Il ritorno dei neonazisti nello spazio pubblico russo
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Sono tornati, ma forse, in realtà, non se ne erano mai andati. Per anni i gruppi neonazisti e ultranazionalisti russi sono stati progressivamente assorbiti dalla guerra, dalla mobilitazione patriottica e dalla normalizzazione della violenza prodotta dall’invasione dell’Ucraina, formando unità militari schierate nelle forze armate russe (o, in alcuni casi come il Corpo volontario russo, l’Rdk, impiegate sul lato ucraino, di cui si è scritto già nel 2023 qui, e per aggiornamenti qui), trovandosi a essere coinvolte nella formazione di nuove organizzazioni quali Russkaja Obščina, volte alla persecuzione dei migranti, o impegnate nella raccolta di materiali per il fronte. Nella cornice della guerra in Ucraina molte delle pratiche e dei linguaggi dell’estrema destra — intimidazione, disumanizzazione del nemico, culto della forza — sono state inglobate nel discorso pubblico dominante; tuttavia, si assiste a una ripresa della presenza, in strada e online, di gruppi, spesso formati da giovani militanti, apertamente neonazisti o ultranazionalisti (spesso le due definizioni si intersecano), i quali rivendicano una nuova visibilità autonoma, fatta di violenze contro i migranti, partecipazione a iniziative antiabortiste, profanazione di memoriali dedicati alle vittime del fascismo di ieri e di oggi.
Negli ultimi giorni, una serie di episodi apparentemente eterogenei, alcuni dei quali – come la distruzione della targa in memoria di Anna Politkovskaja, giornalista assassinata quasi vent’anni fa all’ingresso di casa – non sembrerebbero a prima vista avere attinenza con il tradizionale attivismo dell’area, indicano che non siamo di fronte a una sequenza casuale di fatti di cronaca, ma a una fase di riattivazione dell’estrema destra come attore riconoscibile, con ambizioni ben più vaste della propria consistenza numerica, alimentate dalla presenza di un settore della società russa passato attraverso la guerra.
Di cosa parliamo in questo articolo:
Chi ha paura di Anna Politkovskaja?
A Lesnaja ulitca, nel centro di Mosca e a due passi dalla stazione ferroviaria Belorusskaja, alle spalle dei compound d’uffici e ristoranti costruiti negli anni Duemila vi è, al numero civico 8/12, un edificio di otto piani, tirato su negli anni Trenta in concomitanza con il piano regolatore voluto da Stalin per rimodellare l’allora capitale sovietica: tra le insegne al piano terra, vicino al citofono dell’ingresso, vi era una targa, dove si legge “In questa casa viveva e venne barbaramente assassinata il 7 ottobre 2006 Anna Politkovskaja”.
Vi era, perché questo semplice segno commemorativo di una giornalista che, assieme al suo giornale Novaja Gazeta, aveva denunciato i crimini di guerra durante il conflitto ceceno, è stata distrutta lo scorso 18 gennaio. Un atto in linea con i tempi di repressione totale del dissenso e persecuzione giudiziaria, dove non è la violenza a esser punita: al 10 dicembre 2025, erano 1627 i cittadini sotto indagine per spionaggio o alto tradimento, un numero senza precedenti nemmeno nella tarda età sovietica; la violenza della guerra si riflette nell’aumento del numero di reati gravi e particolarmente efferati (omicidi, tentati assassinii, violenze sessuali, rapine), in gran parte a mano armata, giunti a 627.900 casi circa nel solo 2025, una crescita che persino da alcune ricerche del Ministero russo degli Interni viene attribuita alla cosiddetta operazione speciale militare, ovvero l’invasione dell’Ucraina, e alla partecipazione in essa di condannati o detenuti in attesa di giudizio graziati per aver scelto di arruolarsi.
A distruggere la targa commemorativa della Politkovskaja, assassinata con quattro colpi di pistola da un gruppo di killer ceceni legati ai Kadyrov, è stato Aleksandr Filippov, condannato a una multa di mille rubli (poco più di 11 euro) dal tribunale Tverskoj: il colpevole ha rifiutato ogni responsabilità, sostenendo di aver “rimosso dei fiori appassiti”, per cui la lastra di marmo sarebbe “caduta da sola”; l’iniziativa sarebbe avvenuta per il suo “senso civico e religioso” che non gli avrebbe consentito di passare senza far nulla, una ricostruzione alquanto bizzarra, a cui corrisponde una sanzione minima, per il reato di “vandalismo di lieve entità”, una qualificazione dell’atto che riduce la distruzione di un segno concreto della memoria civica e politica della Russia degli anni Duemila, di un assassinio di una voce libera nota in tutto il mondo, a un incidente marginale, privo di contesto e di intenzionalità, depoliticizzandone volutamente il significato.
Ma la vicenda non si è conclusa con la condanna di Filippov: dopo la distruzione della targa originale, degli attivisti hanno installato due targhe provvisorie, entrambe distrutte nel giro di poche ore. In alcuni video pubblicati dal media indipendente RusNews, una residente del condominio ha apertamente rivendicato l’azione, affermando che quel piccolo omaggio alla memoria della giornalista le “aveva sempre dato fastidio” e accompagnando la rivendicazione con insulti e minacce, sostenendo come la Politkovskaja non vivesse lì ma avesse solo un “covo”.
Parole che riecheggiano, inconsapevolmente, le motivazioni per cui la firma della Novaja Gazeta venne inclusa al numero 52 nella lista nera dei nemici del popolo russo, promossa dall’estrema destra nella primavera del 2006 e che sono presenti nella rivendicazione di questa e di altre azioni da parte del gruppo National Socialism/White Power (NS/WP), sigla con cui i neonazisti russi da anni firmano proprie azioni all’interno del paese e in Ucraina e messa fuorilegge dalle autorità russe. Roman “Zuchel” Železnov, noto anche con il nome di “Šum” (rumore) e coordinatore delle attività della formazione estremista, ha così definito quanto avvenuto a The Insider:
Da un lato c’è NS/WP come gruppo di persone ben precise, dall’altro c’è un movimento: tutti quelli che vogliono riconoscersi in noi e che, nei modi e nei limiti delle loro possibilità, esprimono solidarietà, e noi sosteniamo chi agisce in linea con i nostri principi etici. Per motivi comprensibili, non diremo che chi ha compiuto quell’azione sia un nostro camerata: in caso di fermo, questa sarebbe una ulteriore aggravante, ma Novaja Gazeta è per noi un nemico fin dagli anni Duemila, anche se il vero male, senza alcun dubbio, è l’attuale potere russo, che consideriamo antirusso.
Nella cornice della guerra in Ucraina, NS/WP – nota anche come F.L.C. (Four Letters Crew, allusione alla sigla del movimento) – ha rivendicato alcuni attacchi incendiari ai commissariati militari e ai centri di reclutamento russo, ha pianificato l’uccisione dei propagandisti russi Margarita Simonyan e Vladimir Solov’ev, ma si è anche assunto la responsabilità dell’assassinio di Irina Farion, già deputata alla Rada per il partito d’estrema destra Svoboda e nota per le sue posizioni antirusse; una posizione che distingue la formazione neonazista, la cui composizione appare molecolare più che strutturata organicamente, dalle altre organizzazioni ultranazionaliste impegnate nel conflitto da un lato e dall’altro, perché impegnata in una “guerra razziale” contro i governi. La scelta di attaccare la memoria della Politkovskaja in questi giorni di gennaio non rappresenta, però, un puro caso: il 19 gennaio è una data importante per gli antifascisti russi, e una giovane collega della giornalista, in quel giorno del 2009, venne assassinata dall’altro lato del centro di Mosca, in ulica Prečistenka, assieme all’avvocato Stanislav Markelov.
Un calendario carico di senso
Markelov, in gioventù attivo nel movimento studentesco su posizioni di sinistra durante gli anni dalla perestrojka alla nascita della Federazione Russa, si era distinto per aver assistito i militanti antifascisti nei processi legati a casi di aggressione da parte dei neonazisti e per aver difeso le vittime delle torture delle forze di polizia durante la seconda guerra cecena; l’avvocato curava anche le questioni legali di Novaja Gazeta. Anastasia Baburova, militante autonoma e ecologista, aveva iniziato il suo impegno antifascista dopo aver visto l’aggressione subita da uno studente coreano da parte di due adolescenti d’estrema destra, e per Novaja Gazeta scriveva di movimenti giovanili, tra cui di quanto si muoveva tra le fila neonaziste.
Il loro omicidio, avvenuto per mano di Nikita Tichonov, militante della Organizzazione di combattimento dei nazionalisti russi (BORN), con la complicità dell’allora compagna Evgenija Chasis, rappresentò il culmine degli atti di violenza nera nel paese, e le indagini portarono a rivelare come BORN fosse parte di un più ampio progetto politico e ideologico, Russkij obraz (Dimensione russa), rivista fondata da Il’ja Gorjačev, ideologo e principale dirigente del movimento, specialista di storia dei Balcani e attivo sin dall’inizio degli anni Duemila in ambito europeo, con contatti in Serbia e persino con Forza Nuova in Italia: dopo una latitanza durata poco più di due anni, il leader venne arrestato all’aeroporto di Belgrado e sottoposto ad estradizione in Russia, dove assieme a Tichonov è stato condannato all’ergastolo. Gorjačev, sostenitore dell’invasione dell’Ucraina a differenza dei suoi fan di NS/WP, con legami all’interno dell’Amministrazione presidenziale russa durante il periodo in cui Vladislav Surkov ne era a capo, è stato condannato assieme a Tichonov all’ergastolo, mentre Chasis ha scontato la sua condanna ed è in libertà dalla fine del 2025, e la sua liberazione è stata l’occasione per tornare a parlare della BORN al di là della cerchia nazionalista e neonazista, dove la sua memoria è ancora ben presente.
Ogni 19 gennaio in Russia e in altre parti del mondo si ricordano Markelov e Baburova, e anche nelle condizioni di feroce repressione a Mosca e in varie città russe vi sono state piccole ma significative manifestazioni di solidarietà, dai fiori deposti accanto alle fotografie fino agli striscioni in memoria; e proprio queste azioni sono state al centro di una campagna d’odio del NS/WP, con manifesti affissi nella capitale russa dove si poteva leggere la frase “vaffanculo, maiali morti” con i volti delle due vittime e la firma “noi siamo la BORN”. Anche la profanazione del cimitero di Piskarëvskij a San Pietroburgo, uno dei luoghi simbolici della memoria dell’assedio nazista di Leningrado, di cui il 27 gennaio ricorrono gli ottantadue anni dalla fine, sarebbe opera dei neonazisti, come denunciato da una dichiarazione della redazione di Novaja Gazeta: si tratta quindi non di singoli gesti, ma una sequenza rituale, che colpisce luoghi, date e simboli della memoria antifascista, così come della resistenza dell’informazione indipendente a ogni tipo di violenza, statale o neonazista.
Il caso di Frjazëvo: dalla narrazione etnica alla violenza politica
In questo quadro si inserisce quanto avvenuto il 19 gennaio nella regione di Mosca, a Frjazëvo, piccolo centro vicino alla cittadina di Elektrostal’: un diciottenne è stato ucciso a coltellate dopo un alterco iniziato in un autobus e sfociato in una rissa di strada. In un primo momento, canali Telegram vicini alla polizia e ambienti ultranazionalisti hanno presentato l’episodio come un classico caso di “criminalità etnica” e di odio antirusso: un giovane di nome Imomali T. è stato immediatamente arrestato, ma le successive ricostruzioni hanno smontato la narrazione portata avanti dagli attivisti d’estrema destra, smentita anche dal video delle telecamere di sorveglianza presenti nell’autobus. Dalle immagini appare evidente come il conflitto sia nato da una lite verbale, dopo che la vittima e un gruppo di amici avrebbero molestato alcune ragazze con gesti osceni; Imomali sarebbe intervenuto in difesa delle ragazze, per poi essere colpito dal branco alla fermata, ricorrendo a uno spray urticante e a una pistola lanciarazzi e solo a quel punto il giovane avrebbe estratto un coltello. La versione secondo cui il ragazzo sarebbe corso a casa per recuperare un’arma appare poco plausibile in base alle immagini in possesso, e in più ad aggiungere dei dettagli son stati i canali Telegram d’orientamento antifascista: la vittima, un diciottenne di nome Il’ja, era conosciuta negli ambienti neonazisti con il soprannome “Kvas” ed aveva partecipato lo scorso anno alle contestazioni alla commemorazione di Markelov e della Baburova, e in quell’occasione il volto di “Kvas” era finito nelle riprese di RusNews.
Lo scenario in cui si muove l’estrema destra russa
La relazione annuale del Centro Sova, impegnato dagli anni Novanta nello studio della xenofobia e dei movimenti di destra radicale e dichiarato “agente straniero” dalle autorità russe nel 2016, consente di decodificare i singoli episodi di cronaca e ricondurli non a una dimensione eccezionale, ma a una trasformazione strutturale. Nel rapporto sul 2025 non solo si registra un incremento numerico dei crimini d’odio nel corso dell’anno appena trascorso, ma si pone l’accento su un mutamento qualitativo del fenomeno: alla crescita dei casi corrisponde infatti una diversa morfologia della violenza, più simbolica, più diretta e complessivamente più brutale.
Aumentano gli atti di vandalismo a forte carica ideologica, spesso rivolti contro simboli della memoria civile, del giornalismo indipendente o del dissenso politico, e al tempo stesso l’utilizzo della forza come strumento di lotta da parte dell’estremismo di destra appare più frequente e gratuito: le aggressioni risultano più frequentemente condotte con armi improprie e da taglio, segnalando una disponibilità crescente ad arrivare a esiti letali, e torna un elemento presente nella violenza xenofoba degli anni Duemila, la tendenza alla spettacolarizzazione: molti episodi non solo vengono documentati, ma sono deliberatamente messi in scena e rivendicati online, trasformando l’atto violento in un messaggio politico destinato a circolare e a produrre effetti. La risposta istituzionale, secondo quanto emerge dai dati di Sova, appare disomogenea e spesso indulgente nei confronti della violenza ultranazionalista, spesso derubricata a atti apolitici e episodi marginali, a differenza della repressione nei confronti dei reati di opinione e delle forme di dissenso non violento; tale tolleranza implicita, nel quale la violenza ideologica può proliferare senza incontrare una reazione coerente dello Stato, rappresenta un precedente pericoloso per il presente e l’immediato futuro, perché sdogana la possibilità di vedere ulteriori azioni violente di marchio neonazista e nazionalista nelle strade russe.
Un dato centrale del rapporto è che una parte significativa delle informazioni sui crimini d’odio proviene dagli stessi ambienti radicali, senza tentativi di voler occultarli, anzi: questi gruppi non si limitano a produrre violenza, ma ne controllano in larga misura la narrazione, utilizzandola per costruire cornici interpretative, mobilitare consenso e testare la reazione delle istituzioni. È una dinamica che emerge con particolare chiarezza nel caso di Frjazëvo, dove l’omicidio viene immediatamente incasellato come manifestazione di “odio russofobo”, ben prima che diventi pubblica la militanza neonazista della vittima.
Continuità storica e nuova fase
Il richiamo alla BORN non ha dunque un valore evocativo o nostalgico, ma strutturale, perché negli anni Duemila essa aveva incarnato una forma di terrorismo neonazista organizzato, responsabile di almeno dieci omicidi e colpito da condanne severissime, ma con legami mai del tutto chiariti con lo “spettacolo della politica” organizzato da Surkov, testimoniato anche dalla organizzazione, a piazza Bolotnaja, a due passi dal Cremlino, di una manifestazione nazionalista in occasione della Marcia Russa, tradizionale appuntamento dell’estrema destra d’inizio XXI secolo, del 4 novembre 2009, con il concerto del gruppo Kolovrat, band i cui testi inneggiavano ai collaborazionisti russi del Terzo Reich inquadrati nell’Armata russa di liberazione del generale Andrej Vlasov.
I rapporti pericolosi tra alcuni settori delle autorità e l’estremismo neonazista, a cui seguì la repressione, rappresentano però un momento della storia russa recente concluso da anni, e oggi vi è una differenza decisiva, il contesto di un paese e una società dove la guerra viene legittimata a livello statale, soprattutto in quel segmento che ha visto nell’invasione dell’Ucraina un fattore di ascesa sociale ed economica. La differenza decisiva risiede nel contesto. In tale contesto, il ritorno visibile dei gruppi neonazisti nello spazio pubblico non appare come una rottura improvvisa, ma come una radicalizzazione di tendenze già presenti e in parte legittimate.
Considerati nel loro insieme, la distruzione delle targhe dedicate alla Politkovskaja, i tentativi di sconsacrare la memoria delle vittime antifasciste e l’omicidio di Frjazëvo indicano come l’estrema destra russa stia sondando attivamente i limiti della tolleranza istituzionale e della percezione pubblica. Ridurre questi episodi a semplice “teppismo” o a ordinaria “cronaca nera” significa mancare il nodo centrale: siamo di fronte a un tentativo di riappropriazione violenta dello spazio pubblico, che si innesta in un contesto in cui la guerra ha già eroso in profondità molti degli anticorpi sociali.







