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Fabbrica Italia, la classe operaia va a farsi fottere

17 Settembre 2012 4 min lettura

Fabbrica Italia, la classe operaia va a farsi fottere

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Se la storia di Fabbrica Italia fosse un film potremmo ridere liberamente, senza sentirci in colpa.

Si riderebbe di un riso amaro, da film grottesco alla Elio Petri, ma che in quell’amarezza porterebbe a galla una qualche verità. Una roba tipo La classe operaia va a farsi fottere.

E Sergio Marchionne sarebbe una maschera perfetta dell'italiano  antropologicamente borioso, che viene a spiegarti come si sta al mondo, con il golfino, la barba, gli occhiali, e lui sì che è di sinistra - sapesse, contessa, han fatto uno sciopero contro uno di sinistra, quei quattro ignoranti. Una maschera che ospite da Fazio dice «Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia. Nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo previsto per il 2010 arriva dall’Italia». Che stizzito apostrofa un giornalista dicendo «io di lavoro faccio vetture», come per dire «il mio è un lavoro serio, concreto, mica come il vostro che è ideologico». Che poi in realtà non è lui a fare le vetture, se proprio vogliamo che il sudore sia la misura di quanta dignità riconoscere a un lavoratore (ma poi perché? Siamo uomini o muli?).

Salvo poi scoprire, il Sergio, illuminato come un buddha con residenza fiscale in Svizzera, che i tedeschi sono cattivi e ci fanno concorrenza sleale, e che «sapesse, contessa, al mercato globale han fatto una crisi quei quattro massoni», per cui niente Fabbrica Italia, e sì che ce l’avevano detto per tempo che «il più straordinario piano industriale che il nostro Paese abbia mai avuto»  non era un «impegno assoluto».

E potremmo ridere del codazzo di maschere secondarie attorno al capocomico. Ridere dei politici della sinistra riformista - progressista - europeista - bastachenonsiacomunista, che nel 2010 spiegavano che bisognava stare con Marchionne e votare sì al referendum. Come Fassino, che dichiarava «se fossi un lavoratore della Fiat voterei sì». Che insomma, mica un politico può perdere tempo ad ascoltarli, i lavoratori. Come il Renzi di «io sto dalla parte di Marchionne, dalla parte di chi sta investendo sul futuro delle aziende». Perché il lavoro è quello che dà il padrone, mica quello che sai fare. Ma Renzi l’è un ganzo, dicono.

Potremmo ridere degli economisti come Giannino, che a gennaio giubilavano al grido di «viva Marchionne». O dell’ex ministro Brunetta, che elogiava il New Deal di Sergio. Ridere dei sindacalisti alla Bonanni e Angeletti, per i quali sembra si debba sempre dire sì, e ringraziare. Che poi uno pensa: che bisogno c’è di un delegato sindacale, se tutto si riduce a dire sì e ringraziare? Basta aver imparato a ubbidire da piccoli alla mamma e al papà.

Invece non è un film, e quindi una risata suonerebbe crudele verso quegli operai costretti a votare un referendum affinché poi ci si potesse pulire la coscienza dicendo «eh, c’è stato un voto, hanno vinto i sì, di che vi lamentate?». Verso chi lavorava in una fabbrica e si ritroverà senza lavoro, ma con un museo.

Diceva lo spot di Fabbrica Italia: «E allora mi chiederai: io cosa faccio? Non lo so. Per esempio, posso comprare un'auto italiana. Il colore lo scegli tu magari, eh».

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Ecco, lo sapevo. Mica ha colpa Marchionne, o chi lo ha portato in gloria senza se e senza ma. È colpa nostra che non abbiamo comprato un’auto italiana. E va bene: è colpa mia, che nel 2010, in piena crisi, ho dovuto cambiare auto, perché la mia vecchia e scassata Ford Fiesta aveva esalato l’ultimo chilometro (è successo prima che uscisse lo spot, ma non voglio accampare facili scuse). Fatti i dovuti calcoli in famiglia, tra costi, eventuali garanzie, incentivi per l’acquisto, si è deciso per comprare un auto nuova, e non una usata. E la sfiga ha voluto che la necessità capitasse tra febbraio e marzo, quando erano finiti gli incentivi, e non si sapeva se sarebbero stati rinnovati. Facendo il giro delle concessionarie, ho visto che tutti i grandi marchi avevano esteso comunque gli incentivi, sia perché era nell’aria un possibile rinnovo, sia per evitare un crollo delle vendite. Tutti i grandi marchi, tranne uno: la Fiat.

Così ho comprato una Peugeot, che rispetto all'analogo modello base Fiat costava qualche migliaio di euro in meno. A Marchionne qualche migliaio di euro in più o in meno non fa differenza. A me sì. L’auto l’ho presa di colore bianco. Ditelo, a quelli che han fatto lo spot di Fabbrica Italia, e che sanno meglio di me cosa voglio e cosa serve al paese: la vernice è un optional, si paga in aggiunta.

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