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Sbatti il raptus in homepage

13 Maggio 2015 8 min lettura

Sbatti il raptus in homepage

8 min lettura

Per le lesioni, la rapina e lo stupro ai danni di una tassista, episodio avvenuto a Roma nella mattina del 7 maggio scorso, il 10 maggio è stato arrestato, dopo confessione, il 30enne Simone Borgese. Borgese è stato identificato grazie all'identikit fornito dalla vittima e dal cellulare, il cui numero era noto agli inquirenti per precedenti denunce di tassisti cui non era stata pagata la corsa.

Il trattamento della notizia su alcune delle principali testate evidenzia problemi nel maneggiare la cronaca nera quando la vittima è una donna e sul banco degli imputati c'è un uomo troppo bianco e non abbastanza straniero. Vi sono in questo caso delle eccezioni, che mi pare corretto riportare - come l'articolo di Repubblica dell'11 maggio, che si focalizza soprattutto sulla rilevanza sociale dello stupro e la sicurezza delle tassiste.

Mi soffermerò qui su due aspetti: l'attenuazione della colpa del reo confesso e l'intervista a caldo ai suoi parenti.

Il «raptus»

Questa parola, che da vocabolario indica «in psichiatria, impulso improvviso e incontrollato che, in conseguenza di un grave stato di tensione, spinge a comportamenti parossistici, per lo più violenti (fuga, aggressione, suicidio, atti distruttivi, ecc.)», è valutata eventualmente in sede di indagine o di dibattimento processuale, tanto più che per l'art.90 del codice penale «gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l'imputabilità», e passa per il parere di un medico.

Nel caso specifico, stando ai giornali la parola è stata pronunciata da Borgese, quindi dall'imputato, al momento della confessione; anche se l'Ansa riporta la frase, ma non si capisce bene da dove sia stata presa, se dal verbale della confessione o se riferita dagli inquirenti (citati più avanti nell'articolo). Oltre a ciò, per questioni di diritto penale e considerando chi sta parlando e in che contesto, la parola, di per sé, ha un valore marginale: se anche è un fatto che sia stata detta, che sia stata detta non dice nulla sullo svolgimento dei fatti di cui Borgese è accusato. Perciò se la parola «raptus» non è contestualizzata nel riportare la notizia può attenuare o negare la componente dolosa, andando a difesa delle ragioni dell'imputato. Eppure c'è stata fin troppa enfasi nell'usarla, soprattutto nel titolo o nell'attacco degli articoli.

L'Ansa dell'11 maggio, come visto, riporta la frase all'inizio dell'articolo: «Ho avuto un raptus e l'ho aggredita», ripresa integralmente da Panorama. Il Messaggero, nell'articolo del 1o maggio, apre col virgolettato: «"È stato un raptus», mentre Rai News usa lo stesso virgolettato, ma nel titolo. Così Giornalettismo:«Tassista stuprata a Roma, trentenne confessa: "È stato un raptus, non so cosa mi abbia preso"».

L'11 maggio Messaggero, Mattino e Huffington Post usano «raptus» nel titolo in un modo che suona assurdo in entrambe le versioni:

Tassista violentata a Roma, confessa lo stupratore: «Volevo prendere l'autobus ma poi ho avuto un raptus»
(Huffington Post)

Tassista violentata, il fermato confessa: «Aspettavo il bus, poi ho avuto un raptus»
(Messaggero e Mattino)

Letto così sembra che Borgese si sia così improvvisamente adirato mentre aspettava l'autobus da aver commesso un stupro!

Nel delineare il profilo di Borgese (12 maggio) Fanpage usa “stupratore” nel titolo, ma nel sommario riporta, virgolettato:

«È stato un raptus. Lei piangeva, le ho detto: “se fai questo non ti succederà niente”. Non volevo, non mi è mai successa una cosa del genere», ha raccontato agli investigatori.

Però la vittima stava piangendo proprio a seguito delle azioni confessate dallo stesso Borgese, per cui le frasi riportate sono in un contesto di violenza in atto, ovvero intimidatorie.

Addirittura il Fatto Quotidiano, in un articolo sempre del 12 maggio, toglie le virgolette dal titolo, rendendo il «raptus» più oggettivo:

«Simone Borgese, il raptus e il racconto della tassista: “Io rovinata per sempre”»

Nel resto dell'articolo, poi, c'è una forzatura che fa coincidere la versione della vittima, tratta dall'intervista di Repubblica, con quella di Borgese («le sue parole, messe a verbale dagli inquirenti, sono riportate sul Messaggero»),  per giunta descritto come: «un volto pulito con alle spalle l'esperienza della separazione dalla moglie e l'affido a lei della sua bambina”». E se avesse avuto un volto sporco e non fosse stato separato, cosa sarebbe cambiato esattamente, e perché? E che senso ha questa descrizione, se poi citando frasi dal profilo Facebook e dichiarazioni del datore di lavoro si sostiene che in lui «qualcosa non andava»? [Aggiornamento 14/5/15: su Twitter Sabrina Deligia segnala che l'avvocato della tassista ha smentito l'intervista a Repubblica]

Ma vediamo la forzatura:

La violenza è stato un raptus improvviso, neanche io so perché l’ho fatto. […] Sapevo che vicino a casa dei nonni c’era una strada chiusa. Ho chiesto alla donna di lasciarmi lì anziché sotto casa. Il prezzo della corsa era circa 30 euro. Sono balzato sul sedile davanti. Mi sono sbottonato i pantaloni ed è successo quello che è successo. L’ho costretta ad un rapporto orale.

La tassista racconta così la stessa storia [corsivo mio]: “Avrebbe dovuto pagare poco più di una ventina di euro. Ha iniziato a gridare, offendermi, insultarmi. Ha voluto salire sul sedile davanti per controllare il tassametro. Appena entrato in auto dal lato del passeggero mi ha subito dato un pugno sul viso che mi ha fatto sbattere la testa sul finestrino. Con una mano continuava a spingermi la testa con violenza e con l’altra mi prendeva a schiaffi e pugni. Ad un certo punto mi ha afferrato per i capelli, avevo iniziato a sanguinare dal naso e quasi non ci vedevo più. Ricordo solo l’odore e il sapore del sangue che perdevo e avevo ovunque mentre abusava di me. Aveva una forza sovrumana e mi guardava fisso con due occhi spiritati. Temevo di morire”.

Non è affatto la stessa storia. La versione di Borgese si sofferma sulla non volontarietà in modo contraddittorio: parla di «raptus», però afferma di aver comunicato, al momento della partenza, una strada chiusa come destinazione della corsa, più appartata rispetto alla casa dei nonni dove abitava. La vittima si sofferma a lungo, comprensibilmente, su dettagli della violenza subita - le percosse, il sangue, lo stordimento, il senso di sopraffazione - e sulla conseguente paura di morire, sfumando sul tipo di rapporto cui è stata «costretta»: parla di «abuso» laddove Borgese menziona il «rapporto orale». Il colpo finale è nella successiva equiparazione, dove si forzano le due versioni per farle convergere su un dettaglio, la tensione di Borgese:

“Non so cosa mi sia successo, ero molto nervoso quella mattina e mi sono sfogato su quella donna. Era così attraente”.
Uno stato d’animo di tensione questo, di cui si era accorta anche la tassista: “Aveva iniziato a sudare e a essere molto irrequieto. Teneva lo sguardo basso e si agitava. Mi metteva fretta dicendomi di sbrigarmi e di accelerare” [corsivi miei].

È forse la tensione l'inequivocabile sintomo di un «raptus» in arrivo? 

Intervista ai parenti

Trovano ampio spazio negli articoli anche le frasi della madre, intervistata assieme al compagno dal Tempo, in un articolo dal titolo Vi racconto mio figlio stupratore comparso sull'edizione cartacea del 12 maggio. Da notare che, nel complesso dei titoli, così sembra quasi che l'unica a non prendere in considerazione il “raptus”, oltre alla vittima, sia la madre di Borgese, forse perché ora la parola “mostro” è funzionale a un altro tipo di racconto, ossia “madre che si strugge di dolore per figlio che ama, su cui gravano accuse terribili”. «Io sono innamorata di Simone, ho solo lui», «Soffriva da morire [per la separazione dalla moglie]» dice la donna, che ricorda il passato di abusi subiti da Borgese (e da lei stessa):

Ora però dovete concedermi di spiegare a tutti chi è davvero Simone. Il figlio di un padre alcolizzato, un barbone, un violento con il quale ha vissuto da quando me ne sono andata via di casa nel 2005, stanca di essere picchiata e maltrattata ogni giorno.

Qual è il nesso tra il passato di abusi dichiarato dalla donna e i reati confessati dal figlio? In questo modo si lascia dire alla madre qualcosa che allude a una possibile giustificazione, che suona come non è un mostro, ha avuto una vita difficile fin da bambino. E questo nonostante che, nella stessa intervista, il compagno della donna racconti di precedenti furti e comportamenti violenti di Borgese.

Sulle parole della madre il titolo più assurdo è ancora dell'Huffington Post (stavolta senza ax aequo), che tenta, fallendo, una specie di sintesi tra l'intervista alla donna (tesi) e quella alla tassista violentata (antitesi):

Parla la madre: "È un ragazzo che ha sofferto tanto" http://huff.to/1cs4bPg

Posted by HuffPost Italia on Martedì 12 maggio 2015

Cosa dovrebbero aggiungere sul piano giornalistico l'intervista ai parenti di un reo confesso? Quale elemento di contesto imprescindibile possono aggiungere, considerando che l'oggetto della notizia riguarda reati cui non hanno assistito? È ovvio, o almeno dovrebbe esserlo, che, a caldo, il sentimento predominante sia la negazione, nelle diverse forme che può prendere; penso anche al caso dell'anno scorso adolescente napoletano seviziato, con i parenti dei seviziatori che parlavano di un gioco. Tanto più che la madre di Borgese, a conclusione dell'intervista, sostiene di non avere  un avvocato:

Un avvocato ce lo daranno? – chiede, preoccupata - Noi non ce l’abbiamo, non possiamo permettercelo. Non abbiamo un euro ma vogliamo capire.

Addirittura a pagina 3 - ancora Il Tempo del 12 maggio - è intervistata la nonna di Borgese: «Ho paura che ci facciano del male [...] qui c'è gente che lo vuole ammazzare». Però non si chiede conto delle eventuali minacce ricevute. Inoltre, se c'è questo rischio, qualunque frase dei parenti che suoni come un tentativo di difesa di Simone Borgese contribuisce a diminuirlo o aumentarlo?

L'unico effetto di simili interviste è di enfatizzare ulteriormente l'accaduto per via retorica e sentimentale, offuscando i fatti di partenza, invece di contribuire alla loro ricostruzione agli occhi del lettore. Ciò non giova a quest'ultimo, né al giornalismo né, in particolare, alle persone coinvolte direttamente o indirettamente nella vicenda.

Aggiornamento 14/5/2015

Ora che il «maniaco» dell'identikit ha un volto e un nome, e dopo che il gip ne ha convalidato l'arresto, continuano i meccanismi volti a mitigare e distanziare la colpa in sé (lo stupro) da Borgese. Ecco ad esempio il tweet del Corriere, che mostra un Borgese sorridente e felice, ora non più tale perché il legale l'ha «trovato in lacrime».

In un articolo di ieri, invece, Il Tempo mostra Borgese mentre ci offre simbolicamente una caramella e un sorriso. Nel sommario Borgese è appellato «violentatore», ma in una precedente redazione dell'articolo era indicato come «presunto»: cambio curioso, essendo più corretto quest'ultimo termine, perché sul piano del diritto è da considerarsi innocente fino alla condanna definitiva. Curioso anche perché poi nel testo si rafforza l'idea del «raptus»:

Simone Borgese, il 30enne reo confesso dello stupro della tassista, sarà chiamato a raccontare ancora una volta davanti agli inquirenti il suo gesto atroce, la follia, il raptus che venerdì all’alba hanno lacerato per sempre l’animo di una donna di 43 anni.

Così l'effetto è di un evento certo e orribile, però provocato da una forza oscura che, impadronitasi di Borgese, ha distrutto la vita di due persone. A suggerire una sorta di legge del contrappasso o quanto meno un destino ingrato, c'è poi l'inciso che specifica il sesso del gip Flavia Costantini - «Sarà lei, una donna». Puntualizzazione superflua, sempre che non si voglia distinguere la facoltà di giudicare sulla base del sesso, o credere che «Flavia» sia un nome equivocabile.

Il Messaggero dà notizia dell'interrogatorio sulla «violenza» che ha rovinato la vita «soprattutto della vittima». L'attacco dell'articolo, pur coi virgolettati, fa infatti riferimento alla descrizione durante l'interrogatorio del «raptus» che ha «rovinato la vita» di Borgese.

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