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La strumentalizzazione mediatica dei corpi e il razzismo

9 Giugno 2021 7 min lettura

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La strumentalizzazione mediatica dei corpi e il razzismo

6 min lettura

di Laetitia Leunkeu

Le notizie drammatiche sono quelle che senza dubbio stimolano maggiormente l'interesse del pubblico per la componente emotiva che risvegliano nelle persone.

Capita sempre più spesso quindi che i media (giornali, tv, radio) ricostruiscano tali eventi romanzandone la narrazione, raccontando in modo sensazionalistico le storie delle persone protagoniste delle vicende. Le norme deontologiche che dovrebbero governare il lavoro dell'informazione suggeriscono il modo giusto per esporre i fatti nelle loro specificità. Ma quelle norme e quei suggerimenti non vengono sempre rispettati. Il rischio è che si sconfini oltre i limiti di inviolabilità dell'individuo, entro i quali dovrebbe essere circoscritto il diritto di cronaca e l'essenzialità dell'informazione.

Questa inadeguatezza nell’informare è spesso dovuta alla forte dipendenza del giornalista dall'ideologia politica e dal modo in cui egli interpreta le dinamiche sociali che lo circondano, ma è anche conseguenza di una ricerca spasmodica di attirare attenzione, "audience", e “click” che finisce per assecondare la tendenza a creare storie per fare notizia.

La conseguenza di ciò è che dobbiamo fare i conti con un sensazionalismo e una strumentalizzazione dei corpi continua, proprio da parte di chi dovrebbe avere le competenze per evitare che ciò accada, specialmente se a questi corpi è legato un colore di pelle che in campo politico-mediatico assume automaticamente le fattezze di una casacca politica.

Di questo abbiamo avuto testimonianza innumerevoli volte. L’identità che si trasforma in un’arena politica su cui scontrarsi.

Da Agitu a Willy. L’una che oltre a essere donna era anche nera e proprio per questo, per il suo colore di pelle, si fa martire e nella narrazione mediatica diventa un simbolo: l'esempio perfetto di migrante-eroina, quella a cui si offre tolleranza e rispetto solo perché lei è riuscita a guadagnarseli, non come quelli definiti "invasori" dagli stessi politici che utilizzano la sua storia come esempio di accoglienza.

L’altro, Willy, un ragazzo di 21 anni nato in Italia, un altro martire stavolta simbolo di integrazione, perché “bravo e ben integrato”, “parlava bene l’italiano”, caratteristiche rimbalzate da testata a testata, quasi come se questo fosse il pregio che avrebbe dovuto assolverlo dalla sua condanna a morte.

Dimenticati quando siamo in vita e massacrati dalla retorica politica e dalle leggi (ingiuste) a cui siamo soggetti, diventiamo simboli solo alla fine. 

E per molti rimane comunque l’oblio. Ci si abitua a certi fenomeni e se ne parla sempre meno. Che sarà mai la morte di un altro bracciante? È il caso di Fallaye Dabo, finito nelle grinfie del caporalato e morto suicida a soli 28 anni. La sua morte è passata in sordina. Si è tolto la vita a marzo, pochissimi ne hanno parlato, nessun politico nazionale se n’è scusato. Forse perché farlo avrebbe significato ammettere di avere un grosso problema con le proprie politiche e le varie sanatorie che si fanno passare come grandi rivoluzioni. Solo il sindaco di Lucera, Giuseppe Pitta, ha voluto ricordarlo e ha chiesto di fare luce sulla sua morte: "Come tanti altri giovani come lui, Fallaye era giunto nella terra di Capitanata con la speranza di trovare un futuro migliore, invece vi ha incontrato una morte prematura e disperata. Questo fatto deve interrogare le nostre coscienze e spingerci ad impegnarci, con forza e determinazione, perché ciò non debba accadere mai più. Che la terra ti sia lieve, fratello Fallaye!".

Le nostre vite (e morti) non contano o contano solo quando devono essere funzionali.

Questa volta a questa incapacità di raccontare le persone nere si è aggiunta quella di raccontare il suicidio di un giovane ragazzo, Seid Visin, e il disagio psicologico che lo accompagnava.

La sua morte ci viene presentata insieme a una “lettera” (un post pubblicato sul suo profilo Facebook): “la lettera d’addio”, “quasi un testamento”, è così che ci viene imposto di porci davanti ad essa, senza specificarne il contesto, o meglio alterandone consapevolmente il contesto per renderlo più “vendibile”, con una giustapposizione di fatti che sottintende una correlazione di causa-effetto.

Il suicidio è un tema di salute pubblica e per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2008 ha pubblicato delle linee guida per i giornalisti, dal titolo "La prevenzione del suicidio: suggerimenti per i professionisti dei media". Questi alcuni punti del documento:

  • Evitare la descrizione esplicita del metodo di suicidio.
  • Evitare le descrizioni particolareggiate sul luogo dove è avvenuto.
  • Prestare attenzione all’utilizzo delle parole nel titolo.
  • Prestare attenzione all’utilizzo di fotografie.
  • L’ultimo messaggio lasciato dal suicida non dovrebbe essere pubblicato.
  • Non devono essere divulgate le generalità di chi ha deciso di togliersi la vita e altri particolari che rendano il suicida identificabile (in particolar modo se minorenne.)
  • Prestare attenzione alle persone colpite dal lutto, a causa del suicidio di un parente o conoscente
  • Fornire informazioni sui centri di prevenzione e aiuto (unica cosa realmente utile è fornire indirizzi di centri o associazioni di aiuto per i familiari).

Ci sono inoltre molti studi che mostrano come una copertura mediatica non informata possa avere un impatto negativo sulle persone accomunate dalle stesse fragilità, specialmente se giovani, oltre che sulle persone vicine ad una persona che si è tolta la vita.

Leggi anche >> Come i media dovrebbero coprire le notizie di suicidio

Il linguaggio usato dalla cronaca per raccontare storie di suicidio è di frequente inadeguato se non addirittura osceno nel voler cercare a tutti i costi le cause di una scelta tragica, spesso profondissime e misteriose.

Per questo eviteremo di occuparci delle ragioni di questa morte che appartengono all’intimità e alla sfera privata di chi è coinvolto.

Tuttavia la questione del razzismo contenuta nella “lettera”, scritta due anni fa, ha fatto parte del vissuto di questo ragazzo e costituisce un’analisi lucida della situazione sociale e politica del nostro paese che sarebbe scorretto liquidare con la solita tendenza alla deresponsabilizzazione con cui ci poniamo davanti ai problemi di ordine sociale, per colmare un effimero senso di assoluzione.

La realtà di molti giovani immigrati o italiani di origine straniera è un percorso dilaniato dalle insidie di un razzismo istituzionalizzato, individuale e dalle microaggressioni quotidiane alle quali devono far fronte. Il razzismo è una bestia che ti logora da dentro, ti consuma, ti sfinisce e ti svilisce. Ti cambia fino a portarti al punto di rinnegare la tua identità, fino a farti credere che il tuo valore in quanto essere umano (ladro, invasore, risorsa, animale, plus valore, immigrato) sia quello che ti attribuiscono gli altri.

Lo psichiatra e filosofo decoloniale Frantz Fanon, nel suo saggio “Pelle nere maschere bianche” parlava di come l'oppressione abbia alterato lo stato psicologico delle persone razzializzate provenienti dalle ex colonie e di come, con il tempo, il rapporto di dominazione e il senso di superiorità-inferiorità che ha accompagnato questi fenomeni si sia trasmesso, come un trauma generazionale, influenzandone tutt'oggi i superstiti. Questa influenza veste spesso i panni dell'auto-sabotaggio e la sensazione di non essere mai abbastanza in una società che ti ritrae come il diverso. Lo spaesamento del ritrovarsi "sempre nel posto sbagliato", perennemente troppo bianco in mezzo ai neri, e inaccettabilmente nero in mezzo ai bianchi, è la cifra di un conflitto individuale e al tempo stesso chiaramente politico.

Ciò che emerge dalle discussioni di questi giorni è una dilagante mancanza di consapevolezza della nostra realtà, la stessa con cui spesso si ha la tendenza a puntare il dito verso le politiche dell’altro negli altri paesi, ignorando completamente le problematiche di casa nostra.

Questa ignoranza, questo essere all’oscuro, questo credere che l’aria di disprezzo e il modo in cui molti si pongono di fronte all’immigrazione oggi sia una degenerazione dell’ultim'ora, non è che il frutto di una mancanza di ascolto delle minoranze, che traduce l’assenza di un reale interesse alle problematiche degli stessi e si concretizza in un rifiuto di mettere in discussione i propri preconcetti, accettare le critiche dei diretti interessati e prendere una posizione attiva nelle dinamiche che li coinvolgono.

Ciò che si perde nell’attivismo antirazzista in Italia è la critica strutturale del razzismo, che non riguarda solo i leader populisti e le loro esternazioni esplicitamente discriminatorie. Il razzismo in Italia dilaga da anni, non è finito con Mussolini né iniziato con Salvini, e credere a questa illusione è conseguenza del sopracitato disinteresse. Razzismo e xenofobia fanno parte dell’esperienza di ogni immigrato, di prima, seconda o terza generazione, quasi come fosse una relazione intrinseca, e diventano una sfida quotidiana se la tua origine è facilmente individuabile dal colore della tua pelle. Parlare di razzismo in Italia, specialmente se fai parte di una minoranza, è quasi un tabù.

La prova di ciò è la velocità con cui alcuni hanno voluto autoassolvere le loro coscienze, costruendo su una datazione sbagliata un alibi per sminuire le conseguenze psicologiche del razzismo e della discriminazione continua su chi lo subisce.

Riconoscere certe problematiche e ammettere le nostre responsabilità, in quanto Stato, in quanto comunità, anziché liquidare qualsiasi analisi critica al riguardo sarebbe uno dei tanti passi in avanti da fare.

La verità di fronte alla quale ci pone questa storia non è meno grave o meno importante e ci deve ugualmente far riflettere e sollecitare una sincera autocritica che vada oltre i paternalismi, presenti in contesti dove la presunzione di conoscere determinate situazioni ignora totalmente le esperienze di persone che vivono il peso di certe situazioni sulla loro pelle.

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