Rete libera tutti?

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Si terrà domani la seduta dell’Agcom, l’autorità garante per le comunicazioni, che tutto il mondo dell’informazione, sul web e non solo, attende da giorni. Sul tavolo della discussione la cosiddetta “delibera ammazza-internet”, la 668 del 2010, un provvedimento che prevede la cancellazione automatica dei contenuti protetti da diritto d’autore condivisi sul web. Il rischio, secondo molte associazioni che si occupano della tutela dei diritti digitali, è che il provvedimento possa diventare in fretta la porta diretta per la censura sul web. Per capire cosa davvero si nasconda dietro alla delibera dell’Agcom abbiamo intervistato Arianna Ciccone, fondatrice di “Valigia Blu”, sito di osservazione giornalistica, rete d’informazione e molte altre cose ancora.

Che cos’ è “Valigia blu”, come e perché è nato?
Valigia Blu è nato più di un anno fa dopo la battaglia che si era fatta tramite Facebook per ottenere una rettifica dal Tg1. Il telegiornale parlò in un servizio di ‘assoluzione’ nel caso Mills, mentre in realtà si trattava di prescrizione. Io scrissi una nota su Facebook che fu condivisa da tantissime persone, tanto che poi aprimmo un gruppo che si chiamava “La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini”. In questo modo riuscimmo a raccogliere 150mila firme in cinque giorni per chiedere la rettifica. Al sesto giorno portai le firme alla Rai, proprio fisicamente. Da allora, siccome il trasporto delle firme avvenne tramite una valigia blu, decidemmo tutti insieme su Facebook di trasformarci in un sito di osservazione dell’informazione di servizio pubblico, con il nome simbolico di “Valigia Blu”.

Spiegaci quali sono le problematiche che il provvedimento Agcom porta con sè, e perché tutti lo definiscono una “delibera ammazza internet” …

L’ordinanza di Agcom nasce dalla necessità di tutelare i diritti d’autore nel mondo digitale
. I problemi della delibera nascono da una diversa opinione sul tema della “condivisione del sapere nella rete oggi”. L’Agenzia, nelle sue intenzioni pubbliche, non vuole ovviamente “ammazzare internet”. Purtroppo non si rende conto che con quella deliberazione potrebbe però ottenere un risultato censuratore, potrebbe cioè diventare una mannaia. Il problema, e lo ha dichiarato l’ex n.2 di Wikileaks a lettera43, Daniel Domscheit-Berg, è che in Italia è la classe dirigente è ormai anziana, anche come mentalità, impostazione e cultura, rispetto alla velocità con cui si muove il resto del mondo. Il rischio è dunque quello che coloro che legiferano siano persone prive della conoscenza utile a risolvere i problemi di cui si devono occupare. La nostra classe dirigente attuale è scarsamente capace di vivere tutte le potenzialità e le sfaccettature della rete di oggi. Peraltro l’ordinanza è impostata anche concettualmente in maniera lacunosa. Agcom non ha una struttura adeguata per rispondere ai compiti che la delibera stessa gli assegna. Guido Scorza, avvocato e giornalista esperto di diritto digitale, ha fatto in questi giorni una proposta di disobbedienza civile.: inondare l’Agcom di richieste di rimozione di contenuti in modo da far notare quanto la situazione possa diventare ingestibile.
Altro aspetto problematico della vicenda è che l’Agcom è un soggetto amministrativo. Un compito così delicato che riguarda i contenuti, il sapere, il filtro di critica, la libertà di espressione non può essere gestito da un organo. Così facendo si tagliano infatti fuori i massimi punti di riferimento: Parlamento e magistratura. Alcune associazioni di consumatori stanno anche preparando un ricorso al Tar del Lazio perché la norma sembra in odore di anticostituzionalità.

Se la delibera dovesse entrare in vigore saremmo uno tra i primi Paesi occidentali ad avere una norma sulla libertà di espressione digitale. Un progresso o un’involuzione? Come funziona negli altri Paesi la protezione dei diritti su internet?
Per esempio in America esiste, per quel che riguarda il diritto d’autore, il ‘servuse’. È una norma che prevede e tutela l’utilizzo domestico del diritto d’autore, non condannabile. Insomma se un utente singolo scarica una canzone, la condivide con un suo amico e la utilizza come colonna sonora per un video, non viola il diritto d’autore. La violazione si ha solo quando, insieme all’utilizzo, si registra la volontà di fare business sul contenuto. Se vendo o in qualche modo lucro su un prodotto appartenente a qualcun altro, violo il copyright. In Spagna si è fatto un lungo dibattito su una proposta di legge simile a quella di Agcom. E alla fine è stata approvata. Ma con due differenze fondamentali: la prima è che le osservazioni degli esperti della rete sono state ascoltate e in parte tradotte in norma. La seconda è che l’ente che si occuperà della tutela dei diritti d’autore in rete non è un soggetto amministrativo, bensì un giudice. Così facendo si dà la possibilità di contrastare le accuse anche a coloro che hanno infranto la norma.

Il diritto d’autore è una limitazione alla libertà di espressione?
Secondo me no. Ripeto, è necessario comprendere cosa sia il diritto d’autore. Oggi la condivisione del sapere ha subito notevoli mutamenti. Non si capisce perché debba essere fraintesa con la violazione del diritto d’autore. In un articolo di Stefano Rodotà uscito oggi su La Repubblica viene dimostrato dai dati come le major cinematografiche e musicali, che parlano di crisi legata alla violazione dei diritti d’autore tramite la rete, si sbaglino: i loro migliori clienti sono le stesse persone che fanno il download. Quelli che praticano lo scaricamento abusivo dalla rete sono gli insomma stessi che vanno anche a vedere il film al cinema. Ribadisco: in Italia ci sarebbe bisogno di un dibattito approfondito. Quello che invece probabilmente si verificherà domani è un rinvio della decisione, quindici giorni, forse un mese. Alla fine, il 15 di agosto avremo una norma che censura il web senza nemmeno essercene accorti.




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