Arredo casa e poi m’impicco

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Su Valigia Blu avevamo parlato mesi fa di Le mani nella città, inchiesta sul business del mattone nel napoletano, firmata da Ciro Pellegrino e Giuseppe Manzo. Nel capitolo finale del libro si faceva il punto sul caro affitti e sulla sostanziale impossibilità, per un'assai ipotetica coppia di trentenni con doppio stipendio da 1300 euro, di acquistare una casa (almeno un bilocale, per dire), uno degli indicatori classici di stabilità.

L'ipotesi di un simile acquisto, manco a dirlo, secondo i due giornalisti scade nella fantasia. Roba da pazzi o da romanzieri, insomma. Ed è proprio ambientato a Napoli Arredo casa e poi m'impicco (Rizzoli) di Massimiliano Virgilio, che racconta la storia di Michele, trentenne con la «vocazione per l'immobile». Scrittore, appartenente al popolo delle partite Iva per manifesta precarietà, Michele ha trascorso l'età della spensierata giovinezza a emanciparsi da un'educazione piccolo-borghese, fatta di

smodata attenzione al palinsesto gastronomico, un cattolicesimo vuoto e conformista, il tabagismo esibito come una religione, un rassegnarsi giorno per giorno ai riti televisivi, alle pulizie domestiche, il rifiuto dei viaggi non organizzati e di una cultura che non fosse quella scolastica.

Peccato che le barriere alzate dall'intelletto abbiano costruito per lui una gabbia di spocchia e cinismo: «a quel punto, tanto valeva comprarla», e la gabbia prende la forma di un appartamento, classica metafora del desiderio di dominare il caos. Michele riesce così nell'impresa di prendere il classico mutuo che nessuna aritmetica consiglierebbe, e a rompere con la ragazza nello stesso giorno, perché il piano doveva essere l'andar via a Parigi, non l'acquisto di un appartamento messo su da un palazzinaro tutt'altro che affidabile. Michele si troverà single e in compagnia di muffa alle pareti che non dovrebbe esserci, allacci abusivi e cancelli elettrici difettosi; il tutto inseguendo pagamenti perennemente in ritardo e lavori che allontanino lo spettro di un passivo in banca. Il piano diventa allora dividersi tra un reportage sulla crisi («la più devastante crisi economica dai tempi della Grande Depressione era iniziata con la casa, anzi, era iniziata dai mutui concessi a persone più inaffidabili e straccione di me») e la sceneggiatura per un film su Padre Pio, voluto da un produttore pornografico in crisi mistica ed erettile, Danny Russo, personaggio che s'ispira a Gerard Damiano. In mezzo, e persistendo la muffa, c'è un possibile nuovo amore.

Narrato in prima persona, Arredo casa e poi m'impicco si presenta come una commedia intrisa di teatralità napoletana, dove il quotidiano offre spontaneamente maschere memorabili. Nel romanzo questa tipicità è ad esempio nella giovane «Miss Vrenzola», «Maradona delle pulizie» che fa da perfetta spalla al protagonista (o il contrario, in effetti) nei momenti più divertenti del libro:

quando da ESCO PAZZO avevo chiesto lo scontrino fiscale, lei, scura in volto, si era affrettata a giustificarmi con la cassiera dalle unghie a tema mille cuoricini dicendo: «Scusatelo, eh, scrive i romanzi».

La patina di narcisismo di Michele, tipica corazza che col tempo non si riesce più a togliere, rende i momenti comici più legati allo sguardo stralunato che ai rovesci di situazioni:

Ormai avevo perso ogni speranza di un comitato d’accoglienza che non fosse quello delle formiche in cucina ogni volta che dimenticavo del cibo fuori dal frigo.
[...]
Padre Pio mi piaceva perché aveva l’aria sempre incazzata, quasi a voler dire: questo mondo dove gli editori non rispondono alle mail dei loro autori più talentuosi non merita altro che incazzatura...

Oppure c'è il gusto per la battuta cinica e sferzante fine a sé, come nei momenti in cui Michele e l'amico P. gareggiano a chi è messo peggio; è il modo in cui, tra sodali, ci si allena a colpirsi per finta, metabolizzando i colpi di ben altra intensità che il precariato infligge quotidianamente.

Non deve essere facile starsene a casa ad annoiarti, mentre tua moglie lavora fino a tardi per fare in modo che vostro figlio frequenti con successo la scuola di camorra del quartiere.

È significativa questa aggressività venata d'ironia (o il contrario, in effetti), perché dà la misura di un'amarezza di fondo cui non c'è rimedio, perché i conflitti sociali non sono più vissuti sul piano della lotta politica, se non in versioni paradossali - gli improbabili tentativi dei condomini di organizzarsi contro il palazzinaro - o in qualcosa di lontano, vissuto da spettatori. Il conflitto sociale è tradotto sul piano psichico e interno, e poi casomai esteriorizzato; l'umorismo è il tentativo di elaborare un qualche anticorpo a questa dinamica.

Arriva un certo punto nel libro, in cui quasi pensi «sì, ok, la commedia sul precario, i personaggi che funzionano, la vita agra, ma poi?», sentendo l'odore plastificato del cliché. Ma è qui che l'autore rivela padronanza dei generi e della tecnica, perché a un certo punto del romanzo innesta il cambio di marcia, squarciando tutti quei cliché come una carta da parati che qualche folle ha messo sopra un affresco di ben altro valore, che è poi il cuore del romanzo. La vera angoscia dell'uomo è nel pensiero della morte, infatti, e non nelle rate che lo fanno girare come un ingranaggio nevrotico verso la tomba, dove però andrebbe comunque. Nel delicatissimo rapporto tra forma e contenuto che separa la buona idea dalla vaccata, i simboli sono presenti senza esser troppo caricati o esplicitati, come la muffa di cui sopra; o come i personaggi letterari con cui Michele immagina di dialogare in vari momenti (Caulfield Holden, Arturo Bandini e Martin Eden), e che scandiscono la parabola di una vita il cui destino a un certo punto si rivela.

Perché nella vita si può rateizzare tutto, ma non la tragedia.

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