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Con il voto del 17 dicembre in Tunisia è finita la primavera araba e la democrazia

20 Dicembre 2022 6 min lettura

Con il voto del 17 dicembre in Tunisia è finita la primavera araba e la democrazia

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Ci sono delle istantanee destinate a rimanere nell’immaginario collettivo di un paese. Nel caso della Tunisia ci sono una data e dei luoghi ben precisi: il 17 dicembre 2022 e i seggi vuoti per le elezioni legislative che hanno rinnovato il parlamento. 

A fare da contraltare alla desolazione delle urne c’è stata la quotidianità di Tunisi e del paese, più interessata a riempire i café per la finale di consolazione dei Mondiali di calcio tra Croazia e Marocco. Esistono ragioni precise che possono spiegare il voto che ha posto fine al processo di transizione democratica che stava interessando il piccolo Stato nordafricano dal 2011, anno della Rivoluzione della dignità e della libertà che ha portato alla cacciata del despota autoritario Zine el-Abidine Ben Ali. 

Come spesso accade in Tunisia, si può cominciare dai numeri. A recarsi alle urne è stato l’8,8 per cento degli aventi diritto. Tradotto: meno di un elettore su dieci per un totale di poco più di 800mila persone che hanno espresso la loro preferenza. 

Numeri che non bastano a capire quale sia il vero sentimento della popolazione tunisina in questo momento. Nel 2019 l’affluenza fu più del 40 per cento, come si può spiegare un calo così drastico?

Partendo innanzitutto dall’urgenza più evidente: la crisi economica e sociale. Da mesi nel paese si fa fatica a trovare beni di prima necessità come farina, zucchero, latte e burro. Generi alimentari essenziali per la dieta dei tunisini, chiamati a compiere sacrifici su base quotidiana. La spiegazione a questa penuria, a cui si è aggiunta quella della benzina, è semplice. La Tunisia non riesce più a importare questi beni per una mancanza di liquidità, gli Stati e le compagnie internazionali esportatori hanno cominciato a non fare più credito esponendo di fatto il paese a tutte le sue debolezze interne, in primis un complicato sistema di sovvenzioni statali per mantenere bassi i prezzi che però, oggi, non sembra più funzionare. L’ultimo caso in ordine di tempo è il malcontento dei panettieri i quali, nell’attesa di ricevere le compensazioni di Stato per mantenere calmierati i prezzi del pane, si sono detti pronti a sospendere la produzione nel caso non fosse stata fornita loro farina gratis. Un altro elemento di instabilità è il crollo del potere di acquisto. L’aumento dell’inflazione dopo l’invasione russa in Ucraina ha colpito duramente la Tunisia. Arrivata nel novembre scorso al 9,8 per cento, questa percentuale  si è rivelata in tutta la sua drammaticità nell’aumento del costo delle uova (43%), carne (24%), verdure (32%), olio (20%) e derivati del latte (16%). 

Numeri, questi, in costante crescita almeno dalla crisi economica globale del 2008 che sono aumentati parallelamente al degrado delle condizioni politiche interne. Al netto di un processo di transizione democratica durato undici anni, bisogna considerare diversi fattori che hanno minato la fiducia dei tunisini nei confronti di una classe politica che, stando ai sondaggi di questi anni, non è stata in grado di creare una struttura istituzionale forte con un grado di fiducia tale da renderla impermeabile a elementi di crisi esterni. Nel 2011 milioni di persone hanno chiesto a gran voce «libertà e dignità», due parole che si sono concretizzate in parte e che hanno lasciato la porta aperta al presidente della Repubblica Kais Saied. Il 25 luglio 2021, nel giorno della festa della Repubblica, il responsabile di Cartagine con un colpo di forza ha di fatto azzerato le istituzioni tunisine congelando il parlamento e sciogliendo il governo. La motivazione: la Tunisia stava vivendo una situazione di «pericolo imminente», rappresentata da una crisi sanitaria da COVID-19 che stava minando il paese e una crisi economica che il governo dell’allora primo ministro Hichem Mechichi non era riuscito a contrastare. Saied ha quindi fatto leva su una situazione di forte instabilità per proporre la sua agenda politica: ha cominciato a governare con pieni poteri attraverso decreti presidenziali, ha azzerato il potere giudiziario con le dimissioni del Consiglio superiore della magistratura, ha promosso un nuovo testo costituzionale il 25 luglio scorso e imposto nuove elezioni lo scorso weekend, nel giorno dell’immolazione di Mohamed Bouazizi il 17 dicembre 2010, per il rinnovo di un parlamento completamente depotenziato. La nuova Assemblea dei rappresentanti del popolo sarà composta infatti da candidati che non hanno potuto rappresentare partiti politici e che dovranno vagliare le riforme volute dal presidente della Repubblica «con assoluta priorità», stando al nuovo testo costituzionale. 

L’8,8 per cento non può spiegarsi con il boicottaggio delle elezioni promosso da quasi tutto il vecchio arco parlamentare. Oggi in Tunisia resta solo una domanda da porsi: che fine farà il paese nei prossimi mesi? Anche in questo caso la risposta non prevede scenari positivi. Dal lato dell’economia, per mesi lo Stato si è affidato alla concreta possibilità di un prestito internazionale da parte del Fondo monetario internazionale di 2 miliardi di dollari, essenziali per le casse dello Stato in cambio di ingenti tagli alla spesa pubblica. Un accordo che si sarebbe dovuto chiudere ufficialmente lunedì 19 dicembre, salvo un rinvio delle consultazioni da parte dell’istituzione di Washington per le mancate garanzie offerte da Tunisi. Un colpo durissimo da incassare per Kais Saied, il quale in questo momento si trova in mano un rating sovrano di CCC+, uno dei più bassi in assoluto, e con importanti trattative da chiudere con l’Unione europea e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo che dipendono dal prestito dell’Fmi. 

Dal lato della politica, la Tunisia oggi fa fatica a definirsi pienamente democratica. «Questo voto è stato una formalità per archiviare il sistema imposto da Kais Saied e concentrare il potere tra le sue mani. Il parlamento non ha più alcun tipo di potere», ha affermato il politologo Hamza Meddeb. Il paese ha adottato una forma ultra presidenziale (l’affluenza al referendum costituzionale del 25 luglio 2021 è stata del 30 per cento) che potrebbe esporlo nei prossimi anni a pericolose derive autoritarie. Già oggi è ripreso il dibattito sulla violenza della polizia e del ministero dell’Interno, due organi chiave dell’epoca di Ben Ali e che non sono mai stati riformati durante il cosiddetto percorso di transizione democratica. Quello che sarà rimane un’incognita, soprattutto a livello economico, anche se c’è ancora una domanda da fare: qual è il vero sentimento dei tunisini verso tutto quello che sta succedendo?

Disaffezione, disillusione e apatia nei confronti di tutto quello che si può definire Stato. Sono forse questi i tre aggettivi che possono spiegare quale sia la sensazione a livello generale nel paese. Concetti come democrazia e partecipazione sono risuonati fortemente dal 2011 a oggi, anche se negli ultimi anni le crisi di governo e sociali hanno impattato fortemente sulla fiducia nei confronti delle istituzioni. La retorica della «prima democrazia del mondo arabo» e le recenti parole di speranza del segretario di Stato Anthony Blinken, il quale in un recente incontro con Saied ha ricordato «i profondi legami degli Stati Uniti con la Tunisia per  assicurare la democrazia e rispondere alle aspirazioni del popolo tunisino in un futuro prospero», sembrano ormai una scatola vuota che non rispecchia assolutamente il sentimento generale nel paese. Oggi i tunisini sono chiamati a fare politica al di fuori delle istituzioni con una società civile che si è trovata fortemente indebolita dal 25 luglio 2021 e con un senso di abbandono quotidiano. 

La risposta al perché di un’affluenza dell’8,8 per cento arriva da Sonia Azar, insegnante di arabo all’Institut Bourguiba di Tunisi che da tre anni sta ancora aspettando di ricevere il suo stipendio: «Qui non funziona niente. Io vengo da un quartiere popolare fuori Tunisi e quando mio figlio mi chiede qualcosa io devo fare finta di niente perché non riesco a permettermelo. Mio marito insegna alle superiori ma con uno stipendio solo non riusciamo ad arrivare fino a fine mese. Io il 25 luglio 2022 ero in piazza a festeggiare per il referendum costituzionale. Kais Saied sembrava potere fare qualcosa per questa situazione ma non è così. La verità è che siamo soli».

Immagine in anteprima via ISPI

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