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Etiopia, una strage silenziosa. La carestia incombe sulla regione del Tigray

27 Settembre 2021 8 min lettura

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Etiopia, una strage silenziosa. La carestia incombe sulla regione del Tigray

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Haftom Hailay è un bimbo di diciotto mesi e non riesce neanche più a piangere. Pesa tre chili e ormai sospira solo dal dolore. Sua madre, Girmanesh Meles, ha 30 anni. Anche lei è malnutrita e non riesce ad allattarlo. Fino a qualche settimana fa vivevano ad Aragure, un villaggio a est di Mekelle, la capitale della regione del Tigray.

«Un mese fa è finito tutto», ha detto Girmanesh ad Al Jazeera.

«È diventato normale non mangiare per quattro giorni», ha raccontato la giovane donna, spiegando di aver cercato di sopravvivere nutrendosi con parsimonia con qualsiasi cosa i parenti riuscissero a donarle.

«Ho aspettato per due settimane nel villaggio, sperando che qualcuno mi aiutasse. Ma nessuno è stato in grado. Sono tutti nelle stesse condizioni».

«I miei parenti hanno detto di non andarmene, che non c'è niente che l'ospedale possa fare», ha proseguito. «Ma vedendo mio figlio sempre più debole, giorno dopo giorno, non potevo starmene seduta e aspettare che morisse tra le mie braccia».

Nello stesso ospedale, un altro bambino, Gebreanannya Tesfay, di 13 mesi, piange ininterrottamente. Quando è stato ricoverato, il 22 agosto, pesava quattro chili. Il suo papà, Tesfaye Hiluf, che fino a qualche tempo fa faceva l'agricoltore a Mai'alem, un villaggio alla periferia di Mekelle, non riesce più a sfamare la famiglia.

«Abbiamo finito il cibo due mesi fa. Abbiamo cercato di sopravvivere chiedendo aiuto agli amici. Per tre settimane non abbiamo mangiato. Non potevo permettermi di comprare il latte per mio figlio quando la madre non lo allattava. Piangeva senza sosta», ha spiegato Tesfaye.

«Sentendo le sue urla [disperate] ci sono giorni in cui penso al suicidio», ha confessato l'uomo.

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Sono passati tre mesi dall'allarme lanciato dalle Nazioni Unite. Allora 400.000 persone avevano già “varcato la soglia della carestia” in Tigray e altri 1,8 milioni erano sul punto di seguirle.

«La vita di molte persone dipende dalla nostra capacità di raggiungerle con cibo, medicine, forniture di prodotti nutrizionali e altri aiuti umanitari». Così, il 2 luglio, si era rivolto ai 15 membri del Consiglio di sicurezza Ramesh Rajasingham, sottosegretario generale ad interim per gli Affari umanitari e coordinatore dei soccorsi di emergenza dell'ONU, nella prima riunione pubblica sul conflitto in corso tra il governo etiope e il Fronte di liberazione del popolo del Tigray (TPLF) che ha colpito in maniera particolarmente dura donne e bambini.

«Dobbiamo raggiungerle ora. Non la prossima settimana. Ora», aveva aggiunto chiedendo un accesso umanitario tempestivo, senza ostacoli, sicuro e duraturo, che, secondo il diritto umanitario internazionale, deve essere garantito da tutte le parti coinvolte nel conflitto.

Da quell' “ora” sono trascorsi tre lunghi mesi e la situazione è gravemente peggiorata a causa del permanere di un blocco umanitario de facto – aggravato dalla mancanza di elettricità e accesso alla comunicazione – che impedisce alla maggior parte degli aiuti di entrare nella regione.

A fine agosto anche il Segretario generale ONU, António Guterres, aveva sottolineato la drammaticità di quanto sta accadendo.

«Una catastrofe umanitaria sta avvenendo sotto i nostri occhi. Sono in gioco l'unità dell'Etiopia e la stabilità della regione» aveva avvertito, chiedendo un cessate il fuoco immediato e l'avvio di un dialogo politico nazionale.

Dopo mesi di aspri combattimenti e massacri che secondo Guterres hanno prosciugato un miliardo di dollari dalle casse dell'Etiopia e che hanno causato migliaia di morti, più di 2 milioni di sfollati, violenze sessuali e di genere, pulizia etnica, distruzione di campi profughi e saccheggi negli ospedali, i medici temono che il Tigray stia entrando in una fase che può riportare l'Etiopia a quasi quarant'anni fa, quando il paese fu travolto da una terribile carestia che provocò 1,2 milioni di vittime.

Gli scontri, che ormai vanno avanti da quasi un anno, hanno impedito il raccolto in una regione che già lottava per fornire cibo a sufficienza. I combattenti hanno peggiorato la situazione bloccando e saccheggiando gli aiuti alimentari.

«È una strage silenziosa. La gente sta morendo», ha detto ad AFP il dottor Hayelom Kebede, direttore delle attività di ricerca dell'Ayder Referral Hospital di Mekele, il più grande della regione.

«La morte per fame non è immediata. Impiega tempo, mentre il corpo si indebolisce lentamente. È più orribile delle morti provocate da colpi di arma da fuoco», ha dichiarato il medico.

Attualmente all' Ayder Referral Hospital circa cinquanta bambini sono ricoverati per malnutrizione, ma c'è poco che i medici possano fare. Negli ultimi due mesi ne sono stati accolti in sessanta. Sei non ce l'hanno fatta.

«In passato fornivamo sostanze nutritive ma adesso abbiamo esaurito medicine e scorte di cibo», ha proseguito Hayelom.

Il medico ha cercato di mettersi in contatto con il ministero della Salute che pur manifestando preoccupazione ha demandato qualsiasi intervento al primo ministro Abiy Ahmed e al governo.

«Stiamo lottando per andare avanti con risorse estremamente limitate. Stiamo lottando per dare cibo ai pazienti», ha detto ad Al Jazeera il dottor Sentayhu Mesgana, vice direttore dell'ospedale.

«Abbiamo sospeso altre diagnosi a causa delle interruzioni elettriche e per la mancanza di pezzi di ricambio. Per ora l'ospedale fornisce solo i servizi di base».

Con le scorte mediche in esaurimento, il pediatra che si occupa dei bambini malnutriti, il dottor Abrha, teme che il peggio debba ancora arrivare.

«La scorta di latte terapeutico si esaurirà in tre settimane. Questo significa che per allora sospenderemo i trattamenti», ha mestamente concluso.

Per Sentayhu, i centri sanitari in tutto il Tigray non sono in grado di inviare i pazienti agli ospedali di riferimento a causa della mancanza di carburante che non permette lo spostamento delle ambulanze.

«Non sappiamo quante persone stiano morendo in tutta la regione per malnutrizione. Non siamo in contatto con i centri sanitari a causa del blackout delle telecomunicazioni. Sappiamo solo dei pazienti che sono riusciti ad arrivare qui. Solo in pochi riescono a farcela», ha rivelato.

Nonostante gli aiuti umanitari giungano nel paese non riescono a raggiungere le aree colpite.

Il primo ponte aereo umanitario dell'Unione europea è arrivato a Mekele l'11 settembre. Ma funzionari avevano prelevato i medicinali prima che il volo decollasse da Addis Abeba, secondo quanto riferito da un'agenzia umanitaria delle Nazioni Unite.

Da quando con una mossa sorprendente a fine giugno il TPLF ha riconquistato la maggior parte del Tigray, incluso Mekele, e le forze governative si sono in gran parte ritirate dichiarando un cessate il fuoco unilaterale, nella regione martoriata sono arrivati pochissimi aiuti.

In un rimpallo di accuse, i funzionari federali incolpano il TPLF di ostacolare le consegne a causa delle recenti offensive nelle vicine regioni di Afar e Amhara che testimoniano un pericoloso allargamento del conflitto mentre quelli del Tigray attribuiscono la responsabilità del mancato arrivo degli aiuti al governo e a gruppi locali.

La scorsa settimana, il Programma alimentare mondiale ha dichiarato che dal 12 luglio dei 446 camion di aiuti che si sono diretti in Tigray soltanto 38 sono rientrati, definendo la loro scomparsa “il principale impedimento” per intensificare la risposta umanitaria.

Il 2 settembre Grant Leaity, vice coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per l'Etiopia, aveva dichiarato che per soddisfare le necessità della popolazione stremata sarebbero dovuti entrare ogni giorno nella regione almeno cento camion provvisti di cibo, prodotti non alimentari e carburante. «Le scorte di aiuti umanitari, denaro e carburante stanno per esaurirsi o sono completamente esaurite. Quelle di cibo sono finite il 20 agosto», aveva detto.

Con la fine – almeno temporanea – dei combattimenti ad Afar è aumentata la pressione sul governo etiope per far fronte alla carenza di aiuti.

«L'accesso su strada e per via aerea, che insieme a elettricità, telecomunicazioni, attività bancaria e forniture di carburante, è essenziale per consentire la consegna degli aiuti, viene negato dal governo etiope» ha riferito un portavoce del Dipartimento di Stato USA.

Per questo, la scorsa settimana, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo che prevede sanzioni nei confronti delle parti in conflitto in mancanza di un impegno a raggiungere un accordo negoziato.

Il segretario di Stato Antony Blinken ha infatti dichiarato che “in assenza di progressi chiari e concreti verso un cessate il fuoco negoziato e la fine degli abusi – come l'accesso umanitario senza ostacoli alla popolazione etiope che sta soffrendo – gli Stati Uniti individueranno a breve leader, organizzazioni ed entità che saranno soggette a sanzioni”.

Con l'inflazione in aumento, precipitazioni di piogge inferiori alla media, sciami di locuste e la quinta incidenza più alta di casi di infezione da COVID-19 nel continente, l'Etiopia sta vivendo uno dei periodi più critici della sua storia.

Le banche del Tigray da tempo sono state tagliate fuori dal sistema federale. Ciò significa che è impossibile inviare rimesse nella regione, dove il denaro sta finendo.

«Le attività economiche sono bloccate» ha spiegato ad Al Jazeera Micheal Gebreyesus, 35 anni, residente a Mekelle. «Dall'inizio di settembre possiamo prelevare solo 1.000 birr (corrispondenti a circa 18,50 euro; in precedenza erano consentiti prelievi di 2.000 birr) al mese», ha aggiunto, lamentandosi di come la somma non sia sufficiente per fronteggiare i prezzi alle stelle dei prodotti alimentari, ammesso che si riesca a reperirli.

«Il teff (un cereale comunemente diffuso) costa 6.000 birr al quintale. L'olio da cucina 700 birr, se si riesce a trovarlo. Il prezzo di verdure essenziali come pomodoro e cipolla è di 100 birr al chilo», ha osservato Micheal.

Da quando sono scoppiati i combattimenti, migliaia di persone provenienti da tutto il Tigray sono fuggite a Mekelle in cerca di sicurezza. Rifugiatisi nelle scuole i profughi sperano di ricevere aiuti alimentari. Nelle ultime due settimane, quattro persone che avevano trovato riparo nella scuola secondaria di Mai'woyni sono morte, hanno raccontato i residenti.

Sono morti di fame dopo settimane di digiuno, in attesa di quegli aiuti che non sono mai arrivati.
Due anziani e due bambini.

Immagine anteprima via TesfaNews

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