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Come i media dovrebbero coprire i casi di violenza sulle donne

10 Dicembre 2016 7 min lettura

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Come i media dovrebbero coprire i casi di violenza sulle donne

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In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, l'associazione britannica Women's Aid ha consegnato il premio giornalistico Ending Violence Against Women Media Awards, il cui scopo è rendere merito ai reportage che non promuovono stereotipi dannosi sulle donne. Catalina Albeanu ha intervistato per Journalism.co.uk l'amministratrice delegata dell'associazione e due delle giornaliste vincitrici, per capire come coprire eticamente e con professionalità i casi di violenza sulle donne.

«Molte coperture mediatiche sull'argomento colpevolizzano la vittima, in particolare nei casi di violenza sessuale, parlando delle donne come se avessero in qualche modo provocato l'aggressione», spiega Polly Nate, amministratrice delegata di Women's Aid. «Anche le vittime di abusi domestici sono spesso presentate come se la violenza nei loro confronti possa essere stata provocata dal loro comportamento».

È importante che i media riconoscano l'impatto che la loro narrazione ha, ancora oggi, sulla percezione del fenomeno nella società. Con lo scopo di aiutare i giornalisti a rendere il loro approccio a questi casi più costruttivo e utile, Albeanu raccoglie nel suo articolo i rischi più comuni e le migliori pratiche per non incorrere in stereotipi di genere quando si scrive dell'argomento.

Abbiamo ampliato l'analisi con considerazioni specifiche per l'Italia e sul linguaggio utilizzato dai media.

Trappole: colpevolizzare, disumanizzare e dimenticare

Secondo Neate esistono principalmente due trappole insidiose per i giornalisti: colpevolizzare le donne per quello che è successo o disumanizzarle. Spesso quando si coprono casi di violenza domestica capita di parlare con vicini o conoscenti meravigliati e ascoltare frasi come "non avremmo mai immaginato che lui potesse fare qualcosa del genere, lo conosciamo da anni ed era un marito e padre modello...".

Se si decide di costruire il proprio resoconto attorno a questo tipo di testimonianze, si sta lasciando la vittima fuori dalla storia. La donna in questi casi viene disumanizzata, trattata come oggetto accessorio di un articolo che vede come protagonista un "padre modello" o "marito esemplare" che, "non si sa perché", ha fatto qualcosa di "impensabile". È una trappola subdola, soprattutto se consideriamo che molti giornalisti promuovono inconsciamente questo tipo di narrazioni.

Altre volte si colpevolizza la donna, concentrandosi su alcuni aspetti negativi e suggerendo in maniera non troppo sottile che parte della responsabilità sia sua, inserendo elementi che giustificano gli uomini autori di violenza. "Com'era vestita?", "Cosa aveva bevuto?", "Era attraente?", "Con quanti uomini è stata vista parlare quella notte?", "Quanti fidanzati aveva avuto finora?", "Era fedele al marito?", etc.

Linguaggio: il romanticismo della violenza

Quando le storie vengono distorte la donna è vittima due volte, ma la distorsione non è causata solamente da perplessità e giudizi espressi in maniera trasparente. Spesso è sufficiente l'uso di termini ambigui, contraddittori, sbagliati per alimentare una narrazione contraria ai fatti, che invece di attenersi alla realtà rincorre una sorta di romanticismo sanguinario.

"Delitto passionale", "raptus di gelosia", "momento di follia", "troppo amore", "bravo ragazzo", "padre esemplare", e infinite variazioni sul tema dell'amore irrazionale e del fatalismo tragico.

Frasi fatte ripetute per inerzia sulla stampa e in televisione, che pesano inesorabilmente sulle vittime e sui cittadini che si informano attraverso questi canali.

Una riflessione sul linguaggio è necessaria e urgente da parte di chi lavora nel mondo dell'informazione. I media, nel trattare il fenomeno della violenza sulle donne, ricorrono spesso a termini e categorie che sono lo specchio di tutti i preconcetti e i pregiudizi culturali intrisi di discriminazioni di genere che avvolgono le situazioni di maltrattamento, discriminazione e violenza.

Sensazionalismi: la tragedia in pasto ai lettori

Salma Haidrani è una giornalista freelance che si occupa soprattutto di problematiche legate alla religione e alle donne. L'articolo con cui ha vinto l'Ending Violence Against Women Media Awards analizza il fenomeno del cosiddetto "delitto d'onore" e della violenza punitiva nei confronti delle donne accusate di aver "gettato la vergogna" sul buon nome della famiglia.

Nonostante sia spesso rappresentato dai media come un problema che non riguarda i paesi occidentali, Haidrani fa notare che a fare i conti con questa tipologia di violenza non è solamente il Pakistan (al centro della cronaca l'estate scorsa per alcuni casi che hanno fatto scalpore), ma anche il Regno Unito. "Più di 11.000 casi di crimine d'onore sono stati registrati dalle forze dell'ordine britanniche tra il 2010 e il 2014, dal matrimonio forzato alla mutilazione genitale femminile, e nello stesso periodo di tempo sono stati denunciati 18 casi di omicidio d'onore", scrive Haidrani.

Convincere una donna vittima di abusi a fidarsi e confidarsi con una giornalista, racconta, è molto difficile. Il consiglio che dà ai suoi colleghi è di non essere insistenti. In questi casi la reputazione del giornalista gioca un ruolo fondamentale. «Ho lavorato con tante comunità marginalizzate, quindi ho quel tipo di esperienza», spiega la reporter, «e posso dimostrare che è qualcosa su cui ho già lavorato in passato e che non sono qui per fare del sensazionalismo».

Il sensazionalismo mediatico accende i riflettori sulla violenza, ma non aiuta a capire le radici strutturali del problema. Questo deficit di comunicazione è considerato dannoso da chi lotta per contrastare il fenomeno della violenza sulle donne.

Poter dimostrare all'intervistata di possedere il tatto, l'etica e la correttezza necessarie per raccontare la sua storia a un grande pubblico senza danneggiare la sua comunità è una dote importante. Ma non è un dono, è un qualcosa che si guadagna sul campo.

Iconografia: saccheggiando il profilo Facebook

Una pratica molto diffusa in Italia è quella di saccheggiare le foto dei profili Facebook della vittima per illustrare i propri articoli. Questa cattiva abitudine, a dire il vero, non è ristretta all'ambito del femminicidio, ma si estende alle vittime di incidenti, di terrorismo, o di aggressioni di ogni tipo. È un metodo del quale siamo testimoni ogni giorno, da lettori o spettatori, a cui siamo talmente abituati che alcuni potrebbero erroneamente considerarlo legittimo in nome del "diritto di cronaca".

È un'invasione della sfera privata delle donne ferite o uccise, alla ricerca di un sorriso, di una foto con le amiche al mare o in pizzeria. Con la speranza di trovare un profilo Facebook con la privacy pubblica (aperto a tutti), così da poter creare una gallery multimediale sul sito del giornale.

A cosa sta pensando il giornalista che entra nel profilo pubblico della vittima alla ricerca di quei momenti personali? Sta pensando ai click e all'audience? O è davvero convinto che se le foto sono pubbliche sia corretto diffonderle sui media? Dove finisce il dovere di cronaca e inizia la morbosità? Occorre fare chiarezza all'interno delle redazioni sia sulle responsabilità etiche dei mezzi di comunicazione che sugli aspetti legali legati alla tutela della privacy.

Come spiega Bruno Saetta, anche se le foto sono pubbliche, il loro uso da parte dei giornali si configura nella maggior parte dei casi come un'infrazione della normativa:

L'utilizzo di immagini ritraenti una persona è comunque un trattamento di dati personali, per cui richiede necessariamente il consenso della persona ritratta e riconoscibile nell'immagine. Il fatto che le foto siano già pubbliche, ad esempio su un profilo Facebook, non muta i termini della questione, la normativa in materia di protezione dei dati personali è retta dal principio di finalità, per cui la pubblicazione di una foto al fine, ad esempio, di mostrarla ai parenti, non copre le altre finalità per le quali occorre comunque uno specifico consenso.

È quanto ha precisato il Garante italiano con provvedimento del 19 dicembre 2002, a seguito del crollo di una scuola nella quale persero la vita numerosi bambini, e vari giornali "saccheggiarono" le immagini da luoghi "pubblici" come i muri sui quali erano apposte per commemorare le vittime, o addirittura dalle tombe. Il Garante precisò che la circostanza che le foto fossero esposte al pubblico non autorizza affatto automaticamente la copia e la riproduzione per finalità differenti rispetto a quelle originali. Il medesimo provvedimento del Garante conferma che una persona deceduta conserva comunque il diritto alla tutela della sua privacy.

La normativa in materia di privacy consente, però, a chi esercita attività giornalistica di trattare dati personali anche senza il consenso dell’avente diritto, purché il trattamento sia nei limiti dettati dal diritto di cronaca, quindi nell’interesse pubblico e purché sia essenziale alla notizia. Occorre, quindi, limitare il più possibile l’utilizzo di dati personali, così da escludere il trattamento quando le finalità perseguite possono essere realizzate secondo diverse modalità.

Etichette: esporre la 'vittima' in vetrina

Proteggere l'intervistata è una delle priorità anche secondo Samara Linton, premiata da Women's Aid per il sui lavori pubblicati su Black Ballad: come la storia di Doniele, che ha vissuto nel Regno Unito per 17 anni prima di essere arrestata e minacciata di essere deportata. L'obiettivo della giornalista, quando ha scritto quella storia, era dare una svolta alla narrativa dominante attorno alla tipologia di persone che sono detenute nei centri di immigrazione. In un altro articolo racconta la storia delle donne che curano il progetto I'm Tired, che mette in luce l'impatto che stereotipi, micro aggressioni e molestie hanno sulle persone.

La prima cosa che Linton mette in chiaro con le sue intervistate è l'anonimato. «Garantendo l'anonimato, le persone si sentono molto più libere e aperte». La paura di molte donne vittime di abusi è di essere viste diversamente dagli altri, non vogliono ritrovarsi addosso l'etichetta di "vittima", spiega la reporter. È compito del giornalista rimuovere questa paura: garantire l'anonimato dal primo momento può essere di grande aiuto.

Secondo la giornalista, avere la possibilità di sfogarsi e tirare fuori la propria esperienza senza paura di essere esposte o il timore di cosa gli amici e i familiari possano pensare, può essere di per sé molto terapeutico. In alcuni casi le donne intervistate sotto anonimato, dopo aver raccontato la loro storia, cambiano idea e danno il loro permesso per essere identificate.

Rischi: abbandonare la donna al proprio destino

Neate spiega che le associazioni come Women's Aid possono essere di grande aiuto per il lavoro giornalistico. Nonostante la garanzia di anonimato, infatti, bisogna informare l'intervistata dei rischi che corre e offrirle aiuto prima, durante e dopo la pubblicazione della testimonianza.

«Una cosa di cui molti giornalisti non si rendono conto, specialmente nei casi di abusi domestici, è il livello di pericolo a cui sono esposte le donne», avverte Neate. Chi racconta queste storie al grande pubblico deve assicurare tutto il sostegno necessario alle intervistate. Rivolgersi a un'organizzazione specializzata può aiutare il giornalista a prepararsi adeguatamente prima di scrivere una storia di violenza sulle donne.

È fondamentale che i giornalisti comprendano che la sicurezza è un elemento cruciale e che a volte le donne stesse non sono in grado di prevedere le conseguenze che un'intervista di questo tipo potrebbe avere, mette in guardia l'amministratrice delegata di Women's Aid. Anche nei casi in cui è stato garantito l'anonimato, alcune circostanze potrebbero essere sufficienti per identificare la vittima agli occhi del suo aggressore.

Foto anteprima: Un momento della manifestazione "One million rising" contro la violenza sulle donne a Roma, a febbraio del 2013. (Eidon/Demotix/Corbis)

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