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Il climatologo Michael Mann: “Ci è stato fatto questo fantastico dono: la Terra. Abbiamo il dovere etico di non distruggerla per le generazioni future”

22 Aprile 2022 9 min lettura

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Il climatologo Michael Mann: “Ci è stato fatto questo fantastico dono: la Terra. Abbiamo il dovere etico di non distruggerla per le generazioni future”

9 min lettura

Da circa trent’anni stiamo assistendo a una guerra climatica che vede tra i suoi principali protagonisti soggetti – come le industrie dei combustibili fossili – che cercano di deviare le colpe e le responsabilità del cambiamento climatico, spostando l'attenzione dalle cause strutturali ai comportamenti individuali, opera per bloccare le regolamentazioni alle emissioni di carbonio o per screditare le alternative. Il risultato finale è uno scenario in cui tutti perdono, a partire dal nostro pianeta. È possibile contrastare un simile esercito e, ancora più importante, potremo uscire dall'emergenza climatica?

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In occasione della 52ma Giornata Mondiale della Terra abbiamo deciso di riportare la trascrizione di gran parte dell’intervista della giornalista climatica Stella Levantesi a Michael Mann (tra i più importanti climatologi al mondo, direttore dell'Earth System Science Center presso l'Università Statale della Pennsylvania, e autore del libro “La nuova guerra del clima”), lo scorso 7 aprile nel corso dell’ultima edizione dell’International Journalism Festival di Perugia.

Perché l’azione sul cambiamento climatico è così lenta se gli scienziati del clima suonano l’allarme da quasi 30 anni?

In questi tre decenni la scienza del clima ha incontrato un bel po’ di resistenza da parte dell’industria dei combustibili fossili. Il fatto che il cambiamento climatico sia reale e sia causato dall’azione dell’uomo, che la crisi sia attuale e sia la conseguenza della nostra dipendenza dai combustibili fossili è ovviamente scomodo per l’industria dei combustibili fossili. E quindi hanno i denti e le unghie affilati. L’ho imparato a mie spese alla fine degli anni ‘90 quando abbiamo pubblicato il grafico della cosiddetta mazza da hockey che ha davvero dimostrato la natura senza precedenti del riscaldamento globale. E questo ha rappresentato un fatto scomodo per gli interessi dei combustibili fossili. Si sono impegnati per screditare me e il grafico della mazza da hockey. Da scienziato pensavo che presentando argomentazioni solide basate su evidenze, i politici avrebbero poi preso decisioni fondandosi su quei fatti e su quelle prove, e invece ho scoperto sulla mia pelle che non funziona così. Ho imparato che le regole che funzionano nel mondo della scienza non sono le stesse della politica dove agiscono individui, gruppi e partiti con interessi acquisiti che non hanno alcun interesse ad avere una conversazione obiettiva in buona fede. Il loro obiettivo è screditarti e screditare la scienza per portare avanti la loro agenda politica.

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Se avessimo agito decenni fa quando siamo venuti a conoscenza del problema, perché sapevamo di avere un problema, sarebbe stato abbastanza facile abbassare gradualmente le nostre emissioni di carbonio e affrancarci piano piano dai combustibili fossili. Con decenni di inazione, a causa della campagna di disinformazione condotta dall’industria dei combustibili fossili e dai leader politici, ci troviamo di fronte adesso a un compito molto impegnativo per ridurre le emissioni del 50% entro il prossimo decennio se vogliamo evitare gli effetti ancora più catastrofici del cambiamento climatico. L’ultimo rapporto dell’IPCC, la terza parte pubblicata il 4 aprile, dice abbastanza chiaramente che c’è ancora un percorso da seguire ma è molto stretto. Abbiamo poco tempo a disposizione e possiamo ringraziare l’industria dei combustibili fossili, i media conservatori e i politici che hanno agito per i loro interessi piuttosto che per i nostri. Possiamo ringraziarli per la difficile situazione in cui ci troviamo.

Le strategie di negazionismo climatico si sono evolute negli anni, si sono adattate a contesti sociopolitici diversi. Nel tuo libro parli degli inattivisti: è un’altra forma di negazione del cambiamento climatico?

È diventato molto difficile negare il cambiamento climatico. Basti pensare all’innalzamento del livello dei mari, le inondazioni che abbiamo visto in Europa, gli incendi negli Stati Uniti e in Australia. Definisco inattivisti coloro che non possono più contestare le evidenze che provano che il cambiamento climatico sta avvenendo perché le persone possono vederlo con i propri occhi. Ma questo non significa che abbiano rinunciato a questa lotta per mantenerci dipendenti dai combustibili fossili, hanno solo modificato le loro tattiche, creando divisioni tra i sostenitori del clima che combattono tra loro online, sui social media, ricorrendo a troll e bot, in modo che non siano un fronte unito e non abbiano un’azione comune. In questo modo riescono a far deviare l’attenzione dai cambiamenti sistemici, politici, finanziari (di sostegno all’energia rinnovabile) necessari ma che danneggiano i loro profitti. Hanno spostato l’attenzione da quei cambiamenti sistemici necessari verso i comportamenti individuali – cambiare la nostra dieta, cambiare il modo in cui viaggiamo – come se dipendesse solo da noi e dai nostri comportamenti. 

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È indubbio che dovremmo fare tutto il possibile per ridurre la nostra impronta di carbonio e il nostro impatto ambientale, ma questo non porterà alla riduzione delle emissioni di cui abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di cambiamenti sistemici e loro stanno combattendo questo: deviare l’attenzione, spostare l’oggetto delle conversazioni è la loro tattica. Questo porta a ritardi, a ipotizzare future tecnologie come la cattura e lo stoccaggio del carbonio, la geoingegneria, tutte presunte soluzioni che si dice che potranno essere implementate nel futuro che vengono usate dagli inquinatori come scusa per continuare con i loro affari come al solito. E infine poi c’è la tattica “doom and gloom”: cercano di convincerci che non c’è più nulla da fare, il che potenzialmente spinge a disimpegnarsi o a rifiutare totalmente il problema. Questo perché a loro interessa esclusivamente che le persone siano in disparte, non siano in prima linea in questa battaglia. Dobbiamo essere consapevoli di queste tattiche molto insidiose: sono più sottili, ma sono comunque una minaccia per l’azione di cui abbiamo bisogno oggi.

Un esempio di questo tipo è il famoso spot pubblicitario degli anni ‘70 “L’Indiano che piange”, il Crying Indian Ad, il cui slogan recitava “Le persone inquinano, le persone possono fermare l’inquinamento”

È andata in onda la prima volta, il giorno dopo la prima giornata mondiale della Terra, il 22 aprile 1971, avevo sei anni. La pubblicità è andata in onda per due anni, c’era un nativo americano che remava lungo il fiume, cosparso di bottiglie e lattine, e una lacrima gli riga il viso. Era questo l’immaginario sui nativi americani, all’epoca. Lo spot ci ha esortato a raccogliere le bottiglie e le lattine e a pulire in campagna facendoci pensare che in questo modo avremmo potuto salvare l’ambiente senza sapere che chi finanziava quello spot era l’industria delle bevande [ndr, Keep America Beautiful (KAB), un’organizzazione fondata da aziende leader nel settore di bevande e packaging che aveva l’obiettivo di prevenire i divieti statali sugli imballaggi monouso]. Si trattava in realtà di una campagna di relazioni pubbliche aziendali che non volevano pagare le tasse sulle bottiglie. Anche alcune associazioni ambientaliste erano co-sponsor della campagna pubblicitaria perché credevano che stesse promuovendo i loro obiettivi di sostenibilità ambientale per poi ritirarsi dopo un paio di anni perché si sono sentite ingannate.

Avremmo potuto trovare una soluzione sistemica – riciclare le bottiglie e le lattine – ma non piaceva alle aziende perché avrebbe danneggiato i loro profitti. E così la campagna pubblicitaria “Keep America Beautiful” si è rivelata un mezzo per distogliere l’attenzione dalla necessità di soluzioni politiche sistemiche e spostarla sulla responsabilità individuale. È stato questo il messaggio che è passato, la campagna ha avuto molto successo. Ci sono pochi Stati negli USA che tassano gli imballaggi monouso e possiamo ringraziare tutti per un’altra grande crisi ambientale odierna: la crisi globale da inquinamento da plastica. Le tattiche dell’industria dei combustibili fossili seguono lo stesso schema strategico. 

La narrazione della responsabilità individuale è molto insidiosa perché è chiaramente un’azione ostruzionistica nei confronti dell’attivismo per il clima, ma non significa che il comportamento individuale non sia efficace se inserito all’interno di un’azione collettiva. Molti si chiedono cosa possono fare individualmente…

È proprio questo il dilemma. Il messaggio di fondo è valido per tutti: dovremmo fare tutto il possibile per ridurre il nostro impatto ambientale e la nostra impronta di carbonio. Usare le bici invece delle auto, andare al lavoro con i mezzi pubblici, acquistare veicoli più efficienti. Sono tutte cose che ci fanno sentire meglio e danno il buon esempio alle altre persone. Il problema è quando tutto questo viene presentato come se fosse l’unica soluzione, quando è un modo per distrarre dalla necessità di politiche per il cambiamento sistemico e depotenziare l’azione collettiva che è la vera via per influenzare le scelte politiche e per creare una consapevolezza generale nella popolazione. Penso alle mobilitazioni giovanili per il clima che stanno facendo davvero la differenza nel dibattito pubblico. Quindi, è importante il comportamento individuale come parte di un’azione collettiva, che è ciò di cui abbiamo bisogno per raggiungere cambiamenti politici di tipo sistemico. Per questo è importante non farci convincere dagli inquinatori che dipende solo dall’azione individuale e capire che le soluzioni politiche porteranno tutti a fare quello che avremmo fatto per nostra sensibilità individuale.

Un’altra tattica usata è farci pensare che non si possa fare a meno dei combustibili fossili. È possibile invece farne a meno?

C’è un corollario a questo: si chiama povertà energetica. Gli inattivisti fingono di essere preoccupati per la condizione dei poveri. Sappiamo bene che la cosa migliore da fare è dare energia a basso costo e loro chiamano questa cosa povertà energetica. Quindi, in sostanza hanno cercato di giocare sulla preoccupazione di figure politiche come i progressisti, non necessariamente i conservatori, ma i progressisti che magari sarebbero favorevoli a un’azione per il clima ma si fanno convincere che questa possa essere dannosa per i poveri. È un altro modo per dividere il movimento. Sappiamo che i paesi in via di sviluppo, il sud del mondo, sono i più colpiti dai cambiamenti climatici e hanno minore capacità di adattamento per affrontarne le conseguenze. La scelta peggiore per loro sarebbe raddoppiare i combustibili fossili, è molto più sensato per loro sviluppare un’economia di energia pulita. Dire che i combustibili fossili siano indispensabili per aiutare i più poveri a uscire dalla loro condizione è davvero un’argomentazione ingannevole e cinica perché è la scelta peggiore che possiamo fare per l’umanità e tutti gli esseri viventi. Abbiamo bisogno di abbandonare i combustibili fossili il più rapidamente possibile.

Cosa stanno facendo i governi per raggiungere gli obiettivi climatici e decarbonizzare l’economia? 

Alla Conferenza sul clima di Glasgow abbiamo visto alcuni progressi. L’Unione Europea ha fissato alcuni obiettivi piuttosto audaci con una riduzione di oltre il 50% delle emissioni di carbonio entro il 2050, gli Stati Uniti puntano a un taglio del 50% nel prossimo decennio. Se tutti i paesi del mondo rispetteranno gli impegni presi questo farà davvero la differenza, l’aumento delle temperature sarà contenuto entro i 2° C. Non sono solo promesse, ci sono anche delle azioni per mantenerle. Questo non è ancora abbastanza, dobbiamo mantenere il riscaldamento sotto 1,5° C.

Stati Uniti, Cina, India, UE e Australia sono davvero in ritardo. Non bastano le parole dei leader politici, servono politiche. Non basta annunciare al mondo di ridurre le emissioni del 50% entro il prossimo decennio, se poi continui a finanziare nuovi oleodotti e nuovi gasdotti. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), molto conservatrice rispetto alle rinnovabili in passato, è stata molto chiara nell’affermare che per rispettare quegli impegni non possono esserci nuove infrastrutture per i combustibili fossili e nuove miniere di carbone. I politici che si impegnano a rispettare gli obblighi annunciati e poi sostengono l’espansione dei combustibili fossili non stanno davvero mantenendo le promesse. Il movimento giovanile dice la verità quando assegna le responsabilità al potere politico. Dobbiamo continuare a fare pressione sui leader politici affinché rispettino i loro obblighi perché sappiamo che subiscono una grande pressione da parte dell’industria dei combustibili fossili. 

L’ultimo rapporto dell’IPCC ha detto che dobbiamo agire ora. Perché è così necessario?

Sulla base di modelli climatici sempre più sofisticati è stato calcolato che abbiamo un piccolo budget di carbonio che possiamo emettere se vogliamo mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5° C rispetto ai livelli pre-industriali. Siamo già a 1,1° C, quasi a 1,2° C oltre i livelli pre-industriali, quindi non c’è un grande spazio di manovra. C’è pochissimo riscaldamento aggiuntivo e possiamo calcolare quanto carbonio possiamo emettere. E quando facciamo questi calcoli osserviamo che lasciando tutto com’è adesso ci porterà a superare il budget di carbonio a disposizione e se vogliamo mantenere l’aumento delle temperature entro quel grado e mezzo centigrado dobbiamo ridurre le emissioni del 50% in questo decennio e portarle a zero entro la metà del secolo. Oltre 1,5° C si iniziano a vedere alcuni effetti irreversibili. Tornando all’ultimo rapporto dell’IPCC, ci viene indicato un percorso da seguire, ma è stretto perché il budget di carbonio a nostra disposizione si sta riducendo sempre di più. 

Abbiamo il dovere etico di non distruggere questo pianeta per le generazioni future. Ci è stato dato questo fantastico dono, la Terra, di cui non siamo proprietari ma amministratori e in un certo senso lo abbiamo dimenticato. I movimenti giovanili hanno avuto il merito di ricentrare la discussione pubblica sul clima, e cioè sulla questione etica. E tutto questo mi fa essere ottimista. I giovani mi ispirano e mi danno speranza. Nonostante la sua natura monumentale, saremo all’altezza di questa sfida.

Immagine in anteprima: foto di Bartolomeo Rossi, IJF22, CC BY-ND 4.0, via festivaldelgiornalismo.com

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