Italia e altri esperti, non può portare alla conclusione che esista una struttura ideologico-propagandistica volta a disinformare e, come ha detto Stroppa in un'intervista al Corriere della Sera, non si hanno prove «di interferenze dall’estero».

"Facile dire fake news, basta dire fake news"

Le vicende politico-mediatiche di questi giorni impongono a nostro avviso una riflessione su due piani:

1) È necessario mettere al centro della campagna elettorale il fenomeno delle fake news, come cerca di fare il Partito Democratico senza la minima resistenza critica da parte dei media? No, secondo noi no. Non dovrebbe essere al centro del dibattito. La campagna elettorale dovrebbe avere al centro del dibattito temi pressanti come lavoro, economia, clima, dissesto idrogeologico, diritti, investimenti in ricerca e innovazione. Questo non significa che non bisogna affrontare la questione come collettività, come società. Non ci pare che di questo fenomeno in Italia, come altrove, ci sia una sottovalutazione o che il fenomeno sia ignorato. Anzi. Come Valigia Blu è da più di un anno che affrontiamo queste dinamiche e le sue innumerevoli e complicate implicazioni, sul nostro sito c'è anche una categoria specifica "media literacy" che si occupa proprio di questo tema a 360° gradi.

Ma le cose sono molto più complicate di quello che possono sembrare a partire dalla stessa definizione di "fake news". Un anno fa quando è apparso per la prima volta nel dibattito politico-mediatico (subito dopo la vittoria di Trump), il termine stava ad indicare una ben precisa forma di disinformazione: notizie false al 100%, nate con l'obiettivo di ingannare e con l'intento di macinare traffico online e quindi soldi derivanti dalla pubblicità o per colpire l'avversario politico. Da allora quel termine si è svuotato, man mano che veniva usato per indicare contenuti di propaganda politica, o esempi di cattivo giornalismo, o, come fa continuamente Trump, per attaccare i media mainstream (non sempre a torto), perché a loro volta produttori e diffusori di notizie false o distorte. Finendo così anche per essere un'arma nelle mani dei politici per attaccare il giornalismo indipendente. Il termine inoltre, come dicevamo, non rende bene la complessità in cui la nostra vita digitale (informativa) è immersa ogni giorno. Ne parlammo già a suo tempo in questo post dal titolo emblematico: "Facile dire Fake News. Guida alla disinformazione". Notizie palesemente false, notizie vere ma che contengono pezzi di informazioni false, notizie distorte, retroscena politici, virgolettati spesso smentiti, meme satirici, foto vere ma con attribuzioni false o significati falsati, bufale... L'inquinamento dell'ecosistema informativo ha mille volti che dipendono anche dalle diverse intenzioni con cui quella tipologia di informazione viene immessa nell'ambiente. Il tutto poi avviene in un clima di sostanziale sfiducia verso i media mainstream e le istituzioni in generale.

L'appello di Claire Wardle a capo di First Draft Media, che con Hossein Derakhshan ha firmato un paper per il Consiglio d'Europa, è di smetterla di usare l'espressione "fake news" e cominciare ad usare l'espressione "information disorder", che potremmo rendere in italiano come "caos informativo". Un'ottima sintesi del rapporto è stata pubblicata ieri su Scienza In Rete, a firma di Cristina Da Rold.

La proposta è di spostare l'attenzione dal dilagare delle notizie errate al problema della mancanza di fiducia nel giornalismo e della qualità delle fonti. “Ci si fida oggi più dei propri familiari e amici che degli esperti del New York Times” spiegano gli autori. Secondo i dati pubblicati a settembre 2017 al BBC World all'interno di una survey condotta su 18 paesi, il 79% dei rispondenti si sarebbe detto preoccupato di leggere notizie false.

In un clima in cui la credibilità degli organi di informazione sembra minata alle fondamenta diventa necessario anche imparare a distinguere fra diversi tipi di informazione. Per questo gli autori distinguono fra mis-informationdis-informationmal-information. La "misinformazione" si ha quando un'informazione falsa viene veicolata in rete senza dolo, ma solo – appunto – per leggerezza, per un'errata comprensione dei fatti o delle dinamiche in atto. Poi vi è la "disinformazione", che invece include dolo da parte di chi la produce e/o di chi la diffonde. Infine, la "malinformazione" si ha quando vengono diffuse delle notizie vere, ma per dolere, per creare dissapori e mettere zizzania. Sono inclusi in questo gruppo tutti gli episodi di hate speech e i leaks. Mark Zuckerberg ha parlato inoltre di Disinformatzya, per indicare un'informazione disegnata apposta per seminare il dubbio e aumentare la sfiducia nelle istituzioni. Sempre Facebook inoltre, ci tiene a distinguere fra "false news" e "false amplifiers", entro cui si inseriscono gli account fasulli.

La ricerca si conclude con 35 consigli e suggerimenti a istituzioni, media e altri soggetti coinvolti nella questione. Ne scrisse a suo tempo anche Luca Sofri nel post "Le notizie false trattate seriamente" (anche qui titolo emblematico).

Approfittando del dibattito in corso, come Valigia Blu annunciamo che non useremo più la parola "fake news", ma indicheremo questo problema come "caos dell'informazione / informativo o disordine informativo".

Mettere in fila i fatti

2) L'altro piano che vorremmo affrontare è quello della sequenza dei fatti. Mettere in fila i fatti emersi, una sequenza che non andrebbe trascurata e che di per sé dice molto del contesto e pone questioni che sono importanti soprattutto per chi fa informazione.

Come ha messo in evidenza anche Andrea Iannuzzi de La Repubblica in un post sulla sua bacheca di Facebook.

C'è un consulente di Renzi, che su richiesta del segretario PD, lavora a dei report sulla disinformazione in Italia, Andrea Stroppa. Stroppa contatterà poi Buzzfeed per segnalare questi risultati, sui cui lavoreranno i giornalisti Alberto Nardelli e Craig Silverman, "denunciando" una rete di siti che fanno capo a un imprenditore, che diffondono come sappiamo contenuti anti-immigranti e notizie sensazionalistiche come abbiamo spiegato nella prima parte di questo post. Poi arriva l'articolo del New York Times. I due articoli sono pubblicati pochi giorni prima della Leopolda che lancerà fra i temi principali la questione (semplificata) delle "fake news", ripresa e amplificata da tutti i media. La sequenza si conclude con un annuncio mezzo smentito di una legge contro le fake news e con l'intervista a Marco Carrai sul Corriere della Sera, nella quale prospetta addirittura come soluzione una sorta di algoritmo della verità, a cui starebbe lavorando uno scienziato... Idea prontamente bocciata dal Garante per la privacy, Antonello Soro:

"Quello che bisogna evitare", nel trattamento delle fake news - ha detto a margine di un convegno del Consumers' Forimum -, è "da una parte attribuire ai gestori delle piattaforme digitali il ruolo di semaforo, lasciando loro una discrezionalità totale nella individuazione di contenuti lesivi. E dall'altra evitare di immaginare di attribuire ad un algoritmo il compito di arbitro della verità. Mi sembra davvero in controtendenza non solo rispetto alla storia del diritto ma anche della cultura democratica e del buon senso".

Insomma fare giornalismo significa anche mettere in fila i fatti emersi, analizzandoli e contestualizzandoli. Perché pensiamo che un quadro più completo possibile possa permettere alle persone di capire meglio questa storia e porsi interrogativi, visto anche che Renzi alla Leopolda usa l'espressione «li abbiamo sgamati» riferendosi a Lega Nord e M5s che «escono con gli stessi codici nell'advertising sui social» e aggiunge «è una cosa enorme perché vuol dire che movimenti legati a quelle forze politiche, canali unofficial legati a quelle forze politiche, utilizzano le stesse tubature, le stesse infrastrutture della Rete» e che questi temi sono al centro di due articoli usciti a ridosso della Leopolda.
A proposito, notevole il post di Alessio De Giorgi (da maggio 2016 nello staff di Renzi) – lo ricorderete per la famosa gaffe in cui si scoprì essere amministratore occulto della pagina "Matteo Renzi News" nelle stesse ore in cui il Partito democratico smentiva ufficialmente che quella pagina fosse in qualche modo legata la partito – in cui si domanda come mai quell'inchiesta sia uscita su Buzzfeed e non sui giornali italiani.

Che sia complicata la faccenda lo dimostrano proprio i titoli degli ultimi giorni: Repubblica parla di lite PD-M5s sulle fake news, ma non risulta nessuna lite. I giornali, poi, hanno titolato su una legge PD contro fake news, ma non è ancora chiaro l'intento ufficiale del Partito democratico su questo progetto di legge.

E non è finita: a detta degli esperti questa legge, a parte il titolo, non tratta neanche di fake news.

In questo articolo di Andrea Iannuzzi, a cui ha collaborato Bruno Saetta, che smonta appunto questa proposta di legge (dove le fake news ribadiamo sono solo nel titolo), il giornalista fa notare:

Il documento è datato 10 novembre 2017. In quegli stessi giorni la redazione di BuzzFeed News comincia a indagare sul caso Web365 dopo aver ricevuto una segnalazione da Andrea Stroppa, consigliere digitale di Matteo Renzi. Il tema "fake news" non è ancora al centro dell'agenda politica. Il file contiene un disegno di legge firmato da due senatori del Pd: il capogruppo Luigi Zanda e Rosanna Filippin, 55enne avvocato civilista di Bassano del Grappa, membro della Commissione Giustizia e della Commissione Infanzia. Nel titolo il ddl annuncia "Norme generali in materia di social network e per il contrasto della diffusione su internet di contenuti illeciti e delle fake news".

Bizzarro, no?
E comunque Renzi nella sua ultima Newsletter di ieri alle 22,30 annuncia che non sarà presentata nessuna legge.
Facile dire fake news...

Immagine in anteprima via bibliotecapleyades.net

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