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Il film sul massacro del Circeo vietato ai minori di 18 anni, le foto della superstite diciassettenne diffuse ovunque

9 Ottobre 2021 8 min lettura

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Il film sul massacro del Circeo vietato ai minori di 18 anni, le foto della superstite diciassettenne diffuse ovunque

8 min lettura

di Raffaella R. Ferré

Immagina di avere 17 anni. Un pomeriggio esci con un'amica che conosci da tempo, due anni più di te, una famiglia numerosa, stessi sogni e stesso quartiere popolare ai margini della grande città. Dovete vedervi con dei ragazzi conosciuti da poco, ma che avete già visto e che vi sono sembrati simpatici: hanno poco più della vostra età, studiano, sono ben vestiti, educati, gentili, hanno la macchina, vengono da buone famiglie, parlano di musica, chiedono il numero di telefono di casa e vi invitano a una festa. L'appuntamento è per le 16, ci saranno altri ragazzi e ragazze, compagni di scuola. La parola “scuola” sembra una garanzia, anche perché i ragazzi hanno frequentato un istituto cattolico. È la fine di settembre, tutte le cose intorno a te sanno di inizio, tu stessa stai iniziando. Cosa non te lo chiedi: è la vita stessa che comincia mentre correte verso il mare, destinazione una bella villa al Circeo.

Quello che non sai è che ne uscirai solo 36 ore dopo, fingendoti morta mentre la tua amica lo è sul serio, chiusa insieme a te nel cofano di un automobile. Non immagini nemmeno che quando apriranno il bagagliaio perché fortunatamente un metronotte sulla strada ha sentito il tuo battere sulla lamiera e i tuoi lamenti e ha chiamato la polizia, ci sarà anche un fotografo che si produrrà in una serie di scatti di te seminuda e sporca di sangue, scioccata, mentre ti tirano fuori. Quelle foto, insieme ad altre scattate in ospedale – te con la testa fasciata e gli occhi sbarrati, circondata da persone – resteranno a perseguitarti al punto che, per il resto della tua vita, chiederai continuamente che si parli sì di quanto hai vissuto, anzi, facciamo memoria, giustizia e luce, ma spegniamola su di me e sulla mia faccia insanguinata.

Di anni, però, da allora, ne sono passati 46 e tu, che di nome fai Donatella Colasanti, te ne sei andata davvero già da un po', portata via da un cancro, senza ottenere verità su quello che hai subito – sarà quella la tua ultima richiesta – e nemmeno quello che domandavi già dal 1993, ovvero che le tue foto non fossero più diffuse. L'immaginazione finisce ora che è chiaro che stiamo parlando di un fatto realmente accaduto, il delitto o massacro del Circeo, e della spettacolarizzazione mediatica del corpo di una superstite minorenne. Qui non troverete le sue foto in tale circostanza. Ma quelle foto si trovano ovunque, anche in alcuni degli articoli linkati a questo scritto: senza, sembra che la notizia non esista o quasi.

A digitare le parole “massacro del Circeo” su un motore di ricerca, ben prima degli autori dello scempio, è Donatella a venir fuori. Sui giornali, online, sui social, c'è chi addirittura ha montato gli scatti sulla sua faccia stravolta in un video. L'ultima volta che ne ho visto uno, è stato pochi minuti fa. Ma ricordo chiaramente l'anno, il luogo, la situazione in cui è successo per la prima volta: era il 30esimo anniversario dai fatti e un settimanale aveva realizzato un servizio in cui veniva ripercorsa la vicenda, i processi e, soprattutto, i risvolti a distanza di anni. Eppure io il pezzo non riuscii a leggerlo, non in quel momento, perché fui scioccata dalle foto. La cosa mi confuse e mi fece rabbia perché mostravano una vita che veniva salvata, ma il corpo, l'espressione, le ferite di quella ragazza, tutto mi dicevano tranne che salvezza.

Potenza della memoria eidetica, del bianco e nero che si imprime nella semiotica visiva, della competenza del fotografo nello “stare sul pezzo” e catturare l'attimo, gli scatti di Donatella sono iconici e restano marchiati a fuoco nelle pupille di chiunque li guardi. Come altre immagini entrate a pieno diritto nella storia del fotogiornalismo, hanno testimoniato un orrore. Va ricordato che, ai tempi in cui furono scattate, non esisteva né la tutela dei minori né il rispetto della privacy né il diritto all'oblio; erano anni violenti, di piombo, e le fotografie avevano un ruolo importantissimo, tra cronaca, documento storico e testimonianza politica. Ma neppure oggi che Facebook pone un avviso sulle immagini che potrebbero urtare la sensibilità degli utenti e Instagram inserisce funzioni per limitare o escludere i contenuti sensibili pare possibile tenere, accanto al sacrosanto diritto di cronaca e di memoria, la tutela – anche minima – di un giovanissimo essere umano sottoposto a torture, stupro, sequestro. Vogliamo vedere, vogliamo sapere, vogliamo ricordare.

L'uscita del film La scuola cattolica di Stefano Mordini, tratto dall'omonimo, gigantesco romanzo di Edoardo Albinati, premio Strega nel 2016, dovrebbe essere dunque salutata con favore unanime perché al centro della narrazione, come un estuario che s'allarga, c'è proprio il delitto del Circeo. Inoltre, racconta Mordini all'Ansa, il tema della pellicola è “l'ambiente, la società borghese di quel momento e soprattutto il senso di impunità (…) sapere che si sarà impuniti per tanta violenza, perché qualcuno aiuterà a tirarti fuori dai guai con i soldi e la posizione sociale”. Donatella è interpretata da Benedetta Porcaroli, Rosaria da Federica Torchetti, il film arriva in sala proprio in questi giorni e promette, dunque, di non spettacolarizzare la violenza, ma di fare memoria, monito e spunto di riflessione. Invece, la pellicola è stata vietata ai minori di 18 anni. Le foto dell'automobile con il bagagliaio aperto come quelle scattate in ospedale, sono, al contrario, visibilissime da tutti e, proprio in forza della pellicola, hanno ricominciato a comparire sui social e sui giornali, spesso catturando quel poco di attenzione consentita dai tempi rapidi del web.

Occorre, dunque, completare l'informazione, dire che il ritrovamento di Donatella avvenne perché i tre carnefici, dopo aver parcheggiato l'auto con le due ragazze che credevano entrambe morte in una via dei Parioli, decisero di andare al ristorante prima di disfarsi dei corpi, ma fecero a botte con altri ragazzi, comunisti: loro, infatti, militavano nell'estrema destra. A seguito delle indagini e grazie alla testimonianza della ragazza gravemente ferita e scioccata, fu ricostruita la dinamica del massacro. Angelo Izzo e Gianni Guido, 20 e 19 anni, furono arrestati, mentre Andrea Ghira, ventiduenne, riuscì a scappare. I tre erano già noti alle forze dell'ordine. Donatella si costituì parte civile e venne rappresentata dall'avvocato Tina Lagostena Bassi. Oggi in molti la ricordano perché è stata il giudice di Forum, ma nel 1976 fu la prima a pronunciare la parola “stupro” – a quei tempi reato contro la morale pubblica e non contro la persona – in un’aula di tribunale. Donatella, invece, come riportato dalla storica rivista Noi donne, diede un giudizio epigrafico sul processo: “Sembra quasi che mi facciano un piacere”.

A fine luglio dello stesso anno, arrivò la sentenza: ergastolo per Izzo e Guido, in contumacia a Ghira, latitante. Ma questo non segnò la fine della vicenda. Nel 1980, la condanna a Guido fu ridotta in appello, riuscì ad evadere dal carcere e fuggire all'estero diverse volte. Estradato in Italia solo negli anni '90, nel 2009 ha finito di scontare la sua pena. La condanna fu invece confermata per Izzo: anche lui tentò l'evasione, poi manifestò la volontà di collaborare nelle indagini su altre vicende legate all'eversione di destra, dalla strage di piazza della Loggia all'omicidio di Giorgiana Masi. Intervistato da Franca Leosini per Storie Maledette, si mostrò lucido, garbato, pentito, consapevole del male che aveva fatto da ragazzo. Ottenne la semilibertà nel 2004 e iniziò a lavorare. Il tema del reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti è importante e imprescindibile, ma il percorso di Izzo non è andato in quel senso: il 28 aprile 2005 uccise Maria Carmela Maiorano, anni 48, e sua figlia Valentina, quattordicenne. Nuovamente condannato all'ergastolo, nel tempo ha rilasciato dichiarazioni su un altro omicidio che avrebbe commesso proprio con Guido e Ghira un mese prima dei fatti del Circeo: quello di Rossella Corazzin, diciassettenne scomparsa nell'agosto '75 in provincia di Belluno e mai ritrovata. Le notizie sul terzo componente del gruppo responsabile del massacro, sono, invece, assai più fumose: Ghira, come gli altri, aveva precedenti penali, ma diversamente da loro riuscì a scappare da subito. Le cronache riportano che si arruolò nella legione straniera spagnola sotto falso nome e nel 1994 morì di overdose. Sepolto nel cimitero di Melilla, città spagnola sulla costa del Marocco, la sua vera identità fu scoperta solo nel 2005. I familiari di Rosaria Lopez e la stessa Donatella Colasanti hanno palesato dubbi su questa ricostruzione, anche a seguito della riesumazione della salma e della prima analisi del DNA. Una seconda perizia è stata effettuata in seguito.

Donatella, nel tempo, aveva provato a rifarsi una vita, per quanto possibile. Ma è stata sempre e per moltissimi, a dir poco scomoda. Intervistata da Enzo Biagi, già nel 1983 disse che il Circeo non riguardava solo uomini contro donne e viceversa, ed era stato più di uno stupro. Durante il processo, da vittima era passata a “imputata” e la sua moralità e verginità era stata messa al vaglio dalla difesa degli autori del sequestro e delle torture; forse, anche per questo motivo, pareva essersi attaccata proprio a quei simboli e li rivendicava. Non le piacque, dunque, diventare emblema di emancipazione, non abbracciò la lotta femminista pure giusta e necessaria, non gradì sentirsi “una vestale”, lo shock e il dolore non le infusero, a forza di calci, sprangate e paura, la coscienza politica o l'impegno che altri si aspettavano, non acquistò la capacità di farsi rappresentante totale di un tema così importante e secolare, pieno di risvolti sociali, come la violenza sulle donne. E se a lei, come ai familiari di Rosaria Lopez, fu costantemente ricordata, dimenticarono tutti che quando l'aveva subita, era “solo” una ragazzina cresciuta nelle borgate romane, la cui grande capacità di tenersi salda alla vita aveva sopravanzato sia le torture che lo scatto di una fotografia, la mostruosità e la rappresentazione mostruosa di sé stessa.

Immagina ancora, per un momento, che qualsiasi cosa tu faccia, dica e pensi, ci sia qualcuno pronto a ricordarti e mostrarti la tua faccia in quello che è forse il momento più tragico e scioccante della tua vita e, mentre i responsabili sono evasi, latitanti, usciti dal carcere che sia in permesso premio, semilibertà o per fine della pena, tu debba restare lì, cristallizzato e coerente con quell'immagine. Donatella, a poco più di trent'anni, non ne poteva più di essere “trattata da sopravvissuta”. Nell'agosto 1993, raggiunta dalla stampa mentre si trovava in vacanza per avere un suo commento sull'evasione di Izzo, dichiarò all'Ansa: “Parlate del caso del Circeo, non di me. Io voglio solo essere lasciata in pace”, aggiungendo che non voleva fossero diffuse sue vecchie fotografie. A settembre, quando Izzo fu arrestato, eccola costretta a tornare sulla vicenda e sul rispetto della sua privacy: “Non capisco perché il mio nome e la mia immagine vengano sempre collegati a quanto è accaduto 17 anni fa (…) Non voglio che i giornali pubblichino le mie vecchie foto”. Ma, di nuovo, nel 1996, eccole lì. Perché? Perché la ragazza di 17 anni che nel '75 era stata sottoposta a sevizie da giovani che si dichiaravano di destra, adesso era una donna di quasi quarant'anni che si candidava nelle liste di Alleanza Nazionale. Com'è possibile?, sembrarono chiedersi in molti. Il dibattito si spostò, dunque, su tematiche che investivano il suo orientamento politico. La candidatura non andò in porto, lei si trovò a dichiarare all'Ansa, per l'ennesima volta, che non voleva che la sua vicenda fosse “legata a strumentalizzazioni politico-femministe” e a Panorama che “ogni manifestazione, ogni dibattito, ogni trasmissione aveva la mia faccia insanguinata. Una calamita infallibile”. Ma l'attenzione mediatica, riattivata a fasi alterne soprattutto dalle vicende Izzo, non si smorzò. Nel 2005, pochi mesi prima di morire per un tumore al seno, Donatella rilasciò un'intervista a Donna Moderna: ancora una volta ripercorreva fatti e sviluppi nel dettaglio, ancora una volta spiegava: “Quelli come me hanno il dovere di essere felici”.

Immagine anteprima tratta dal film "La scuola cattolica" (2021)

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