TwitterJokeTrial, il dissenso sociale e le leggi speciali per regolamentare la Rete

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TwitterJokeTrial
Quando, il 6 gennaio 2010, il ventottenne Paul Chambers, in attesa di imbarcarsi su un volo che lo avrebbe portato a incontrare per la prima volta una ragazza conosciuta in Internet, si è trovato bloccato a causa della neve nell'aeroporto Robin Hood dello Yorkshire del Sud in Inghilterra, ha sfogato tutta la sua frustrazione con un messaggio su Twitter:
Crap! Robin Hood airport is closed. You've got a week and a bit to get your shit together otherwise I'm blowing the airport sky high!!” (Merda! L'aeroporto Robin Hood è chiuso. Avete una settimana per sistemare tutto altrimenti faccio saltare in aria l'aeroporto!!).

Una settimana dopo il personale dell'aeroporto si accorge del messaggio casualmente e, pur ritenendolo non credibile come minaccia (un terrorista che pubblica col suo nome?), decide di segnalarlo all'antiterrorismo. Chambers viene arrestato nel suo ufficio, la sua casa perquisita, il cellulare, il computer portatile e il desktop sequestrati. L'accusa è di aver inviato un messaggio elettronico pubblico gravemente offensivo, o indecente, o osceno, o minaccioso, di carattere contrario alla legge sulle comunicazioni del 2003.
Chambers viene condannato in primo e secondo grado, passerà due anni a difendersi, perderà il lavoro, e solo nel giugno del 2012 l'Alta Corte lo assolverà, finalmente, perché il messaggio non creava alcun allarme o pericolo nelle persone alle quali era rivolto.

L'opinione pubblica inglese si schierò con Paul, supportandolo tramite un hashtag, #iamspartacus, e rilanciando il suo tweet. La campagna pro Chambers, una delle più diffuse online, battezzerà il processo TwitterJokeTrial (il processo allo scherzo su Twitter).

Leggi speciali
Il caso di Chambers fece scalpore, a livello giuridico, perché nonostante fosse stato arrestato in base al capitolo 51 del Criminal Law Act del 1977 (“una persona che comunica informazioni che sa di essere false o crede siano false ad un'altra persona con l'intenzione di indurre in lui o altra persona la falsa credenza che una bomba od altro ordigno esplosivo è presente in un luogo è colpevole di reato”), era piuttosto difficile dimostrare che Chambers davvero avesse l'intenzione di indurre altri a credere alla presenza della bomba (ed infatti la polizia confermò che non c'erano prove in tal senso), alla fine si preferì applicare la legge speciale per le reti di comunicazione del 2003, che all'art. 127 dice:

A person is guilty of an offence if he: (a) sends by means of a public electronic communications network a message or other matter that is grossly offensive or of an indecent, obscene or menacing character
Una persona è colpevole di offesa se invia attraverso un mezzo di comunicazione elettronico pubblico un messaggio di carattere offensivo, indecente, osceno o minaccioso.

La norma utilizza definizioni vaghe per cui spetta all'interprete della legge valutare la pericolosità del messaggio.

La pubblica accusa sostenne che mentre per Chambers il messaggio poteva essere uno scherzo l'aeroporto non poteva rischiare di trattarlo come tale, e la minaccia doveva essere presa sul serio dalle autorità.

Libertà di manifestazione del pensiero
Proteggere la libertà di manifestazione del pensiero non è, ovviamente, tutelare chi grida al fuoco in un cinema pieno di persone causando il panico, né difendere chi minaccia o diffama, ma di contro non ha alcun senso perseguire un fatto che non crea alcun allarme sociale. La legge inglese del 1977 realizza un valido equilibrio tra le esigenze di tutela sociali e i diritti del cittadino, ma il fatto di preferire una legge speciale ha determinato una situazione paradossale: il personale aeroportuale non ha creduto che la minaccia fosse reale, eppure l'hanno segnalata; la polizia non ha creduto che la minaccia fosse reale, eppure l'hanno arrestato; e Chambers è stato condannato in primo e secondo grado per un messaggio stupido, perché nessuno ha saputo o voluto distinguere uno scherzo da una minaccia reale.

Il problema delle leggi speciali per Internet sta tutto qui, nella difficoltà o l'incapacità nel distinguere tra scherzo, cattivo gusto, semplici errori di battitura e minacce reali, nel separare un commento satirico o iconosclasta o maleducato da una diffamazione.
Ricordiamo il caso della mamma che scrisse su Facebook: “Ciao ma voi avete mai provato a sterminare i vostri bambini?”. In realtà voleva scrivere sverminare ma il correttore ortografico cambiò una lettera, nonostante ciò si ritrovò i Carabinieri a casa in piena notte!
La giornata di un cittadino comune è tutta un: “Ammazzo mio marito se non mi ha comprato un regalo per il compleanno”; “Uccido il capo se stavolta non mi dà l'aumento”, e così via. Ma non per questo abbiamo gli obitori pieni di mariti e capi!
E questa varia umanità si riversa online non sempre rendendosi conto della differenza tra scrivere in rete e scrivere su un muro.
Quando si invocano leggi speciali per la rete il rischio che si corre è che diano sfogo alle istanze paternalistiche della classe dirigente. Non è con la sanzione criminale che si 'educano' i cittadini, ma casomai con una scuola efficiente. In che condizioni è la scuola italiana? Bene, partiamo da lì!

La verità è che le leggi per Internet ci sono già, perché non esiste una norma per la diffamazione al telefono piuttosto che in una pubblica piazza, come non avrebbe senso distinguere tra stupro in macchina o per strada, esiste “la diffamazione” e “lo stupro”, e generalmente un reato commesso tramite internet (per i giuristi “mezzo di pubblicità” ai sensi dell'art. 595 c.p.) è addirittura punito con una pena maggiore.
E non ha senso nemmeno discutere di procedure di urgenza per applicare più celermente queste norme, visto che in teoria un magistrato può oscurare un contenuto online in pochi giorni (e prima di una condanna del diffamante). Il problema, semmai, sta nelle risorse assegnate alla polizia e ai magistrati, soggette costantemente a tagli da parte di quegli stessi politici che poi si lamentano della scarsa celerità della Giustizia. Quindi pensiamo a rifondare la Giustizia, prima di fare “leggi speciali”.

Hate speech
Il peccato originale di Internet è di essere un mezzo di comunicazione diverso, non certo un “luogo” né un mondo a parte, ma un media multidirezionale e ad accesso non selezionato. Chiunque può, con modica spesa, aprire un blog, partecipare ad un forum, scrivere su Twitter o Facebook, e così attuare compiutamente, e per la prima volta, gli articoli 1, comma 2, e 21 della Costituzione, quelli che rispettivamente assegnano al cittadino la sovranità e tutelano il diritto all'informazione e la libertà di manifestazione del pensiero. I media tradizionali, stampa e Tv, non hanno mai concesso molto in tal senso, essendo unidirezionali (da editore a cittadino) e ad accesso selettivo. Solo pochi vanno in Tv, e ciò consente non solo una selezione dei contenuti (scalette) ma addirittura degli “utenti” che devono dare garanzie di “affidabilità” su quello che dicono e come lo dicono.
Internet rompe per la prima volta gli schemi e consente a tutti di dire la loro, nei modi propri di ogni cittadino. Certo, ciò non vuol dire che un politico debba sopportare/tollerare minacce di morte, ma se le leggi per reprimerle ci sono (mancano le risorse) allora ricadiamo nel  solito refrain contro il “linguaggio d'odio”, hate speech per dirla all'americana.

Internet, luogo dell'odio sociale
Negli anni '70 la violenza era nelle strade, oggi non più eppure la parola “odio”, spuntata all'improvviso, domina ormai qualunque discussione, specialmente se si parla di internet. Internet, secondo parte dei politici, e per come se ne parla spesso in Tv, è il luogo dell'odio per antonomasia, dove si esplica in tutte le sue declinazioni, dall'odio politico a quello sessista o razzista.
L'odio sociale sembra essere per la politica la vera emergenza di questo secolo, anche più della crisi economica. Ma se io dico che “gli immigrati puzzano e sono tutti delinquenti”, è “odio sociale”, se invece dico che “un'immigrazione massiccia degrada le periferie e aumenta la criminalità”, nessuno protesta. Eppure è la stessa cosa. La differenza sta nel fatto che la prima frase ti arriva “di pancia”, è immediatamente comprensibile nella sua rudezza.

La tolleranza al dissenso è piuttosto variabile da governo a governo, laddove la differenza tra una democrazia e un governo repressivo è più quantitativa che qualitativa. Una democrazia deve sapere sopportare una quantità maggiore di dissenso politico, e non può dirsi tale se chiude negli stadi i dissidenti. Se si va oltre un certo livello, se il dissenso sociale si esprime con discorsi di “pancia”, la tendenza è quella di reprimere e criminalizzare a prescindere, sia la protesta di piazza (G8 di Genova) che quella virtuale in rete, imponendo paletti alle libertà dei cittadini. La giustificazione? Il miglior modo per tutelare la libertà dei cittadini è restringerla!!!
Ma un governo che non riesce a distinguere tra scherzo, fors'anche stupido, discorsi di pancia e vere minacce sociali, tra un ragazzino e un terrorista, e finisca per trattarli tutti allo stesso identico modo  invocando, talvolta anche con le migliori intenzioni, leggi speciali ad hoc per un mezzo di comunicazione (quello ad accesso libero) piuttosto che per un altro, mostra solo la propria incapacità di gestire il dissenso sociale e politico. Il cittadino onesto che paga le tasse si sentirà defraudato inutilmente dei suoi diritti democratici per l'incapacità del governo a trattare con i ragazzini, e di contro si sentirà indifeso in caso di veri conflitti sociali.
E, in tempi di crisi economica, questo è un vero problema!

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