Comma ammazza-blog: un post a Rete unificata #noleggebavaglio

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L'idea è nata su twitter, parlando con Claudia Vago (@Tigella) e Salvatore Mammone (@mammonss): invitare i blogger, chi frequenta e "abita" la rete a condividere, postare (anche su facebook e su twitter), diffondere lo stesso post come segnale di protesta contro il comma 29, cosiddetto ammazza-blog. 

Il post che abbiamo scelto è di Bruno Saetta e spiega bene cosa non va in questa normaQui raccogliamo tutte le adesioni, inserite l'url del vostro post. 
Perché abbiamo scelto proprio questo post? Perché vogliamo sottolineare che la nostra non è 'indignazione automatica', come per esempio Massimo Mantellini ha sottolineato, ma una protesta informata. Sulla questione della scelta di definire quella norma 'ammazzablog' consigliamo la lettura di questo articolo sempre di Bruno Saetta.
ECCO IL TESTO DA DIFFONDERE: 

Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog? 

Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione. 

Cosa è la rettifica? 
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi. 
Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? 
La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail.
La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti.
Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito. 
Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? 
La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata. 

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? 
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri. 


Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?
 
La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso. 
Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.
Qui l'articolo completo
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Yemen, continua la strage di civili. Denunciate l’Autorità italiana che autorizza le esportazioni di armamenti e la RWM Italia produttrice degli ordigni

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Risale al 2 aprile scorso l'ultimo episodio in cui sono rimasti coinvolti civili nel conflitto in corso in Yemen ormai da più di tre anni, che ha provocato finora più di 10000 vittime (come riportato dal Washington Post), causato lo sfollamento di più di 2 milioni di persone e portato il paese sull'orlo della carestia, e che vede da una parte il gruppo armato Houthi, sostenuto dall'Iran, e dall'altra una coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita. Un attacco aereo condotto dalla coalizione ha ucciso 12 civili, appartenenti alla stessa famiglia, nella città costiera di Hodeidah. Tra loro, sette bambini. Dall'inizio della guerra la coalizione ha sferrato migliaia di attacchi aerei contro i combattenti Houthi, colpendo spesso aree civili, sebbene abbia negato di farlo intenzionalmente.

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È accaduto anche l'8 ottobre 2016, alle 3. Un attacco aereo presumibilmente condotto dalla coalizione militare guidata dai sauditi ha colpito il villaggio di Deir Al-Hajari nel nord-ovest dello Yemen, uccidendo una famiglia di sei persone, tra cui la madre incinta e quattro figli.

L'incidente è stato ben documentato sul campo, il giorno successivo, dalla Mwatana Organization for Human Rights, un'organizzazione yemenita partner dello European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR). Sul luogo del bombardamento sono stati trovati resti di bombe della serie MK80 e un anello di sospensione, necessario per attaccare gli ordigni all'aereo, prodotti da RWM Italia S.p.A., una filiale del produttore tedesco di armi Rheinmetall AG, che ha sede a Ghedi, in provincia di Brescia, e uno stabilimento di produzione a Domusnovas, in Sardegna.

L'intervento militare a Deir Al-Hajari e il coinvolgimento dell'Italia nella produzione di armi usate sui civili sono stati al centro di una videoinchiesta del New York Times pubblicata alla fine dello scorso anno, commentata dal governo italiano, attraverso fonti della Farnesina, così: "L'Italia osserva in maniera scrupolosa il diritto nazionale ed internazionale in materia di esportazione di armamenti e si adegua sempre ed immediatamente a prescrizioni decise in ambito Onu o Ue e che l'Arabia Saudita non è soggetta ad alcuna forma di embargo, sanzione o altra misura restrittiva internazionale o europea".

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Martedì 17 aprile, con l'obiettivo di far luce su quell'attacco in maniera specifica, concentrandosi così su un unico episodio e considerando che precedenti denunce generiche non avevano sortito effetti, l'European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), la Rete Italiana per il Disarmo e la Mwatana Organization for Human Rights, hanno sporto una denuncia penale alla Procura della Repubblica italiana di Roma nei confronti di RMW Italia S.p.A. e dell'Autorità Nazionale per le autorizzazioni all'esportazione di armamenti (UAMA) in quanto complici di un attacco aereo dall'esito mortale.

L'azione legale è stata annunciata il 18 aprile a Roma, in una conferenza stampa congiunta delle organizzazioni.

Nella denuncia si chiede che venga avviata un’indagine sulla responsabilità penale dell’UAMA e degli amministratori della società produttrice di armi RWM Italia S.p.A. per le esportazioni di armamenti destinate ai membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita coinvolti nel conflitto in Yemen.

Il Guardian ha provato a contattare la società tedesca Rheinmetall per commentare l'iniziativa intrapresa senza ottenere risposta.

Linde Bryk, un avvocato olandese che ha lavorato in Kosovo e che adesso svolge la sua attività per lo European Center for Constitutional and Human Rights, ha dichiarato: "Ciò che rende speciale questo caso sono i resti trovati nel sito del bombardamento aereo. Questo caso è emblematico poiché non riguarda soltanto il ruolo dell'Italia, ma in generale la questione sulla responsabilità dei governi e dei produttori di armi europei rispetto alle conseguenze provocate dalle esportazioni di armi utilizzate dalla coalizione guidata dai sauditi". Essere in possesso di un'autorizzazione governativa per l'esportazione e la vendita di armi, ha proseguito la Byrk, non protegge le aziende dalla responsabilità.

Politici e personale militare godono della massima protezione nei procedimenti giudiziari, ma la speranza è che questo caso possa rappresentare un precedente attraverso il quale chi autorizza le esportazioni e i produttori di armi non siano esclusi dalle responsabilità.

“Le esportazioni di armi ancora in atto da parte dei paesi europei favoriscono l’uccisione di civili, mentre società come la tedesca Rheinmetall AG e la sua filiale italiana RWM Italia S.p.A. traggono vantaggio da questo business. Allo stesso tempo, i paesi esportatori forniscono aiuti umanitari alla medesima popolazione colpita da queste armi. L’ipocrisia è sconcertante e si protrae a causa della mancata attuazione del regime normativo europeo sul controllo delle esportazioni di armi in relazione ai diritti umani“, ha affermato Miriam Saage-Maaß, vice direttore per gli affari legali di ECCHR. “È pertanto di fondamentale importanza avviare un’indagine sulla responsabilità penale per queste esportazioni di armi e le relative autorizzazioni“.

Radhya Al-Mutawakel, direttrice della Ong Yemenita per i Diritti Umani Mwatana, ha evidenziato come “la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha ucciso e ferito migliaia di civili dal 2015 e ha bombardato in Yemen anche scuole, ospedali, case, ponti, fabbriche. È molto triste che l’Italia stia alimentando come altri Stati questa guerra, vendendo armi ad alcuni membri della coalizione guidata dall’Arabia Saudita“.

Francesco Vignarca della Rete Italiana per il Disarmo ha poi aggiunto: “Nonostante le violazioni segnalate in Yemen, l’Italia continua ad esportare armi verso i membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita. Ciò è contrario alla Legge italiana n.185/1990, che vieta l’esportazione di armi verso paesi in conflitto armato. Inoltre, è in contrasto con le disposizioni vincolanti della Posizione Comune dell’Unione Europea che definisce norme comuni per il controllo delle esportazioni di attrezzature militare e contro le prescrizioni contenute nel Trattato internazionale sul Commercio delle Armi“.

Sulla denuncia è intervenuto Francesco Azzarello, direttore dell'UAMA: "L'Autorità nazionale UAMA è sempre, peraltro come già accaduto nel recente passato, a completa disposizione della magistratura, ed è serena, poiché le autorizzazioni alle esportazioni vengono, necessariamente, rilasciate in base alla normativa vigente, e sempre conformemente alla politica estera e di difesa dell'Italia".

Il 19 settembre 2017, con 301 voti contrari e 120 a favore, la Camera dei Deputati ha respinto le richieste rivolte al governo di fermare la vendita di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani come previsto dalla legge 185/1990 e dal Trattato internazionale sul commercio delle armi. Le pressioni di varie associazioni – Rete Italiana Disarmo, Amnesty International, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia e Rete della Pace – a tutti i partiti affinché chiedessero al parlamento di promuovere il processo di pace e di aiuto alla popolazione dello Yemen, dopo l'avvio di un dibattito politico e due mozioni presentate alla Camera, sono rimaste inascoltate.

Foto via ECCHR

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Una corte tedesca vieta a Facebook di cancellare un commento anche se viola le sue policy

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È di pochi giorni fa la notizia (ZDNet, Bloomberg) che una Corte distrettuale tedesca ha vietato a Facebook di cancellare un commento inserito a gennaio sulla piattaforma. L’utente, identificato come Gabor B., ha scritto in coda ad un articolo del giornale Basler Zeitung, mettendo in discussione gli aiuti ai rifugiati da parte della Germania:

Germans are getting increasingly stupid. No wonder, since the left-wing system media litters them every day with fake news about ’skilled workers,’ declining unemployment figures or Trump.
(I tedeschi stanno diventando sempre più stupidi. Non c'è da meravigliarsi, dal momento che il sistema dei media di sinistra li culla ogni giorno con fake news su ‘lavoratori qualificati’, disoccupazione in calo o Trump)

Nel commento è usata l’espressione “Systemmedien” che può essere tradotta anche con “macchina multimediale” (Systempresse era la “macchina da stampa” dei nazisti, per capire il contesto). Insomma il riferimento è a un sistema di indottrinamento.

Il commento è stato cancellato perché ritenuto in violazione delle policy di Facebook, e l’account dell’utente è stato sospeso. Attualmente la Germania presenta una legislazione piuttosto restrittiva (Act improving Law Enforcement on Social Networks, o anche NetzDG), che mira a regolamentare l’hate speech e le "fake news" sui social media, imponendo alla piattaforme del web di rimuovere contenuti di quel tipo entro dei termini temporali stringenti, a pena di multe estremamente severe (fino a 50 milioni di euro).

Gabor B. si è rivolto a un tribunale ritenendo che la rimozione del commento, e il conseguente blocco dell’account, fossero in violazione delle leggi vigenti che tutelano la libertà di manifestazione del pensiero. La Corte ha emesso un’ingiunzione preliminare (cioè senza aver ascoltato l’altra parte) in base alla quale ordina a Facebook di non cancellare il commento, anche se risulta in violazione delle policy del social. Nella pratica il commento non è stato ripristinato, ma se Gabor lo ripubblica Facebook non potrà più cancellarlo. Il legale di Gabor, infatti, ha commentato la vicenda come una vittoria: finalmente gli utenti hanno la possibilità di contrastare la regolamentazione non trasparente delle piattaforme del web.

Facebook non ha ancora commentato la notizia.

La decisione (LG Berlin 31 O 21/18) potrebbe non avere alcuna effettiva conseguenza, rimanendo unica nel suo genere (del resto si tratta di un’ingiunzione preliminare), ma potrebbe portare anche ad un cambiamento di enorme portata nella gestione dei contenuti da parte delle piattaforme online. Il problema alla base del provvedimento è, ovviamente, la libertà di manifestazione del pensiero.

Leggi anche >> La libertà di espressione nell’era dei social network

La vicenda potrebbe diventare rilevante sotto due profili. Con riferimento alla normativa settoriale della Germania, cioè la regolamentazione delle "fake news" e dell’hate speech. La legislazione tedesca è di recente emanazione, ma ha immediatamente attirato numerose critiche che hanno costretto a ridurne la portata, eliminando, ad esempio, i filtri che originariamente erano richiesti. Oggi funziona solo su segnalazione.

Misure "volontarie": filtraggio o rimozione su segnalazioni

L’altro aspetto è più generale e tocca l’intera Unione europea, che comunque guarda alla Germania pensando e proponendo regolamentazioni nazionali dello stesso genere. La NetzDG di fatto promuove l’utilizzo di “misure volontarie” per la rimozione di contenuti immessi dagli utenti. Non si obbligano le piattaforme a rimuovere i contenuti, ma in assenza di rimozione la piattaforma ne diventa corresponsabile. Per cui le piattaforme, per non doverne rispondere, sono costrette a introdurre misure di rimozione, cioè sistemi di filtraggio dei contenuti o procedure di segnalazioni. C’è da aggiungere che gli stretti termini temporali (le rimozioni dovrebbero avvenire nelle 24 ore) rendono di fatto difficile, se non impossibile, analizzare e valutare i contenuti segnalati, se non sommariamente, con evidenti rischi di errori. In breve, siamo in presenza di un fortissimo incentivo a rimuovere tutto ciò che viene segnalato, così delegando ad un soggetto privato una pericolosa e poco trasparente forma di censura.

L’obiettivo della NetzDG non è tanto la tutela dei cittadini rispetto a contenuti “illeciti”, quanto l’introduzione di oneri amministrativi a carico degli intermediari della comunicazione. In tal senso la normativa, come altre similari, si inquadra perfettamente in una generale tendenza europea a delegare alle aziende private la regolamentazione dei contenuti online e quindi della libertà di manifestazione del pensiero. L’utilizzo di categorie poco precise, come hate speech o "fake news", alimenta la possibilità che lo strumento (segnalazione o filtraggio) possa essere utilizzato per contenuti ulteriori, come opinioni in dissenso rispetto a quelle della classe politica, estendendo la portata dello strumento specifico.

Se una legge può avere l’effetto collaterale di rimuovere dei contenuti perfettamente legali, finisce per essere una restrizione alla libertà di manifestazione del pensiero e quindi in contrasto con la Convenzione europea sui diritti umani che, all’articolo 10, prevede espressamente che tale libertà non deve sottostare ad interferenze da parte delle autorità pubbliche (tranne ovviamente i casi specificamente indicati nei quali tale interferenza è necessaria, ad esempio per la tutela dell’ordine pubblico). In questo caso l’interferenza è da parte di aziende private, ma il discorso appare uguale essendo comunque l’ingerenza una conseguenza (diretta o indiretta) di normative statali.

Il provvedimento qui menzionato potrebbe, invece, aprire ad una nuova stagione della regolamentazione dei contenuti online, imponendo maggiori obblighi di neutralità rispetto ai contenuti, cioè vietando la rimozione di contenuti che non violano alcuna legge statale o internazionale.

Immagine in anteprima via Pixabay

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Il giornalista investigativo russo, Maksim Borodin, morto dopo una misteriosa caduta

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Maksim Borodin era un giornalista investigativo russo di 32 anni. Il 15 aprile è morto in ospedale per le ferite riportate in seguito alla caduta, avvenuta giovedì scorso, dal balcone del proprio appartamento al quinto piano a Ekaterinburg, una città in Russia.

Borordin, che lavorava per il quotidiano Novy Den, con le sue inchieste giornalistiche si era occupato di presunti mercenari russi morti in Siria legati a un’organizzazione paramilitare nota come il “Gruppo Wagner”, di vicende di funzionari corrotti nella sua regione nativa di Sverdlovsk e di casi criminali, scrive il Guardian.

Sentiti dalla BBC, funzionari locali hanno dichiarato che non è stata trovata una nota in cui il giornalista annunciava il proprio suicidio, ma che è improbabile che “l’incidente sia di natura criminale”. Valery Gorelykh, un portavoce del ministero dell’Interno per la regione di Sverdlovsk, ha detto che l’appartamento di Borodin era chiuso dall’interno, una circostanza che suggerisce che nessuno sia uscito dall’appartamento e che “molto probabilmente” non erano presenti estranei. Il Comitato Investigativo della Russia ha affermato che non vi sono indizi che sia stato un omicidio e che le indagini proseguono, riporta la CNN.

Polina Rumyantseva, caporedattrice di Novy Denha affermato che non ci sono motivi di sospettare che si tratti di un caso di suicidio perché “Maksim aveva grandi progetti per la sua vita personale e la sua carriera”. Rumyantseva ha anche specificato, riporta ancora la CNN, che venerdì scorso “siamo stati in grado di visitare l’appartamento di Maxim, insieme alla polizia e agli esperti forensi” e che le prima conclusione è che il giornalista sia “caduto dal balcone del suo appartamento dove probabilmente stava fumando”, quindi per un“terribile incidente”. Rumyantseva ha anche detto a Radio Svoboda che nel caso in cui saranno trovati indizi di qualcosa di criminale, verranno resi pubblici.

11 апреля в пять часов утра Максим позвонил мне через мессенджер фейсбука и обеспокоенным голосом сообщил, что его...

Pubblicato da Vyacheslav Bashkov su domenica 15 aprile 2018

Sulle circostanze della morte del giornalista ci sono però dubbi e scetticismo da parte di amici e colleghi. Tra questi, Vyacheslav Bashkov ha scritto in un post su Facebook che il giornalista lo contattò alle 5 del mattino dello scorso 11 aprile per dirgli che il suo edificio era circondato da “forze di sicurezza” in mimetica. Bashkov continua dicendo che Borodin era allarmato, ma non isterico o ubriaco. Borodin pensava che il proprio appartamento sarebbe stato perquisito e che gli uomini in mimetica stessero aspettando un ordine di via dal giudice e per questo motivo chiedeva a Bashkov di trovargli un avvocato. Un’ora dopo, però, Borodin richiamò l’amico per dirgli che si era sbagliato e che quegli agenti di sicurezza erano impegnati in un’esercitazione.

Altri hanno scritto che il giornalista era stato aggredito più volte negli ultimi mesi. Paulina Andreevna in un post su Facebook ha scritto che Borodin era stato ricoverato in ospedale all’inizio di aprile dopo che uno sconosciuto l’aveva attaccato fuori dalla sua abitazione. Lo scorso ottobre, invece, qualcuno colpì il giornalista in testa con un tubo d’acciaio dopo che Borodin aveva parlato in un’intervista di un film, ritenuto controverso, sullo zar Nicola II, si legge sull’Huffington Post.

Harlem Dèsir, rappresentante dell’Osce per la libertà dei media, ha espresso “seria preoccupazione”, chiedendo un’indagine trasparente e indipendente. Dal 1992, 38 giornalisti sono stati assassinati in Russia e solo in cinque casi sono stati trovati i colpevoli, riporta il Committee to Protect Journalists.

Foto in anteprima via profilo Facebook di Maksim Borodin

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Chi ha avvelenato l’ex spia russa nel Regno Unito? Cosa sappiamo

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Yulia Skripal, arriva nel pomeriggio di sabato 3 marzo, con un volo dalla Russia, all'aeroporto Heathrow di Londra. Yulia, 33 anni, è la figlia di Sergei Skripal, un ex colonnello dei servizi segreti russi di 66 anni che vive nel Regno Unito, condannato nel 2006 nel proprio paese a 13 anni di carcere perché accusato di passare informazioni, sotto compenso, all'MI6, il servizio segreto di intelligence del Regno Unito, sull'identità degli agenti segreti in Europa, scrive la BBC. Nel 2010 Skripal e altri tre detenuti russi per spionaggio ottengono la grazia dall'allora presidente russo Dmitry Medvedev e mandati in occidente, in cambio del ritorno a Mosca di 10 uomini accusati di essere spie russe negli Stati Uniti. Una volta libero, l'ex colonnello si trasferisce a Salisbury, in Inghilterra. Lì, continua l'emittente britannica, conduce una vita tranquilla e, in base a quanto si è appreso, mantiene contatti con uomini dei servizi segreti britannici, lavora nel ramo della sicurezza informatica e compie frequenti viaggi di lavoro.

Il giorno successivo, la mattina del 4 marzo, la macchina dell'ex colonnello, una BMW rossa, è vista recarsi verso il centro di Salisbury. Intorno alle 13:40, padre e figlia arrivano al parcheggio del centro commerciale della città. In base a quanto ricostruito dalla polizia, i due vanno prima al pub Th Mill e poi, alle 14:20, al ristorante Zizzi, dove rimangono fino alle 15:35.

Circa tre quarti d'ora dopo, verso le 16:15, arriva la prima chiamata ai servizi di emergenza. Una volta sul posto, gli agenti trovano su una panchina fuori dal ristorante Zizzi, Sergei Skripal e sua figlia "in condizione estremamente serie", dopo "una sospetta esposizione a una sostanza sconosciuta". Non sono però gli unici a finire in ospedale. Nick Bailey, tra i primi agenti di polizia ad arrivare sul posto, viene ricoverato perché anch'egli contaminato (verrà poi dimesso il 22 marzo). In totale, sono state 48 le persone che hanno consultato i medici, si legge in un comunicato dell'ospedale di Salisbury.

via BBC

Per circa un mese, Sergei Skripal e sua figlia Yulia sono rimasti in ospedale "in condizioni critiche" in terapia intensiva. Lo scorso 29 marzo, poi, è stato comunicato dai medici che Yulia non era più in condizioni critiche e che era in miglioramento (come anche da lei stesso confermato in una dichiarazione).  Il 10 aprile la donna è stata dimessa e portata in un luogo sicuro, scrive la BBC.  Anche l'ex colonnello non è più in condizione critiche, ma è ancora ricoverato in ospedale. In una dichiarazione di Yulia pubblicata dalla polizia – sulla cui veridicità la Russia ha presentato dubbi – si legge che "il padre è ancora gravemente malato", che l'ambasciata russa nel Regno Unito le ha offerto "gentilmente" assistenza, ma che "al momento"  non desidera avvalersi dei loro servizi.

Le indagini nel Regno Unito e le accuse di Londra a Mosca

Le forze di polizia avviano così un'indagine "a ritmo serrato" per capire le cause di quanto è accaduto a Sergei Skripal e a sua figlia Yulia e se c'è stata o meno un'attività criminale.

Il 6 marzo, l'antiterrorismo assume il comando dell'indagine – che vede al lavoro centinaia di agenti – a causa delle circostanze insolite del caso e della propria esperienza specialistica, si legge in un comunicato ufficiale. I campioni prelevati dalle vittime, analizzati dagli esperti del Laboratorio di scienza e tecnologia della difesa di Porton Down, mostrano la presenza di un agente nervino, cioè una sostanza altamente tossica. Per questo motivo si indaga per tentato omicidio.

Circa una settimana dopo, il primo ministro Theresa May, dichiara alla Camera dei Comuni che molto probabilmente la responsabilità di quanto successo all'ex colonnello e a sua figlia è della Russia che «considera alcuni disertori come legittimi obiettivi di un assassinio». La premier aggiunge che quanto accaduto non è stato solo un crimine contro Skripal, ma anche «un atto indiscriminato e sconsiderato contro il Regno Unito».

May specifica che in base agli sviluppi dell'indagine in corso risulta che l'ex colonnello e Yulia «sono stati avvelenati con un agente nervino di livello militare di un tipo sviluppato dalla Russia» e che fa parte «di un gruppo di agenti nervini noto come "Novichok"». La premier inglese afferma anche che «in base all’identificazione dell’agente chimico effettuata dagli esperti di caratura mondiale del laboratorio di Porton Down, ci risulta che la Russia ha prodotto in passato tale agente e sarebbe ancora in grado di farlo». In base a queste informazioni, May conclude che ci sono solo due spiegazione plausibili: «O è stato un attacco diretto dello Stato russo verso il nostro paese, o la Russia ha perso il controllo dell’agente nervino potenzialmente in grado di provocare danni catastrofici e ha consentito che finisse nelle mani di qualcun altro».

Inoltre, viene chiesto all’ambasciatore russo a Londra, da parte del ministro degli Esteri, Boris Johnson, di spiegare a quale di queste due possibilità ci si trovi davanti e di fornire «immediatamente informazioni complete» sul programma Novichok all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac). Se dalla Russia sarebbero arrivate risposte non credibili, Londra avrebbe concluso che quanto successo all'ex colonnello sarebbe equivalso «a un uso illegale della forza da parte dello Stato russo nei confronti del Regno Unito», prendendo determinate misure come reazione.

La reazione della Russia e le espulsioni dei diplomatici

All'ultimatum del governo britannico, l'ambasciata Russia nel Regno Unito e il ministro degli Affari Esteri russo, Sergej Lavrov, ribattono a stretto giro che non ci sono prove sul coinvolgimento di Mosca nell'avvelenamento di Skripal e sua figlia Yulia, che le dichiarazioni del premier May sono provocazioni, che Mosca non è coinvolta in quanto avvenuto il 4 marzo a Salisbury e che la Russia non risponderà all'ultimatum di Londra fino a quando non riceverà "campioni della sostanza chimica cui gli investigatori del Regno Unito si riferiscono". Mosca chiede anche di avviare un'indagine congiunta e avverte che in caso di reazioni britanniche ci saranno conseguenti azioni da parte della Russia.

Queste tipo di risposte della Russia alle richieste del governo britannico portano la May a ritenere che "non vi sono altre conclusioni se non che lo Stato russo è colpevole per il tentato omicidio di Mr Skripal e sua figlia". Per questo motivo, tra le varie misure adottate, vengono espulsi 23 "diplomatici russi identificati come ufficiali dell'intelligence non dichiarati". Una decisione che la Russia definisce "inaccettabile e indegna", che aggrava le relazioni tra i due paesi e a cui risponde, pochi giorni dopo, con altrettanti azioni, tra cui l'espulsione di 23 diplomatici britannici dal proprio territorio.

Gli altri paesi, europei e non, prendono posizione riguardo la scontro in atto tra Londra e Mosca. Giappone, Polonia, Australia, Francia, Canada, Lussemburgo, Stati Uniti, Germania e Italia esprimono solidarietà nei confronti del Regno Unito. Anche il Consiglio dell'Unione europea, con un comunicato, dichiara di concordare "con la valutazione del governo del Regno Unito secondo cui è altamente probabile che la Federazione russa sia responsabile e che non vi sia alcuna spiegazione alternativa plausibile. Siamo solidali senza riserve con il Regno Unito di fronte a questa grave sfida alla nostra sicurezza". Inoltre, più di 20 paesi espellono oltre 100 funzionari russi in solidarietà con il Regno Unito e la Nato ordina a 10 russi di uscire dalla sua missione in Belgio.

Espulsione dei diplomatici russi, via The Guardian

Lo stesso numero di diplomatici occidentali viene poi espulso dalla Russia pochi giorni dopo, come reazione.

Nel pieno di questo scontro diplomatico e politico, lo scorso 19 marzo giungono nel Regno Unito gli esperti indipendenti dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) per iniziare le indagini sulla sostanza utilizzato il 4 marzo scorso a Salisbury contro l'ex colonnello russo. Il 12 aprile, l'Opac pubblica i risultati (qui la sintesi del rapporto) della sua indagine indipendente – in cui nel lavoro tecnico svolto non è stato coinvolto nessuno Stato – che confermano quelli "del Regno Unito relativi all'identità della sostanza chimica tossica utilizzata a Salisbury".

Diversi giorni prima, il Consiglio esecutivo dell'Opac, aveva respinto all'Aja la richiesta di un'indagine congiunta proposta dalla Russia. Alexander Yakovenko, l'ambasciatore russo nel Regno Unito, durante una conferenza stampa, aveva poi dichiarato che la Russia non avrebbe accettato i risultati delle indagini dell'Opac. La Russia, aveva specificato Yakovenko, li avrebbe riconosciuti solo se ci fosse stata trasparenza nelle conclusioni dei test effettuati. In risposta, il Regno Unito aveva affermato che questo rifiuto "suggerisce che la Russia è contraria all'indipendenza e all'imparzialità" dell'Opac e che è nervosa per via dei risultati che potrebbero arrivare.

Il 7 aprile, scrive AFP, l’ambasciatore russo a Londra ha chiesto di poter incontrare il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson "per discutere di tutte le questioni bilaterali e dell’inchiesta sull’incidente di Salisbury". Il Ministero degli Esteri britannico ha risposto di aver ricevuto la richiesta e di "rispondere a tempo debito".

Come proseguono le indagini e cosa ha detto il laboratorio a Porton Down

L'indagine in corso, definita dalla stessa unità antiterrorismo "una delle più grandi e complesse", richiederà "moltissimi mesi". In base agli ultimi aggiornamenti forniti dalle forze dell'ordine, gli investigatori ritengono che Skripals sia entrato per la prima volta in contatto con l'agente nervino nella propria casa (in particolare alte concentrazione della sostanza sono state riscontrate nella zona della porta d'ingresso).

Lo scorso 4 aprile, Sky News pubblica un'intervista a Gary Aitkenhead, direttore del laboratorio militare britannico di Porton Down. Aitkenhead dichiara che con i loro test sono stati in grado di identificare che la sostanza usata il 4 marzo era un agente nervino di livello militare noto come "Novichock". Il direttore specifica anche: «Non abbiamo identificato la fonte precisa, ma abbiamo fornito le informazioni scientifiche al governo che ha poi utilizzato un certo numero di altre fonti per arrivare alle conclusioni» che conosciamo. Aitkenhead spiega infatti che non era compito del laboratorio stabilire dove l'agente nervino in questione fosse stato prodotto e aggiunge per crearlo sono stati usati «metodi estremamente sofisticati, probabilmente qualcosa solo nelle capacità di un attore di stato».

Le dichiarazioni del direttore del laboratorio militare britannico di Porton Down hanno scatenato un dibattito, anche interno al Regno Unito, in cui il ministero degli Esteri britannico è stato accusato di essersi contraddetto sull'avvelenamento dell'ex spia e le responsabilità russe.

L'ambasciata russa a Londra su Twitter ha messo in evidenza la contraddizione di un tweet del ministero degli Esteri britannico del 22 marzo in cui si affermava che le analisi degli esperti di Porton Down avevano chiarito che l'agente nervino era stato prodotto in Russia e le ultime dichiarazioni del laboratorio.

Il giornalista Liam O'Hare aveva notato che il tweet del 22 marzo del ministero degli Esteri era stato cancellato. Il Ministro degli Esteri ha successivamente ammesso di aver cancellato il tweet del 22 marzo, spiegando di averlo fatto perché non erano state riportate correttamente le parole pronunciate dall'ambasciatore britannico in Russia, Laurie Bristow (qui il video della sua dichiarazione).

In un articolo di fact-checking, Channel4 ha analizzato altre dichiarazioni del Ministero degli Esteri britannico, in particolare del ministro Boris Johnson, per capire se c'erano state contraddizioni con quanto riferito dal laboratorio militare di Porton Down a Sky News. Ad esempio Johnson, in un'intervista rilasciata a una tv tedesca, Deutsche Welle, sembra suggerire che gli scienziati del laboratorio militare del Regno Unito erano fermamente convinti che il Novichok fosse di fabbricazione russa, scrive Channel4. Una fonte anonima del ministero degli Esteri britannico, citata da Sky News, ha poi dichiarato che Johnson in quell'occasione si era espresso male.

Channel4 mostra così che diverse dichiarazioni del ministero degli Esteri britannico possano risultare in contraddizione con quanto dichiarato da Aitkenhead sulla provenienza dell'agente nervino e che per questo motivo "nella migliore delle ipotesi ciò significa che i suoi commenti erano approssimativi e maldestri. Nel peggiore dei casi, sbagliati e fuorvianti". Questo, però, conclude il sito, non modifica il fatto che "le dichiarazioni di Porton Down non cambiano nel complesso la versione del governo guidato da Theresa May: "Dopotutto, sapevamo fin dall'inizio che la chimica era solo una parte della storia".

Foto in anteprima via AP: Andrew Matthews

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Su Facebook e Cambridge Analytica abbiamo un problema di copertura mediatica

[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

di Thomas Baekdal
*Articolo pubblicato su baekdal.com – traduzione di Roberta Aiello

Ci sono molte questioni importanti riguardanti il caso Facebook-Cambridge Analytica che andrebbero affrontate. Ma esiste anche un problema su come viene trattata la vicenda dai media. Questo aspetto è particolarmente evidente su Twitter dove, come "persone del mondo dei media", discutiamo le nostre opinioni.

Leggi anche >> Guida al caso Facebook-Cambridge Analytica: gli errori del social, la reale efficacia dell’uso dei dati e il vero scandalo

Poiché abbiamo la tendenza a perdere la nostra oggettività e siamo concentrati a schierarci contro la tecnologia, invece di discutere seriamente, stravolgiamo le storie a nostro favore (per esempio: "Distruggiamo Facebook! Chiediamo ai politici di regolarlo! Riprendiamoci le nostre quote di mercato!").

Non lo dico per puntare il dito contro qualcuno, perché anch'io ho preso parte a questa frenesia mediatica.

Per esempio, quando uno dei miei follower mi ha inviato questo video, ho pensato fosse l'analogia perfetta di una dichiarazione di Mark Zuckerberg, quando ha detto che sarebbe intervenuto su un problema di cui non era a conoscenza.

Mi è sembrato esilarante, per cui l'ho ritwittato per esprimere il mio dissenso su quanto è accaduto.

Ma questa "attenzione dei media" non è necessariamente una cosa buona.

Il modo in cui abbiamo raccontato la risposta di Facebook rispetto a quello che avremmo potuto sapere dal "whistleblower" ne è un esempio. Si tratta di una copertura delle notizie decisamente unilaterale.

Uno dei maggiori problemi con i whistleblower è che spesso si ubriacano della loro stessa fama e cominciano a rivelare ai giornalisti quello che questi ultimi vogliono sentire.

Lo abbiamo visto molte volte con persone come Edward Snowden, che sulla storia Facebook Cambridge Analytica, ha twittato questo:

“Facebook guadagna sfruttando e vendendo dettagli intimi riguardanti la vita privata di milioni di persone, andando ben oltre quei pochi che si pubblicano volontariamente. Non è una vittima. È un complice.”

Questa non è una dichiarazione veritiera. Facebook non sta 'vendendo dettagli intimi' e Edward Snowden lo sa. Ma è diventato talmente "famoso" che la sua obiettività sta iniziando a scricchiolare (e questo succede da molto tempo).

La stessa cosa sembra stia accadendo con il "whistleblower" che ha rivelato lo scandalo Cambridge Analytica. Ci sono segni molto chiari del fatto che anche lui sia ormai "ubriaco di fama".

Non sto cercando di screditarlo o di dire che sta mentendo. Non ho basi per affermarlo. Quello che sto dicendo è che non vedo l'obiettività che mi aspetterei dai giornalisti quando si occupano di lui come fonte.

Da ciò che ho visto, tutto quello che questo whistleblower ha detto è stato preso alla lettera, senza che fosse messo in discussione, mentre qualsiasi cosa dichiarata da Facebook è accuratamente esaminata o addirittura ignorata. C'è una tendenza nei media a concentrarsi maggiormente sul punire Facebook, piuttosto che fare un passo indietro e parlare dei problemi reali.

Intendiamoci, non sto cercando di difendere Facebook. Il mio ruolo di studioso dei media non è quello di analizzare le notizie, il mio compito è analizzare i media, il modo in cui lavoriamo, la qualità del nostro giornalismo e scoprire il problema, come debba essere risolto e cosa può essere cambiato per migliorare le cose. L'intera discussione su Facebook e Cambridge Analytica non sta centrando il punto, perché il problema è da cercare altrove.

In particolare, si tratta di tre punti:

  • Cosa i politici dovrebbero essere autorizzati a fare.
  • Come possono essere condivisi i dati.
  • La tendenza generale sulla privacy.

Perché i politici possono micro-targetizzare gli elettori?

Il primo grosso problema riguarda aziende come Cambridge Analytica e come hanno fornito ai politici gli strumenti per micro-targetizzare e ottimizzare i loro messaggi per ottenere più voti.

Si tratta, ovviamente, di un grosso problema, perché l'idea che un politico per ottenere più voti possa dire una cosa a un gruppo di elettori e un'altra a un altro gruppo di elettori è pura corruzione politica. È qualcosa di incredibilmente dannoso ai fini di elezioni eque e per un processo democratico.

Ovviamente tutto questo non dovrebbe essere permesso. È assurdo solo pensarlo.

Ma come si impedisce? Dando regole a Facebook?

Immaginiamo che Facebook sparisse domani, il problema sarebbe risolto? No, perché i politici utilizzerebbero altri dati e troverebbero altri strumenti, continuando a dire cose differenti a elettori diversi.

L'unico modo per risolvere il problema è dare regole ai politici. Sono i politici quelli a cui non dovrebbe essere consentito di farlo.

Il problema, inoltre, non è il targeting, perché il 99% delle volte il micro-targeting è davvero utile per tutti. Ad esempio, se hai una piccola azienda di maglieria e vuoi promuovere un nuovo modello, è assolutamente più utile essere in grado di rivolgersi esclusivamente alle persone a cui interessa il lavoro a maglia piuttosto che sprecare un sacco di soldi per mostrare annunci a persone a cui il prodotto non interessa.

Stessa cosa se tu fossi la Nike. È di grande aiuto sia per Nike che per te, che l'azienda possa proporre le sue scarpe da corsa a chi ama correre e quelle da basket a chi ama giocare a pallacanestro.

Questa opportunità crea un ROI (ndr, tasso di rendimento sul totale degli investimenti) migliore per le aziende, ma anche un'esperienza migliore per te, perché significa che non devi essere costantemente infastidito da annunci che non ti interessano.

Il targeting, quindi, non è il problema. Nella maggior parte dei casi funziona esattamente come dovrebbe funzionare. Il problema è che ci sono casi limite in cui può essere usato con cattive intenzioni, come quando i politici hanno la possibilità di usarlo per dire cose differenti a elettori diversi.

Il problema non si risolve dando regole a Facebook. Si risolve dandole ai politici e prevedendole in altri casi limite in cui potrebbe nascere un problema (ad esempio la profilazione razziale nelle inserzioni immobiliari).

Ma non è quello di cui stiamo scrivendo nei media. Siamo così ossessionati da Facebook che non stiamo veramente individuando il problema.

E i politici sono così felici di dare responsabilità a Facebook, perché più possono convincerci che questo è un problema di Facebook, e mostrarci che stanno intervenendo chiedendo a Facebook di testimoniare al Congresso, più noi dei media dimentichiamo che dovremmo chiedere ai politici di auto-regolarsi.

Tutta questa faccenda è solo un'enorme distrazione.

E questo ci porta al secondo punto.

Perché è prevista la condivisione con terze parti?

Un problema che esiste con Facebook è la condivisione dei dati con terze parti, per cui viene data ad altri - e non a te - la possibilità di decidere a chi devono essere dati i tuoi dati.

Questo procedimento è completamente e assolutamente folle.

Perché abbiamo creato un sistema attraverso il quale altre persone hanno il diritto di distribuire i nostri dati? Chi diamine ha avuto questa idea?

Harry McCracken, Technology Editor di Fast Company ha twittato questa storia del 1994:

Il problema, quindi, esisteva già molto tempo prima di Facebook, ma da allora le cose sono peggiorate sempre più.

Attualmente, Facebook prevede questa impostazione:

Questo è completamente folle. Perché altre persone hanno così il diritto di ricevere informazioni sui miei interessi, le mie opinioni politiche, i miei post (alcuni dei quali potrebbero essere impostati come privati) e altro ancora, e darle ad app a caso (per esempio un test che si è deciso di fare per divertimento).

Non è accettabile.

Sono l'unico che può prendere questa decisione. Se un amico vuole i miei dati e darli a qualcun altro, deve avere la mia autorizzazione. L'idea che si possa fare così liberamente è un'assurdità totale.

Non è possibile.

E non mi sto riferendo a Facebook e al fatto che questa impostazione sarà resa più visibile (come Mark Zuckerberg ha detto che accadrà). Non dovrebbe assolutamente esistere.

Dal mio punto di vista, la condivisione di terze parti dovrebbe essere illegale. Se non ho dato il mio consenso, volta per volta, nessuno dovrebbe avere il diritto di condividere i miei dati.

Ed ecco che arriviamo al problema più grande, perché non appena iniziamo a discutere seriamente ci rendiamo conto che la questione non riguarda esclusivamente Facebook. È un problema più vasto, che riguarda anche i media.

Lo spiego in modo molto semplice.

Se si utilizza uno strumento come Ghostery, si può vedere esattamente quali tool di terze parti stanno utilizzando per tracciarci. E qui è dove le cose cominciano a far davvero paura.

Dal momento che tutta questa vicenda è iniziata grazie al Guardian, diamo un'occhiata a come si comporta (questo vale per qualsiasi sito di informazione).

Leggi anche >> Siete pronti? Questi sono i vostri dati che i giornali online vendono sul mercato digitale

Se si va sul sito del Guardian e si blocca il tracciamento di terze parti succede questo

Come si potrà vedere, il Guardian ha implementato 12 tool differenti di terze parti, che in qualche modo sono in grado di tracciare il comportamento dei lettori sul sito.

Questo, in sé, potrebbe non essere un grosso problema, qualora i dati fossero gestiti in modo appropriato. Il punto è che ciò acccade raramente.

Fondamentalmente, il Guardian spera che questi servizi conserveranno i dati senza condividerli con altri, sui quali il Guardian non avrebbe alcun controllo.

Ed è proprio adesso che la situazione diventa realmente pessima, perché se si consente ai 12 tracker di operare, si ottiene questo:

Ora, il numero totale di tracker è improvvisamente passato a 58. Come è successo?

I 12 tracker iniziali hanno caricato a loro volta altri 46 tracker, che monitorano tutto quello che i lettori vedono.

E, molto probabilmente, questi 58 tracker, dietro le quinte, vendono e condividono i dati a un numero ancora maggiore di intermediari di dati.

Visto cosa è accaduto? Questo è esattamente ciò che è successo con Facebook.

Facebook ha consentito alle app di ottenere dati dai profili delle persone, sperando che queste applicazioni non fossero condivise con altri ma, naturalmente, non è successo.

Il Guardian ha permesso a servizi esterni di ottenere dati riguardanti i movimenti dei lettori sul suo sito sperando, come Facebook, che non li condividessero. Cosa che, ovviamente, non è accaduta.

Si potrebbe sostenere che il caso Cambridge Analytica sia più grave perché Facebook ha una mole maggiore di informazioni, più personali, o qualche altra scusa, ma questa è semantica. Il concetto è esattamente lo stesso. E come Facebook, il Guardian non ha alcun controllo o conoscenza di quanti abbiano effettivamente questi dati.

Si potrebbe dire che non è colpa del Guardian, perché è così che funziona Internet, ma questa è esattamente la scusa usata da Facebook.

Questo non è un problema solo di Facebook, è una questione che coinvolge l'intero settore.

Tutti consentono la condivisione di terze parti senza il consenso delle persone. Quindi, adesso, la discussione non è se Facebook debba essere autorizzata a farlo. Si tratta di capire se debba essere consentito a terze parti.

In effetti, l'Unione Europea sta già ponendo fine a tutto questo grazie al regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) che prevede che:

  • I dati possono essere raccolti solo con il consenso dell'utente, il che implica che la condivisione di terze parti non consensuale è un grande no.
  • È possibile raccogliere solo dati pertinenti a quello che le persone stanno facendo.

Il che ci porta al terzo punto.

La tendenza generale sulla privacy

Un aspetto che è molto evidente negli ultimi anni è che il pubblico è stanco di come le cose funzionano online, ma non nel senso in cui ne parlano i media.

Ad esempio, al di fuori del mondo dell'informazione, la maggior parte delle persone non è così preoccupata per il caso Facebook Cambridge Analytica.

Come Esther Kezia Thorpe ha twittato:

“Sapete cosa è veramente strano. Ho parlato di questo su Facebook e nessuno dei miei amici sembra preoccuparsi o essere minimamente preoccupato. Invece su Twitter tutti stanno perdendo completamente la testa.”

Ho visto esattamente la stessa cosa. Non appena si guarda oltre i media su Twitter, le persone sono generalmente indifferenti all'intera vicenda. E il motivo non è da cercare nel disinteresse nei confronti della privacy, questo accade perché la vicenda non rappresenta il problema nel suo complesso.

Le persone capiscono che se anche si bloccasse Cambridge Analytica, non cambierebbe nulla.

Quello a cui stiamo assistendo è una tendenza a lungo termine e costante rispetto alla tutela della privacy.

È iniziata 10 anni fa con gli ad-blocker. All'inizio, le persone utilizzavano gli ad-blocker per sbarazzarsi degli annunci fastidiosi, ma oggi, la maggior parte li usa per evitare il tracciamento.

Se si va in una qualsiasi scuola e si chiede ai ragazzi perché usano un ad-blocker, la maggior parte risponderà che lo fa più per bloccare il monitoraggio che per gli annunci pubblicitari.

Quindi, le persone si preoccupano. Vogliono che la privacy sia garantita sempre.

Un altro aspetto di questa tendenza è la popolarità di strumenti come Snapchat. La caratteristica principale di Snapchat è consentire alle persone di condividere le immagini con i propri amici senza che vengano trasformate in dati.

Quando si condivide una foto su Snapchat, solo gli amici possono vederla, ma poi l'immagine scompare automaticamente poco tempo dopo.

Ciò significa che i post su Snapchat non possono essere utilizzati da app di terze parti, né possono improvvisamente ritrovarsi fuori da Snapchat come parte di un set di dati per la manipolazione politica.

E questo non avviene solo con Snapchat, succede con le storie di Instagram, con Whatsapp, e anche su canali streaming come Twitch.

Molti ragazzi usano il live streaming proprio perché è visibile solo in quel momento e non viene salvato. Ciò significa che puoi condividere qualcosa con il tuo pubblico, senza che in seguito possa essere trasformato in qualcos'altro.

La tendenza alla tutela della privacy, quindi, è incredibilmente forte, per cui è ovvio in che direzione si sta andando. Il tracking di terze parti non ha molto futuro. L'unica domanda che possiamo porci è quanto tempo ci vorrà per cambiare davvero le cose.

Il nocciolo della questione è che questa preoccupazione è molto più grande per gli editori che per Facebook o altre grandi piattaforme (Google, Youtube, Amazon, etc.).

La maggior parte delle entrate pubblicitarie di Facebook proviene da interazioni dirette, da parte di utenti che leggono gli annunci direttamente su Facebook. Si tratta di dati raccolti direttamente da Facebook. Il social network non guadagna quasi nulla con le app di terze parti che hanno accesso ai dati.

La stessa cosa avviene con Google il cui ricavo deriva quasi interamente dalle interazioni che avvengono direttamente sul sito, come quando c'è un annuncio su Google Search. Anche in questo caso si tratta di dati raccolti direttamente.

Per cui quando sarà posto un limite ai dati condivisi di terze parti, non nascerà un problema né per Facebook né per Google. Per gli editori, invece, la situazione sarà completamente diversa, perché molti di loro si affidano quasi interamente a terze parti per incrementare le entrate pubblicitarie.

Quindi, tre sono le cose che devono cambiare:

Innanzitutto, gli editori devono ripensare completamente al modello di annuncio pubblicitario su Internet e spostarlo su un modello di dati raccolti direttamente invece che sul modello di terze parti previsto adesso.

Non entrerò nei dettagli su come ciò possa essere fatto (magari sarà oggetto di un altro post), ma abbiamo bisogno di un cambiamento nel settore prima che il pubblico lo faccia per noi.

In secondo luogo, gli editori devono cambiare il modo con cui raccontano queste storie, perché, attualmente, l'attenzione riservata a Facebook non è in sintonia con il problema reale.

Non sto dicendo che Facebook debba essere autorizzato a fare tutto ciò che vuole, ma non bisogna lasciare che l'antipatia verso Facebook e il modo in cui sta minacciando il settore dei media distragga dai veri problemi.

Ci sono molte cose di cui c'è bisogno di discutere e che i media devono raccontare, ma la maggior parte di esse va ben oltre Facebook.

E più precisamente, non è compito di Facebook definire il futuro della società. Come ha detto Mark Zuckerberg:

“Quello che mi piacerebbe davvero fare è trovare un modo per far sì che la nostra policy sia impostata in modo tale che rifletta i valori della comunità, per cui non devo essere io a prendere quelle decisioni. Giusto? Mi sento fondamentalmente a disagio seduto qui, in un ufficio, in California, prendendo decisioni sulla policy dei contenuti per le persone in tutto il mondo. Quindi, ci saranno cose che non permetteremo mai, come il reclutamento di terroristi e... Facciamo, credo, rispetto alle diverse questioni che emergono, un lavoro relativamente molto buono per assicurarci che i contenuti del terrorismo siano estromessi dalla piattaforma. Ma dov'è il confine dell'incitamento all'odio? Voglio dire, chi ha scelto che sia io la persona [a decidere questo].”

Mark ha proprio ragione. Ovviamente Facebook e Twitter devono fare molto di più per bloccare la proliferazione dell'incitamento all'odio e altre cose negative sulle loro piattaforme, ma non dovrebbero essere loro a definirle.

Questa idea che i politici (e i media) stanno fondamentalmente esternalizzando la regolamentazione dell'incitamento all'odio affidandolo alle piattaforme private è assolutamente folle. Stessa cosa con le notizie false. Perché dovrebbe spettare a Facebook definire quelle che sono e che non sono notizie false? Perché le chiamiamo ancora "fake news"?

Non dovremmo invece parlare di frode? Perché c'è davvero una grande differenza tra qualcuno che pubblica un'opinione (che può essere accurata o meno) e qualcuno che deliberatamente trae in inganno le persone a scopo di lucro (come Cambridge Analytica).

Perché chiediamo che Facebook definisca cosa sia o meno una frode? È follia.

Quindi, cambiamo la narrativa e combattiamo il vero problema.

In terzo luogo, l'industria tecnologica ha bisogno di un cambiamento.

Christina Farr, reporter di CNBC.com che si occupa di salute e tecnologica, ha twittato:

“Se i consumatori temono che le aziende tecnologiche non proteggono i loro dati, ciò impedirà loro di ricorrere all'assistenza sanitaria? Assistenza sanitaria/sicurezza/privacy/protezione sono fondamentali.”

Ha centrato perfettamente il punto. Si riferisce specificamente ad aziende tecnologiche nel settore sanitario, dove la privacy e la protezione dei dati sono fondamentali, ma è la stessa cosa in qualsiasi altro ambito.

Come possiamo fidarci di un settore che ha una cultura che consente di usare i dati personali delle persone, senza consenso, come merce?

Intendiamoci, il problema non è che le aziende posseggano dati. Ad esempio, è estremamente utile che Domino's Pizza conosca la nostra pizza preferita, perché ciò significa che si può utilizzare il loro plug-in Amazon Alexa per rendere l'"ordine facile".

Diventa un problema se le aziende tecnologiche iniziano a condividere questi dati con persone al di fuori delle nostre interazioni dirette. E come Christina osserva correttamente, le aziende tecnologiche devono ripensare a tutto questo.

I dati non sono più il "selvaggio west di Internet".

Immagine in anteprima via pixabay.com

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Siria, la popolazione di Douma sotto attacco: cosa sappiamo e la difficoltà dei media di documentare

[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

di Roberta Aiello e Angelo Romano

Aggiornamento 14 aprile 2018 > Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno bombardato diversi obiettivi militari in Siria in risposta al sospetto attacco chimico della scorsa settimana a Douta da parte delle forze governative. Si tratta dell’attacco più significativo contro il governo di Bashar al-Assad da parte delle forze occidentali da quando è scoppiata la guerra in Siria, scrive Jonathan Marcus, corrispondente della BBC.

Gli attacchi hanno interessato la capitale Damasco e altri due centri nei pressi di Homs, ha detto il Pentagono. Come ha spiegato il generale statunitense Joseph Dunford, sono stati colpiti tre obiettivi in particolare: una struttura di ricerca scientifica a Damasco, presumibilmente collegata alla produzione di armi chimiche e biologiche, un deposito di armi chimiche a ovest di Homs, un sito di stoccaggio di armi chimiche e un importante posto di comando, sempre vicino Homs. Il generale ha detto che sono stati individuati degli obiettivi specifici in modo tale che “si riducesse” il rischio che ci fossero vittime russe. Tuttavia, ha aggiunto il Pentagono, la Russia non ha ricevuto alcun preavviso sugli obiettivi che sarebbero stati attaccati.

via New York Times

La televisione di Stato siriana ha detto che le forze governative hanno abbattuto più di una dozzina di missili, che è stata danneggiata solo la struttura di ricerca di Damasco e che a Homs sono stati feriti tre civili.

Le operazioni si sono rese necessarie «come deterrente contro la produzione, la diffusione e l'uso di armi chimiche», ha dichiarato Trump in un discorso alla nazione dalla Casa Bianca. Per quanto il Presidente degli Stati Uniti abbia detto che l’operazione militare non si fermerà «fino a quando il governo siriano non interromperà l’uso di agenti chimici proibiti», il segretario della Difesa Jim Mattis ha affermato che si è trattato di «un attacco singolo». Il generale Dunford ha confermato che gli attacchi si sono conclusi.

Il primo ministro britannico Theresa May e il presidente francese Emmanuel Macron hanno confermato il coinvolgimento dei loro paesi. Macron ha affermato che «il limite è stato oltrepassato quando decine di uomini, donne e bambini sono stati massacrati con armi chimiche a Douma», mentre May ha sottolineato che «non c’erano alternative praticabili all'uso della forza» e che questa operazione non ha l’obiettivo di portare a un «cambio di regime».

Successivamente, in un tweet pubblicato nella mattina americana, Trump ha ringraziato Francia e Regno Unito e dichiarato che "la missione è compiuta!"

Sostegno all’azione sono arrivati dal Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg e dal primo ministro canadese Justin Trudeau, mentre il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiamato tutti gli Stati membri alle loro responsabilità: «C'è un obbligo, in particolare quando si tratta di questioni di pace e sicurezza, di agire coerentemente con la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale in generale. Esorto tutti gli Stati membri a mostrare moderazione in queste circostanze pericolose».

La Siria ha condannato l’azione congiunta di Usa, Francia e Regno Unito. Sana, l’agenzia di stampa ufficiale siriana, ha definito l’operazione “una flagrante violazione del diritto internazionale”. Mosca ha avvertito che gli attacchi militari occidentali potrebbero portare all’inizio di una guerra. Il presidente russo Vladimir Putin ha definito gli attacchi aerei guidati dagli Stati Uniti un «atto di aggressione» e che la Russia convocherà una riunione di emergenze del Consiglio di sicurezza del’Onu per discutere le «azioni aggressive degli Usa e dei suoi alleati».

Per il leader supremo dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, i bombardamenti aerei sono un attacco criminale. Il ministero degli Esteri iraniano ha aggiunto che nella loro azione «gli Stati Uniti e i loro alleati si sono impegnati in un intervento militare in Siria senza alcuna prova documentale e prima di ogni rapporto finale dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW)». Nei giorni scorsi, l’OPCW aveva comunicato che avrebbe iniziato proprio il 14 aprile  una missione per accertare se sono stati effettivamente utilizzati (e non per individuare chi li ha eventualmente usati) agenti chimici a Douma. In una dichiarazione ufficiale, l'organizzazione ha annunciato che proseguirà la sua missione nonostante il bombardamento aereo e rilascerà un rapporto entro un mese.

...

Quando Khaled Abu Jaafar, operatore della locale stazione radio, residente di Douma, nel Ghouta orientale in Siria, ha perso conoscenza, era alla terza rampa di scale con un pezzetto di stoffa bagnata in bocca e una bambina in braccio. «Non riuscivo più a respirare, era come se i miei polmoni si stessero arrestando», racconta Jaafar ad Al Jazeera. «Mi sono svegliato circa 30 minuti dopo, mi avevano spogliato e mi stavano lavando il corpo con l'acqua. Stavano cercando di farmi vomitare, dalla mia bocca usciva una sostanza gialla».

Abu Jaafar è uno dei sopravvissuti a un sospetto attacco chimico che sabato scorso ha provocato decine e decine di vittime a Douma, in Siria. L’attacco – arrivato dopo l’offensiva di oltre un mese del governo siriano per riconquistare l’area a est di Damasco, nota come Ghouta orientale, in mano alle forze che si opponevano ad Assad sin dai primi anni del conflitto in Siria e che spesso avevano bombardato Damasco, uccidendo anche civili – è sembrato infrangere l’accordo che Jaish al-Islam, l’ultimo gruppo di opposizione rimasto a Douma, stava stringendo con il governo per consegnare l'area ed essere condotti in un'altra fuori dal controllo governativo nel nord della Siria. Migliaia di combattenti e decine di migliaia di civili sarebbero dovuti partire presto. La scorsa settimana, altri due gruppi ribelli avevano raggiunto accordi di evacuazione con i russi, che hanno portato circa 19mila persone (tra cui i gruppi Faylaq al-Rahman e Ahrar al-Sham, i loro parenti e altri cittadini locali) in partenza verso la provincia settentrionale di Idlib.

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L'attacco è arrivato nel secondo giorno di una "offensiva feroce" da parte delle forze filogovernative dopo un periodo di relativa calma, in risposta, stando a quanto dichiarato dall’esercito siriano, ai bombardamenti mortali proprio di Jaish al-Islam nelle zone residenziali di Damasco. Jaish al-Islam ha negato l'accusa.

Le avvisaglie di un’offensiva imminente, ricostruisce Ben Hubbard sul New York Times, erano arrivate da un video diffuso il giorno prima, il 6 aprile, da Hussein Mortada, un reporter libanese filo-governativo, che mostrando le immagini di una nuova azione delle truppe filo-governative su una collina vicino a Douma, aveva annunciato che “qualcosa di molto forte stava per avvenire”. L'intensità dei bombardamenti e dei raid aerei aveva portato molti residenti a cercare sicurezza negli scantinati, rendendoli più vulnerabili ai gas, proprio come testimoniato da Abu Jafaar ad Al Jazeera.

Sabato pomeriggio, secondo quanto affermato da Mahmoud Aadam, un portavoce della Syrian Civil Defence (i cosiddetti elmetti bianchi) in una diretta Facebook domenica scorsa, 15 persone, tra cui donne e bambini, avevano riferito di avere problemi respiratori dopo un attacco aereo nella loro zona. Poi, al calar della sera, un elicottero governativo ha lanciato barili esplosivi che hanno disperso una sostanza chimica sconosciuta che ha colpito molte più persone, ha detto Aadam. I continui assalti hanno reso difficile per i soccorritori cercare le vittime, rendendo difficile stabilire un bilancio complessivo delle vittime.

Domenica 8 aprile, la Syrian Civil Defense (i cosiddetti Caschi Bianchi) e la Syrian Medical American Society hanno diffuso un comunicato stampa congiunto in cui dichiaravano che centinaia di persone si erano presentate nei centri medici di Douma mostrando “sintomi indicativi di un’esposizione a un agente chimico”, in particolare “bradicardia, sibili e suoni bronchiali grossolani”.

Gli attacchi, si legge ancora nel comunicato, avrebbero avuto come obiettivo centri medici e di protezione civile, colpendo “un gran numero di ambulanze e veicoli di soccorso” e riuscendo a paralizzare la capacità medica della città. I volontari dei Caschi Bianchi hanno dichiarato di aver trovato circa 42 persone morte nelle loro case e di non essere stati in grado di evacuare i corpi a causa dell'intensità dell'odore e della mancanza di equipaggiamento protettivo.

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I bilanci delle vittime, tuttavia, non sono univoci, ricostruisce Vox.com (si va dalle 40 alle 150 persone uccise) e non è stato possibile verificare in modo indipendente i rapporti di soccorritori e medici perché, spiega il New York Times, Douma è circondata da forze governative siriane, che impediscono l'accesso di giornalisti, operatori umanitari e investigatori.

Il Ghouta Media Center, vicino agli oppositori di Assad, ha twittato che più di 75 persone sono state “soffocate” e altre mille avrebbero sofferto gli effetti del presunto attacco, in particolare di una bomba contenente Sarin caduta da un elicottero, riporta la BBC. La Union of Medical Relief Organizations, un'associazione benefica con sede negli Stati Uniti e che lavora con ospedali siriani, ha detto sempre all’emittente britannica che l'ospedale specializzato rurale di Damasco ha confermato il numero di 70 morti.

L’account Twitter ufficiale dei Caschi Bianchi ha twittato immagini e video che ritraggono corpi riversi in scantinati, mentre attivisti anti-governativi hanno fatto circolare alcuni video che mostrano uomini, donne e bambini senza vita distesi sui pavimenti o nelle trombe delle scale, che si presume essere vittime di un attacco chimico. “Douma City, 7 aprile… qui c’è un odore molto forte”, si sente dire in uno dei video diffusi, secondo quanto riportato da Reuters. Un portavoce dell’ospedale rurale di Damasco ha detto che ci sono state numerose segnalazioni di persone trattate per sintomi (come convulsioni e schiuma alla bocca) coerenti con l'esposizione ai gas nervini o misti nervino e cloro.

Secondo Jerry Smith, ex ispettore ONU che ha indagato sui precedenti attacchi chimici in Siria, l'alto numero di vittime, la velocità della morte e le convulsioni mostrate da alcuni pazienti, suggeriscono che potrebbe essere stato utilizzato un altro composto ancora più letale, probabilmente a base di organofosfati. Il Sarin, scrive il Guardian, è un organofosfato chimico ripetutamente usato in Siria, come nell’attacco di massa a Khan Sheikhoun il 4 aprile 2017 e a Ghouta nell'agosto 2013. La Commissione ONU sui crimini di guerra aveva già documentato 33 attacchi chimici in Siria, attribuendone 27 al governo di Assad, che ha ripetutamente negato l'uso di quel genere di armi.

I media di Stato siriani hanno negato ogni coinvolgimento da parte delle forze governative nell’attacco e hanno accusato Jaish al-Islam, il gruppo ribelle islamista che controlla Douma, di aver ‘costruito’ i video “in un tentativo scoperto e fallito di ostacolare i progressi dell'esercito arabo siriano”. L'esercito russo ha condannato l'intervento dei Caschi Bianchi definendoli "spudorati complici dei ribelli" accusandoli di aver mosso accuse false con l'obiettivo di far naufragare la tregua locale.

L'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha espresso "grave preoccupazione" sul presunto attacco e ha avviato un'indagine.

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Il presidente americano Donald Trump ha commentato quanto accaduto a Douma con tre tweet, avvertendo i responsabili che il prezzo da pagare per il crimine commesso sarà alto, accusando Putin (chiamandolo in causa direttamente per la prima volta), la Russia e l'Iran di complicità nel sostegno all' "animale" Assad che sarebbe, oggi, soltanto un ricordo se Barack Obama fosse intervenuto concretamente durante la sua presidenza.

La sua minaccia arriva un anno dopo l'ordine di un attacco che ha visto 59 missili schiantarsi contro una base aerea siriana che si pensava fosse la piattaforma di lancio dell'attacco chimico a Khan Sheikhoun del 4 aprile 2017 che provocò la morte di 90 persone e il ferimento di centinaia di civili. In quell'occasione, Trump aveva promesso che avrebbe ordinato un'altra offensiva se fossero state usate ancora armi chimiche.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha replicato ai tre tweet di Trump definendo "una provocazione" le accuse mosse nei confronti di Assad. Qualche ora prima la Russia aveva negato l’uso di armi chimiche.

Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato, invece, che le notizie sull'attacco chimico non sono basate su fatti ma rappresentano solo "un pretesto" degli Stati Uniti e dei paesi occidentali per intraprendere azioni militari.

Qualche ora dopo la diffusione delle prime notizie su Douma, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha diffuso una nota in cui affermava che qualora le informazioni orripilanti ricevute fossero state confermate avrebbero richiesto "una risposta immediata da parte della comunità internazionale".

Per il primo ministro britannico Theresa May il governo siriano "e i suoi sostenitori, inclusa la Russia, dovranno rispondere di quanto avvenuto" se saranno ritenuti responsabili dell'uso di armi chimiche a Douma.

Il segretario per gli Affari Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, ha riferito di resoconti "profondamente inquietanti", avvertendo la Russia di non tentare di bloccare l'avvio di un'indagine internazionale.

A seguito di un colloquio telefonico con il presidente Emmanuel Macron, Stati Uniti e Francia hanno deciso di collaborare per cercare di far luce insieme sulle responsabilità, scambiandosi le rispettive informazioni in possesso e avendo appurato entrambi l'uso di armi chimiche.

"Entrambi i leader hanno fermamente condannato gli orribili attacchi di armi chimiche in Siria e hanno convenuto che il regime di Assad debba essere ritenuto responsabile delle continue violazioni dei diritti umani", si legge in una dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca successiva alla telefonata tra Trump e Macron.

"Tutte le responsabilità devono essere definite con chiarezza", ha affermato lunedì la presidenza francese.

Anche per l'Unione europea ci sarebbero prove che testimonierebbero l'uso di armi chimiche da parte delle forze di Assad. Un diplomatico europeo ha confermato che gli alleati occidentali lavoreranno alla costruzione di un dossier basato su foto, video, testimonianze e immagini satellitari di aerei ed elicotteri siriani.

Con un tweet, Nikki Haley, ambasciatrice degli Stati Uniti all'ONU, ha comunicato di aver chiesto, insieme ad altri otto paesi membri del Consiglio di sicurezza (Costa d'Avorio, Francia, Kuwait, Olanda, Perù, Polonia, Regno Unito e Svezia) una riunione urgente che analizzi la situazione perché "c'è bisogno di un intervento forte". Anche la Russia ha chiesto al Consiglio di sicurezza di riunirsi.

In un'intervista rilasciata l'8 aprile a This Week, trasmissione dell'emittente ABC, Tom Bossert, consigliere per la sicurezza interna e l'antiterrorismo della Casa Bianca, ha dichiarato che gli attacchi chimici sono una "pratica inaccettabile" e non scartano nessuna possibile azione da parte degli Stati Uniti. "Non escluderei nulla", ha detto. "Queste foto sono orribili, stiamo valutando un attacco".

La scorsa settimana, Trump aveva manifestato la volontà di rimpatriare le truppe statunitensi presenti in Siria impegnate a combattere i militanti dello Stato islamico ma i suoi consiglieri lo hanno invitato ad attendere la sconfitta definitiva e ad impedire all'Iran di guadagnare terreno.

Un nuovo attacco, alle prime ore dell'alba di ieri, ci sarebbe stato alla base aerea di Tiyas, situata tra le città di Homs e Palmira. Damasco ha attribuito prima una "probabile" responsabilità agli Stati Uniti e successivamente ha incolpato Israele. Il Pentagono ha immediatamente commentato la notizia dichiarando di non aver condotto operazioni militari nella zona.

Secondo il ministero della Difesa russo due F-15 israeliani hanno lanciato otto missili sulla base aerea siriana. Per l'Osservatorio siriano per i diritti umani con sede nel Regno Unito 14 persone sarebbero state uccise nell'attacco, mentre Mosca ha confermato che nessun russo è rimasto ferito.

Nessun commento, invece, da parte di Israele che, lo scorso 10 febbraio, aveva condotto un attacco aereo simile su vari obiettivi, tra cui la stessa base aerea.

Nella giornata di ieri, Trump ha dichiarato che la situazione è stata analizzata e che "decisioni importanti" saranno prese nelle prossime 48 ore.

In una dichiarazione rilasciata ieri, il Cremlino ha riferito di una conversazione telefonica tra Putin e il cancelliere tedesco Angela Merkel, durante la quale i due leader hanno scambiato opinioni sulla situazione in Siria, incluse le accuse rivolte a Damasco, da parte di alcuni paesi occidentali, di usare armi chimiche. "Da parte russa è stata sottolineata l'inaccettabilità delle provocazioni e delle speculazioni sull'argomento", ha aggiunto il Cremlino.

Foto in anteprima via Syria Civil Defence – The White Helmets

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Carpi, Napoli e l’alternanza scuola-lavoro: se la scuola punisce il pensiero critico e la protesta democratica

[Tempo di lettura stimato: 13 minuti]

Sanzionare con un basso voto in condotta forme di protesta e di dissenso rispetto alla propria esperienza di alternanza scuola lavoro. È la punizione che ha accomunato uno studente dell’Itis Leonardo Da Vinci di Carpi e i ragazzi del Liceo Vittorio Emanuele II di Napoli. Al di là delle valutazioni nel merito sull’efficacia e sui significati dal punto di vista didattico e formativo dell’alternanza scuola lavoro, le due vicende, nella loro eterogeneità, pongono al centro alcune questioni importanti che chiamano in causa la scuola in quanto luogo di formazione e apprendimento, confronto e partecipazione, di riconoscimento dei ruoli e delle responsabilità ed espressione del proprio pensiero ed esercizio dei diritti. Che idea di scuola trasmettono le storie di Napoli e Carpi? Quali messaggi restituiscono agli studenti, ai cittadini, alle comunità scolastiche? È ancora possibile parlare di comunità scolastica? Nello specifico, il ricorso al voto in condotta era l’unica soluzione perseguibile?

Abbiamo provato a interrogare quanto accaduto a Carpi e Napoli ascoltando anche le voci di alcuni studiosi del mondo scolastico, come Girolamo De Michele, scrittore e insegnante, autore del libro “La scuola è di tutti”, Gianni Marconato, esperto di istruzione e formazione iniziale e continua, e Cristiano Corsini, professore associato di Pedagogia Sperimentale all’università D’Annunzio di Chieti-Pescara.

Il 6 in condotta allo studente di Carpi

Lo scorso 3 aprile Serena Arbizzi racconta sulla Gazzetta di Modena la storia di uno studente minorenne iscritto al quarto anno dell’Itis Leonardo Da Vinci di Carpi punito con un 6 in condotta per aver espresso in un post su Facebook “affermazioni inappropriate sia verso l’azienda, sia verso gli insegnanti che si prodigano per portare avanti l’alternanza scuola lavoro”, secondo quanto affermato dal Dirigente Scolastico dell’istituto, Paolo Pergreffi.

Nel post pubblicato sul proprio profilo Facebook, lo studente criticava l’utilità e l’efficacia dell’esperienza di alternanza scuola lavoro proposta dal suo istituto ai fini della formazione, sottolineando nei commenti l’obsolescenza di quanto imparato e il fatto che venisse escluso l’insegnamento di un mestiere o la presentazione di tecniche avanzate: si era nella stagione delle commesse e agli studenti era chiesto di essere manodopera a costo zero.

Per queste affermazioni il ragazzo viene punito con un 6 in condotta. Nel motivare la decisione, il dirigente Pergreffi spiegava che si era trattato di un segnale che il Consiglio di classe aveva voluto dare allo studente per “dare un’inversione di rotta nel comportamento”. Tanto è vero che si tratta di “una valutazione non definitiva, (…) di un giudizio intermedio”, che non avrebbe pregiudicato la promozione. Un segnale, dunque, rispetto ad affermazioni definite da Pergreffi inappropriate verso l’azienda, che “tra le prime caratteristiche che chiedono c’è la buona educazione, al di là delle competenze tecniche”. Era evidente, concludeva il dirigente scolastico, che si trattava di una presa di posizione “dovuta a convinzioni ideologiche sull’alternanza scuola lavoro, probabilmente antecedenti rispetto all’inizio del periodo in azienda. (…) Nel post lo studente faceva riferimento all’alternanza scuola lavoro come condizione di sfruttamento. Lamentava di non essere pagato per mansioni che considerava ripetitive. Questo proprio il primo giorno in azienda”. Lo studente, dunque, secondo Pergreffi, era stato maleducato nei confronti di azienda e scuola e aveva espresso un’opinione frutto di un pregiudizio ideologico pregresso all’esperienza di alternanza scuola lavoro.

Il giorno successivo, il 4 aprile, i rappresentanti di istituto scrivono una lettera “a nome degli studenti e anche del ragazzo da cui è partita tutta la vicenda” per prendere le distanze da ogni tentativo di strumentalizzazione da parte di sindacati e comitati territoriali (il riferimento era al Comitato Sisma.12 che aveva subito sostenuto lo studente definendo repressivo e antidemocratico l’atteggiamento della scuola) e sottolineare l’utilità educativa dello stage in azienda “al fianco di persone che, ognuna a suo modo, cercano di trasmettere un po' di quelle conoscenze che hanno appreso negli anni”. I rappresentanti chiudevano la lettera invitando tutti i soggetti interessati alla vicenda e al tema dell’alternanza scuola lavoro, in generale, a intervenire in un’assemblea scolastica “per far luce su dubbi e domande”.

Il 5 aprile il ragazzo registra un video per prendere a sua volta le distanze dalla lettera dei rappresentanti di istituto ed esplicitare una volta di più il suo pensiero: “l’alternanza scuola lavoro è sostanzialmente un sistema di sfruttamento che consente alle aziende di impiegare una forza lavoro poco specializzata a un costo zero e (…) le aziende fanno pressione politica sulle singole scuole in modo che queste introducano un “regime autoritario” in cui vi sia una disciplina più o meno ferrea, in cui si puniscano espressioni di pensiero libero e controcorrente, soprattutto critico”.

Parla Alek, lo studente di Carpi punito per una critica contro l'AS-L

Il compagno Alek, studente dell'ITIS Da Vinci di #Carpi a cui è stato assegnato un 6 in condotta per una critica su Facebook, prende le distanze dal comunicato giustificazionista dei rappresentanti, scritto anche a suo nome.

Pubblicato da Coordinamento Studentesco Rivoluzionario su giovedì 5 aprile 2018

Le giornate del FAI e il 7 in condotta agli studenti del liceo di Napoli

Una nota disciplinare e il sette in condotta a fine anno per aver messo in atto una forma di protesta creativa mentre svolgevano la loro attività di alternanza scuola lavoro domenica 25 marzo. È quello che è stato comunicato agli studenti della VB del Liceo Vittorio Emanuele di Napoli. Gli studenti, impegnati in un percorso formativo presso il FAI (Fondo ambientale italiano), avrebbero dovuto fare da guide turistiche nel Museo di mineralogia dell’università Federico II durante il progetto di cittadinanza attiva “Apprendisti Ciceroni”, realizzato nell’ambito delle Giornate FAI di primavera. In queste occasioni il Fai apre centinaia di luoghi di solito chiusi al pubblico.

Mentre svolgevano il loro ruolo di guide, al posto del cartellino FAI con su scritto “studenti volontari”, i ragazzi della VB ne hanno messo un altro con la scritta “Alternanza Scuola – sfruttamento. Questo non è formativo”, per denunciare che non erano volontari ma obbligati a prestare servizio perché l’iniziativa era stata inserita nelle 200 ore di alternanza scuola lavoro.

Minacce e 7 in condotta per un cartellino di dissenso all’alternanza scuola-lavoro. Ma veramente #FAI? Domenica 25...

Pubblicato da Collettivo Vittorio Emanuele II su lunedì 26 marzo 2018

Le ragioni della protesta risiedono nel mancato accordo tra tutor, docenti e studenti che avevano chiesto da più di un mese, si legge in un lungo post su Facebook del Collettivo Vittorio Emanuele II, di essere esentati dallo svolgere le attività perché di ritorno dal viaggio di istruzione e desiderosi di trascorrere la giornata in famiglia: “Il problema della coincidenza con il ritorno dal viaggio lo avevamo già fatto notare un mese prima, ma il giorno non era stato cambiato. Subito sono arrivate, tramite i professori, minacce di seri provvedimenti disciplinari da parte della dirigenza, così abbiamo deciso di andare, ma portando con noi un simbolo di protesta. Mentre svolgevamo il nostro lavoro di guide, al posto del cartellino FAI con su scritto che siamo degli studenti volontari, ne abbiamo messi alcuni fatti da noi per denunciare il fatto che fossimo non volontari ma obbligati per l’alternanza scuola-lavoro”. Una forma di protesta che, spiegano gli studenti, non era rivolta al FAI ma che voleva segnalare le criticità dell’alternanza scuola lavoro ai turisti che stavano visitando il museo.

La protesta, si legge ancora nel post del collettivo, ha indispettito la delegata FAI che ha provato a strappare il badge di una ragazza e ha minacciato gli studenti di mettere in pericolo l’ammissione agli esami di maturità. Il giorno successivo la delegata si è presentata in classe per raccontare l’accaduto e subito dopo un incontro tra docenti e preside, è stato comunicato all’intera classe che avrebbe subito una nota disciplinare e il 7 in condotta a fine anno.

“Oltre al danno, insomma anche la beffa”, scrivono gli studenti nel post. “Ci sentiamo di fronte ad una gravissima negazione della libertà di espressione e soprattutto abbiamo finalmente constatato sulla nostra pelle cosa voglia dire che gli enti privati entrino nella scuola pubblica. Adesso gli enti con cui facciamo alternanza hanno diritto di pretesa sulle sanzioni disciplinari, di parola su un percorso formativo di cinque anni. Al liceo classico insegnano a pensare, si dice, ma ora penalizzeranno una classe intera che con il pensiero critico si è opposta al lavoro non riconosciuto e non retribuito”.

La vicenda è stata raccontata su Il Manifesto da Adriana Pollice. Il 29 marzo il FAI ha inviato una lettera al quotidiano per spiegare l’iniziativa e come il percorso avviato con il liceo Vittorio Emanuele II di Napoli sia ritenuto dalla preside dell’istituto un percorso “altamente formativo per acquisire coscienza del valore della tutela dei beni culturali del nostro Paese, missione che il FAI persegue da oltre quarant’anni con indiscutibile successo”. Specificando che la protesta non era rivolta al FAI, ma all’attuazione dell’alternanza scuola lavoro, il FAI si è scusato nel caso in cui il tutor aziendale del progetto “sia andato al di là del proprio ruolo”, che dovrebbe essere quello di fornire “all’istituzione scolastica tutti gli elementi per valutare le attività degli studenti, senza entrare nel merito del loro comportamento la cui valutazione compete unicamente al Consiglio di classe”.

Comunicato da parte della classe VB del liceo classico Vittorio Emanuele II di Napoli.Scriviamo questo post in seguito...

Pubblicato da Collettivo Vittorio Emanuele II su giovedì 29 marzo 2018

In un post pubblicato sempre il 29 marzo su Facebook, gli studenti hanno specificato che erano a conoscenza che la loro attività di domenica 25 marzo era soggetta a valutazione e, pertanto, se non si fossero presentati, ci sarebbe stato un giudizio negativo da parte del tutor esterno, e hanno precisato di aver protestato perché rifiutano “l’obbligo e la non possibilità di scelta”.

Siamo obbligati a fare alternanza scuola-lavoro da tre anni, da quando è entrata in vigore con la Buona Scuola. Siamo la prima generazione che affronta l’attuazione di questa legge e dopo tre anni, permetteteci, possiamo dirlo: non ci piace. Tra noi c’è chi la rifiuta per com’è fatta, c’è chi la rifiuta da principio. C’è chi crede che nel migliore dei casi sia una perdita di tempo e nel peggiore dei casi uno sfruttamento. C’è anche chi crede che i percorsi che abbiamo svolto siano stati un minimo formativi, ma siamo ben consapevoli che siano percorsi che avremmo potuto scegliere se e quando avremmo voluto, indipendentemente dall’alternanza.
Dopo tre anni possiamo fare un bilancio e dire che l’alternanza pesa gravemente sul nostro studio, sui programmi da terminare, sul nostro spazio privato, sulla nostra serenità. La scuola, siamo i primi a dirlo, ha bisogno di essere riformulata, ma nel senso opposto. Vogliamo una scuola che ci faccia crescere come persone, non come forza-lavoro. Vogliamo una scuola in cui si dia più spazio allo studio, alla ricerca, ai dibattiti, allo spaziare al di fuori dei programmi, non una scuola che tolga tempo a tutto questo.

“A Napoli e a Carpi è andata in scena una finzione educativa”

Quelle di Napoli e Carpi sono due vicende leggermente diverse, spiega Girolamo De Michele a Valigia Blu. «Napoli, nelle modalità in cui si è manifestata la protesta, ricorda abbastanza lo sciopero. A Carpi, invece, uno studente ha espresso sulla sua pagina Facebook, in una dimensione, quindi, a cavallo tra pubblico e privato, proprie valutazioni su una prestazione che aveva effettuato, quindi ha espresso un giudizio».

In entrambi i casi, prosegue lo scrittore e docente di scuola, i segnali che arrivano sono gravi e problematici perché testimoniano di una scuola che deroga il suo ruolo educativo a terzi, come nel caso di Napoli, o addirittura alle regole esistenti, inventandone di nuove: «A Napoli la richiesta di intervento è arrivata dal tutor esterno e, anche se poi è rientrata, è preoccupante e mostra il carattere invasivo delle aziende nella scuola che cominciano a pretendere prestazioni valutative».

A Napoli, aggiunge sempre a Valigia Blu Gianni Marconato, psicologo ed esperto di formazione continua, «l’istituzione scolastica ha dato di sé una pessima immagine perché ha rinunciato alla propria funzione educativa, assumendo quella che potremo chiamare una finzione educativa, si è accodata alle richieste del mondo esterno, fondendosi con esso».

Nel caso di Carpi, invece, è stato assegnato un voto in condotta intermedio, una cosa del tutto anomala, segnala De Michele, «perché il voto in condotta fa parte delle valutazioni che si danno al termine del primo quadrimestre e al termine della scuola». Un voto in condotta intermedio suona da questo punto di vista come una sanzione, una punizione esemplare, un esercizio di potere. «Il messaggio è: io decido quello che mi pare». E nel prendere questa decisione, prosegue De Michele, è stato violato lo statuto delle studentesse e degli studenti che al quarto comma dell’articolo 4, dice che “In nessun caso può essere sanzionata, né direttamente né indirettamente, la libera espressione di opinioni correttamente manifestata e non lesiva dell'altrui personalità”. Da questo punto di vista, conclude De Michele, lo studente di Carpi ha sperimentato «la vera alternanza lavoro, cioè un lavoro senza tutele, senza regole, senza diritti sindacali, con l’assoluto arbitrio in mano al padrone. È un giudizio paradossale ma siamo davanti a cose gravissime».

Tutto questo, prosegue Marconato, non crea le condizioni affinché si costruisca, «a mo’ di membrana, quello sguardo critico e riflessivo che è la premessa per essere cittadini consapevoli e responsabili. Gli studenti, con le loro proteste, stanno rinfacciando alla scuola questa perdita di orientamento alla persona».

“Carpi e Napoli un’occasione per apprendere dai propri errori”

Così facendo, invece, la scuola, rappresentata dagli insegnanti e dai dirigenti, ha dato una prova di debolezza, si è schierata con l'astrattezza dell’istituzione e non ha dato ascolto e accoglienza alle istanze degli studenti, ha scelto la strada più comoda e indolore e non si è voluta misurare con le ragioni di buona parte degli studenti spiega ancora Marconato. «L'immagine che ne esce è quella di una scuola che, di fronte a un conflitto tra istituzione e persona, sceglie l'istituzione e adotta un comportamento autoritario per riaffermare la propria autorità, dimostra di non avere autorevolezza e perde una buona occasione per assolvere alla propria funzione educativa, di istruzione e formazione aprendo un confronto vero e non di maniera sulle loro argomentazioni, anzi liquidandole come posizioni pregiudiziali».

Con il ricorso al voto in condotta, prosegue Marconato, la scuola ha utilizzato quella che ha ritenuto essere l'unica arma a disposizione (il voto) dimenticando di poter contare sul dialogo e accettando, eventualmente, di uscire "sconfitta" dal confronto. «Spogliarsi dell'autorità per giocare la partita su di un piano di parità (che è l'unica modalità possibile per essere veramente educativa), evidentemente era un rischio troppo elevato».

«Dire se gli studenti hanno torto o ragione è la cosa meno interessante. L’aspetto da sottolineare di tutta questa vicenda è che gli studenti hanno messo in crisi un sistema», ci spiega Cristiano Corsini, professore associato di Pedagogia Sperimentale all’università D’Annunzio di Chieti-Pescara. In un mondo dove alle scuole viene imposto un modello, che poi applicano, il fatto che ci sia qualcuno che alzi la mano e dissenta è una cosa positiva, aggiunge il docente. «E quel qualcuno è il destinatario dell’intervento. Ascoltiamolo. Ci saranno anche voci a favore dell’alternanza, probabilmente in altri contesti, forse persino negli stessi contesti: ascoltiamole. Ripartiamo da qui: non sono stati ascoltati dirigenti, docenti e studenti, su di loro dall’alto sono state calate riforme, sistemi di rendicontazione, un’autovalutazione che di “auto” ha ben poco e prove oggettive. Iniziamo ad ascoltare. Ascoltiamo chi apprende e chi insegna: andava fatto da tempo, ma non è mai troppo tardi».

“L’incidente critico” provocato dagli studenti dovrebbe invitare tutta la componente scolastica, dai docenti ai presidi, dagli studenti stessi fino ad arrivare ai tutor interni ed esterni, a dialogare, magari attraverso focus group o assemblee, spiega Corsini. Napoli e Carpi potrebbe rappresentare, da questo punto di vista, l’occasione per far ripartire la scuola, per farla uscire da modalità di funzionamento dove, al confronto e alla collegialità, preferisce la logica dell’esecuzione, alla partecipazione l’aria di accettazione gerarchica di direttive che arrivano dall’alto, afferma sempre il professore di Chieti-Pescara. Attualmente, nelle scuole «c’è spesso un dirigente che decide, docenti che non fanno sentire la propria voce quando sono vicini ai presidi e tutto questo a cascata fino ad arrivare agli studenti in una dinamica che genera lacerazioni e conflitti e non occasioni di confronto e costruzione».

«Manca un sano conflitto, aggiunge Girolamo De Michele, «che porti a ricostruire la scuola prima ancora che la comunità scolastica». Nella scuola attuale tutto è costruito affinché studenti, dirigenti, consigli di classe siano parcellizzati. «La scuola, come organizzazione sociale particolare, potrebbe funzionare meglio se adottasse convintamente, anche attraverso meccanismi formali, la prospettiva della collaborazione invertendo la rotta rispetto alla cultura della competizione oggi dominante. Competizione tra studenti, tra insegnanti, tra scuole», fa da eco Gianni Marconato.

«Se si vuole fare uno balzo in avanti», conclude Corsini, «la scuola dovrebbe utilizzare quanto accaduto a Napoli e Carpi per apprendere ed esercitare la riflessività». Ma le istituzioni sono riflessive? E imparano dai propri errori?

Come funziona l’alternanza scuola lavoro

Le proteste di Carpi e Napoli non rappresentano una novità. Già lo scorso ottobre, gli studenti avevano organizzato manifestazioni contro uno strumento formativo percepito come una forma di sfruttamento e lavoro non retribuito. In un articolo di novembre 2017, l’Espresso presentava alcuni casi in cui i progetti di alternanza scuola lavoro avevano ben poco di formativo. Come a Pisa, dove “un gruppo di studenti del liceo classico e dell'Istituto tecnico ha passato il ponte dell'Immacolata vestito da elfo, scorrazzando per i vagoni di un treno. I ragazzi del liceo classico, in virtù delle loro doti letterarie, si sono occupati della stesura delle lettere da inviare direttamente a Babbo Natale”. O in provincia di Agrigento, dove uno studente di 16 anni, iscritto al liceo Scientifico della zona, è stato chiamato a raccogliere bottiglie e infilare dentro un sacchetto i mozziconi di sigarette su una spiaggia. O il Liceo Scientifico Newton di Roma, dove gli studenti hanno filmato mentre lavorano in un call center per “procacciare liberi professionisti per un nuovo portale web di proprietà al 49 per cento del loro insegnante. La preside, ben consapevole di dove stava mandando i suoi ragazzi, dopo il caos scatenato, ha deciso di ritirare la convenzione con l'azienda in questione”.

Ovviamente non ci sono solo casi negativi, ma episodi come questi testimoniano come, da quando è diventata obbligatoria, l’alternanza scuola lavoro dipenda molto dai contesti scolastici e territoriali in cui viene applicata e necessiti di monitoraggio. A un anno dalla sua introduzione, scriveva lo scorso ottobre Marzio Bartoloni su Il Sole 24 Ore, secondo un indagine della rete degli studenti medi, metà degli studenti giudicava il percorso utile per gli studi e per un orientamento lavorativo futuro, ma “un terzo – soprattutto chi frequenta i licei – non ha invece un bel ricordo: l’esperienza è stata poco formativa, anche perché in molti casi è mancato un insegnante che li guidasse in questo percorso e anche nel posto di lavoro il tutor non era molto preparato a seguirli”.

L’alternanza scuola lavoro è stata introdotta dalla cosiddetta riforma della Buona Scuola (L. 107/2015), approvata nel 2015, consolidando una sperimentazione già avviata da alcuni anni nelle scuole professionali. La legge prevede nell’ultimo triennio delle superiori un percorso di studio obbligatorio (di 400 ore per gli istituti professionali, 200 per i licei) da svolgere in aziende, enti locali, musei, istituzioni pubbliche e private, “al fine di incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti”. Le ore di alternanza sono a tutti gli effetti ore di lezione e possono essere svolte anche oltre l’orario scolastico. Da un punto di vista formativo, si legge sul sito del ministero dedicato allo strumento, l’alternanza scuola lavoro dovrebbe aiutare a “consolidare e testare sul campo le attitudini di studentesse e studenti, ad arricchirne la formazione e a orientarne il percorso di studio e, in futuro di lavoro, grazie a progetti in linea con il loro piano di studi.

Le scuole stipulano una convenzione con le strutture individuate che definisce le attività da svolgere durante l’esperienza, le norme e le regole da osservare, le norme su privacy e sicurezza dei dati e sui luoghi di lavoro. Insieme alla convenzione, viene redatto il cosiddetto patto formativo, che stabilisce obblighi, competenze da conseguire, tempi e modalità delle attività da svolgere da parte degli studenti.

Il percorso di ciascuno studente viene accompagnato da un tutor interno (docente scolastico) e uno esterno (rappresentante dell’azienda presso la quale si svolge l’attività di alternanza scuola lavoro). Il tutor interno elabora insieme al tutor esterno il percorso formativo degli studenti, assiste e guida gli studenti, gestisce le relazioni nel contesto in cui si sviluppa l’esperienza di alternanza scuola lavoro, monitora le attività e affronta eventuali criticità, valuta obiettivi raggiunti e competenze apprese, informa gli organi scolastici sull’andamento delle attività. Il tutor esterno favorisce l’inserimento degli studenti nel contesto operativo, pianifica e organizza le attività in base al progetto formativo, coinvolge gli studenti nel processo di valutazione dell’esperienza, fornisce all’istituzione scolastica gli elementi concordati per valutare le attività degli studenti e l’efficacia del percorso formativo. Al termine dell’esperienza verranno certificate le competenze apprese e valutato il percorso nel suo insieme.

Docenti tutor esterni e studenti sono chiamati poi a raccontare le proprie esperienze di alternanza che vengono geolocalizzate sul sito del ministero dell’istruzione università e ricerca dedicato all’alternanza scuola lavoro.

A metà dicembre, per far fronte alle diverse criticità segnalate da indagini e inchieste giornalistiche, il ministro dell’istruzione Valeria Fedeli aveva annunciato l’inaugurazione della “piattaforma di gestione dell’alternanza” e l’introduzione di “un bottone rosso per segnalare eventuali problematicità” e “consentire  alle studentesse e agli studenti di segnalare quei casi in cui non viene rispettato il patto formativo siglato”. Abbiamo provato a contattare il ministero per sapere se e come il bottone rosso sia stato utilizzato dalle scuole, ma al momento non abbiamo ancora ricevuto una risposta.

L’alternanza, aveva ricordato all’epoca Fedeli, “non è uno stage, un tirocinio, un apprendistato, l’Alternanza è un momento in cui si impara, fuori da scuola ed anche attraverso la pratica, quello che serve ad arricchire il percorso di crescita e le competenze di studentesse e studenti, è una modalità didattica innovativa e preziosa, che deve essere elemento di qualità dei percorsi di istruzione, per tutte e per tutti”. Resta questo l’aspetto più discusso.

Foto in anteprima via Collettivo Vittorio Emanuele II

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La CDU di Angela Merkel e i liberali di FDP hanno comprato dalle Poste i dati microtargeting degli elettori durante la campagna 2017

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

di Alessandro Alviani

Durante la campagna elettorale per le politiche del 2017, la Cdu di Angela Merkel e i liberali della Fdp hanno pagato Deutsche Post per poter utilizzare i dati dei suoi clienti a fini elettorali (microtargeting). Ognuno dei due partiti ha versato al gigante tedesco delle Poste una somma a cinque cifre. La notizia, rivelata dalla Bild am Sonntag, è stata confermata dalla Cdu e dalla Fdp. Stando al giornale, dal 2005 Deutsche Post cede ai partiti, dietro compenso, delle informazioni sui propri clienti. A gestire il tutto è la Deutsche Post Direkt GmbH, controllata al 100% dalle Poste.

I dati vengono anonimizzati. Tuttavia, combinandoli, si possono formulare, per ogni abitazione con almeno sei famiglie, delle previsioni sull'"affinità a un partito", scrive il giornale. In una brochure interna citata dalla Bild am Sonntag, Deutsche Post nota che "per ogni palazzo nel collegio elettorale viene calcolato un valore di probabilità" per ogni formazione politica. "Per circa 20 milioni di abitazioni con circa 34 milioni di nuclei familiari in Germania – prosegue la brochure – sono disponibili oltre un miliardo di singole informazioni". Tra queste rientrano dati su potere d'acquisto, comportamenti bancari, sesso, età, livello d'istruzione, situazione abitativa, struttura familiare, contesto abitativo e possesso di un'auto. Le Poste acquistano ulteriori set di dati da soggetti terzi, come l'ufficio del catasto o la motorizzazione. I clienti di Deutsche Post per evitare che i propri dati vengano ceduti, dovrebbero esplicitamente opporsi per iscritto. In pochi lo sanno e quindi lo fanno. Quindi da cliente tu non sai che quei dati possono finire ai partiti.

Tanto Deutsche Post, quanto la Cdu e la Fdp hanno spiegato che la pratica è avvenuta nel rispetto delle leggi tedesche sulla privacy e che i dati sono completamente anonimizzati. La Cdu ha dichiarato di aver commissionato alle Poste l'"invio di massa" di materiale per posta e di aver ottenuto da Deutsche Post una "probabilità statistica del voto per la Cdu" relativa a determinati tratti di strada, nonché l'accesso a una speciale mappa (accesso interrotto dopo le elezioni). Stando alle Poste, le informazioni non vengono vendute, ma solo date in affitto e non si riferiscono a singole persone, quanto a "microcelle" composte in media da 6,6 famiglie.

La cessione dei dati ai partiti non è illegale in Germania, né del tutto sconosciuta: lo scorso settembre Zeit online, parlando di una app usata in campagna elettorale dai militanti della Cdu per contattare in modo mirato i potenziali elettori cristiano-democratici, aveva scritto che i dati arrivavano proprio da Deutsche Post Direkt. Alla luce dello scandalo che coinvolge Cambridge Analytica e Facebook, però, la vicenda è finita ora in primo piano, al punto che il garante per la protezione dei dati del Nordreno-Vestfalia – competente in materia in quanto Deutsche Post Direkt ha sede in quel Land – ha annunciato l'avvio di un procedimento per verificare il rispetto delle leggi da parte delle Poste.

DW specifica anche che attualmente ci sono poche prove in base alla quali si può affermare che il microtargeting abbia avuto una grande influenza sull'esito del voto di settembre 2017 in Germania: "Anche con i dati di Deutsche Post, la CDU ha registrato il peggior risultato degli ultimi 68 anni". Nonostante questo, continua il media tedesco, la notizia rivelata dalla Bild am Sonntag crea imbarazzo nei partiti coinvolti, in particolare per FDP, poiché si presenta "come un partito pro-privacy che difende i diritti dei cittadini". Inoltre, la percezione che il microtargeting, indipendentemente dalla sua reale efficacia, possa essere usato per influenzare i risultati elettorali, "potrebbe potenzialmente minare ulteriormente la fede dei cittadini nella democrazia". Su questa questione, Johannes Caspar, commissario per la protezione dei dati di Amburgo, ha detto alla Bild che «quando la Costituzione assegna ai partiti di rappresentare la volontà popolare, non significa certamente usare metodi non trasparenti per manipolare la volontà degli elettori».

Foto anteprima: bici con logo di Deutsche Post, via pixabay

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Ma davvero Cambridge Analytica ha manipolato il voto usando i dati online degli utenti?

[Tempo di lettura stimato: 14 minuti]

di Francesca Amenduni

In seguito alle vicende delle ultime settimane che hanno messo sotto accusa Facebook per l’incapacità di tutelare la privacy dei suoi utenti, l’interesse per l’impatto della metodologia di Cambridge Analytica sui risultati elettorali di Donald Trump e della Brexit sembra essersi riacceso: i metodi di Cambridge Analytica rappresentano una minaccia per la democrazia? Quanto sono stati efficaci i messaggi personalizzati sulla base delle caratteristiche di personalità, che qualcuno ha definito i “demoni interni” dell’elettorato americano? C’è il rischio di una manipolazione di massa dell’elettorato da parte di agenzie di comunicazione politica?

Leggi anche >> Guida al caso Facebook-Cambridge Analytica: gli errori del social, la reale efficacia dell’uso dei dati e il vero scandalo

Per rispondere a queste domande, in moltissimi articoli si è fatto ricorso a diverse tipologie di fonti: le dichiarazioni contraddittorie da parte dei vertici di Cambridge Analytica, opinioni di ex clienti dell’agenzia, catastrofiche dichiarazioni da parte degli ex impiegati dell’agenzia inglese, argomentazioni di carattere teorico formulate da prestigiosi esponenti accademici ed evidenze delle ricerche sperimentali. In questo articolo si cercherà di rispondere alle incognite relative all’efficacia del metodo proposto da Cambridge Analytica, chiarendo quali siano le evidenze a disposizione e operando una distinzione tra le opinioni, le argomentazioni di carattere teorico e i risultati di studi scientifici.

Su quali fonti si è basato il dibattito sino ad oggi?

Prima di rispondere alle domande relative all’efficacia del metodo di Cambridge Analytica, è utile operare una distinzione sulle fonti che verranno prese in esame:

Opinioni. Sono state riportate diverse testimonianze, in particolare quelle basate sull’esperienza degli ex clienti di Cambridge Analytica. Sebbene le opinioni siano ampiamente prese in considerazione nelle scienze sociali, quando trattate in isolamento ci dicono poco sull’efficacia di un intervento. Ad esempio, nel caso delle opinioni di un cliente di un’agenzia di comunicazione politica, potrebbero interferire alcuni bias: aspettative irrealistiche, profezie auto-avveranti, scetticismo, mancata comprensione della metodologia e attribuzione di responsabilità all’esterno (se ho fallito, è stata colpa dell’agenzia). Per quanto riguarda opinioni e argomentazioni basate su teorie abbiamo usato come fonte l'articolo "The big data panic" pubblicato da Felix Salmon su Medium.

Argomentazioni basate su teorie. Evidenze non empiriche, basate sulla logica ossia l’interconnessione tra teorie e risultati di studi precedenti. Queste argomentazioni consentono di formulare delle ipotesi, da sottoporre al vaglio di una ricerca scientifica.

Evidenze empiriche. Sono i risultati di ricerche scientifiche, ricavati attraverso dei protocolli progettati per ridurre l’effetto degli errori sistematici (ad esempio tramite tecniche di campionamento, l’uso della statistica e così via).

Le 4 principali questioni su cui verte il dibattito

Le criticità inerenti al metodo di Cambridge Analytica riguardano le diverse fasi del processo, che Alexander Nix, amministratore delegato di Cambridge Analytica, descrisse durante il Concordia Summit del 2016 negli Stati Uniti. Il CEO dichiarò di poter creare contenuti cuciti su misura basandosi sul profilo di personalità, orientamento politico, religioso ed etnia di ogni singolo elettore. Nix in quell’occasione non spiegò, però, in che modo Cambridge Analytica era entrata in possesso dei dati sensibili di gran parte dell’elettorato americano.

In un’inchiesta del Guardian del 2015 fu reso noto che l’agenzia aveva ricavato quei dati tramite un’applicazione di Facebook (nelle scorse settimane è emerso che si chiamava “thisisyourdigitallife”) sviluppata da Aleksandr Kogan, docente dell’università di Cambridge. I 320.000 utenti che scaricarono l’App risposero alle domande di un test di personalità, che permetteva a Kogan di conoscere i livelli di estroversione, apertura alle nuove esperienze, stabilità emotiva, coscienziosità e piacevolezza, ossia i 5 tratti fondamentali del modello Big 5. Un’impostazione di Facebook, nota come “friend permission”, consentiva agli sviluppatori di accedere non solo ai profili di chi scaricava l’app ma anche ai dati di tutti i loro amici e ciò permise a Kogan di accedere alle informazioni di 87 milioni di utenti (si tratta, ha specificato Facebook, di un calcolo per eccesso utilizzato per capire il possibile numero di utenti coinvolti) che non avevano scaricato l’App e che includevano tutto ciò che può essere condiviso all’interno di un profilo di Facebook: Like, immagini, link, contenuti testuali e così via. Facebook nel 2015 decise di rimuovere la funzione “friends permissions”, di eliminare l’App di Kogan e richiese a Cambridge Analytica di cancellare tutti i dati da loro raccolti. Tutta la vicenda è riesplosa nei giorni scorsi con le confessioni a The Observer e New York Times dell'ex dipendente di Cambridge Analytica, Christopher Wylie, che avrebbe dichiarato che la società era ancora in possesso dei dati e di averli usati per le campagne elettorali di Donald Trump e della Brexit. Ipotesi negate da Cambridge Analytica.

Per comprendere dunque se il metodo di Cambridge Analytica abbia avuto un impatto nelle elezioni in cui è stata coinvolta, è necessario sapere se tutti i passaggi della metodologia funzionano.

1. È possibile ricavare un profilo di personalità attendibile attraverso le impronte digitali ("Like" di Facebook, Post, Tweet e così via)?

Per creare dei contenuti persuasivi, la strategia dichiarata da Cambridge Analytica è personalizzare il messaggio elettorale combinando i dati socio-anagrafici (sesso, etnia, religione, orientamento politico) con le caratteristiche di personalità dell’elettore. Sia i dati socio-anagrafici che i dati psicologici furono raccolti tramite l’App sviluppata da Kogan thisisyourdigitallife attraverso due principali modalità: le risposte alle domande di un test di personalità e l’incrocio di una molteplicità di impronte digitali ("Like" di Facebook, immagini, link).

Gli utenti che scaricarono l’App di Kogan risposero alle 120 domande di un questionario che si chiama IPIP-NEO, la versione online e open-source del test del Big 5. Ricerche empiriche mostrano che il questionario possiede buone proprietà psicometriche e questo implica che Kogan disponesse di dati accurati riguardo il profilo di personalità dei 320mila utenti Facebook che scaricarono l’app.

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Per quanto riguarda gli amici di chi scaricò l’app invece, Kogan adoperò un procedimento statistico chiamato analisi fattoriale, una tecnica che consente di estrapolare un numero ridotto di tratti latenti (ad esempio, i cinque tratti di personalità del modello Big 5) partendo da una moltitudine di variabili direttamente osservabili (i "Like" di Facebook, ad esempio). Una volta estrapolati i tratti di personalità attraverso l’analisi fattoriale, Kogan avrebbe potuto continuare a utilizzare e implementare il modello persino nel caso in cui Cambridge Analytica avesse davvero cancellato i dati grezzi di Facebook. Come spiega Matthew Hindman, professore della George Washington University, è come se una foto in alta risoluzione venisse convertita in una qualità più bassa, per poi essere cancellata: l’immagine continuerebbe a esistere, seppur in una versione semplificata. Su quanto l’analisi fattoriale abbia permesso a Cambridge Analytica di ricavare dati utili emerge una prima contraddizione tra evidenze empiriche e dichiarazioni di due protagonisti della vicenda, Kogan e Nix, rilasciate il 20 marzo, pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo di Facebook.

Il famoso articolo di Kosinski e Stilwell del 2013 fu il primo studio scientifico a osservare che attraverso i like di Facebook fosse possibile conoscere i tratti di personalità degli utenti con una soddisfacente accuratezza. Una conferma a tali evidenze è arrivata da una recente meta-analisi, che ha confrontato 24 studi inerenti la valutazione della personalità di un’utente attraverso l’analisi delle sue impronte digitali (immagini, testi, like): i ricercatori osservarono che le tracce digitali possono essere utilizzate per ricavare i tratti di personalità con un’accuratezza che varia da 0,29 per il tratto di personalità piacevolezza a 0,40 per l’estroversione. Questi valori corrispondono ad un indice conosciuto come “coefficiente di personalità” che descrive la forza predittiva della personalità sui comportamenti in genere come ad esempio il divorzio e il successo lavorativo. La meta-analisi riporta, inoltre, che, combinando le tracce digitali con dati demografici, la precisione della previsione aumenta.

In contraddizione con i risultati di questi studi, arriva una dichiarazione che Kogan rilascia per la CNN, in cui spiega che il modello adoperato non aveva funzionato granché bene e un’altra di Nix per la BBC, durante la quale in maniera sorprendente afferma “non siamo d’accordo con la maggior parte di coloro che decantano la potenza dei dati da noi impiegati. Abbiamo testato molti modelli e, quando abbiamo scoperto che i dati non erano utili, ci siamo mossi su percorsi differenti”. Tuttavia, ad oggi, le dichiarazioni di Kogan e Nix non possono essere verificate in quanto non è stato pubblicato alcuno studio scientifico basato sui dati raccolti tramite thisisyourdigitallife. Inoltre, come nota Matthew Hindman, professore della George Washington University, chiunque sarebbe pronto a sottostimare il suo contributo nel bel mezzo di uno scandalo di così alta portata.

Per personalizzare un messaggio elettorale, conoscere la personalità di qualcuno non è sufficiente ed uno dei dati più importanti da ricavare è indubbiamente l’orientamento politico. Nell’articolo del 2013 di Kosinski e colleghi, venne riportato che i "Like" di Facebook possono essere utilizzati per ricavare con l’85% di accuratezza informazioni sull’orientamento al partito democratico o repubblicano. A differenza da quanto riportato da Felix Simon su Medium come prova dell’inconsistenza del modello di Cambridge Analytica, l’agenzia non utilizzò i profili di personalità per anticipare l’orientamento politico (infatti, la relazione tra personalità e orientamento politico è solo del 5%) ma adoperò le impronte digitali degli utenti Facebook.

2. Personalizzare il messaggio sulla base della personalità rappresenta una strategia efficace per influenzare il comportamento d’acquisto?

L’idea di personalizzare il messaggio elettorale combinando i dati socio-anagrafici (sesso, etnia, religione) con le caratteristiche di personalità dell’elettore è stata probabilmente ispirata dagli studi dei ricercatori di Cambridge che hanno applicato il metodo nella vendita di prodotti commerciali.

Fig. 1 Esempi di messaggi pubblicitari personalizzati per persone con alta e bassa estroversione (A) e alta e bassa apertura alle nuove esperienze (B)

Nella pubblicazione del 2017, che incluse tre esperimenti effettuati su un campione di 3,5 milioni di persone, Kosinski e i colleghi di Cambridge osservarono che messaggi pubblicitari personalizzati sulla base del profilo di personalità influenzavano in maniera significativa il comportamento degli utenti. In uno dei tre studi, i ricercatori personalizzarono i messaggi pubblicitari di un’azienda di cosmetici suddividendo il target in donne estroverse (energiche, attive, socievoli) e introverse (timide, riservate, taciturne). Per i profili estroversi vennero progettati una decina di messaggi come, ad esempio, “balla come se nessuno ti stesse guardando (anche se in realtà sei sotto gli occhi di tutti)”, e lo stesso fu fatto per i profili introversi (fig. 1). I risultati mostrano che i gruppi che ricevettero messaggi coerenti rispetto al profilo di personalità cliccavano il 40% delle volte in più sui banner pubblicitari e portavano a termine l’acquisto il 50% delle volte in più rispetto al gruppo di controllo e alla controparte che riceveva messaggi incoerenti. Sebbene le evidenze riportate da questi studi siano solide, l’efficacia di una strategia di marketing applicata ai prodotti non può essere estesa alla comunicazione elettorale, in quanto la scelta di un candidato o di un fondotinta si basano su processi decisamente diversi.

3. Dunque, personalizzare il messaggio sulla base della personalità è una strategia efficace per influenzare il comportamento elettorale?

Il targeting mirato è stato impiegato in politica per la prima volta da Barack Obama sia nella campagna elettorale del 2008 sia nel 2012. Secondo le opinioni di alcuni accademici, tra cui Bruce Newman, tale strategia fu decisiva per il successo elettorale di Obama. In un’intervista del 2016, Newman spiega: “Esaminando ciò che successe nel 2012, per esempio, vediamo che Obama raggiunse la maggioranza sul voto popolare con il 3% di margine, mentre sul Collegio Elettorale ottenne un vantaggio di circa il 30%. Ciò è accaduto perché il micro-targeting e i big data sono stati impiegati per inviare messaggi personalizzati all’elettorato, lo stesso meccanismo del marketing di un prodotto o di un servizio”.

Tuttavia, non vi sono ad oggi studi sperimentali a supporto della tesi di Newman. Cambridge Analytica avrebbe aggiunto un nuovo ingrediente alla ricetta adottata da Obama: utilizzare non solo i dati socio-anagrafici, ma anche i profili di personalità dell’elettorato americano per creare messaggi personalizzati. Molti articoli recenti, hanno reagito con scetticismo alle dichiarazioni riportate da Wylie in un’intervista per The Guardian: “Abbiamo sfruttato Facebook per raccogliere i profili di milioni di persone e costruito modelli per sfruttare ciò che sappiamo di loro e colpire i loro demoni interiori”. Per destrutturare “la narrativa dell’onnipotenza” di Cambridge Analytica, sono state riportate, sino ad oggi, le opinioni dei protagonisti di questa vicenda e le argomentazioni dei docenti universitari basate su teorie.

Opinioni

Un articolo su The Verge cita Tom Dobber, dottorando dell’Università di Amsterdam: “non sappiamo quanto sia efficace una strategia di micro-targeting basata sulla psiche. Penso che Cambridge Analytica sia più una compagnia di marketing che di analisi del elettorato”. Secondo The Verge, ci sarebbero buone ragioni per credere a Dobber: in particolare, le testimonianze degli ex clienti di Cambridge Analytica, riportate anche da Medium e da MotherJones, ridimensionano drasticamente l’impatto di Cambridge Analytica sulla vittoria di Donald Trump.

Rick Tyler, consulente della comunicazione del senatore Ted Cruz, spiegò, ad esempio, che più della metà dei votanti dell’Oklahoma, identificati dall’agenzia come supporter di Cruz, si orientarono verso altri candidati. Inoltre, Cambridge Analytica promise di fornire a Chris Wilson, direttore della strategia digital di Cruz, un software in grado di integrare la gestione del database degli elettori con le strategie di micro-targeting, porta a porta, raccolta fondi e sondaggi. In realtà, al momento delle trattative tra Cambridge Analytica e Wilson, il software non era ancora stato finalizzato. Dopo ripetute richieste da parte di Wilson sul software, un impiegato di Cambridge Analytica ammise: “Ripon (ndr, il software) non esiste e non esisterà mai. Ho deciso di dare le dimissioni perché non posso più sopportare di mentire ogni giorno”. Il team Cruz non è stato l’unico a manifestare insoddisfazione. Anche la squadra di Ben Carson lamentò degli errori grossolani nell’acquisto di spazi pubblicitari televisivi da parte della compagnia inglese. Inoltre, pochi sanno che anche Brad Parscale, capo della strategia Digital di Donald Trump, dichiarò in un’intervista a 60 Minutes che lui non credeva che il metodo psicografico di Cambridge Aanalytica fosse efficace.

Della stessa opinione è stato Mike Murphy, capo del comitato politico “Right to rise”, secondo il quale credere nella possibilità di reinventare la persuasione politica con la psicografica sarebbe stato un ridicolo atto di fede.

Un altro elemento che desterebbe dei sospetti sulla metodologia di Cambridge Analytica proviene da un’inchiesta di Channel 4 pubblicata il 19 marzo in cui Alexander Nix, CEO dell’agenzia, fu video-ripreso a sua insaputa durante una conversazione con un inviato. Durante la trattativa con il potenziale cliente, Nix propone una formula molto lontana dall’analisi psicografica dei Big Data: iniettare propaganda nel flusso sanguigno di internet, divulgare video dei rivali mentre accettano tangenti o frequentano bellissime ragazze ucraine.

Argomentazioni dei docenti universitari basate su teorie

Anche molti accademici hanno ridimensionato l’impatto di Cambridge Analytica e, più in generale, la possibilità di utilizzare la personalità per influenzare il comportamento di voto.

In accordo con la tesi di Eitan Hersh, professore di scienze politiche presso la Tufts University, proposta in un celebre libro del 2015, “Hacking the Electorate”, l’impiego dei dati provenienti da Internet non sarebbe in grado di fornire alcun vantaggio ulteriore rispetto alle informazioni reperibili in archivi pubblici. Secondo l’autore, le scoperte più recenti riguardo la psicografica non sono tali da costringerlo a pubblicare una versione aggiornata del suo libro, come evidenzia in un suo tweet.

La posizione di Hersh è argomentata in modo più chiaro in un articolo di The Verge in cui il professore spiega come non sia possibile affidarsi ai "Like" di Facebook per l’anticipazione del comportamento in quanto ciò che piace alla gente tende a modificarsi nel tempo. In secondo luogo, il micro-targeting funzionerebbe meglio per messaggi semplici (per un prodotto commerciale o un emendamento), ma durante una campagna elettorale è necessario condividere un gran numero di informazioni di natura complessa.

Inoltre, anche la migliore strategia di micro-targeting presenta una probabilità di non centrare il bersaglio, e la mancata corrispondenza tra il contenuto del messaggio e le caratteristiche del ricevente rischia di generare un effetto controproducente, come riportano le ricerche di Hersh.

Infine, persuadere le persone a compiere determinate scelte elettorali dipende fortemente dal contesto. È più semplice mobilitare gli elettori che sono già in parte favorevoli a votare un certo candidato piuttosto che persuadere qualcuno a cambiare idea sulla scelta del futuro presidente degli Stati Uniti. Dunque, se la psicografica e il micro-targeting possono influenzare il comportamento d’acquisto dei prodotti, ciò non vale necessariamente anche per la scelta elettorale in quanto l’orientamento politico costituisce un fondamento per l’identità di molte persone, difficile da manipolare.

Come Hersh, Daniel Kreiss, professore dell’Università del North Carolina a Chapel Hill, crede che ci siano diverse ragioni per essere scettici sull’efficacia della metodologia di Cambrdige Analytica. Secondo Kreiss, a prescindere dal metodo impiegato, la persuasione politica può spostare pochissimi voti in quanto parte dell’elettorato è già politicamente orientato. Le campagne di comunicazione politica, rispetto ad altre variabili, hanno davvero poco potere, come diversi studi hanno mostrato.

Jessica Baldwin-Philippi, professoressa della Forham University spiega: “Nessuno può valutare con esattezza l’efficacia di un qualsiasi tipo di strategia politica, e in più le tecniche proposte da Cambridge Analytica non sono ancora state testate empiricamente”. In accordo con quanto riportato da Hersh, Baldwin Philippi afferma che ad oggi i dati più sicuri su cui basare una campagna elettorale sono reperibili dai censimenti e, dunque, il mito della “psicografica” sarebbe principalmente un’esca per i clienti.

Rasmus Kleis Nielsen nota che, essendo Cambridge Analytica una compagnia privata for-profit, sia assurdo trattare dichiarazioni fatte nei loro interessi economici come evidenze dell’efficacia del metodo. Nielsen aggiunge che diverse forme di micro-targeting possono essere utili per le campagne elettorali, ma gli effetti non dovrebbero essere sovrastimati. “Non è una pallottola d’argento e non è un fattore decisivo nel risultato elettorale”. Nielsen fa riferimento ad una delle prime teorie della comunicazione massmediatica, conosciuta come teoria dell’ago ipodermico o del proiettile invisibile. Tali modelli, sviluppati durante i regimi totalitari, suggerivano che un certo messaggio raggiungesse la mente di un ricevente a discapito della sua consapevolezza, influenzandone il comportamento. La teoria è stata negli anni notevolmente revisionata e oggi la comunicazione è concepita come un processo polisemantico per cui il ricevente può interpretare in diversi modi un messaggio, anche se progettato scientificamente dal mittente. Come spiega Felix Salmon su Medium, "se un messaggio mirato vuole spingere Enrica Rossi ad astenersi, non significa che Enrica interpreti il messaggio per quello che è il suo obiettivo (o comprenderlo e riconoscerlo del tutto - come suggerisce Russell Neuman, siamo sorprendentemente buoni a ignorare la pubblicità e la propaganda). Se anche Cambridge Analytica fosse stata efficace, come sosteneva, nel rivolgersi a individui specifici con contenuti cuciti su misura, ciò non significa che abbia avuto alcun effetto significativo".

4. Cambridge Analytica è stata la prima ad adoperare strategie psicologiche all’interno delle reti digitali per influenzare il comportamento degli utenti?

Cambridge Analytica non è stata la prima ad aver tentato di adoperare la psicologia per influenzare il comportamento attraverso i social network.

Nel 2012 alcuni fu condotto uno studio su un campione di 70.000 profili Facebook per esaminare il fenomeno del contagio emotivo, ossia il trasferimento di uno stato emotivo da una persona ad un’altra. I ricercatori si chiesero se il fenomeno, ampiamente riconosciuto nelle relazioni interpersonali faccia a faccia, fosse generalizzabile all’interno dei network digitali. Per una settimana, il newsfeed degli utenti fu manipolato in modo da mostrare a metà del campione solo contenuti tristi e all’altra metà solo contenuti allegri. Lo studio, pubblicato nel 2014, mostrò che, seppur con un effetto statisticamente molto basso, gli utenti tendevano a condividere contenuti con una connotazione emotiva coerente rispetto all’umore del proprio newsfeed. Lo studio sollevò una polemica circa le ripercussioni di carattere etico, mettendo in secondo piano la presenza di un effetto di contagio emotivo molto basso.

Ancora, nel 2012 fu pubblicato su Nature il primo studio ad aver dimostrato che il mondo online può influenzare in maniera significativa il comportamento delle persone su larga scala. Secondo i ricercatori, che condussero lo studio su 61 milioni di utenti dei social network, circa 340.000 persone in più votarono alle elezioni degli Stati Uniti del 2010 grazie ad una specifica tipologia di messaggio diffuso tramite Facebook. Nello specifico, i ricercatori osservarono che gli amici più stretti esercitavano un’influenza quattro volte superiore sul comportamento di voto rispetto agli altri collegamenti su Faceboook. Secondo gli autori, ciò poteva essere spiegato perché i legami forti generano processi di influenza e costruzione dell’identità sociale. I meccanismi psicologici riportati dallo studio del 2012 sono evidentemente ben lontani dall’idea di personalizzare il messaggio elettorale sulla base delle caratteristiche di personalità.

Se ci sono così poche evidenze riguardo il reale effetto delle strategie di Cambridge Analytica, perché stiamo avendo ancora questo dibattito?

Per Russell Neuman, professore di Media Technology, questo dibattito è il frutto di un sentimento di rifiuto nei confronti dell’avanzamento dirompente delle tecnologie e del terrore ancestrale della manipolazione di massa. Inoltre, il modus operandi giornalistico tenderebbe a privilegiare narrative sensazionalistiche e a cavalcare la cresta dell’onda di una notizia. Infine, per il docente si tratterebbe del classico dibattito conseguente alla vittoria di un candidato improbabile, che può essere tollerata solo attribuendo tutta la responsabilità al “deus ex machina”, cadendo così nel bias per il quale un avvenimento viene spiegato da un unico fattore piuttosto che da una serie di concause.

Sebbene, ad oggi, non vi siano evidenze che la profilazione di Cambridge Analytica abbia sortito un effetto nelle elezioni del 2016, il dibattito è in parte frutto di una presa di consapevolezza circa la velocità dell’avanzamento tecnologico, che procede in maniera più rapida rispetto alla ricerca svolta dalle università e rispetto alle risposte che i policy makers riescono fornire. Secondo David Carroll, docente della Parsons School di Design a New York, è plausibile immaginare che in futuro verranno sviluppate tecnologie in grado di raccogliere molte più informazioni su di noi rispetto a quelle che è possibile reperire oggi. Lo scenario peggiore è che le tecnologie di elaborazione di dati sensibili vengano combinate con la generazione automatica di contenuti persuasivi, non solo testi ma anche immagini, audio e video, come riportato dal rapporto sulla manipolazione politica dell’European Data Protection Supervisor.

Dunque, è plausibile che i servizi di Cambridge Analytica siano stati sovrastimati. D’altro canto, in assenza di evidenze empiriche, non si dovrebbe correre il rischio di sottostimare l’impatto del micro-targeting e della psicografica. Sarà possibile quantificare l’efficacia solo se i dati raccolti dalla compagnia inglese verranno messi a disposizione di ricercatori indipendenti in grado di studiare il fenomeno con metodologie adeguate.

Immagine in anteprima via blog.ecostampa.it

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Sul Corriere della Sera ancora un caso di disinformazione sul clima

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

Ieri è apparso sul sito del Corriere della Sera un articolo, firmato da Mauro della Porta Raffo.

Il pezzo già dal titolo (“Riscaldamento antropico: la verità”) manifesta l'intenzione di svelare ai lettori una presunta (nascosta?) verità sul riscaldamento globale che è in atto sulla Terra. Per farlo però l'autore sposa uno degli argomenti più in voga tra chi nega l'esistenza di questo fenomeno. O, meglio, che intende dimostrare che le attività umane non ne sono responsabili:

Il riscaldamento climatico attuale è del tutto naturale facendo storicamente seguito, non solo alle naturalissime variazioni poco fa ricordate, altresì alle infinite precedenti almeno a far luogo da 10700 anni fa, inizio teorico dell’attuale «periodo interglaciale.

Della Porta Raffo sostiene quindi che, dato che già in passato si sono verificati cambiamenti del clima, anche quello in corso sarebbe “naturale”, «facendo storicamente seguito», scrive, a variazioni precedenti (cita il Periodo Caldo Medievale e la successiva Piccola Era Glaciale).

Anche l'ex direttore del Corriere Paolo Mieli, in un editoriale del 7 novembre 2016, aveva sostenuto una tesi simile, e proprio in quell'occasione su Valigia Blu avevamo smontato questa opinione, ricordando le evidenze scientifiche sul riscaldamento globale e sui cambiamenti climatici. E il consenso raggiunto all'interno della comunità dei climatologi, che da tempo concordano su una specifica affermazione, riportata anche nel rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change: è estremamente probabile che l'influenza umana sia stata la causa dominante del riscaldamento osservato dalla metà del XX secolo (dove "estremamente probabile" esprime una probabilità del 95-100%).

L'attuale riscaldamento si distingue da variazioni, anche importanti, avvenute nel passato per la sua rapidità, soprattutto se si considera l'accelerazione che si è verificata nell'arco di pochi, recenti, anni. I dieci anni più caldi finora registrati si concentrano dal 1998 a oggi.

Ma si distingue anche per le sue cause, appunto. C'è una stretta correlazione infatti tra l'aumento della concentrazione atmosferica dei gas serra (in particolare anidride carbonica), dovuto a numerose attività umane, e le anomalie termiche che si registrano sul pianeta. Già nel 1896 lo scienziato svedese Svante Arrhenius stimò l’effetto sulla temperatura globale di un aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera. Scrive poi della Porta Raffo:

Se l'effetto serra non esistesse la temperatura media sul pianeta sarebbe decisamente inferiore e la vita avrebbe avuto molte difficoltà a svilupparsi.

Il naturale effetto serra dell'atmosfera terrestre ha contribuito a creare le condizioni ambientali per lo sviluppo della vita almeno per come si è evoluta e per come la conosciamo. Ma ciò non significa che l'attuale riscaldamento non sia un problema. È un'argomentazione fallace. Ciò che è accaduto è che le emissioni causate dalle attività umane hanno accentuato questo effetto, e in tempi rapidi.

L'autore aggiunge:

Devo qui infine ripetere che non esiste dimostrazione alcuna del fatto che il Buco dell’ozono esista da sempre visto che non era scientificamente possibile rilevarlo, che so?, ai tempi dei Romani o anche solo cento anni fa.

Si tratta di una affermazione davvero poco sensata, specialmente se riferita a quanto appena detto in precedenza. Riscaldamento globale e buco dell'ozono sono problemi diversi.

Avviandosi alla conclusione del pezzo (che peraltro è privo di ogni riferimento a sostegno di quanto scritto), della Porta Raffo scrive:

L’inquinamento antropico ha niente o pochissimo a che fare col riscaldamento globale (naturale) ma moltissimo, tutto, a che vedere con il degrado della Terra.

Ma di nuovo: inquinamento dell'aria, dei suoli e delle acque sono problemi gravi, ma che sono diversi dal riscaldamento globale e dai cambiamenti climatici. E l'autore non sembra conoscere la differenza tra questi fenomeni.

“E se cominciassimo a ripulire gli oceani? E se eliminassimo la plastica, flagello dell’umanità?” (...) È per combattere tale degrado che si deve agire. Non lo si fa assolutamente essendo, risultando più facile, economicamente e politicamente assai più remunerativo sbraitare ed agitarsi demagogicamente senza senso.

Quello della presenza della plastica nei mari è un problema ambientale serio, ma nulla c'entra con il riscaldamento globale. L'esistenza del primo, e la necessità di affrontarlo, non nega il secondo. È assurdo contrapporre un problema a un altro (arrivando a scrivere che «l’uomo è il peggiore degli esseri viventi») soprattutto se si è appena negata la gravità (e le responsabilità umane) di uno di questi. Si tratta di un argomento retorico e pretestuoso.

E se educassimo con la sferza e il bastone le nuove generazioni? Sogno. Quando si raggiunge il fondo qualcuno comincia a scavare!

Una conclusione priva di senso.

Quello di della Porta Raffa, pubblicato sul sito del Corriere, si rivela essere un misto di cattiva retorica e disinformazione.

Immagine in anteprima: NASA Scientific Visualization Studio/Goddard Space Flight Center.

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