Cosa non sta funzionando nella strategia dei dazi di Trump
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Il 2025 è stato contrassegnato, dal punto di vista economico, dalla nuova politica commerciale dell'amministrazione Trump. Fin dalla sua prima presidenza, Donald Trump aveva puntato su proposte di dazi per prodotti provenienti da altri paesi. Durante questa seconda amministrazione, però, la situazione ha subito un’accelerazione con dazi che hanno colpito buona parte del mondo e a livelli a cui non si assisteva da decenni.
Dal cosiddetto Liberation Day – quando Trump si era presentato nel Giardino delle Rose per illustrare i dazi imposti alle importazioni dagli altri paesi – a oggi, le guerre commerciali iniziate dall’amministrazione hanno avuto degli effetti profondi sull’economia globale, su quella interna americana e sulle alleanze storiche che avevano contraddistinto gli Stati Uniti.
Di cosa parliamo in questo articolo:
Il rapporto privilegiato con l’Europa non c’è più
L’effetto forse più importante dei dazi - assieme alle mosse in politica estera - è la fine del rapporto privilegiato transatlantico. I rapporti tra Stati Uniti d’America e l’Unione Europea si sono deteriorati con una forte accelerazione dall’inizio dell’anno. Secondo Trump, l’Europa sarebbe stata creata appositamente per fare concorrenza sleale nei confronti degli Stati Uniti. Più di recente, nel National Security Strategy, il documento che delinea la strategia per la sicurezza nazionale, si affermava che l’Europa era ormai una potenza in declino, a rischio per via dell’immigrazione e soffocata dalla regolamentazione.
Per affrontare quella cosiddetta concorrenza sleale da parte dell’Europa, l’amministrazione Trump aveva inizialmente fissato dazi sui prodotti europei arrivati fino al 30 per cento nelle minacce, salvo poi raggiungere un accordo a fine luglio al 15 per cento, con varie promesse da parte della Commissione Europea.
Proprio a causa delle ostilità da parte degli Stati Uniti, l’Unione Europea sta puntando su una diversificazione dei partner commerciali, per quanto la situazione resti complicata. Nel corso dell’anno infatti hanno subito un’accelerazione anche gli accordi di libero scambio con altri mercati per sopperire alle politiche commerciali degli Stati Uniti. Su tutti, ci sono quelli con l’area del Mercosur e con l’India.
Il problema rimane però l’autonomia strategica dell’Europa in un mondo in cui le tensioni sono all’ordine del giorno. Su questo aspetto, il tema critico è proprio quello delle infrastrutture digitali e del settore dei servizi digitali. Tecnologie come il cloud computing sono fondamentali per il funzionamento dell’economia e degli Stati Europei, ma il mercato è dominato dai colossi USA. Proprio in questi giorni l’Europa sta prendendo atto del ritardo che ha avuto su questo fronte, in cui ha pensato maggiormente all’aspetto regolatorio: alcuni governi europei stanno cercando di liberarsi dalla dipendenza dai colossi digitali statunitensi mentre la Commissione ha già presentato la sua bussola per la competitività che punta proprio sul Mercato Unico per permettere alle imprese di crescere e a quelle più innovative, grazie ai capitali messi a disposizione, di poter svilupparsi come successo negli Stati Uniti. Data però la natura incerta dell’innovazione, saranno necessari anni per comprendere se questa strategia sarà vincente, esponendo nel frattempo l’Europa al ricatto degli USA.
Alle tensioni già presenti, se ne aggiungerà una nuova con il 2026. Dal primo gennaio è entrato in vigore, in via definitiva, il Regolamento UE 2025/2083, riguardante i Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM). Per usare un’analogia di Mauro Bellini, responsabile di ESG360, si possono pensare come dei dazi rivolti alle emissioni, volti a proteggere le aziende europee soggette alla normativa UE e quindi a rispettare determinati requisiti ambientali. Questo probabilmente aprirà un secondo terreno di scontro, dopo quello sulla regolamentazione delle Big Tech. Gli Stati Uniti di Trump si scagliano da tempo contro la transizione ecologica e vedranno queste mosse come una forma di ritorsione, che andrà a peggiorare l’importazione di prodotti americani nel mercato europeo.
L’economia americana: un quadro complesso
Sul fronte interno la situazione appare quantomeno complessa. Dal punto di vista aggregato, l’economia americana ha avuto una performance superiore alle attese. Nel terzo trimestre, la crescita si è attestata al 4,3 per cento, rispetto alle previsioni del 3,3 per cento. In un suo post sul social Truth, Trump si è intestato questi risultati, affermando che sono il frutto delle sue politiche commerciali. In particolare, questa performance è stata trainata dai consumi, che sono aumentati del 3,5 per cento. Su questo fronte, però, va sottolineata l’importante componente della spesa sanitaria. Anche quella pubblica ha contribuito a sostenere l’economia americana in questi mesi, come sottolinea Milano Finanza.
Ma, se questi dati sono sicuramente dalla parte di Trump, la situazione sul fronte occupazione e prezzi restituisce un quadro più variegato. I dati pubblicati dalla Federal Reserve (FED) mostrano infatti una stabilità del tasso di inflazione, nonostante il dato sia in qualche modo parziale visto lo shutdown del governo USA. La situazione, secondo le previsioni di Goldman Sachs, tenderà a peggiorare nel 2026 proprio per via dei dazi, che finora sono stati assorbiti dalla imprese americane. E infatti questo si ripercuote sul tasso di disoccupazione: a novembre ha toccato il 4,6, un record da quattro anni a questa parte.
Questo scenario rende particolarmente arduo il lavoro della FED. A differenza della BCE, questa è contraddistinta dal cosiddetto Doppio Mandato: oltre all’inflazione, il focus della banca centrale è anche sull’occupazione. In una situazione già tesa tra Trump e il Presidente della FED Jerome Powell, il compito della FED sarà da una parte cercare di tagliare i tassi di interesse per sostenere l’economia, dall’altra tenere sotto controllo l’indice dei prezzi.
C’è poi da tenere conto dell’impatto del settore AI, su cui gli Stati Uniti non hanno solo interessi dal punto di vista economico, ma anche di sicurezza nazionale. Già all’inizio del suo mandato, Trump aveva abrogato dei provvedimenti presi dall'amministrazione Biden per salvaguardare i cittadini dagli abusi dell’AI. Nelle scorse settimane, inoltre, ha dichiarato che lavorerà con il congresso per ridurre la regolamentazione sull’AI, in particolare sottraendo su questo fronte i poteri dei singoli Stati. Affinché il settore possa prosperare, si legge, è necessario rimuovere regolamentazioni e lasciare che le aziende possano innovare in un contesto di totale deregulation.
Come fa notare il giornalista economico Mario Platero su Il Corriere della Sera, gli investimenti nel settore hanno generato un forte impulso per la crescita dell’ultimo trimestre. Ma in prospettiva futura il rischio è quello paventato ormai da tempo di una bolla AI. Anche il CEO di Alphabet - la holding a cui fa capo Google - Sundar Pichai, ha dichiarato che l’ammontare di investimenti nel settore rasenta l'irrazionalità.
A questa situazione va aggiunto poi che cosa pensano gli americani della loro economia, soprattutto in vista delle elezioni per il rinnovo della Camera e di alcuni seggi al Senato nel 2026. Secondo un sondaggio, infatti, quasi metà degli americani ritiene che la loro situazione economica sia meno prospera rispetto a inizio anno. Il sondaggio rivela anche che indipendenti e democratici ritengono che l’aumento del costo della vita sia dovuto alle misure dell’amministrazione.
Questo si riflette anche nell’Indice di Gradimento di Trump, che segna -17 per cento, un risultato peggiore rispetto non solo a Biden, ma anche alla sua prima amministrazione. D’altronde gli americani tendono a considerare un fattore fondamentale il carovita. E proprio su questo hanno puntato i democratici durante le elezioni locali- su tutti, quelle a New York con la vittoria di Zohran Mamdani contro Andrew Cuomo, che correva da indipendente.
Il ritorno della manifattura? Per ora non c’è (e forse non ci sarà mai)
All’interno delle questioni interne, è interessante concentrarsi sulla situazione del settore manifatturiero. Lo abbiamo sottolineato più volte: i dazi di Trump avevano come scopo principale il sostegno al settore manifatturiero americano.
Per via del cosiddetto Privilegio Esorbitante, il valore del dollaro penalizza fortemente le esportazioni, pur garantendo agli Stati Uniti un vantaggio in termini di costi di finanziamento del debito. Inoltre, fenomeni come la globalizzazione, hanno spinto l’economia americana verso il settore dei servizi, mentre la produzione è stata spostata all’estero. Questo ha causato una forte crisi delle zone precedentemente centrali dell’industria americana come la Rust Belt.
Nella logica di Trump, i dazi avrebbero dovuto compensare il costo delle esportazioni e, assieme a una serie di incentivi per chi produce in patria, portare ossigeno al settore. I dati di questi mesi però dimostrano come la strategia non stia funzionando appieno. Come riporta l’analista economico Joe Politano, il numero di posti di lavoro nell’industria è in continua diminuzione. E il settore, fatto salvo per le costruzioni, non è in uno stato smagliante.
Ci sono due questioni, a fronte di un dato simile. La prima l’avevamo accennata già in primavera. Sia il segretario al Tesoro, Scott Bessent, sia quello al Commercio, Howard Lutnick, avevano dichiarato che la rinascita industriale degli Stati Uniti sarebbe stata trainata non tanto dai lavoratori, quanto dai progressi nel campo della robotica e dell’Intelligenza Artificiale. Il rilancio dell’industria sarebbe quindi stato un mero stratagemma elettorale- che secondo gli studi condotti aveva già dato i suoi frutti. L’utilizzo dell’AI e della robotica, inoltre, si tradurrebbe in un risparmio considerevole da parte delle imprese.
Ma uno sguardo più ampio restituisce una prospettiva ancora meno rosea. Il settore manifatturiero non garantirà più i livelli di occupazione di un tempo. Anche i tentativi dell’amministrazione Biden di rilanciarlo, con provvedimenti come l’Inflation Reduction Act, (IRA) non hanno garantito un aumento considerevole dell’occupazione. Per questo anche esperti che hanno sottolineato l’importanza del settore come Dani Rodrik, professore ad Harvard, ribadiscono che non sarà più in grado di assorbire forza lavoro come un tempo. Secondo Rodrik ciò è dovuto appunto a fattori come l’automazione, che hanno via via sostituito i lavoratori.
Le promesse di Trump quindi sembrano fuori tempo, almeno per quel che riguarda l’occupazione. Ciò non significa ignorare completamente il settore, che ancora oggi è tra quelli trainanti per la crescita economica: come ha sostenuto sempre Rodrik più recentemente, il tema del reshoring - cioè riportare nel paese attività che avevano precedentemente delocalizzato - è ormai un tema che accomuna destra e sinistra. Preso atto dell’obiettivo, ci si chiede allora se la strategia di Trump possa essere vincente sotto questo aspetto. È ancora troppo presto per dirlo, ma è verosimile che le politiche messe in atto dall’amministrazione non porteranno ai risultati sperati, visto anche il legame tra Trump e le grandi imprese statunitensi che, in questi decenni, hanno beneficiato proprio delle delocalizzazioni.
La Cina non ne esce indebolita, anzi
C’è sempre stato un paese, tra tutti gli altri, su cui Trump si è scagliato più volte: la Cina. Fin dal suo primo mandato, la Repubblica Popolare Cinese è stata al centro degli attacchi di Trump e della sua strategia di dazi. Con il ritorno alla Casa Bianca, in un contesto in cui le misure nei confronti della Cina non erano state rimosse da Biden, anzi, il livello dello scontro si è alzato, dando il via a una serie di annunci e ritorsioni poi rientrati, anche se un accordo definitivo è ancora lontano.
Come scrive Giulio Fatti, fisico e blogger per phase:shift, Pechino è quella che ha tratto maggiori benefici da quest’anno di guerre commerciali. Ogni qualvolta l’amministrazione Trump cercava di attaccare, la Cina ha risposto fino a portare a una situazione “status quo” che le ha dato un vantaggio rispetto ai paesi che si sono visti aumentare repentinamente i dazi.
In parte questo dipende dal fatto che la Cina si trova in una situazione di forza rispetto agli Stati Uniti. Nel contesto della guerra commerciale, infatti, la Cina si ritroverebbe a perdere delle entrate, perché i dazi - idealmente - dovrebbero ridurre le vendite di prodotti cinesi negli Stati Uniti. Ma sono gli Stati Uniti a perderci maggiormente, perché a loro verrebbero a mancare proprio i prodotti cinesi, che sono cruciali anche per la manifattura americana oltre al benessere dei cittadini nella loro vita di tutti i giorni. Ora, davanti a una situazione del genere, i due paesi possono reagire cercando di evitare i danni.
E qui entra in gioco il secondo aspetto, dal sapore quasi tragicomico. Con la riduzione del commercio con gli Stati Uniti, la Cina potrebbe cercare altri partner commerciali a cui vendere quei prodotti. Ed è proprio quello che sta succedendo: il paese ha registrato un record per il surplus commerciale. Già durante la prima amministrazione Trump, la strategia cinese è stata di diversificare i propri partner commerciali. Questo però va visto assieme alla strategia lanciata da Xi Jinping di investimenti strategici per dominare la catena di approvvigionamento di settori high tech, oltre ai settori tradizionali in cui era già forte. Non a caso, alcuni esperti cominciano a discutere dell’invasione delle auto elettriche cinesi, che si inseriscono nella strategia di Pechino di questi anni per dominare i settori green con auto elettriche, pannelli fotovoltaici, batterie. Sui limiti e sostenibilità di questa strategia e sulle problematiche che affliggono l’economia cinese domestica, ovviamente, si potrebbe discutere. Ciò non toglie che l’economia cinese sia più resiliente rispetto a quella americana sotto questo fronte.
Al contrario, il limite della strategia americana risiede in due fattori. Il primo, come spesso accade, è il tempo. Recidere i rapporti commerciali con uno dei partner da cui sei dipendente richiede un tempo di riconversione dell’economia. Non si tratta quindi di un processo indolore sul breve periodo. Nel mentre, per attenuare gli effetti sul breve periodo, la strategia dovrebbe essere proprio colmare questa mancanza con altri fornitori. E qui arriva il secondo problema: proprio in virtù della chiusura dell’amministrazione Trump al commercio, questi eventuali partner commerciali rischiano di non esserci.
Il peggio deve ancora arrivare?
Dopo quasi un anno alla Casa Bianca, le politiche commerciali dell’amministrazione Trump si prestano a un’interpretazione complessa. Sul fronte interno, è vero che l’economia ha mostrato una performance migliore rispetto alle aspettative. Ma ciò, soprattutto sul fronte inflazione, è dovuto al fatto che ad assorbire il costo dei dazi sono state proprio le imprese americane - senza contare l’esorbitante spesa pubblica americana che pone delle questioni sulla sostenibilità del debito. Questo non durerà all’infinito e potrebbe portare a contraccolpi significativi non solo per i consumatori ma di conseguenza anche per il consenso di Trump e dei Repubblicani, soprattutto in ottica Midterm. Non è un caso che il Presidente sia già intervenuto per mitigare gli effetti di alcune misure riguardanti la politica commerciale, in alcuni casi ritirandole, come fa notare il Wall Street Journal. Ovviamente questi provvedimenti sono stati presi senza un'esplicita ammissione dei limiti della strategia dell’amministrazione.
Sul fronte del settore manifatturiero, le politiche di Trump non sembrano in grado di invertire la tendenza. Se è vero che ci vorrà tempo per valutare la situazione, i primi dati non sono affatto confortanti, anzi: mostrano che un obiettivo anche condivisibile come il reshoring non si possa ottenere soltanto alzando barriere.
Restano poi i rapporti con gli altri paesi. Per quel che riguarda l’Europa, il problema è più su che cosa decideranno di fare governi nazionali e Commissione. Ma appare chiaro, anche per quanto visto durante i negoziati sul prestito all’Ucraina, che l’Europa ha compreso la necessità di una maggior indipendenza rispetto agli Stati Uniti, che non possono più essere considerati un alleato affidabile - forse nemmeno un alleato.
Ma il vero fronte è quello con la Cina: per quanto anche Pechino si ritrovi a fare i conti con una situazione economica interna complessa, i tentativi di Trump di danneggiare il paese sono sempre finiti in un nulla di fatto. Questo segnala un totale fallimento dell’amministrazione nel cercare di contenere la Cina, che invece ha sempre un maggior peso sullo scacchiere internazionale e giocherà un ruolo ancora più fondamentale nei prossimi anni- nel bene o nel male.
Immagine in anteprima via Festival della Diplomazia







