Chi sono i soldati russi che Putin sta mandando al macello in Ucraina
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Durante le celebrazioni per il Natale ortodosso, il presidente russo Vladimir Putin è intervenuto durante le funzioni nella chiesa di San Giorgio Portatore di Vittoria vicino a Mosca per dire che la missione dei militari russi impegnati in Ucraina è “sacra”. I soldati russi “difendono la patria e il popolo per volere del Signore” ed “è così che in Russia da sempre il popolo considera i propri militari, come coloro che, per volere del Signore, portano avanti questa sacra missione”, ha detto il presidente russo presentando la guerra in Ucraina come una missione nazionale e facendo leva sul simbolismo patriottico e religioso.
Non è la prima volta che Putin ricorre a questa retorica. Già in passato aveva definito le truppe che combattono la guerra in Ucraina, ormai prossima a entrare nel suo quinto anno, eroi sacri e la società russa come l’arma più importante nell’avanzata delle sue forze sul campo di battaglia.
Da quando è iniziata l’invasione in Ucraina nel 2022, Putin ha messo in moto una vera e propria macchina da guerra che richiede un fabbisogno insaziabile di uomini che “vengono scelti per essere mandati al macello”, come aveva raccontato un coscritto al sito indipendente Verstka.
Le forze armate russe hanno quattro principali fonti di reclutamento: la prima sono i coscritti, gli uomini che devono prestare servizio nell'esercito per un anno. Il secondo gruppo è composto da “soldati a contratto” che hanno accettato di partecipare firmando un contratto con il ministero della Difesa. Ci sono poi le persone mobilitate dal decreto di Vladimir Putin del 21 settembre 2022 per combattere in Ucraina e, infine, i “volontari”, ovvero persone che hanno deciso volontariamente di partecipare ai combattimenti, tramite organizzazioni di volontariato affiliate al ministero della difesa, tra cui società militari private.
I coscritti sono costretti a firmare contratti a tempo indeterminato con il ministero della Difesa russo. Chi si rifiuta viene minacciato di essere trasferito in unità d'assalto con alti tassi di mortalità. E così, a 18 anni, persone convocate per il servizio militare di un anno, si ritrovano reclutate sul fronte come “soldati”, pur non avendo i requisiti per farlo, e a combattere fino a quando non ci sarà la smobilitazione, cioè fino a quando la Russia non avrà raggiunti gli obiettivi della sua guerra.
“Prima ci volevano almeno quattro mesi affinché ti proponessero di firmare un contratto. Oggi avviene fin dal primo giorno”, spiegava Anna Colin Lebedev, docente e ricercatrice in scienze politiche, in questo articolo di Francesca Barca. “Si tratta di giovani che non hanno mai tenuto un’arma in mano”. Se firmano un contratto si ritrovano a essere dei dipendenti del ministero della Difesa con un contratto a tempo indeterminato, ovvero fino alla fine della guerra. E questo trasforma lo status di questi giovani, da coscritti a “militari sotto contratto”.
Molti di coloro che sono stati mobilitati si aspettavano di evitare il combattimento attivo e di tornare a casa nel giro di pochi mesi. E invece sono stati uccisi e feriti in massa al fronte. “In qualsiasi momento, fino all'80% di noi vorrebbe smettere: il desiderio c'è sicuramente”, raccontava un coscritto nell’inchiesta di Verstka. “Molti di noi non capiscono perché dovremmo voler firmare un contratto”, ha aggiunto. “Non è un privilegio, è il contrario”.
I soldati reclutati sono persone particolarmente vulnerabili: sono in generale molto giovani, con un basso livello di istruzione, di famiglie dal reddito basso e provenienti da piccoli centri sperduti. “Prima c’è la pressione della società e della famiglia, per cui un uomo deve servire l’esercito; in più a 18 anni, si tratta di persone che non hanno mai lavorato per un vero stipendio, e gli vengono offerte somme che paiono esorbitanti. Infine, non hanno alcuna possibilità di comunicare con gli avvocati, con i loro cari. E gli ufficiali esercitano una forte pressione. Questo significa che non si tratta di persone che vogliono prestare servizio, ma che sono messi in una situazione in cui non possono non farlo”, commentava sempre Colin Lebedev nell’articolo di Francesca Barca.
L’esercito recluta soprattutto nelle classi sociali più in difficoltà: “Innanzitutto perché quando si è studenti all’università, si è esonerati per la durata degli studi. Chi finisce nell’esercito a 18 anni sono persone che non proseguono gli studi. Poi, l’esercito recluta soprattutto nelle piccole città, dove è più complicato nascondersi; inoltre, più si è poveri, meno possibilità si hanno di corrompere i militari o di comprare un certificato medico. E nelle famiglie più povere l’esercito è ancora visto come un modo per uscire dalla miseria”.
Per questo Putin, oltre a invadere l’Ucraina, ha iniziato sin da subito una battaglia parallela sul fronte interno, combattuta non con le armi ma con la propaganda e l'ideologia militare: formare una generazione ultranazionalista e pronta a unirsi presto ai ranghi dell’esercito.
Dall'inizio della guerra, Mosca ha speso milioni di rubli per plasmare una nuova generazione disposta a dare la vita per l’esercito. Sia a scuola che attraverso i media i bambini russi sono stati costantemente esposti a narrazioni propagandistiche sull'invasione su larga scala dell'Ucraina da parte del Cremlino. Tutti giovani che poi a 18 anni finiscono, come abbiamo visto, in battaglia dopo poche settimane di addestramento.
I soldati tornati dalla guerra contro l'Ucraina hanno iniziato a visitare in massa le scuole russe dove hanno tenuto delle "Lezioni di coraggio", hanno parlato dei "fascisti ucraini" alle scolaresche, mostrato video dal fronte e fatto provare ai bambini l'equipaggiamento militare. Le autorità russe non hanno obiettato, ma anzi, hanno incluso i militari nei loro piani per una "educazione patriottica", compresa un'iniziativa speciale chiamata "Il tuo eroe", in cui agli uomini in congedo è insegnato a lavorare con i bambini.
Gli analisti russi hanno descritto l'indottrinamento ideologico degli adolescenti come uno degli ambiti in cui lo Stato russo si avvicina maggiormente al totalitarismo. Tutto questo è stato raccontato nel documentario “Mr. Nobody against Putin” realizzato dall’insegnante russo di scuola elementare Pavel “Pasha” Talankin che ha filmato dentro la propria scuola l’impressionante, capillare macchina della propaganda che si è attivata dopo l’invasione dell’Ucraina.
Secondo i mezzi di informazione russi, tutta questa operazione avrebbe portato il personale delle forze armate russe a raggiungere quasi 2,4 milioni unità (di cui 1,5 milioni militari) dal dicembre 2024. Tuttavia, come spiegava ancora Colin Lebedev, questi dati sono difficili da verificare: “Il problema che abbiamo con l'esercito russo è che diffonde dati ufficiali che non hanno molto a che vedere con la realtà. Vale a dire che quel numero [l’esercito di un 1,5 milioni di unità] è l'obiettivo. È così che l'esercito russo vede se stesso”.
Allo stesso modo è difficile quantificare quanti soldati siano morti sul campo. Le autorità russe tengono segrete le statistiche sulle vittime militari. Il 31 maggio 2024, il ministero della difesa britannico aveva parlato di 500mila soldati russi uccisi e feriti mentre un progetto congiunto di Mediazona e BBC News Russian ha scoperto i nomi di 15.000 coscritti russi uccisi mentre combattevano in Ucraina. Di questi, il 42% è morto nel primo anno dopo che Putin ha dichiarato la mobilitazione.
Ci sono, comunque, soldati mobilitati in prima linea che si sono categoricamente rifiutati di firmare, nella speranza di essere rimandati a casa prima di quelli con un contratto a tempo indeterminato con il ministero della Difesa. O altri fuggiti che hanno deciso di disertare.
Anche il numero dei disertori è però poco attendibile. I documenti ufficiali attestano più di 18mila condanne per diserzione dall’inizio del conflitto. Altre stime – da quelle dell’intelligence ucraina a quelle dei think tank giornalistici – oscillano tra le 25mila e le 70mila defezioni. Al di là dei numeri precisi, scrive Maurizio Carta in un articolo su Domani, l’incidenza del fenomeno è in crescita esponenziale. “Chi tra i disertori russi ha parlato per esperienza personale, ha riferito che il fenomeno è talmente endemico, che difficilmente si processa un disertore al primo episodio. In questi casi, l’obiettivo delle strutture repressive interne è semplicemente trovare il fuggiasco e costringerlo a tornare a combattere”.
Dalla Siberia, prosegue Carta, sono arrivate diverse testimonianze di violenza della polizia militare verso le famiglie dei disertori: “le autorità considerano lecito rapire, picchiare, mettere sotto torchio i parenti dei fuggitivi per riavere quest’ultimi e rispedirli al fronte”. La fame di uomini della Federazione russa è tale da aver approvato una legge, a fine ottobre, in base alla quale dal primo gennaio gli uffici di leva possono operare senza sosta tutto l’anno, e non solo, come avvenuto fino ad oggi, durante le tradizionali campagne stagionali di primavera e autunno.
Alla base della macchina da guerra russa vi è, dunque, un modello di brutalità e coercizione in cui i comandanti infliggono abusi come punizione e sfruttano i soldati, anche quelli gravemente malati o feriti, per mantenerli sul campo di battaglia, secondo quanto emerso da un'indagine condotta dal New York Times. “Le persone in sedia a rotelle vengono mandate al fronte, senza braccia o gambe. Ho visto tutto con i miei occhi”, ha raccontato un soldato.
Migliaia di persone hanno presentato petizioni al governo russo per avere risposte sui loro cari scomparsi o imprigionati. Le denunce descrivono i comportamenti scorretti nelle file dell'esercito in gran parte nascosti al pubblico russo per il divieto di criticare l'esercito e a causa dell'eliminazione dei media indipendenti.
La madre di un soldato, Oksana Krasnova, in una denuncia raccolta sempre dal New York Times, ha allegato un video girato da suo figlio che mostrava lui e un commilitone legati a un albero per quattro giorni senza cibo, acqua e l’accesso a un bagno. I due erano stati puniti per essersi rifiutati di partecipare a una missione suicida che prevedeva di scattare una foto con una bandiera russa in territorio controllato dall'Ucraina.
Le denunce degli abusi più gravi sembrano concentrarsi maggiormente nelle unità con truppe reclutate dalle carceri e dai centri di detenzione preventiva. Il Cremlino fa affidamento su questi soldati per evitare una leva più ampia che potrebbe generare opposizione alla guerra.
Sebbene dalle centinaia di testimonianze emerga un quadro di abusi sistematici, chi denuncia è però solo una piccola parte dell'esercito russo. Non è chiaro quanto siano diffuse queste pratiche all'interno delle forze armate, né vi sono segni che gli abusi possano portare a un indebolimento dell'esercito russo. Molte persone hanno denunciato il timore di ritorsioni per aver segnalato gli abusi, il che significa che molto probabilmente sono tanti i casi di illeciti che restano non segnalati.
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