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Come finisce la farsa delle larghe intese

3 Agosto 2013 4 min lettura

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Come finisce la farsa delle larghe intese

3 min lettura

Un ex presidente del Consiglio fresco di condanna definitiva che viene commemorato come un martire a reti unificate. Il condannato, tra i volti contriti e i toni «drammatici», diventa vittima.

Il solito trattamento ad personam: gli altri condannati, quelli che marciscono nel sovraffollamento delle carceri per esempio, non l'hanno mai avuta, una martirizzazione a reti unificate. Loro marciscono e basta.

Ma l'urgenza è sistemare il caso Berlusconi. Ci sono maiali più uguali di altri, direbbe Orwell.

Ancora. Ex presidente del Consiglio fresco di condanna definitiva va in video ad annunciare la riforma della giustizia.

(Serve anche secondo il capo dello Stato, che lo afferma - perché? - mentre sostiene che le sentenze vanno rispettate.)

(Diceva anche: «In questa occasione attorno al processo in Cassazione per il caso Mediaset e all'attesa della sentenza, il clima è stato più rispettoso e disteso che in occasione di altri procedimenti in cui era coinvolto l'on. Berlusconi. E penso che ciò sia stato positivo per tutti». Ventiquattro ore più tardi, siamo alla «guerra civile».)

Il giorno dopo, l'ex presidente del Consiglio definitivamente condannato dice ai suoi: o si fa la riforma della giustizia (come dico io), o cade il governo.

I suoi, intanto: o la grazia o ci dimettiamo. Ma a chiedere la grazia sono Schifani e Brunetta, non Berlusconi o i suoi avvocati. Ergo: non conta nulla.

I suoi, tra l'altro. Gli stessi che fino a qualche giorno fa ripetevano a ogni occasione: tenere separate le vicende giudiziarie di Berlusconi e la vita dell'esecutivo.

Perché l'interesse del Paese, la «responsabilità», viene prima. Ora viene dopo. Motivo? Una sentenza.

Ora paventano il rischio di una «guerra civile». Quando lo dicevano gli avversari politici erano «eversori». Loro, invece, si atteggiano a statisti. Ma la logica di fine larghe intese impone che, dall'altra parte (che poi è la stessa), si minimizzi. Ci sono eversori meno eversori di altri. Con alcuni, poi, meglio architettare la riforma della Costituzione, che dire le cose come stanno.

Il risultato, tuttavia, non cambia. La «pacificazione» sbandierata ai quattro venti e glorificata a tutta pagina come 1. stato di cose senza alternative, 2. umore complessivo del Paese si rivela – finalmente - per quello è: nient'altro che che il tentativo di uno solo di «prosecuzione dell'impunità con altri mezzi» (Giannini, Repubblica). E di un partito inesistente (vedi alla voce 'Prodi, 101') di far passare la nottata. Chi l'avrebbe detto.

Eppure, giuravano i «pacificatori» fino a ieri, Berlusconi vuole mantenere in vita il governo. Fino a quando arriva l'aut aut. E tutti di nuovo a scoprire che Berlusconi è Berlusconi.

Vent'anni e ancora c'è chi è capace di sorprendersi, come un fanciullo. La beata, e famosa, innocenza del retroscenista e del corsivista politico.

Che poi Berlusconi era finito mille altre volte. L'ultima all'alba di Monti. Ricordo le cronistorie, i libri, le commemorazioni (anche allora contrite, ma meno). Ignoravano i modi per salvarlo? La novità è che le larghe intese impongono di ignorare i modi escogitati, e da escogitare, per salvarlo. Di eliminarli dal quadro politico e ripetere un'unica frase, priva di qualsivoglia significato: «prevalga l'interesse del Paese».

Che include stare al governo con un evasore fiscale che definisce la magistratura un intralcio alla normale separazione dei poteri, deduco.

Il tutto per renderci più credibili agli «osservatori internazionali», deduco ancora.

Soluzione? Ora le linee guida della comunicazione dei Cinque Stelle dicono al Pd: nuova legge elettorale e si rivota. L'avessero fatto dopo le elezioni, ci saremmo risparmiati questi mesi di ipocrisia e immobilismo. Perché oggi sì, e allora no?

Il Pd, intanto, ha finalmente ottenuto la condanna che sognava da vent'anni. E non può gioire (anzi, facce da funerale), perché non sa cos'è, né cosa fare se casca tutto.

Si aggrappa al condannato che condanna, mentre lo condanna.

L'importante, in ogni caso, sembra far fuori Renzi. L'unico che sembra aver capito che per sapere cos'è, il Pd, bisogna far fuori il Pd.

Che poi l'inversione massima della logica è pensare sia anomala la contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra di questi giorni, e non il loro parlare la stessa lingua dei mesi precedenti. Dopo lustri a insultarsi in ogni modo.

Nel mentre, c'è chi sostiene che la democrazia è finita. Per il Pdl per i magistrati rossi. Per la sinistra (sinistra) e il M5S per le larghe intese. E per la tenacia del pregiudicato. O per dirla con classe, cioè con il Fatto, del «delinquente». Viene da chiedersi come mai allora si invochi il voto. Non è che conti chissà che, nelle non-democrazie.

Che importa. Se, come abbiamo imparato, «responsabilità» e campagna elettorale permanente possono felicemente convivere, non si capisce perché dovrebbe essere difficile tornare al voto e trovare un altro modo di rendere il voto perfettamente inutile. Dare, insomma, un altro nome allo stesso.

Nel nome della partecipazione, ovvio.

(Che poi almeno, l'avete notato?, la logica delle larghe intese ci ha risparmiato il mantra della «sovranità popolare». Fino a un paio di anni fa non smettevano di ripeterlo. Oggi suona troppo fasullo, perfino per loro.)

(Finite le larghe intese, tornerà. Eccome se tornerà.)

Ma l'intera logica di fine larghe intese sta nel Berlusconi di un tempo che dice al Berlusconi di oggi ciò che il Pd non riesce a dirgli con la stessa chiarezza: gli evasori con condanna definitiva si facciano da parte.

Contraddirsi piuttosto che contraddire: sta tutto lì.

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