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Tende, fango e freddo: le terribili condizioni di migliaia di migranti bloccati in Bosnia nella speranza di poter raggiungere l’Unione Europea

13 Gennaio 2021 9 min lettura

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Tende, fango e freddo: le terribili condizioni di migliaia di migranti bloccati in Bosnia nella speranza di poter raggiungere l’Unione Europea

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Bosnia, fra i migranti al confine minori esposti a freddo e violenza

Aggiornamento 2 febbraio 2021: Circa 1000 profughi minorenni vivono attualmente in Bosnia-Erzegovina, la metà dei quali non sono accompagnati da un adulto. La maggior parte proviene da Afghanistan, Siria e Pakistan ed è ospitata nei campi profughi che però non offrono aree separate per minori. Almeno 50 non hanno invece neanche un posto nei campi “ufficiali” e non ricevono cibo regolarmente. Nel complesso questi minori non sono protetti e sono esposti a rischi per la salute e a violenze, racconta Zoran Arbutina su Deutsche Welle.

«Negli ultimi due mesi ho dormito in case abbandonate, mangiando quello che ricevevo dalle organizzazioni o dagli abitanti del posto», ha detto un ragazzo di 17 anni, accampato a Bihac. In questi edifici diroccati il freddo dell’inverno si fa sentire e i fuochi che si accendono all’interno per riscaldarsi provocano fumo che non permette di respirare bene, continua il minore. «Abbiamo provato ad attraversare il confine e ora non ci è permesso tornare nei campi. Ogni volta che torniamo dicono che non c'è posto per noi. La gente qui ha freddo. Abbiamo amici nel campo e loro ora sono al caldo e felici», ha dichiarato un altro ragazzo afgano di 15 anni.

Il giornalista di DW spiega inoltre che i minori non accompagnati, i più vulnerabili di tutti i gruppi di rifugiati, sono spesso vittime di violenza: «I trafficanti di esseri umani trattano i bambini peggio degli adulti. Li trasportano nei bauli delle auto o sotto i sedili», ha detto Dubravka Vranjanac, a capo della squadra di emergenza per i Balcani nord-occidentali per Save the Children. (...) Anche tentare di attraversare il confine può essere un'esperienza traumatica, ha affermato Vranjanac: «C'è molta paura»”, anche per i violenti respingimenti della polizia croata denunciati e documentati da più realtà. Quello che manca non è lo spazio per i rifugiati minorenni, ma un sistema funzionante per ospitarli: “Ci sono posti vacanti ma sono posti in cui i minori non vogliono andare. Preferiscono essere vicino al confine per poter entrare in Europa, ma quei campi sono pieni. «Ecco perché molti bambini sono per le strade, dormono in edifici abbandonati o in campi improvvisati».

Save The Children ha sottolineato l’urgenza di “strutture di accoglienza prima che i bambini possano morire congelati o subiscano altri gravi danni per la loro salute. Le autorità devono garantire la registrazione ufficiale immediata e l’invio in strutture di accoglienza per tutti i bambini, compresi i minori non accompagnati. La registrazione è un primo passo essenziale per fornire protezione ai più vulnerabili e non può dipendere dalle capacità di accoglienza disponibili”.

Da settimane centinaia di persone si stanno rifugiando in edifici abbandonati dentro e intorno alla città bosniaca nordoccidentale di Bihac, coprendosi come meglio possono contro la neve e il gelo, scrive Reuters. La speranza di questi migranti in fuga dai propri paesi è quella di raggiungere la Croazia, paese membro dell'Unione europea, per entrare in Europa occidentale.

Dopo che la "rotta balcanica" – utilizzata da centinaia di migliaia di profughi dalla Siria e da altri paesi per arrivare in Europa – è stata ufficialmente chiusa nel 2016, migliaia di persone si sono accampate nella foresta e in strutture abbandonate nel nord-ovest della Bosnia-Erzegovina. Da questo punto, ogni giorno migranti dall'Asia, dal Medio Oriente e dal Nord Africa cercano di superare le guardie al confine con la Croazia, armate e dotate di visori notturni. Da anni vengono denunciati abusi, violenze e respingimenti illegali effettuati da parte di agenti (spesso incappucciati) croati. Nel corso del tempo, numerose di queste testimonianze sono state raccolte da Organizzazioni non governative, medici e anche da parte dell'UNHCR. Lo scorso 10 novembre, l’Ufficio del difensore civico europeo ha avviato un'indagine a partire dalla denuncia di Amnesty International contro la Commissione europea per capire in che modo la Commissione "intende garantire che le autorità croate rispettino i diritti fondamentali nel contesto delle operazioni di gestione delle frontiere".

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Ad oggi, secondo diverse stime, ci sono circa 8.000-9.000 migranti (5mila nei campi profughi ufficiali e oltre 3 mila fuori da questi campi) che vivono nel territorio della Bosnia-Erzegovina. La popolazione locale era inizialmente ben predisposta nei loro confronti, ma poi l'umore è cambiato, ha raccontato lo scorso novembre Deutsche Welle: "Ora molti si lamentano delle 'condizioni intollerabili' e protestano contro i campi ufficiali e informali che sono nati col tempo".

Il governo della Bosnia-Erzegovina, bloccato da forti divisioni interne, si è dimostrato inadeguato a diverse sfide, compresa la gestione di queste migliaia di persone in fuga, lasciate senza un riparo adeguato. «Sto davvero male, non c'è nessuno che si prenda cura di noi qui e le condizioni non sono sicure» ha detto a Reuters Ali, 16 anni, proveniente dall'Afghanistan, che ha dormito per circa 6 mesi in bus abbandonato dopo essersene andato da un campo a Bihac: «Le persone che avrebbero dovuto aiutarci sono venute e ci hanno preso delle cose per poi venderle all'interno del campo o in altri luoghi. Non abbiamo niente qui ... aiutateci».

Lo scorso 23 dicembre, inoltre, un incendio ha distrutto il centro migranti di Lipa, nella Bosnia-Erzegovina nord-occidentale. Daniele Bombardi, coordinatore Caritas Italiana del Sud Est Europa, che lavora nel paese con l'Istituto pace sviluppo innovazione Acli (Ipsia) ha spiegato a Vita che il campo soffriva di una gestione complicata: «Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) aveva un contratto con il governo bosniaco per gestire il campo di Lipa fino all’inizio dell’inverno. A Lipa non ci sono acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’Oim ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. Il campo di Lipa si trova a 30 km da Bihač, letteralmente in mezzo alle montagne, le temperature sono rigidissime d’inverno».

Sempre su Vita si legge che "quello di Lipa doveva essere infatti un campo provvisorio ma alla decisione del governo di trasformarlo in campo ufficiale non sono partiti i lavori di adattamento, per assicurare appunto acqua corrente, elettricità, riscaldamento perché il Cantone di Una Sana e la municipalità di Bihač si sono opposte anche a questa decisione arrivata da Sarajevo, dichiarando che non accetteranno più sul proprio territorio campi per rifugiati vicini alle zone urbane". Alla fine la struttura è stata chiusa, ma durante le operazione di sgombero sono iniziate a divampare le fiamme che hanno distrutto il campo. Peter Van der Auweraert, coordinatore dello Oim dei campi per migranti in Bosnia-Erzegovina, ha scritto su Twitter che in base alle notizie a disposizione un gruppo di ex residenti avrebbe dato fuoco a tre tende e container dopo che la maggior parte dei migranti aveva lasciato il campo. Il motivo dietro a questo gesto sarebbe il non essere d'accordo con la decisione della chiusura programmata del campo.

La giornalista di Internazionale Annalisa Camilli in un reportage racconta che dopo il rogo di Lipa, la situazione è ulteriormente peggiorata: "Secondo l’Oim, l’8 gennaio circa settecento persone sono state sistemate in alcune tende riscaldate allestite in pochi giorni dall’esercito vicino al vecchio campo, mentre più di 350 persone sono state costrette a rimanere in ripari di fortuna dentro Lipa oppure in baracche di legno sparse nel bosco. (...) Dopo l’incendio, i profughi di Lipa hanno recuperato quello che hanno potuto: con dei teloni di plastica hanno coperto una parte dei letti a castello, hanno trasformato in dormitori perfino i container che erano destinati ai bagni e alle docce".

«Non siamo terroristi, non siamo animali, eppure siamo trattati come se lo fossimo. Senza acqua, senza elettricità, senza riscaldamento, senza poterci muovere se non a piedi» dice alla giornalista Mohammed Yasser, pachistano originario di Gujrat, mentre è avvolto in una coperta per ripararsi delle temperature sotto lo zero.

Lo scorso 5 gennaio, l'Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha affermato che le autorità del paese balcanico "non hanno garantito una gestione efficace dell'accoglienza e un sistema di asilo funzionante" e ricordato che l'Unione europea "si è impegnata con tutti gli attori dall'inizio dell'attuale crisi e ha invitato le autorità per mesi a evitare una catastrofe umanitaria". Peter Stano, portavoce della Commissione europea, ha inoltre detto che «le autorità bosniache dovrebbero comportarsi come farebbe un paese che aspira a entrare nell'UE. La vita delle persone non può essere sacrificata per lotte di potere politico interno». La Commissione ha inoltre stanziato 3,5 milioni di euro di aiuti umanitari per la crisi umanitaria di i rifugiati e i migranti in Bosnia-Erzegovina. Milioni che si aggiungono ai 4,5 milioni di euro stanziati nell’ aprile 2020, portando l'assistenza umanitaria dell'Unione europea in Bosnia-Erzegovina a 13,8 milioni di euro dal 2018.

Diverse organizzazioni per i diritti umani – Amnesty International, Jesuit Refugee Service Europe, Medecins du Monde Belgique e Refugee Rights Europe – in una dichiarazione congiunta pubblicata il 12 gennaio denunciano che "circa 2.500 persone, inclusi 900 residenti nel campo temporaneo di Lipa, rimangono senza un alloggio di base con condizioni meteo invernali pericolose in Bosnia ed Erzegovina poiché le autorità non riescono a fornire alloggi adeguati ai migranti e ai richiedenti asilo e le agenzie dell'Ue continuano a sostenere soluzioni a breve termine". Eve Geddie, direttore dell'Ufficio delle istituzioni europee di Amnesty International, ha detto anche che sarebbero “disponibili alloggi per ospitare la maggior parte delle persone che attualmente dormono in condizioni precarie a temperature estremamente fredde in Bosnia-Erzegovina. Ciò che manca è la volontà politica. Le autorità a tutti i livelli devono fornire immediatamente un rifugio e assistenza adeguati a coloro che ne hanno bisogno".

Nel frattempo, Johann Sattler, ambasciatore per l'Unione europea in Bosnia ed Erzegovina, ha comunicato che grazie agli sforzi congiunti la situazione a Lipa è migliorata: "I migranti non dormono più all'aperto". Ma, continua Sattler, serve altro lavoro da parte delle autorità per fornire riparo anche a chi si trova ancora in sistemazioni critiche.

Foto in anteprima di Annalisa Camilli

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