Gemini 3 vs ChatGPT: Google torna all’attacco per la leadership dell’Intelligenza Artificiale
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di Andrea Daniele Signorelli*
Era probabilmente solo questione di tempo prima che Google riuscisse a insidiare la leadership di OpenAi nel campo dell’intelligenza artificiale generativa. Nonostante l’architettura informatica alla base di tutti i sistemi generativi sia stata inventata proprio da Google nel 2017, l’improvviso lancio di ChatGpt nel novembre 2022 aveva colto di sorpresa il colosso di Mountain View, che stava preparando con molta più cautela la diffusione commerciale dei suoi modelli linguistici.
La rincorsa di Google era inoltre iniziata nel peggiore dei modi: nel febbraio 2023, durante la presentazione ufficiale, il large language model di Google (all’epoca chiamato Bard) aveva commesso un erroraccio – definito in gergo “allucinazione” – attribuendo al telescopio James Webb le prime immagini di un esopianeta, che erano invece molto precedenti e merito di grandi telescopi terrestri. Il titolo di Google precipitò in borsa, mentre in casa OpenAi qualcuno probabilmente stappò una bottiglia di champagne.
Gemini 3
Da allora, Google ha però spinto sull’acceleratore, mettendo in campo tutte le risorse finanziarie e tecnologiche di una Big Tech che da almeno 15 anni è all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale. Adesso la rincorsa sta per concludersi, suscitando enorme preoccupazione dalle parti di OpenAi. Lo dimostra il fatto che il fondatore Sam Altman, all’inizio di dicembre, abbia diffuso un memo interno segnalando come la società di ChatGpt dovrà affrontare nei prossimi mesi «parecchie turbolenze». Concetto rafforzato in una successiva comunicazione, in cui Altman ha dichiarato “allarme rosso” e segnalato agli ingegneri di OpenAi di mettersi al lavoro per migliorare ulteriormente i loro prodotti.
Tutta questa preoccupazione è stata causata da Gemini 3, la nuova versione del modello linguistico di Google, lanciato nel novembre scorso e da allora stabilmente in cima alla classifica di LMArena, una piattaforma in cui gli utenti confrontano direttamente le risposte dei modelli e ne votano le prestazioni. Gemini sta inoltre già erodendo la base utenti di ChatGpt, che a dicembre, per la prima volta nella sua breve storia, ha visto calare il numero di utilizzatori, sceso di un significativo 6 per cento.
Nel corso del 2025, Gemini è infatti passato da 350 a 650 milioni di utenti attivi, avvicinandosi pericolosamente agli 850 milioni di ChatGpt e mostrando come la leadership del modello linguistico diventato sinonimo di intelligenza artificiale non sia più al sicuro.
È però anche vero che i numeri di Gemini vanno presi con le pinze. Sfruttando la posizione dominante nel campo dei browser, dei motori di ricerca, delle email e nelle suite di prodotti professionali (dove Workspace ha ormai superato Office di Microsoft), Google sta integrando Gemini ovunque, incentivando gli utenti a utilizzarlo e quindi gonfiandone il numero. L’impressione è rafforzata dal fatto che Gemini è soltanto il 26esimo sito web più visitato al mondo (anche se in crescita), mentre ChatGpt è da tempo stabilmente nella top 5.
I vantaggi
Ma queste sono sottigliezze che a Google, sicuramente, non interessano. D’altra parte, il fatto di poter integrare Gemini in una lunga serie di prodotti di enorme successo non è un limite, ma è anzi uno dei due suoi più importanti vantaggi competitivi. Un vantaggio che era stato inizialmente sottovalutato dalla stessa Google. In una comunicazione interna della primavera 2023, i dirigenti della società guidata da Sundar Pichai dichiaravano: “We have no moat” (che possiamo tradurre come “non abbiamo difese”), segnalando il fatto che, sul lungo termine, tutti i modelli linguistici tendono ad avere le stesse prestazioni e a fare le stesse cose.
Dal punto di vista strettamente tecnologico, la previsione si è rivelata corretta: il numero di modelli linguistici di livello pari a Gemini e ChatGpt si è infatti moltiplicato (da Grok a Claude, dall’europeo Mistral al cinese DeepSeek e molti altri ancora). Nessuno di questi può però essere facilmente integrato in piattaforme e servizi usati quotidianamente da miliardi di persone. Il tentativo di OpenAi di creare a questo scopo un proprio browser, chiamato Atlas, non sembra finora aver scosso lo status quo.
L’altro cruciale vantaggio di Google sono i soldi. Sviluppare e mantenere i sistemi di intelligenza artificiale generativa si è rivelato fino a questo momento un pessimo affare: i costi sono stratosferici e i ricavi largamente insufficienti. OpenAi potrebbe chiudere il 2025 in rosso per quasi 30 miliardi di dollari e deve costantemente rivolgersi agli investitori per tappare le voragini del suo bilancio, promettendo enormi guadagni futuri che però stentano a materializzarsi.
Per Google, che nel 2024 ha messo a segno guadagni per 100 miliardi di dollari (e ricavi per 350 miliardi), questo problema semplicemente non sussiste. Big G può così continuare senza intoppi la cavalcata per superare OpenAi. E riconquistare la leadership perduta nel campo dell’intelligenza artificiale.
*Articolo originale su Domani, pubblicato su Valigia Blu per gentile concessione del direttore Emiliano Fittipaldi
Immagine in anteprima via heute.at







