Cosa significa l’arresto di Maduro per la Cina
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di Simone Pieranni*
L'attacco militare statunitense in Venezuela del 3 gennaio 2026 è un’operazione che non ha solo rimosso il leader del paese (preso dagli americani insieme alla moglie) ma ha anche colpito frontalmente gli interessi della Cina in America Latina (il tutto al di fuori di ogni norma del diritto internazionale, per quel che ormai vale).
Possiamo dire che la Cina era presente anche sulla “scena del delitto”. Poco prima di essere “prelevato” dagli americani, Maduro era a colloquio con Qiu Xiaoqi, l’inviato speciale del governo cinese per gli affari latinoamericani. La presenza di Qiu non è un dettaglio da poco, perché simboleggia il rapporto privilegiato che lega Pechino a Caracas: il Venezuela è da oltre un decennio il principale hub strategico ed economico della Cina nella regione, un sodalizio costruito su miliardi di dollari in prestiti e una cooperazione tecnologica e petrolifera senza precedenti. Ora, con Maduro in custodia americana e un diplomatico di alto rango di Pechino testimone oculare della caduta, la Cina si trova a gestire una crisi piuttosto sfaccettata nei rapporti con Washington.
Se poi al Venezuela sommiamo i raid americani in Nigeria di qualche settimana fa (il paese che è, non solo il primo partner commerciale della Cina in Africa, ma anche un nodo fondamentale della Belt and Road Initiative e della sicurezza energetica cinese nel continente), abbiamo un quadro abbastanza chiaro: Trump ha mandato due messaggi, tra gli altri, decisamente forti alla Cina. La prima reazione ufficiale di Pechino è stata di condanna, mentre sui social divampano le letture che potremmo riassumere così: ci hanno messo meno gli americani a prendersi il Venezuela che noi Taiwan. Ma c’è anche molto altro, ovviamente.
Oggi quindi vedremo: per prima cosa la traduzione di un pezzo pubblicato su WeChat da Ding Yichao, ricercatore ed esperto di relazioni internazionali noto per il suo approccio neo-realista; la sua tesi, ve la metto nel modo più brutale: l’era della diplomazia e del diritto internazionale è finita, siamo entrati nel tempo in cui la sovranità coincide esclusivamente con la capacità di esercitare violenza letale. Poi vedremo: che relazioni avevano la Cina e il Venezuela di Maduro, cosa accadrebbe in caso di regime change, le reazioni e i commenti sui media cinesi.
Di cosa si parla in questo articolo:
Il Venezuela “decapitato”: il velo del vecchio ordine è definitivamente in frantumi
di Ding Yichao
Nelle prime ore del 3 gennaio 2026, ora locale, Trump ha annunciato sul suo social Truth Social che “il presidente Maduro e sua moglie sono stati catturati e deportati”. Se questo annuncio si rivelasse vero, rappresenterebbe la vittoria politica più significativa dal secondo insediamento di Trump, capace di generare un effetto a catena in tutta l’America Latina, dove altri leader sono già stati indicati come prossimi obiettivi.
L’operazione di “decapitazione” è stata fulminea: attacchi aerei mirati su strutture politiche e militari, seguiti dal prelevamento dei coniugi Maduro direttamente dal Ministero della Difesa. La rapidità dell’azione e l’ammissione di impotenza da parte della vicepresidente Rodríguez, che ha chiesto prove sulla sopravvivenza del leader, segnano un punto di non ritorno.
Cosa succederà ora? Il crollo verso un governo filo-americano appare l’ipotesi più probabile a causa di uno svantaggio strutturale insuperabile per le forze anti-americane. Sul piano esterno, non esiste una forza internazionale capace di rompere il controllo statunitense sul Mar dei Caraibi: Cina e Russia sono troppo lontane. Sul piano interno, il Venezuela è un Paese stremato, dove il Pil è tornato ai livelli pre-Chávez e la popolazione “vota con i piedi” fuggendo all’estero. L’eccessivo vanto di Maduro sulla forza delle sue milizie ha solo mostrato a Trump quanto il regime fosse, in realtà, “forte fuori ma vuoto dentro”.
Per Trump, il “dopo” non è importante. La cattura e il futuro processo negli Usa sono già materiale per la sua retorica del “vincitore” e serviranno a scatenare i suoi sostenitori in vista delle elezioni di metà mandato. Ma l’impatto a lungo termine è ben più profondo: catturando un presidente in carica in modo così spudorato, Trump ha inferto un colpo mortale a un ordine internazionale già agonizzante.
Oggi stiamo accelerando verso un ordine internazionale realista basato esclusivamente sulla forza, dove non c’è spazio per le illusioni ma solo per calcoli crudeli basati sul potere. Altri Paesi capiranno che, se l’America rinuncia al ruolo di “poliziotto del mondo”, anche loro possono adottare avventure militari per ottenere vantaggi politici. Siamo di fronte al ritorno totale della teoria della sovranità statale: il diritto di un attore sovrano di attaccarne un altro. È la decostruzione fondamentale dell’ordine liberale.
Inoltre, il fatto che l’attacco sia avvenuto subito dopo un’importante attività diplomatica cinese ha un sapore chiaramente provocatorio. In questo “nuovo mondo”, il diritto internazionale e il riconoscimento diplomatico non bastano più a garantire la sicurezza di un capo di Stato se manca una sufficiente deterrenza militare. La sovranità non è mai stata “addomesticata”: stava solo aspettando il momento di riprendersi il suo potere primordiale — il potere di esercitare la violenza letale.
Per la Cina, questo impone una riflessione profonda. La fine della stabilità esterna mette in luce i limiti del nostro modello basato puramente sull’efficienza economica. Dobbiamo passare dall’efficienza alla “sicurezza” e alla capacità di resistere ai rischi. In un mondo in cui gli Stati Uniti rimettono la forza bruta al centro del tavolo, i cinesi devono trovare la propria strada per un’ascesa che coniughi moralità e potenza, riducendo al minimo l’impatto del collasso del vecchio ordine.
Il pezzo originale lo trovate qui. Su questo tema vi suggerisco anche questa puntata di Altri Orienti sul ritorno degli Stati Combattenti, una intuizione che arriva sempre da un professore cinese. Direi che ci siamo in pieno.
Le relazioni economiche tra Cina e Venezuela
Il cuore del legame tra Pechino e Caracas risiede in un modello di finanziamento unico nel suo genere, iniziato nel 2007 sotto la presidenza di Hu Jintao e Hugo Chávez. La China Development Bank e la Export-Import Bank of China hanno iniettato nelle casse venezuelane una cifra che, secondo i dati del China-Latin America Finance Database dell’Inter-American Dialogue, supera complessivamente i 62 miliardi di dollari. Questa somma rappresenta quasi la metà di tutti i prestiti cinesi erogati all’intera America Latina negli ultimi vent’anni. Il meccanismo prevedeva che il Venezuela ricevesse liquidità immediata per spesa pubblica e infrastrutture, impegnandosi a ripagare il debito esclusivamente attraverso spedizioni giornaliere di greggio. Questo sistema ha trasformato il Venezuela in una sorta di “colonia energetica” finanziaria, dove ogni barile estratto era già virtualmente di proprietà cinese ancora prima di essere venduto sul mercato.
Ovviamente in caso di regime change, tutto questo sarebbe a rischio, anche se Trump ha lasciato intendere che continuerà a vendere il petrolio a Russia e Cina ma diciamo che in questo momento, sia Russia sia Cuba, non sembrano tanto ottimisti.
Ora vediamo alcuni particolari di questa relazione economica che affonda all’indietro di circa 20 anni.
Come detto, il consolidamento della relazione economica sino-venezuelana ha radici profonde: Hugo Chávez trovò nella fame di risorse della Cina un partner ideale per finanziare la propria agenda politica interna senza dipendere dalle istituzioni di Washington. Il 2007 segnò l’avvio formale del fondo congiunto Cina-Venezuela, un meccanismo di finanziamento che ha trasformato il Venezuela nel principale destinatario di prestiti cinesi in America Latina.
Per capirci, grazie al meccanismo “prestiti in cambio del petrolio” (chiamato infatti Loan for oil) la Cina non si limitava al ruolo di finanziatore, ma diventava il principale consulente tecnico-industriale del paese, inviando squadre di ingegneri e geologi per mappare il territorio e ammodernare i siti estrattivi.
Ma i flussi finanziari cinesi andavano oltre, sostenendo lo sviluppo di satelliti di comunicazione, reti ferroviarie e complessi abitativi, creando una dipendenza strutturale del Venezuela verso la tecnologia cinese. Nel 2007, le prime due tranche del fondo congiunto portarono 8 miliardi di dollari per lo sviluppo infrastrutturale, industriale e agricolo. Il picco venne raggiunto nel 2010 con un accordo di finanziamento a lungo termine da 20 miliardi di dollari finalizzato all’espansione estrattiva nel Bacino dell’Orinoco. Negli anni successivi, tra il 2012 e il 2015, Pechino ha continuato a iniettare capitale con rinnovi di linee di credito e prestiti speciali per oltre 14 miliardi di dollari.
Tra il 2020 e la fine del 2025, nonostante l’intensificarsi delle sanzioni statunitensi e il declino della produzione petrolifera venezuelana, la Cina ha mantenuto il proprio ruolo di principale partner commerciale.
I dati dell’ottobre 2025 mostrano che le esportazioni cinesi verso il Venezuela hanno raggiunto un valore di 425 milioni di dollari, segnando un aumento del 1,97% rispetto all’anno precedente. Il Venezuela dipende quasi interamente dalla Cina per il mantenimento della propria mobilità urbana e delle infrastrutture civili: i prodotti top sono motocicli e biciclette, tubi in plastica, apparati di telefonia e pneumatici.
Sul fronte opposto, le importazioni cinesi dal Venezuela sono aumentate del 123% tra l’ottobre 2024 e l’ottobre 2025, raggiungendo i 120 milioni di dollari mensili. Oltre ai flussi petroliferi informali, Pechino importa ferro, derivati dell’alcool aciclico e coke petrolifero, fondamentale per le industrie metallurgiche cinesi.
Ora, bisogna specificare un dato: il debito del Venezuela verso la Cina rappresenta una delle passività potenzialmente più esplosive del sistema finanziario internazionale. Le stime ufficiali indicano che Caracas è in default su circa 92 miliardi di dollari di pagamenti totali verso creditori esteri. In questo contesto, il debito specifico verso enti governativi cinesi è stimato tra i 13 e i 16,5 miliardi di dollari, sebbene alcune analisi includano interessi accumulati che porterebbero la cifra oltre i 23 miliardi. Pechino ha tentato di gestire questo rischio attraverso la concessione di periodi di grazia, come quello offerto nel 2016, ma l’impossibilità di PDVSA di aumentare la produzione oltre il milione di barili al giorno ha reso i rimborsi dipendenti quasi esclusivamente dalla capacità della Cina di assorbire greggio sottocosto.
Il ruolo della Cina come ancóra di salvezza per il regime di Maduro è stato garantito dalla capacità di eludere le sanzioni statunitensi attraverso l’uso di raffinerie indipendenti, note come “teapots” (per lo più situate nello Shandong), e di una flotta di petroliere non tracciabili. Queste raffinerie, che costituiscono circa il 20% della capacità totale della Cina, hanno continuato ad acquistare greggio venezuelano mascherandolo come miscela di bitume proveniente dalla Malaysia o da altri hub di trasbordo. Nel dicembre 2025, le importazioni cinesi di greggio venezuelano si attestavano a circa 600.000 barili al giorno (a ottobre erano circa 570mila), una fornitura che rappresenta il 4% del totale delle importazioni cinesi di petrolio, rendendo il Venezuela una componente non trascurabile della sicurezza energetica nazionale cinese, specialmente in un’ottica di diversificazione rispetto alle rotte controllate dagli Stati Uniti.
Ora cosa potrebbe succedere?
Se un governo di transizione sostenuto dagli Stati Uniti dovesse insediarsi a Caracas (su questo Trump nella conferenza di ieri non è stato per niente chiaro, ha praticamente sostenuto tutto e il contrario di tutto, fermo restando che a ora non risultano arresti tra i sodali di Maduro), la Cina rischia di perdere un sacco di soldi, ma veramente tanti (oltre al petrolio, già pagato ovviamente con i prestiti). In più, al danno finanziario si deve aggiungere la perdita di asset fisici come quelli della China Concord Resources Corporation, che aveva appena firmato un contratto per riaprire 500 pozzi petroliferi con un investimento previsto di un miliardo di dollari.
Inoltre la caduta di Maduro priva la Cina di un alleato che ha costantemente sostenuto la posizione di Pechino su Taiwan e Hong Kong, indebolendo la credibilità della Cina come garante di sicurezza per altri partner autoritari nel sud globale (cioè è lecito porsi la domanda: c’era il tuo inviato, è un tuo alleato ma a livello di intelligence non hai percepito alcun pericolo?).
Ma c’è un altro aspetto da tenere presente, quello tecnologico. Il Venezuela, infatti, non è stato solo un partner energetico per Pechino, ma il primo vero banco di prova per l’esportazione sistematica del modello di controllo digitale cinese in America Latina. Il perno di questa architettura è rappresentato dal ruolo della multinazionale ZTE, che a partire dal 2017 ha sviluppato per Caracas il cosiddetto “Carnet de la Patria”. Questo strumento si basa su una sofisticata rete di QR code e database biometrici che è diventata nel tempo il mezzo principale per la distribuzione di beni essenziali come cibo, medicine e sussidi. Parallelamente al controllo sociale, la presenza cinese si è radicata nelle infrastrutture critiche attraverso Huawei. Nonostante la pressione delle sanzioni internazionali, il colosso di Shenzhen ha continuato a fornire l’hardware per la rete dorsale del Paese. Solo pochi mesi fa, nel settembre 2025, lo stesso Maduro aveva ostentato pubblicamente un Huawei Mate X6, elevandolo a simbolo della resistenza tecnologica e definendolo un dispositivo impenetrabile dallo spionaggio statunitense...
Questa integrazione ha raggiunto un nuovo vertice nel luglio 2025, con la firma di un protocollo d’intesa per l’implementazione dell’intelligenza artificiale in settori strategici. In questo ambito, la società iFlytek è stata incaricata di sviluppare soluzioni di analisi predittiva per la sanità e l’agricoltura.
L’influenza di Pechino è penetrata profondamente anche nell’apparato di sicurezza e difesa. Con l’arresto di Maduro e l’intervento americano, l’intera rete di difesa elettronica rischiano ora di cadere in mano statunitense, rappresentando una potenziale miniera d’oro informativa per l’intelligence di Washington.
Le reazioni
Il tweet del portavoce del ministero degli esteri cinese.
China is deeply shocked by and strongly condemns the U.S.’s blatant use of force against a sovereign state and action against its president.
— CHINA MFA Spokesperson 中国外交部发言人 (@MFA_China) January 3, 2026
Such hegemonic acts of the U.S. seriously violate international law and Venezuela’s sovereignty, and threaten peace and security in Latin… pic.twitter.com/wjfRMhvNKP
Di seguito alcuni riflessioni di un professore cinese, in un pezzo uscito immediatamente dopo i fatti su The Paper
Cui Zhongzhou, professore associato presso il Centro di studi latinoamericani dell’Università di scienza e tecnologia del sud-ovest, ha spiegato che non si è trattato di un’operazione militare simbolica o deterrente, ma di un’azione mirata con obiettivi chiari. “Se l’azione non avesse raggiunto il suo obiettivo principale, avrebbe solo ‘allertato il serpente scuotendo l’erba’, rendendo l’intera operazione militare inefficace e priva di significato; il fatto che l’arresto sia stato completato direttamente dimostra la superiorità degli Stati Uniti nelle capacità militari e di intelligence, ma porterà anche un senso di insicurezza a qualsiasi altro Paese e attirerà critiche universali dalla comunità internazionale”. Cui Zhongzhou ritiene che in vista del discorso sull’Unione Trump ha bisogno di un’azione estera con “risultati” chiari per dimostrare la sua capacità di governo. “L’anno scorso, la mediazione di Trump nel conflitto Russia-Ucraina non ha prodotto risultati sostanziali e, in senso stretto, è stata un fallimento. La questione venezuelana è stata ripetutamente collegata da Trump all’immigrazione clandestina e al narcotraffico; dopo il fallimento delle continue pressioni, il passaggio a mezzi militari diretti è diventato uno dei percorsi possibili”.
Cui Zhongzhou, inoltre, ritiene che nella fase successiva gli Stati Uniti prenderanno necessariamente in considerazione due questioni chiave. In primo luogo, come sovvertire sostanzialmente la struttura del regime originale del Venezuela; in secondo luogo, quando e come gli Stati Uniti promuoveranno elezioni in Venezuela per sostenere un nuovo regime per procura. A suo avviso, ciò determinerà se gli Stati Uniti potranno trasformare il successo militare in risultati politici a lungo termine.
Poi, vi propongo, il riassunto di due post di due commentatori molto influenti (e ritenuti, per semplicità, nazionalisti).
Secondo l’analisi di Ren Yi (aka Chairman Rabbit, molto ascoltato e spesso atteso nelle sue analisi), l’attacco di Trump non deve essere letto come una guerra tradizionale, ma bisogna osservare il tutto attraverso la lente cruda delle “sfere di influenza”. Per Trump, il diritto internazionale è una sovrastruttura inesistente: conta solo la forza e il controllo del proprio “cortile di casa” (aggiungo, Trump in conferenza stampa ha detto “Donroe doctrine”, mettendo se stesso al posto di Monroe, che appunto ha teorizzato la libertà di azione totale degli Usa nel proprio cortile di casa).
L’operazione Southern Spear serve a dimostrare all’elettorato MAGA che è possibile ottenere un cambio di regime senza i costi delle “guerre infinite”.
Presentando l’arresto di Maduro come un atto della “guerra al narcotraffico” (War on Drugs) e non come un’invasione territoriale con occupazione permanente, Trump evita il faticoso processo di nation building che i suoi elettori detestano. L’obiettivo strategico finale è triplice: eliminare Maduro, per cui nutre un’ostilità personale, installare un leader compiacente e, soprattutto, recidere chirurgicamente i legami del Venezuela con Cina e Russia, riprendendo il controllo totale sulle più grandi riserve petrolifere del mondo.
Hu Xijin, invece, si sofferma invece sullo shock per l’inconsistenza della difesa venezuelana. Hu è stato un super falco, già direttore e editorialista del Global Times. Ma nel tempo, pur non cambiando le sue posizioni sulla ormai sopraggiunta superiorità cinese rispetto agli Usa, ha modificato molto il suo approccio e non ha lesinato critiche perfino al governo.
In sostanza Hu è incredulo davanti al fatto che un paese con 200.000 soldati sia crollato in un’ora sotto il fuoco di pochi elicotteri, rendendo Maduro uno “zimbello politico mondiale” per non aver opposto alcuna resistenza. Citando il precedente di Noriega a Panama di 35 anni fa, Hu sottolinea come rapire un presidente in carica sia un atto di una brutalità senza precedenti, ma nota anche come la mancanza di una vera risposta militare venezuelana indebolirà la condanna internazionale: senza una resistenza sul campo, anche la simpatia per la vittima svanisce. Per Hu, il 2026 si apre con la conferma che la legge internazionale è ormai polvere e che gli Stati Uniti, agendo con tale spregiudicatezza, spingeranno ogni altro attore globale a ignorare i trattati e a fare affidamento solo sulla forza bruta.
Insomma, per Hu, se la logica di Trump è quella di espellere fisicamente l’influenza cinese dal Sud America, il crollo istantaneo di Maduro certifica che lo “scudo economico” di Pechino non è in grado di proteggere i propri alleati dalla forza d’urto di Washington. Torna qui, in altri modi, quanto scritto dal professore Ding Yichao.
*Articolo pubblicato anche sulla newsletter Il Partito a cura di Simone Pieranni. Simone Pieranni lavora a Chora Media, conduce due podcast “Altri Orienti” e “Fuori da Qui”. Nella newsletter Il Partito si occupa dei temi politici, economici e internazionali della Cina e dell’Asia, attraverso l’analisi di fonti in lingua originale e quando possibile con interviste e interventi di esperti. Per iscriverti alla newsletter Il Partito clicca qui







