Ex Ilva, rischiamo di perdere i fondi europei che potrebbero garantire la transizione ecologica senza perdere posti di lavoro
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A Taranto basta affacciarsi sul Mar Piccolo per cogliere le contraddizioni che da decenni accompagnano la città: il lavoro e l’inquinamento, la necessità di produrre e il diritto alla salute.
È da qui che dovrebbe partire una delle scommesse più grandi del Just Transition Fund, lo strumento europeo pensato per aiutare i territori maggiormente colpiti dalla decarbonizzazione. Bruxelles ha destinato all’Italia 1,2 miliardi di euro e di questi la quota maggiore, quasi 800 milioni, è stata riservata proprio alla provincia di Taranto. Una cifra importante per provare a immaginare il distacco definitivo da quella che in città chiamano la “monocultura dell’acciaio”.
Il fondo nasce con un obiettivo preciso e quanto mai urgente: attenuare l’impatto sociale ed economico della transizione ecologica e favorire la diversificazione produttiva nelle regioni europee che ancora dipendono dai combustibili fossili o da processi industriali altamente inquinanti come, appunto, quella della produzione di acciaio.
In una città che vive attorno al più grande stabilimento siderurgico d’Europa, la posta in gioco è enorme. A Taranto, la transizione non è un concetto astratto: significa fare i conti con l’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, e con la prospettiva di un drastico ridimensionamento occupazionale se dai forni a carbone si passasse a quelli elettrici, come nei piani del Ministro delle Imprese e del Made in Italy.
Proprio nelle scorse settimane, il governo Meloni ha presentato ai sindacati un piano di decarbonizzazione per l’ex Ilva di Taranto, da completare entro quattro anni, con l’obiettivo di fare dell’Italia il primo paese europeo a produrre solo acciaio “verde”. Il progetto prevede la continuità produttiva e interventi di manutenzione sugli impianti principali. Secondo le stime sindacali, la riconversione verso i forni elettrici e alla produzione del cosiddetto "acciaio green” potrebbe comportare un taglio considerevole della forza lavoro necessaria. In numeri: fino a 6mila posti diretti, più altre decine di centinaia nell’indotto. Una prospettiva che rischia di mettere in ginocchio la città pugliese, già segnata da un tasso di disoccupazione giovanile altissimo e da un’emigrazione costante.
Il fondo Just Transition, almeno sulla carta, dovrebbe essere la risposta: 795,6 milioni di euro per ridisegnare il tessuto economico e sociale della provincia. A beneficiarne saranno 29 comuni e 548mila abitanti. Tra i progetti proposti ci sono comunità energetiche e idrogeno verde, la diversificazione dell’economia e la formazione dei lavoratori.
Ma il tempo stringe: entro la fine del 2026 dovrà essere speso il 70% di questi fondi. E se nel Sulcis Iglesiente - altra provincia italiana destinataria dei fondi - i primi progetti hanno già preso forma, a Taranto si va a rilento.
“Abbiamo il piano esecutivo approvato a febbraio 2025, ma siamo già in ritardo”, osserva Walter Meloni di Mira Network, organizzazione che promuove la partecipazione attiva dei cittadini nella programmazione e gestione dei fondi europei. “La preoccupazione non è se i soldi verranno spesi, ma in che modo”.
La governance del piano prevede una regia condivisa tra livello nazionale e regionale, con la Puglia come organismo intermedio. La macchina amministrativa resta fragile. A Taranto i ritardi sono da imputare a diversi fattori: riorganizzazione istituzionale e cambio di governo, ma anche incapacità nella gestione di bandi così complessi.
“Si parla di circa 800 milioni di euro da spendere entro la fine del 2029”, spiega il professor Paolo Graziano dell’Università di Padova e Research Associate presso l'Osservatorio Sociale Europeo (OSE) di Bruxelles. “Considerato che non è stato speso ancora praticamente nulla, è difficile pensare che si riesca a farlo in modo efficace nei prossimi anni. Più in generale, spesso in Italia si procede con interventi improvvisati: si crea un progetto, si danno opportunità temporanee ma una volta finiti i fondi tutto si ferma. Manca una vera strategia di lungo periodo, e ciò vale anche per il caso di Taranto: anche ammesso che si riescano a spendere i fondi, cosa succederà dopo il 2029?”.
Il piano per la transizione giusta della provincia pugliese promette comunità energetiche, filiere verdi, corsi di riqualificazione, investimenti per nuove imprese e i progetti approvati dalla Giunta comunale mirano a: “Diversificare l’economia tarantina svincolandosi dalla grande industria siderurgica, puntare con decisione su green e blue economy, turismo, ricerca, alta formazione ed innovazione”.
Per farlo, sono stati destinati 90 milioni alla realizzazione della Green Belt, un'estesa opera di piantumazione di alberi. Ci sono anche 60 milioni di euro messi a bilancio per la creazione di un Istituto di Ricerca e Formazione e 24 milioni per Sea Hub, intervento che prevede una articolata riqualificazione ambientale del sistema delle coste del Mar Grande e del Mar Piccolo. Ma tra promesse e realtà resta un abisso: finora solo la Green Belt ha avviato i lavori, mentre tutti gli altri progetti rimangono fermi. È invece stata subito bloccata la Biennale del Mediterraneo, progetto da 40 milioni di euro. Mancavano, infatti, alcuni adempimenti per renderlo un progetto finanziabile dai fondi Just Transition, tra i quali la creazione di un fondazione.
Insomma, immaginare il futuro della città senza pensare all’acciaieria sembra ancora difficile.
“E questo perché a tutti i livelli la questione dell’ILVA è sempre stata considerata come un problema risolvibile con soluzioni improvvisate, ogni volta diverse”, spiega Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, una delle associazioni di cittadini più attive a Taranto. “Per decenni hanno esorcizzato il problema, evitando di affrontare realmente la questione della chiusura dell’area a caldo e della ricollocazione dei lavoratori. Così facendo, non è mai stato posto l’obiettivo principale: usare questi fondi per progettare un vero piano alternativo, qualcosa che potesse slegare la città dalla monocoltura dell’acciaio. Per questo sarebbe stato fondamentale un approccio di progettazione partecipata, coinvolgendo tutte quelle realtà della società civile che da anni lavorano su questi temi. Queste organizzazioni avevano già presentato proposte di transizione ispirate ad esperienze europee e internazionali di riconversione industriale”.
La percezione di esclusione è condivisa anche dalle realtà civiche. “Non siamo stati coinvolti in alcun modo”, denuncia Simona Fersini, presidente di Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. “I fondi rischiano di finire in progetti che non hanno alcun legame con la riconversione industriale. Nel 2018 avevamo elaborato proposte alternative, ma nessuno le ha mai prese in considerazione”. Per Massimo Ruggieri, presidente di Giustizia per Taranto, la partecipazione è stata solo formale: “Si parla di ascolto ma mancano visione e programmazione”.
La città continua a perdere giovani. Ma secondo Lidia Greco, sociologa dell’Università di Bari:
“Il cambiamento avverrà, perché l’acciaieria cambierà o perché chiuderà per consunzione. La domanda è: quale cambiamento si vedrà a Taranto, con chi e come? La transizione giusta non può essere solo economica: deve essere sociale, culturale e comunitaria. In un territorio come quello di Taranto con molti anziani e pochi giovani e un’economia tradizionale in difficoltà, l’economia sociale può avere un ruolo importante: offrire servizi alle famiglie e agli anziani, favorire il lavoro femminile. Sono iniziative che hanno valore sociale e che al contempo generano economia, anche se spesso non vengono considerate come tali. Una start-up che crea un brevetto è vista come innovativa, ma anche un servizio di asilo nido o un servizio per le famiglie, che migliora la condizione di vita, può rappresentare innovazione sociale e sicuramente una fonte di inclusione.
Il problema è che, quando arrivano i fondi, le opzioni sembrano essere sempre le stesse. Si tende a ripetere gli stessi schemi, senza nessuna specificità territoriale. Invece, servirebbe un cambiamento di approccio. Da sociologa, vedo che a Taranto è debole l’infrastrutturazione sociale, il senso di comunità, la coesione sociale. Ed è molto difficile fare economia in un contesto sociale disgregato, dove non si capisce bene dove sta andando la comunità e dove non si ha un obiettivo un minimo condiviso, una visione condivisa del futuro. Non si può parlare di transizione giusta, e non la si potrà proprio fare, se non si affrontano i nodi dell’istruzione, del lavoro di cura, del lavoro femminile e della migrazione giovanile. Bisogna domandarsi se nell’economia verde ci sarà più spazio per donne e giovani e per lavori qualificati. E se i fondi sono indirizzati verso queste priorità”.
Taranto, inoltre, ha uno dei livelli più bassi di occupazione femminile in Italia: tra gli obiettivi del Just Transition Fund ci dovrebbe essere anche la formazione e l’inclusività di giovani e donne nel mondo del lavoro, ma questo aspetto è ancora molto debole.
“Le donne rischiano di essere tra le più colpite” , continua Fersini. “Sono le più vulnerabili sia sul piano lavorativo che sociale. Molte di loro devono sobbarcarsi il lavoro di cura di mariti, padri e fratelli malati. E tante non possono permettersi di avere figli; questo è uno dei motivi per cui i giovani lasciano Taranto: finiscono gli studi e non tornano più”.
La strada è in salita, ma non mancano esempi positivi che permettono di guardare al futuro con speranza. Karviná, storica città mineraria della Slesia ceca, sta vivendo la fine di un’epoca: dopo la chiusura tra il 2019 e il 2021 delle miniere di Darkov, Lazy e ČSA, rimane attiva solo la ČSM Stonava, la cui chiusura definitiva è prevista tra il 2025 e il 2026.
A Karviná l'identità mineraria sopravvive attraverso associazioni folkloriche, eventi e memoria storica, trasformandosi da realtà quotidiana a patrimonio culturale. Parallelamente, si pianificano riconversioni sostenibili: pannelli solari e idrogeno verde sui siti dismessi, biogas minerario, riciclo dei rottami e progetti strategici come la rigenerazione dell’ex miniera Gabriela in polo culturale e la proposta di una grande fabbrica di batterie.
Anche in altre aree del mondo la riconversione è stata possibile, trasformando la fine della grande industria in nuove opportunità grazie a investimenti in ricerca, formazione e cultura. “Pittsburgh negli Stati Uniti, la Ruhr in Germania, a Belval in Lussemburgo. Sono tutte aree che sono riuscite ad immaginare un futuro economico diverso, e che ce l'hanno fatta”, conclude Marescotti. “Ecco, Taranto dovrebbe fare così”.
*Questo reportage è stato realizzato col supporto di Journalism Fund Europe
Immagine in anteprima: Mafe de Baggis from Milano, Italy, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons








Roberto Simone
Peccato che fra gli esempi positivi citati nessuno sia in Italia e temo che sia proprio questo l'elemento che fa la differenza: i fondi ci sono, le tecnologie volendo anche, manca la capacità o la volontà (e non so dire cosa sia peggio) di usare gli uni e le altre.