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Silicon Valley Bank: il secondo più grande fallimento bancario della storia americana

15 Marzo 2023 7 min lettura

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Silicon Valley Bank: il secondo più grande fallimento bancario della storia americana

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Nel giro di qualche giorno Silicon Valley Bank (SVB), banca californiana e sedicesima per dimensioni degli Stati Uniti, è fallita. Il suo è il più grande fallimento bancario nel paese dai tempi della crisi finanziaria del 2008. Per il Wall Street Journal si tratta del secondo fallimento bancario americano di sempre, sia per asset che per depositi, subito dopo quello della Washington Mutual Bank

Com’è potuto succedere che, in così poco tempo, la sedicesima banca americana si trovasse con i regolatori alle porte? 

Che cosa fa una banca e che cos’è una crisi bancaria?

Per comprendere la crisi di Silicon Valley Bank, è necessario innanzitutto chiarire quale sia il funzionamento di una banca. Di fatto, è un intermediario finanziario che da una parte gestisce i soldi che le persone decidono di affidarle, dall’altra impiega quei soldi in attività redditizie, ad esempio prestiti o l’acquisto di titoli. Mentre i primi (pensiamo ai tassi di interesse offerti dalle banche per depositare denaro) sono piuttosto bassi, i secondi sono invece solitamente più alti. Infatti, il differenziale tra queste due attività rappresenta l’attività attraverso cui la banca fa profitti: si tratta del Net Interest Rate Spread

Ovviamente si tratta di operazioni rischiose che possono innescare crisi bancarie. Queste sono un fenomeno che comprendiamo approfonditamente: per capirci, il premio Nobel per l’Economia del 2022 è stato assegnato proprio a tre studiosi che hanno dedicato la loro carriera accademica allo studio di come incorporare le crisi bancarie nei modelli che gli economisti utilizzano per comprendere il funzionamento del sistema economico. 

Il caso più comune è quello della corsa agli sportelli. Se comincia a circolare la voce che una banca naviga in cattive acque, ciò genera il panico tra i clienti, che correranno agli sportelli per ritirare i loro soldi. Gli agenti che operano sui mercati finanziari, infatti, seguono dinamiche di gregge: come quando, durante il weekend, si finisce ad andare nel locale in cui c’è più fila rispetto a quello in cui ce n’è meno. Spaventati dalle notizie circolanti sulla banca, quindi, un gruppo di clienti e investitori comincia a ritirare i propri soldi dalla banca. Venuti a conoscenza di ciò, altri andranno a prelevare i loro soldi fino a quando, eventualmente, la banca si ritroverà senza liquidi per ripagare i propri clienti, portando al fallimento della banca. 

Non è mai una bella notizia quando questo succede: per questo motivo è necessario che il governo intervenga al fine di o salvare la banca o fare in modo che questi eventi accadano meno frequentemente. Una soluzione, adottata ad esempio dal presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt durante la Grande Crisi del ‘29 è la Bank Holiday, ovvero la chiusura delle banche, portando così le barche in porto mentre si aspetta che passi la tempesta. Si tratta di una soluzione efficace, ma drastica e politicamente costosa. 

Negli anni ‘80 Diamond e Dybvig, che hanno poi vinto il Premio Nobel nel 2022, hanno costruito un modello per studiare appunto la corsa agli sportelli. Una delle conclusioni che gli studiosi traggono dal modello che hanno formulato, il cui successo è tale da averlo reso uno dei modelli classici per lo studio di questo tipo di fenomeni, è che per evitare questo tipo di fenomeni conviene un intervento governativo che garantisca i depositi fino a una certa soglia. Il motivo è presto detto: se i clienti sono sicuri di non perdere i loro risparmi fino a una certa cifra, non si affretteranno agli sportelli, diminuendo così la probabilità di una crisi bancaria. 

Negli Stati Uniti, ad esempio, l’assicurazione sui depositi arriva fino a 250 mila dollari. 

Perché SVB è fallita? 

Perché allora SVB è fallita? Si tratta in realtà di un caso paradigmatico di crisi bancaria. Fondata negli anni ‘80, SVB si era specializzata in investimenti relativi al settore delle start up innovative e del settore tech. Negli ultimi anni, grazie alle politiche monetarie espansive della banca centrale, il settore tech e le start up hanno vissuto un periodo d’oro: proprio queste politiche hanno aiutato i settori in cui i profitti non sono sul breve periodo, quanto sul lungo. Durante la pandemia, con politiche fiscali e monetarie favorevoli, c’è stata una netta accelerazione: i depositi, come mostra il grafico del commentatore economico Joseph Politano, sono passati da meno di 50 miliardi nel 2018 a un massimo di 200 miliardi nel 2022.

Nel mentre, però, le condizioni economiche sono cambiate. A lungo infatti le politiche della banca centrale americana, la FED (ma anche quelle della controparte europea la BCE) hanno puntato a stimolare l’economia con interessi a zero e manovra non convenzionali come il Quantitative Easing, ovvero l’acquisto di titoli di Stato detenuti da banche e altri intermediari finanziari sul mercato secondario trasformati poi in passività. Da qualche anno, però, la FED ha invertito la rotta, con un deciso rialzo dei tassi di interesse teso a rendere meno conveniente il prestare denaro. Come già spiegato, questo tipo di manovre volte a raffreddare l’inflazione porta però a un contraccolpo: lo scopo del rialzo dei tassi è proprio raffreddare la domanda aggregata affinché i prezzi diminuiscano.

Per quanto detto prima sul settore tech e delle start-up innovative, questo è stato un duro colpo per il settore. D’altronde è da mesi che assistiamo a notizie su esuberi e licenziamenti in grandi big del settore come Meta, Twitter, Intel. 

Questo è uno dei primi errori di SVB: aver puntato su un solo settore, di fatto. Quando un investitore, in questo caso una banca, deve creare un portafoglio su cui puntare, una delle prescrizioni base dei modelli di ottimizzazione di portafoglio è quella della diversificazione. Non è infatti conveniente puntare su un solo settore, come fatto appunto da SVB, perché, qualora il settore dovesse trovarsi in difficoltà, anche il proprio portfolio ne soffrirà. 

A causa del rallentamento in generale dell’economia e dei problemi del settore tech i clienti di SVB hanno cominciato a ritirare i propri depositi dalla banca. E, come scrive Matt Levine su Bloomberg, le start-up dipendono dalle dichiarazioni dei venture capitalist che le finanziano. Non appena si sparge la voce tra questi che la banca non naviga in acque sicure, ecco che siamo in pieno evento di gregge: le persone correranno agli sportelli. 

Ma, come abbiamo detto prima, le assicurazioni sui depositi garantite dalle autorità dovrebbero in qualche modo disincentivare questa pratica. E qui casca l’asino: soltanto una parte esigua dei depositi, meno del 3% per capirci, era al di sotto dei 250 mila dollari che le autorità garantiscono, spingendo quindi i clienti a ritirare i loro soldi.

Il secondo errore è strettamente correlato. Pur lavorando prevalentemente con un solo settore, SVB investiva una parte dei soldi depositati dai propri clienti in determinati prodotti finanziari. Uno dei più sicuri, in tempi normali, sono le obbligazioni. Si tratta di un titolo che garantisce a chi lo acquista il rimborso, alla data di scadenza, più un certo interesse. Anche SVB, dato l’aumento dei depositi durante la pandemia, aveva investito in questo tipo di titoli, in particolari in bond del tesoro americano, che sono tradizionalmente considerati tra i titoli più sicuri. In un primo momento questo era stato fatto seguendo le dichiarazioni della FED che a lungo aveva sostenuto che l’inflazione sarebbe stata temporanea e dovuta prevalentemente a problemi d’offerta e quindi non avrebbe cambiato la sua politica monetaria. 

Il problema, come spiega su The Conversation William Chittenden, professore di finanza alla Texas State University, è che per via dell’aumento dei tassi durante il 2022 e 2023, quando la FED ha capito che l’inflazione statunitense non era temporanea ed era quindi tenuta ad intervenire, sconfessando quanto detto in precedenza, il valore di questi titoli è drasticamente calato. Ciò ha causato ingenti perdite e aumentato i malumori dei clienti. Già all’inizio del 2023, la banca deteneva 209 miliardi in asset e 175 miliardi in depositi, ma la situazione è precipitata nella seconda settimana di marzo. 

L’8 marzo, infatti, uno dei rami della banca ha annunciato una vendita di titoli per il valore di 21 miliardi per far fronte a perdite di 2 miliardi, sperando che questo servisse a rivitalizzare le finanze. L’effetto, però, è stato l’esatto contrario, spaventando ancora di più i clienti. Ciò ha peggiorato il ritiro dei depositi e solo due giorni dopo, il 10 marzo, i regolatori federali sono intervenuti, prendendo di fatto possesso della banca per riaprirla il lunedì dopo. 

Che cosa succederà adesso?

Una delle preoccupazioni è che, come successo nel 2008, potesse generarsi un effetto contagio che, intaccando altre banche e intermediari, avrebbe poi avuto effetti nefasti sull’economia. I commentatori, però, si dicono sicuri che le conseguenze non saranno come quelle del fallimento di Lehman Brothers. 

Anche perché il problema con SVB è più sistemico. Come abbiamo detto, oltre a errori macroscopici di management, che avevano garantito il successo della banca in tempi di espansione del settore, c’è anche un aspetto più generale. Oggi le banche centrali si trovano a fare i fronti con un’inflazione che, pur lontana dal picco di quest’estate, continua a mordere. Alzando i tassi, però, rischiano di compromettere la stabilità finanziaria soprattutto, come abbiamo già detto prima, dopo anni di soldi facili. Anche altre banche, soprattutto quelle medie che non possono permettersi investimenti particolarmente rischiosi, si ritrovano in pancia titoli sicuri ma svalutati, assieme a una fuga generale dei depositi.

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Ecco allora che, per evitare un tracollo, la FED può intervenire come prestatore di ultima istanza, ma questo comporterebbe iniettare denaro nell’economia e quindi rallentare il contrasto all’inflazione. 

In ogni caso, a dispetto delle dimensioni del fallimento, la vicenda SVB non sarà la causa scatenante di un eventuale crisi. Sarà piuttosto il sintomo di un rallentamento economico generale e di una situazione di fragilità e incertezza che contraddistinguerà i prossimi mesi.

Immagine in anteprima via techcrunch.com

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