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Modesta e a favore dei più “ricchi”: le criticità della manovra del governo Meloni

8 Novembre 2025 11 min lettura

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Modesta e a favore dei più “ricchi”: le criticità della manovra del governo Meloni

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Negli ultimi giorni la manovra economica ha cominciato il suo iter che porterà all’approvazione da parte delle camere. In particolare, sono cominciate le audizioni in commissione Bilancio di Camera e Senato. Oltre alle parti sociali, a Confindustria e altri tipi di associazione di categoria, sono intervenuti i principali organismi indipendenti - dall’Ufficio parlamentare di bilancio alla Corte dei Conti, fino alla Banca d’Italia e l’ISTAT -  che hanno evidenziato luci e ombre della Manovra del governo Meloni.

In particolare, le analisi hanno rilevato come il taglio dell’IRPEF, per quanto modesto, favorisce in realtà i contribuenti più agiati, pur in un contesto più ampio. Anche la sterilizzazione annunciata da Giorgetti per chi guadagna oltre 200 mila euro appare inefficace. In generale le politiche economiche di Meloni appaiono incapaci di attaccare il problema dei salari e della bassa crescita nel nostro paese. La proposta di un ennesimo condono, per quanto più circoscritto rispetto ai precedenti, rischia di compromettere ancora di più la situazione. Non fa eccezione anche la sanità pubblica: i fondi stanziati sono insufficienti per intaccare i problemi strutturali. Ovviamente ci sono anche dei lati positivi: secondo alcuni studi, nonostante servano maggiori conferme, gli interventi voluti in questi anni avrebbero compensato l’effetto del fiscal drag. 

Taglio IRPEF: cifre modeste e a favore dei più ricchi

La misura più importante della manovra, come spiegato, riguarda IRPEF: il governo Meloni è intervenuto riducendo l’aliquota sulla quota di reddito che va dai 28 ai 50 mila euro. 

Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), la riduzione di due punti percentuali dell’aliquota Irpef sullo scaglione dei redditi sopra i 28 mila euro interesserà circa 13 milioni di contribuenti e comporterà un minor gettito per lo Stato di circa 2,7 miliardi di euro. 

Tuttavia, la distribuzione dei benefici è fortemente sbilanciata verso i redditi medio-alti. Solo il 30% dei contribuenti dichiara più di 28.000 euro, ma sono proprio questi a beneficiare della riduzione. Inoltre, poiché in un sistema progressivo ogni contribuente paga le aliquote inferiori su tutte le fasce di reddito precedenti, tagliare un’aliquota intermedia porta vantaggi a chiunque superi quella soglia. Proprio per questo motivo, sottolinea l’UPB, circa il 50 per cento delle risorse destinate alla misura finirà all’8 per cento dei contribuenti con i redditi più elevati, intorno ai 48 mila euro annui.

L’analisi dell’UPB si è poi soffermata su un analisi per categorie, cioè quale tipo di mansione svolgono coloro che beneficiano del taglio dell’IRPEF. Secondo le stime, saranno interessati il 96 per cento dei dirigenti, seguiti dal 53 per cento degli impiegati e dal 37 per cento dei lavoratori autonomi. Soltanto un porzione minoritaria di pensionati e operai sarebbero interessati - rispettivamente al 27 e al 16 per cento. In valore assoluto, sono i dirigenti ad avere un beneficio maggiore, con un risparmio stimato annuo di 408 euro, che va via via a scendere arrivando a 23 euro per i dipendenti. 

Per quel che riguarda il calo dell’aliquota effettiva, è piuttosto contenuto, in linea con quanto avevamo scritto in precedenza: si tratta di un intervento di modeste entità. 

Successivamente, l’UPB ha analizzato la proposta del governo di congelare questo beneficio per i redditi più alti di 200 mila euro. Questo dovrebbe avvenire attraverso una riduzione forfettaria pari proprio al risparmio massimo di 440 euro sul fronte detrazioni. Ma dalle analisi emerge che l’intervento per contenere le detrazioni interesserebbe soltanto il 32 per cento dei contribuenti con un reddito superiore a 200 mila euro. Tenendo conto di questo si ottiene che il beneficio medio per chi ha un reddito maggiore di 200 mila euro si attesta a 379 euro, di poco inferiore al massimo di 440. 

In un paragrafo successivo, l’UPB inserisce l’intervento attuale del governo nel contesto più ampio di questi anni, in cui si è intervenuti sul fronte fiscale per far fronte agli effetti dell’inflazione. Le analisi evidenziano una situazione alquanto disomogenea. la riforma Irpef accentua le disuguaglianze tra diverse categorie di contribuenti, invece di ridurle. 

Per i lavoratori dipendenti, il taglio delle aliquote ha un effetto “complementare”: va cioè a colmare il divario nelle fasce di reddito medio-alte, dove gli interventi precedenti avevano avuto un impatto minore. Per pensionati e autonomi, invece, la riforma è “incrementale”, aggiunge  quindi nuovi vantaggi a benefici già concentrati nelle stesse fasce di reddito. In particolare, per quanto la discussione possa farsi più tecnica, per i lavoratori dipendenti la progressività è stata determinata soprattutto da bonus e detrazioni, che hanno ridotto il prelievo nelle fasce basse e medie. Pensionati e autonomi, invece, non hanno accesso a questi strumenti e subiscono un’imposizione basata quasi solo sulle aliquote. 

Questa divergenza, sottolinea l’UPB, non risponde a criteri di equità orizzontale - cioè trattare in modo simile chi ha un reddito paragonabile - e mette in discussione la coerenza complessiva del sistema tributario. In altre parole, la riforma non semplifica né riequilibra il fisco: lo rende più diseguale e più difficile da giustificare sul piano dell’equità - cioè che a parità di reddito si abbiano trattamenti fiscali equivalenti. 

Evasione e Sanità: i rilievi della Corte dei Conti

La riforma dell’IRPEF è discussa anche nella memoria della Corte dei Conti. La proposta è in linea con il rilancio della domanda aggregata interna e del potere d’acquisto, falcidiato dall'inflazione nel corso degli ultimi anni. Tuttavia, nota sempre la Corte, oltre il 44 per cento delle risorse destinato a questa misura vada ad avvantaggiare contribuenti che hanno un reddito dichiarato tra i 50 e i 200 mila euro. Anche il correttivo proposto da Giorgetti, si legge, non andrebbe del tutto a cancellare il risparmio di 440 euro annui per coloro che guadagnano oltre 200 mila euro, come aveva dichiarato il Ministro dell’Economia: al contrario le analisi della corte suggeriscono che la sterilizzazione dei benefici della riforma, così come proposta dal governo, toccherebbe solo un terzo dei contribuenti che guadagnano oltre i 200 mila euro. 

Ma l’aspetto probabilmente più critico della manovra riguarda l’ennesima rottamazione. Si tratta, come avevamo spiegato, di un provvedimento più circoscritto. In particolare, potranno usufruirne coloro che hanno presentato la dichiarazione dei redditi ma non hanno versato, mentre non vale per chi è stato accertato di evasione. Inoltre il periodo di rateizzazione viene aumentato da cinque a dieci anni.

La Corte dei Conti riconosce che provvedimenti come le “rottamazioni” perseguono, almeno in teoria, diverse finalità di politica economica. Da un lato, mirano a recuperare in tempi brevi parte del gettito fiscale che può essere utilizzato poi per vari interventi del governo.  Ma anche in questo caso la possibilità di rateizzare fino a dieci anni va nella direzione opposta a questo obiettivo. Un secondo obiettivo, indicato dalla Corte, è che queste misure dovrebbero ridurre i costi amministrativi e gestionali, alleggerendo il carico delle procedure di riscossione e snellendo l’archivio dei crediti non riscossi. Un terzo obiettivo è di natura sociale: offrire un sollievo temporaneo ai contribuenti in difficoltà economica, evitando che il peso dei debiti fiscali si traduca in fallimenti o in ulteriori costi sociali. Su questo però si gioca anche una battaglia politica per rappresentare quei cittadini morosi, che sembra essersi intestato il leader della Lega. 

Tuttavia, accanto a questi potenziali benefici, la Corte sottolinea importanti criticità. Le rottamazioni creano infatti problemi di equità, premiando chi non ha pagato rispetto a chi è rimasto in regola, e possono generare aspettative di future sanatorie, alimentando un effetto chiamato azzardo morale: i contribuenti, convinti che arriveranno nuove misure, potrebbero essere meno inclini a rispettare gli obblighi fiscali. Ciò riduce la tax compliance, comportando a sua volta effetti negativi sulla crescita economica. In particolare, questo problema è acuito dal fatto che misure analoghe si ripetono ciclicamente nel nostro paese. Come sottolinea infatti la Corte:

“(...) nell’arco temporale di un decennio si tratterebbe della quinta rottamazione, situazione che evidenzia che, perlomeno sino ad oggi, l’istituto non si è dimostrato strumento idoneo a risolvere i problemi endemici della riscossione, dimostrati dal sempre più elevato magazzino fiscale.”

Pertanto, per quanto vi siano delle ragioni sia di politica economica che squisitamente politiche dietro misure come la Pace Fiscale, queste rischiano di modificare il comportamento degli individui, compromettendo in ultima analisi la sostenibilità e l’efficienza del sistema fiscale nel lungo periodo. 

La questione Sanità: anche i dati ISTAT non sono buoni

Un ultimo fronte di particolare criticità individuato dalla relazione della Corte riguarda la spesa sanitaria. Nella sua relazione, rileva che l’aumento delle risorse destinate alla Sanità, pur portando il finanziamento del settore al 6,15% del PIL nel 2026, resta insufficiente per fronteggiare le criticità strutturali del sistema. Le nuove risorse coprono solo in parte l’aumento dei costi legati al personale, ai farmaci, agli acquisti da privati e ai dispositivi medici, mentre la pressione derivante dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescita delle cronicità continua ad aumentare. Il nodo sul personale è quello più preoccupante: infatti le misure previste per valorizzarlo, con aumenti retributivi, incentivi e nuove assunzioni, pur essendo positivi, non risolvono il nodo della scarsa attrattività della sanità pubblica, in particolare per infermieri e medici specializzati che invece trovano più appetibile il privato o la libera professione.

Su questo aspetto è intervenuta anche l’ISTAT attraverso l’Audizione del Presidente dell’Istituto nazionale di statistica del professor Francesco Maria Chelli. Durante l’audizione Chelli ha individuato alcune criticità su questo fronte. In primo luogo, ha sottolineato lo scarso ricambio generazionale del personale sanitario. Il nostro paese registra il più alto tasso di medici anziani in servizio dell’intera Unione Europea: il 44,2 per cento ha più di 55 anni e oltre il 20 supera i 65, contro il 9,4 della Germania e l’8,4 della Spagna. Il problema è particolarmente grave tra i medici di medicina generale: oggi sono meno di 38 mila, in calo di oltre 7.200 unità in dieci anni, e il 60 per cento ha più di 60 anni. Già ora più della metà dei medici di base segue oltre 1.500 assistiti, il massimo consentito per legge, con un carico di lavoro crescente e tempi di cura sempre più ridotti.

Anche sul fronte infermieri la situazione non migliora, con una carenza di personale che le manovre del governo non riusciranno a colmare. Il rapporto infermieri medici nel nostro paese è la metà rispetto alla media europea, segnalando una forte carenza nel comparto. E, per quanto la situazione sia migliore rispetto ai medici, anche qui la forza lavoro è particolarmente anziana, con uno su quattro che ha oltre 55 anni. 

A preoccupare c’è anche la rinuncia alle cure da parte della popolazione, sottolinea ISTAT. Nel 2024 infatti quasi il 10 per cento ha dichiarato di rinunciare alle cure per motivi legati alle liste d’attesa, alla scomodità delle strutture sanitaria o a problematiche di tipo socioeconomiche. Questa percentuale è in netta crescita rispetto all’anno precedente. Sono soprattutto le liste d’attesa a spingere gli italiani a rinunciare alle cure, come evidenziano i dati ISTAT. 

La leva fiscale non basta: che cosa dice Bankitalia

Più cauto e ottimista è stato l’intervento del Vice Capo del Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, Fabrizio Balassone. Innanzitutto, è necessario sottolineare una nota positiva riguardo il fiscal drag, che aggiorna quanto detto nel precedente articolo. Secondo un recente studio che sarà pubblicato nella collana della banca, si legge nella memoria, gli effetti del fiscal drag sarebbe stati più che colmati con l’insieme di misure messe in atto nel corso degli ultimi anni. Per quanto non basti un singolo studio per avere una panoramica completa del fenomeno, si può decisamente considerare una buona notizia. 

Tuttavia, il problema dei redditi persiste e la strategia del governo appare insufficiente. In particolare, la proposta di tassazione piatta degli aumenti salariali contenuta nella manovra approvata dal Consiglio dei Ministri. Il fine di questa proposta è aumentare il potere d’acquisto dei salari dopo gli anni dell’inflazione. 

In generale però, sostiene Balassone, è improprio attribuire alla politica fiscale il compito di sostenere i salari reali. In particolare, continua, la situazione in cui ci troviamo lascia ampio spazio alle imprese per aumentare i salari dei propri dipendenti. Lo strumento più appropriato sarebbe il rinnovo dei contratti. Ma le norme introdotte dalla manovra del governo, si legge, non andrebbero a migliorare la situazione sul quel fronte. Sappiamo infatti che la questione dei contratti collettivi e dei loro rinnovi è particolarmente problematica nel nostro paese. Invece di incentivare la stipula di contratti in un minor tempo, la norma andrebbe al contrario a favorire quei tipi di contratti in cui i rinnovi avvengono di frequente o in cui le trattative sono già avviate. 

Rimane poi il problema del rilancio della produttività. Su questo fronte, il governo sembra non avere alcun proposta in merito.

Vale la pena citare che, secondo le analisi della banca citate nella memoria, la revisione dell’ISEE escludendo dal computo la prima casa andrebbe a sfavorire, in determinati casi, le famiglie più giovani e quelle di cittadinanza straniera. 

La risposta di Giorgetti e lo stato del paese

Queste critiche sono state brevemente affrontate dal Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Durante un’audizione in commissione Giorgetti ha dichiarato che le misure rispondono a esigenze profondo del paese e tutelano la classe media che si era invece vista esclusa- a suo dire- dalle misure precedenti. In realtà, come abbiamo visto, il ceto medio citato da Giorgetti è più il ceto medio-alto. Anche la proposta per sterilizzare il beneficio per chi guadagna più di 200 mila euro, come si è detto, risulta inefficace. 

Una possibile linea di difesa, come riporta Carlo Canepa su Pagella Politica, è che si tratta di una restituzione delle risorse sottratte dal fiscal drag anche alle fasce più alte della popolazione. Qui però la questione si fa più politica che tecnica: per quanto le risorse siano modeste, c’era la necessità di intervenire su una fascia di popolazione che ha già un reddito elevato? Su questa linea si è pronunciato il responsabile economia del PD Antonio Misiani, che ha dichiarato:

“(...) l’intervento previsto dalla legge di bilancio non è solo modesto nei numeri – meno di tre miliardi di euro – ma anche mal congegnato nella sostanza. Estendere lo sgravio ai redditi fino a 200 mila euro significa disperdere a pioggia le poche risorse disponibili, rendendo sostanzialmente ininfluente sulla condizione delle famiglie a reddito medio la misura più sbandierata di questa legge di bilancio.”

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Vale però la pena soffermarsi su quanto affermato da Fabrizio Balassone di Bankitalia. Il problema è che nel corso di questi anni si è tentato di intervenire su un problema endemico come il potere d’acquisto e la domanda aggregata facendo leva sulla politica fiscale, con tagli dell’IRPEF e bonus. Ma il problema del paese non riguarda tanto i salari netti, quanto quelli lordi, che non crescono per via di un sistema economico che ha smesso di creare prosperità diffusa. Non a caso, anche le soglie da cui partono gli scaglioni IRPEF sono più basse rispetto ad altri paesi, a indicare che in Italia chi è considerato ‘ricco’ rispetto alla distribuzione dei redditi non lo è in realtà così tanto. 

Il governo si è intestato una crescita degli occupati a cui assistiamo in tutta Europa, nascondendo però sotto il tappeto i problemi che affliggono il paese da decenni. Con una delle maggioranze più solide dagli anni ‘90 in poi, i provvedimenti per il rilancio del sistema paese dal punto di vista economico non si sono visti. La linea sembra invece un’attenzione- corretta- alla stabilità dei conti pubblici. Se è vero che questo è un capitolo importante, soprattutto dato l’elevato indebitamento del nostro paese, allo stesso questa strategia può rivelarsi inutile senza una crescita della produttività e una maggior prosperità nel paese.

Immagine in anteprima: frame video YouTube via Agenzia Italia News

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