Fascisti che aggrediscono giornalisti: cosa sono questi silenzi?


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Arrestati due neofascisti per l'aggressione agli inviati dell'Espresso

Aggiornamento 28 marzo 2019: Questa mattina sono stati arrestati Giuliano Castellino, esponente romano di Forza Nuova, e Vincenzo Nardulli, membro di Avanguardia Nazionale. L’operazione è la prima conclusione dell’inchiesta condotta dalla Digos di Roma e coordinato dal pm Eugenio Albamonte sull’aggressione al giornalista e al fotografo de l’Espresso, avvenuta il 7 gennaio scorso al cimitero del Verano, durante una commemorazione dei morti di Acca Larentia, scrive la Stampa. I reati contestati a Castellino e Nardulli, ora ai domiciliari, è rapina aggravata e lesioni aggravate. Secondo la ricostruzione degli investigatori, i due arrestati bloccarono i due inviati prima colpendoli e poi obbligandoli a cancellare alcune fotografie dal cellulare.


La notizia deflagra lunedì sera da Twitter, strillata dall'account dell'Espresso:

Come riportato dalla testata, Federico Marconi e il fotografo Paolo Marchetti sono stati aggrediti da militanti di Forza Nuova e Avanguardia Nazionale. I due si trovavano sul posto, il cimitero del Verano, per documentare la commemorazione della Strage di Acca Larentia. I militanti fascisti hanno preteso con la forza la consegna della scheda di memoria della macchina fotografica, di cellulari e documenti e minacciato Marconi. Ciò senza che le forze dell'ordine intervenissero prontamente. Tra i protagonisti dell'aggressione figura il capo romano di Forza Nuova, Giuliano Castellino, che si trovava al cimitero pur essendo sottoposto a sorveglianza speciale.

Secondo una prima ricostruzione della Questura di Roma, gli agenti sono intervenuti per sedare una discussione animata tra 8 persone (tra le quali c'era Castellino) e il giornalista dell'Espresso che stava riprendendo le fasi della cerimonia. Accompagnato all'esterno del cimitero, prosegue la Questura, a domanda degli agenti, Marconi ha dichiarato "di non aver subito alcuna minaccia o lesione". In serata, però, lo stesso giornalista si è presentato alla Digos, denunciando l'aggressione e i danni subiti e presentando un referto medico che attestava tre giorni di prognosi per alcune contusioni. La Questura ha concluso la sua ricostruzione dicendo che "l'attività investigativa ha consentito poi di cristallizzare le responsabilità di Castellino" e di un'altra persona coinvolta (ndr, Vincenzo Nardulli, di Avanguardia Nazionale), che sono stati denunciati dalla Polizia. Castellino è stato denunciato anche per la violazione della sorveglianza speciale.

Sulle dichiarazioni del giornalista riportate dalla Questura, l'Espresso, da noi contattato, ci ha spiegato che Marconi in quel momento non sapeva che fossero agenti della Digos che gli stavano ponendo domande, aveva paura e voleva andare via. La Procura di Roma ha aperto un'indagine su quanto accaduto al Verano.

Quella delle aggressioni o delle intimidazioni non è certo un'eccezionalità per l'estrema destra. Inquietante, ad esempio, è il caso di Paolo Berizzi, inviato di Repubblica e autore del libro NazItalia, che nell'ottobre scorso ha visto comparire nell'androne di casa svastiche e scritte minacciose sui muri. Ultimo episodio di una serie di minacce e attenzioni particolari che vanno avanti da almeno un anno.

Tornando ai fatti di lunedì, aggredire un giornalista mentre svolge il proprio lavoro significa dirgli "tu questo non lo puoi documentare", reclamando con la violenza uno spazio di impunità, un desiderio esplicito di assoggettamento che, nei casi dei movimenti politici diventa agenda programmatica. Significa minacciare l'idea stessa del mestiere di giornalismo, della funzione fondamentale che gli atti giornalistici ricoprono. La libertà di espressione e il diritto di cronaca, lontano dai principi della Costituzione, sono uno spazio che va coltivato e difeso. Magari discusso nei casi più controversi, magari criticabile, ma che comunque deve essere garantito come prerequisito. Che senso ha dibattere mentre volano pugni e calci?

Perciò una simile aggressione dovrebbe chiamare immediate reazioni, anche perché, vista l'ora in cui si è diffusa la notizia, era facile immaginare che sarebbe slittata fuori dalle prime pagine. La solidarietà, in casi del genere, dovrebbe essere il minimo sindacale di senso civico. Si deve stare dalla parte della vittima, e contro l'aggressore, e non certo per simpatia umana o vicinanza di qualsivoglia tipo. E, dopo la solidarietà alle vittime e la condanna agli aggressori, dovrebbero attivarsi dei percorsi istituzionali congrui per affrontare gli aspetti più inquietanti - come mai Castellino gira libero per Roma? Perché le forze dell'ordine non sono intervenute subito? Se sono stati presi i documenti, i due giornalisti rischiano ulteriori azioni squadriste?

Invece, scorrendo lunedì sera e martedì Twitter e Facebook, si è assistito al triste spettacolo di ampi settori in silenzio – politici, giornalisti, intellettuali, al netto della solidarietà espressa dalla Federazione della stampa e dell'Ordine dei giornalisti. Silenzio di chi magari, in altre occasioni, sgomita per dire la propria, per rincorrere la notizia e rosicchiare consenso, like, popolarità. E accostandosi a quei silenzi pure si riesce a cogliere un messaggio bello forte: in Italia parlare di fascismo è una specie di tabù, l'elefante nero nella stanza che si preferisce ignorare anche quando si dimena e travolge le persone.

Fa quasi tenerezza il Ministro dell'Interno che a domanda esplicita di un giornalista condanna l'episodio, tuonando contro Forza Nuova, intanto che contende a quest'ultima lo slogan "Prima gli Italiani". Dopo essere stato loro concorrente, ai tempi del tentativo di strage di Macerata, a collidervi ideologicamente nella retorica dei "Cittadini esasperati". Dopo, o durante, essersi scoperto europeista per esprimere solidarietà sì, ma a Frank Magnitz, deputato tedesco del partito di estrema destra Afd, aggredito in giornata.

Dobbiamo invece decifrare il Presidente del Consiglio, che sorride come una sfinge perplessa, poiché da lunedì sera a tutta la giornata di ieri si è limitato a segnalare la sua presenza a Porta a porta. Tace anche Di Maio, che ieri ha però pregato di diffondere la notizia del furto subito dal giornalista di Fanpage Sasha Biazzo. Ma perché Di Maio ha trovato il tempo per parlare di un episodio e non dell'altro?

Ma del resto sono mesi, anni, che assistiamo al costante bombardamento di una retorica post-ideologica, dove destra e sinistra non esisterebbero più, e i ciarlatani travestiti da intellettuali dissidenti blaterano di "antifascismo in assenza di fascismo". Quasi che l'antifascismo sia una moda, un vezzo, una nevrosi da ultimo giapponese leninista, e non un pilastro che regge le nostre malandate istituzioni. Quasi che il fascismo, prima ancora di essere un sistema totalitario che occupa ogni settore della vita pubblica, soggiogando quella privata, non sia una visione politica, una costanza di pratiche che, parassitando le istituzioni democratiche, non le spolpa fino a soppiantarle.

Emblematico di questa Sindrome dell'Elefante nero è forse Alessandro Di Battista. Non si contano le interviste e i distinguo,  pronto a spiegarci che nel duemilaequalcosa non ha senso parlare di fascismo e antifascismo, che è come parlare di Guelfi e Ghibellini. Salvo poi accusare di "fascismo" chi magari critica la nomina di Marcello Foa a Presidente della Rai, e blaterare di pensiero dominante (escluso il suo). Usando dunque il fascismo come dispositivo retorico, all'interno di un discorso di potere dove bisogna etichettare gli oppositori, non circoscrivere fattualmente i fenomeni.

E che dire dello sdoganamento e della normalizzazione dei fascisti, quando si va a dibattere da giornalisti nella sede –occupata abusivamente – di CasaPound? Tanto in caso di critiche c'è un Pasolini da citare a sproposito sul bisogno di confrontarsi coi fascisti. Come se altri colleghi non avessero, in questi anni, documentato reati, illegalità e violenza dei partiti neofascisti, come se il bianco dei denti tirati a lucido in favore di telecamera, la cravatta e il doppiopetto fossero davvero in grado di lavare via le purulente macchie nere della carogna.

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Che cosa ci dicono questi silenzi assordanti? Forse, sotto sotto, si è convinti che una certa agenda politica – immigrazione, sicurezza, repressione dei diritti di donne e comunità Lgbtq – sia trasversale e diffusa. E a nessuno piace rischiare l'impopolarità. Oppure si è convinti, nei palazzi più altolocati, che la marea nera resterà comunque bassa, a livello delle strade, togliendo magari pure un po' di sporco. O, peggio, si è di quella parte politica che, tacendo, manifesta un minore o maggior grado di collusione, e che vede negli squadristi neri una possibilità: quella di potersi dire argine, presentandosi come la versione istituzionale del "poliziotto buono" dei telefilm. Oppure, più miseramente, ci si è incattiviti a tal punto, si è sprofondati così tanto nell'ebbrezza liberatoria dello stivale in faccia, che si riesce persino a provare piacere, e si vive immersi nella propaganda come in un sogno che si spera non finisca mai.

Ma la storia, si sa, è maestra di vita, eppure la sua classe è fin troppo disertata da chi, invece, dovrebbe sedersi e prendere bene appunti. Perché dai precedenti storici all'avanzata attuale dei fascismi, in Europa come negli Stati Uniti, è chiaro che la marea nera va contrastata attivamente. Se nel resto del mondo ci si interroga sui mezzi, se sia possibile con metodi nonviolenti o se invece abbiano ragione gli Antifa, da noi siamo ancora fermi ai mitologici black bloc, o alla convinzione che gli scontri saranno sempre e solo tra opposti estremismi. I tanti, troppi silenzi sull'aggressione ai giornalisti dell'Espresso, o le parole di circostanza, che restano per il tempo di un retweet, ci dicono, purtroppo, che una parte considerevole di quegli anticorpi necessari a preservare una società sana sono al collasso, o peggio.

Foto in anteprima via l'Espresso

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