Il metodo Trump: violenza e terrore dentro e fuori l’America
|
|
“Considerato che il tuo paese ha deciso di non darmi il premio Nobel nonostante io abbia stoppato più di otto guerre, non mi sento più obbligato a pensare solamente alla pace, anche se rimarrà predominante, ma posso anche pensare a quello che è giusto per gli Stati Uniti (…) Il mondo non è sicuro finchè non avremo il controllo completo e totale della Groenlandia. Grazie!”.
Queste parole, estratte da una lettera che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha inviato al suo omologo norvegese Jonas Gahr Store, evidenziano l’escalation retorica che i paesi europei stanno subendo da quando Trump ha nuovamente messo gli occhi sulla Groenlandia, territorio danese con governo autonomo nell’oceano Artico. Durante il fine settimana la situazione diplomatica è peggiorata: il presidente ha infatti annunciato ulteriori dazi contro Regno Unito, Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi e Danimarca, che avevano annunciato di inviare piccoli contingenti militari nella regione per difenderne la sovranità danese. Ne parliamo approfonditamente in questo articolo.
Il modo in cui Trump si sta muovendo in questi giorni fa parte di una visione di politica estera che contempla solo l’utilizzo della forza come metodo di risoluzione delle controversie internazionali. A nulla importa che la Danimarca, oltre a essere un paese NATO e quindi formalmente un alleato degli Stati Uniti, sia anche uno degli Stati europei più atlantisti, avendo fatto negli anni dell’allineamento totale con le prerogative statunitensi in politica estera una priorità delle varie amministrazioni. Un paese piccolo, di soli 6 milioni di abitanti, che ha partecipato con contingenti militari a entrambe le principali operazioni statunitensi di questo millennio, l’Afghanistan e l’Iraq, pagando anche con la vita di 52 soldati l’impegno bellico.
Trump definisce la Groenlandia un interesse strategico fondamentale per difendersi dalle minacce di Russia e Cina, e in quanto tale richiede che i paesi dell’Alleanza Atlantica, che vede come vassalli più che come partner, gli garantiscano la possibilità di acquistarla. Ma è difficile sostenere la necessità dell’acquisto della terra, perché gli Stati Uniti hanno già una presenza militare in Groenlandia, normata e accettata da Copenhagen, che risale alla Seconda guerra mondiale. Nel 1941, infatti, è stato firmato un trattato per proteggere l’isola artica da possibili attacchi della Germania nazista e questo ha fatto sì che proliferassero basi statunitensi nell’isola, utilizzate anche durante la Guerra fredda contro la minaccia sovietica. Oggi gli Stati Uniti mantengono una base, la Pituffik Space Base, che vede duecento militari attivi: nulla impedisce agli Stati Uniti di aumentare il contingente o ricostituire più basi nella regione artica, se l’obiettivo fosse davvero quello di contrastare il possibile espansionismo russo e cinese.
Trump, però, vuole la Groenlandia per sé, come un possedimento statunitense, nonostante la maggioranza del paese sia del tutto contraria: il 55 per cento dei cittadini intervistati è contrario all’acquisto dell’isola e ben l’86 per cento a un attacco militare, che distruggerebbe il rapporto con gli altri paesi Nato portando con ogni probabilità alla fine dell’Alleanza Atlantica. In Danimarca e in Groenlandia i cittadini hanno sfilato per strada contro la possibilità che gli Stati Uniti possano acquisire la regione con la forza: i groenlandesi, tra l’altro, da anni richiedono sempre più autonomia a Copenhagen ma ora, di fronte alla possibilità di essere acquistati da Trump, hanno fatto sentire con forza la loro opposizione. Migliaia di persone sono scese in strada a Nuuk, la capitale della regione, al grido di “La Groenlandia non è in vendita” e con cappellini rossi recanti la scritta “Make America Go Away”, in difesa del loro diritto all’autogoverno.
Tutto questo, però, interessa poco al presidente degli Stati Uniti. In un’intervista al New York Times, avvenuta poco dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, oggi in carcere negli Stati Uniti, al termine di un’operazione in violazione del diritto internazionale, Trump ha definito la sua stessa moralità come l’unica cosa che può fermarlo. Non quindi un sistema giuridico o un ordine legale: a questa affermazione ha fatto eco Stephen Miller, il responsabile delle politiche di deportazione statunitensi, che ha affermato come “il mondo sia governato dalla forza e dal potere”.
Dopo l’operazione che ha posto fine alla dittatura di Maduro in Venezuela, Trump non ha quasi mai citato la parola democrazia, ma ha preferito concentrarsi su petrolio e denaro. Ha invitato gli amministratori delegati delle principali compagnie petrolifere mondiali a Washington, nonostante non tutti siano così contenti della richiesta trumpiana di investire in Venezuela, un paese la cui industria petrolifera è molto arretrata, nonostante la grande disponibilità di greggio, e necessita di ingenti investimenti per renderla produttiva.
E in tutto questo si fa strada l’idea sempre più concreta di costruire un nuovo ordine internazionale che soppianti le Nazioni Unite e renda il volere degli Stati Uniti più vincolante di quanto già non sia. A questo sembra tendere il Board of Peace, costituito per controllare il rispetto del cessate il fuoco a Gaza ma che già si dice potrà allargarsi a nuovi scenari internazionali. Una struttura costruita su misura per Trump, che ne diventerebbe il primo presidente, con la facoltà di scegliere il suo successore. Ogni Stato invitato a partecipare ha diritto di voto su tutte le decisioni ma è il presidente ad avere la parola finale: chi partecipa, poi, ha il seggio garantito per tre anni, a meno che non paghi un miliardo di dollari al board stesso per garantirsi la permanenza. Se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è formato da quei paesi che hanno combattuto e vinto la Seconda guerra mondiale, questo sarebbe formato da chi è disposto a elargire più soldi al presidente del board, cioè Trump stesso. Putin è stato invitato da Trump a prendervi parte, mentre Macron ha declinato l’offerta: un rifiuto che non è andato giù al presidente statunitense, tanto che ha minacciato dazi del 200 per cento su vini e champagne francesi se Parigi non entrerà nell’organizzazione.
Nel frattempo, in politica interna, la situazione è sempre più caotica. Trump ha mandato in strada sempre più agenti dell’ICE, la forza paramilitare deputata a controllare le frontiere, ma che ora il presidente manda in giro per il paese in modo da scovare e deportare quanti più immigrati illegali possibile. Dal Minnesota, dove Renee Nicole Good è stata uccisa da un agente, che non ha subito nemmeno un’indagine formale dal Dipartimento di Giustizia, compaiono sui social sempre più video di violenze e profilazione razziale da parte del gruppo. Gli agenti, che a differenza delle altre forze dell’ordine possono operare a volto coperto, sono stati filmati mentre prelevano persone con la forza, spaccando i vetri delle auto, fermando persone per strada soltanto per il colore della pelle o per l’accento ispanico, rifiutandosi di rispettare i diritti garantiti dalla Costituzione alle persone interrogate. Una forza paramilitare che sta assumendo sempre più persone, in virtù dei fondi stanziati da Trump nella legge di bilancio, in modo da aumentare esponenzialmente il numero dei deportati: questo, però, ha portato a ridurre il periodo di addestramento degli agenti. I nuovi assunti dall’ICE finiscono in strada, con un fucile in mano, dopo sole 8 settimane di addestramento. Inoltre, è stato scoperto che per alcuni errori del software di intelligenza artificiale che si occupa di vagliare le candidature, alcune nuove reclute non hanno nemmeno ricevuto l’addestramento perché scambiate per forze dell’ordine, che necessitano soltanto di un corso online di quattro settimane prima di partecipare alle operazioni.
Intanto, il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha accusato gli agenti di un uso eccessivo della forza e di compiere arresti senza mandato. Dopo essere stato criticato dall’amministrazione per i toni violenti utilizzati quando ha affermato in conferenza stampa che gli agenti ICE “si devono levare dalle palle”, ha risposto che ritiene più violento uccidere una persona di usare un linguaggio colorito. Il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’indagine formale contro di lui e contro il governatore del Minnesota Tim Walz per presunta ostacolazione degli agenti ICE. Trump chiede sempre più militari nelle strade e ha affermato che se la situazione non si stabilizzerà potrebbe utilizzare l’Insurrection Act, che gli consente di disporre dei militari per risolvere i problemi di ordine pubblico: ha già preallertato 1.500 uomini di stanza in Alaska. Un caos che è creato ad arte dall’amministrazione, che mette migliaia di agenti senza addestramento in strada, e incolpa i manifestanti, definendoli “terroristi”, se la situazione precipita.
La guerra senza quartiere all’immigrazione è oltremodo evidente in questi atteggiamenti autoritari, ma non va sottovalutata un’altra guerra, più subdola: quella al welfare state e ai sussidi statali. La motivazione con cui l’operazione in Minnesota è iniziata si riconduce a uno scandalo di frode che coinvolgeva alcune organizzazioni gestite da cittadini statunitensi di origine somala, che avrebbero rubato soldi pubblici. A partire da questo, lo status di protezione per i rifugiati somali è stato abolito e la retorica dell’amministrazione è sempre più razzista: si parla di questa comunità come di “spazzatura” da “rispedire al proprio paese”, nonostante molti di questi siano cittadini americani.
Un caso che ricorda da vicino la storia della cosiddetta “welfare queen”, che fu la base dell’abbattimento del welfare state in età reaganiana. Attraverso una storia vera solo in parte, in cui Reagan raccontava dell’esistenza di una donna afroamericana a Chicago che sfruttava i soldi pubblici senza averne diritto e viveva alle spalle dei contribuenti, si pose la base per ridurre l’impalcatura dello stato sociale americano. D’altronde, i programmi governativi non servivano a niente, mantenevano soltanto una tassazione elevata per aiutare chi non ne aveva bisogno, in un sottotesto razziale che vedeva sempre gli afroamericani come percettori di aiuti. Nella visione trumpiana odierna, gli immigrati, in questo caso i somali, hanno sostituito gli afroamericani: c’è un tentativo di dipingere tutta la comunità somala come connivente alle frodi.
In tutto questo, cresce sempre di più, e in maniera sempre meno nascosta, il nazionalismo bianco. Se già le persone dalla pelle scura vengono fermate per strada con la richiesta di provare il loro status di residenti legali nel paese, anche la retorica dell’amministrazione si fa sempre più cupa. Negli ultimi giorni, l’account ufficiale della Casa Bianca ha direttamente citato un neonazista statunitense: posto davanti a un bivio, che vede da una parte gli Stati Uniti e dall’altra Russia e Cina, viene chiesto a un cittadino groenlandese “Which way, Greenland man?”. Secondo Heidi Beirich, co-fondatrice del Global Project against Hate and Extremism, ci troveremmo di fronte a un concetto chiave della sottocultura neonazista: il riferimento sarebbe infatti al libro “Which way Western man” del neonazista americano William Gayley Simpson, in cui per uomo occidentale ci si riferiva all’uomo bianco e si affermava che solo questo poteva stare in posizioni di potere.
In questo quadro a tinte fosche della torsione autoritaria degli Stati Uniti odierni, è però importante sottolineare che la maggioranza dei cittadini rimane contraria a questa deriva. Come ha scritto il conservatore anti-trumpiano William Kristol su The Bulwark, “l’unità di intenti dà ai movimenti autoritari un vantaggio nel breve termine. Ma la diversità della resistenza americana è davanti agli occhi di tutti negli ultimi giorni, in risposta all’accelerazionismo autoritario di Trump”.
È una resistenza ampia, che spazia da Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve, che ha detto chiaramente come Trump intenda sostituirlo per controllare la Banca centrale, ai cittadini che scendono in strada e costruiscono cordoni per rallentare le operazioni dell’ICE. Secondo il Crowd Counting Consortium, nel 2025 ci sono state più di 10.700 manifestazioni di protesta, un incremento del 133 per cento rispetto all’anno inaugurale del primo mandato di Trump. Anche il 42 per cento delle contee che hanno visto Trump vincitore sono state luogo di manifestazioni.
Se lo scopo della costante dislocazione di truppe per le strade, come detto da Liza Goitein del Brennan Center for Justice, è “cambiare i comportamenti dei cittadini, così da renderli più impauriti dalla possibilità di esercitare i loro diritti”, a oggi i cittadini rispondono: la vittoria dell’autoritarismo non è ancora scritta.







