La Groenlandia, le mire di Trump e il pericolo Cina-Russia
|
|
Proviamo a fare un po’ d’ordine sulla sicurezza delle rotte artiche e della Groenlandia, perché c’è molta confusione in giro.
Innanzitutto i fondamentali: la Groenlandia è un’isola, la più grande del mondo, ed è geograficamente parte del Nord America; essendo il pianeta Terra un “geoide”, assimilabile a una sfera, ed essendo la Groenlandia la terra emersa più a nord del mondo, la sua punta meridionale insiste verso il centro del Nord Atlantico e la sua costa orientale è molto vicina all’Europa. Per tale ragione nell’antichità gli esseri umani l’hanno raggiunta sia da ovest, camminando sul ghiaccio, che da est, arrivando per mare: rispettivamente gli Inuit amerindi e le popolazioni norrene (i "vichinghi" scandinavi). Il gruppo etnico di gran lunga prevalente è quello Inuit, che è affine alle popolazioni che popolano il nord canadese, ma l’unica forma governativa e amministrativa mai stabilita sull’isola è quella del Regno di Danimarca.
Con il tempo, e in base ai suoi obblighi internazionali e democratici, la Danimarca ha concesso un’autonomia crescente alla popolazione autoctona, peraltro culturalmente e socialmente sempre più integrata nel modello di vita scandinavo a cui non intende rinunciare, analogamente alle popolazioni lapponi e sami della Scandinavia settentrionale. L’indipendenza piena è la prospettiva finale di tutti e cinque i partiti politici espressione della popolazione residente, ma la tempistica risulta indefinita in quanto tale popolazione risulta troppo scarsa per potersi garantire una qualunque autonomia economica che consenta il mantenimento dell’attuale tenore di vita di livello scandinavo.
Di fatto quindi la Danimarca sostiene economicamente l’isola praticamente a fondo perduto con il contributo dell’Unione Europea, in quanto territorio associato all’UE e dipendente dalla corona danese. La scelta di NON indire ancora un referendum sull’indipendenza è della popolazione residente e non del Governo di Copenhagen. Nel contempo, l’isola NON appartiene all’UE ma è appunto “territorio associato” e gode quindi di fondi comunitari; la ragione della volontà espressa a suo tempo di non appartenere all’UE va ricondotta alle regole dell’Unione sulla pesca, che risultano restrittive per una popolazione che nella pesca vede la sua principale voce economica. Per inciso, questa è anche la ragione principale per cui anche la Norvegia non fa parte dell’UE a dispetto della sua integrazione economica.
Di contro, in quanto dipendenza della Corona danese, la Groenlandia è a tutti gli effetti nella NATO e in quanto tale il suo territorio ricade – come il Canada – sotto la responsabilità del Comando per la Difesa del Nord America, essenzialmente gestito dagli USA, e ospita installazioni specifiche della Difesa Spaziale e anti-balistica americana (la famosa base di Thule/Pituffik, ma anche altre installazioni al momento disattivate per decisione americana). La presenza militare danese invece è minima – esattamente come quella canadese nell’Artico dipendente da Ottawa – e rappresentata principalmente da sensori e da pattuglie.
Un lascito tipicamente scandinavo fatto proprio dalle autorità autonome locali responsabili della gestione del territorio è l’attenzione all’ambiente. In passato tali autorità, ansiose di accrescere la propria autonomia economica, hanno chiuso contratti di sfruttamento minerario con ditte cinesi ansiose di sfruttare le ricchezze del sottosuolo groenlandese, rappresentate soprattutto da rame e cosiddette “terre rare”. Questi accordi sono risultati quantomeno imprudenti, ma la Danimarca non ha ritenuto di bloccarli in quanto rientravano nell’ambito delle autonomie amministrative locali. Di fatto, però, l’attività estrattiva cinese è rapidamente risultata troppo invasiva e completamente incurante delle regolamentazioni ambientali locali di stampo scandinavo, per cui tale attività è stata terminata e le ditte cinesi sono state espulse.
Nel corso della Guerra Fredda l’URSS manteneva una “Flotta del Nord” basata nell’Artico sovietico (in particolare intorno alle regioni russe di Murmansk e di Archangelsk), capace di contrastare la US Navy in Atlantico e incaricata in caso di guerra di impedire il traffico commerciale e logistico tra America ed Europa. Pertanto, la Groenlandia era una posizione strategica e faceva parte della linea cosiddetta GIUK (Greenland-Iceland-United Kingdom), dove la NATO si proponeva di chiudere l’Atlantico alla marina sovietica.
In seguito al collasso dell’URSS la Flotta del Nord russa è pesantemente decaduta, prima di essere rivitalizzata da Putin proprio allo scopo di acquisire un controllo crescente dell’Artico in fase di riscaldamento. Tale revival militare è stato molto enfatizzato anche a scopo propagandistico, ma lo sforzo è effettivamente risultato consistente, in particolare attraverso il varo di numerose navi rompighiaccio. Di fatto, però, la Flotta del Nord non è mai tornata neppure lontanamente ai livelli dei tempi dell’URSS, le navi da guerra sono in larga parte di epoca sovietica e soprattutto l’aviazione di supporto è ridotta a livelli minimi.
Con la guerra in Ucraina la situazione militare russa nell’Artico è praticamente collassata e di fatto la minaccia militare russa nell’Artico risulta limitata alla presenza dei sottomarini strategici (un massimo di sette, di cui due costantemente in mare, ma su cinque di essi – Classe Delta IV di epoca sovietica - l’operatività è quantomeno molto dubbia), delle unità da ricognizione oceanografica, e delle capacità puramente ibride. Non esiste al momento una capacità anfibia o aerotrasportabile in grado di invadere la Groenlandia; qualora venissero sbarcati gruppi di sabotatori-ricognitori (gli "Spetsnaz"), risulterebbe impossibile rifornirli e dovrebbero essere soccorsi dalla NATO prima di morire di freddo, come osservato recentemente dal Comando danese per la Groenlandia.
Esclusa una minaccia militare russa e rilevata l’assenza di attività minerarie ostili nell’area groenlandese, rimane da esaminare l’ipotesi di minaccia militare cinese.
La base cinese più vicina dista dalla Groenlandia oltre 5.000 miglia marittime, e questo potrebbe bastare, ma ammettiamo che la Cina intenda utilizzare basi russe. Ora è vero che la Cina ha costruito diversi rompighiaccio recentemente, e che ambisce a utilizzare le rotte artiche nel prossimo futuro. Ma è anche vero che si tratta di navi prive di capacità militari significative e sicuramente senza alcun potenziale anfibio o di attacco contro la terraferma. Non esistono precedenti di formazioni navali cinesi ribasate a lungo termine in basi russe, e non esiste al momento una capacità di proiezione navale cinese a grande distanza dalla madrepatria. Al massimo si potrebbe parlare di EVENTUALITÁ DI MINACCIA FUTURA A LUNGO TERMINE: per la quale ci sarebbe tutto il tempo di organizzarsi in ambito NATO e senza alcuna particolare urgenza rispetto ad altre minacce ben più immediate, come la Russia in Ucraina o la Cina nell’Indo-Pacifico.
Infine, un aspetto puramente geopolitico viene volutamente ignorato dagli esperti che sostengono i timori di Trump e dalle legioni di commentatori che vi si appassionano. DA DOVE dovrebbero provenire le navi cinesi – non importa se militari o civili – che solcherebbero le rotte artiche e minaccerebbero la Groenlandia?
Esiste un solo accesso possibile all’Artico da parte cinese – o di chiunque altro voglia utilizzare le rotte artiche fra il Pacifico e l’Atlantico: lo Stretto di Bering, che separa il Nord America dall’Asia, e più precisamente l’Alaska dalla Siberia.
Questo stretto è largo solamente 50 miglia marittime, e al suo centro ha anche due isole, una americana e una russa, con stazioni di ascolto, rilevamento e tracciamento che rendono impossibile il passaggio senza che questo sia rilevato. Ora, ricordando lo stato della Marina russa, forse è il caso di ricordare a tutti e anche al Presidente Trump, che questo stretto è completamente sotto il controllo della Marina degli Stati Uniti: controllo facilmente mantenuto dalla base di Dutch Harbor nelle Aleutine e sostenuto da Anchorage in Alaska.
Il commercio marittimo cinese non è oggetto di interdizione in tempo di pace, quindi il controllo della Groenlandia è del tutto irrilevante da questo punto di vista. Se invece parliamo di tempo di guerra, l’accesso all’Artico da parte cinese sarebbe reso impossibile già prima di raggiungere lo Stretto di Bering, quindi la minaccia militare cinese alla Groenlandia è pari a zero. Se il Presidente degli Stati Uniti desidera aumentare il controllo sulle rotte artiche, basta che rafforzi la base di Dutch Harbor, che si trova sul territorio sovrano americano.
Qualsiasi discussione sulla sicurezza delle rotte artiche e della Groenlandia deve necessariamente partire da questi dati di fatto.
Immagine in anteprima: frame video YouTube







