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Tecnologia, commercio, Taiwan: il piano della Cina per battere gli USA

31 Ottobre 2025 11 min lettura

Tecnologia, commercio, Taiwan: il piano della Cina per battere gli USA

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Sforzi incessanti e lotta continua per "realizzare la modernizzazione socialista" e "conquistare l'iniziativa strategica nell'intensa competizione internazionale". È la prima richiesta avanzata dal XX Comitato centrale del Partito comunista cinese, nelle sue "proposte per la formulazione del XV piano quinquennale": si tratta di un documento di oltre 30 pagine in cui si elaborano obiettivi e misure per il periodo 2026-2030. Pubblicato il 28 ottobre insieme alle "spiegazioni del segretario generale Xi Jinping" sulle stesse proposte, offre molti dettagli in più rispetto alle linee guida generali emerse alla conclusione del IV plenum, l'appuntamento politico che dal 20 al 23 ottobre in cui il Partito ha predisposto la sua visione di futuro in una serie di riunioni a porte chiuse.

Il nuovo piano quinquennale verrà approvato ufficialmente il prossimo marzo, durante le "due sessioni", le riunioni annuali dell'Assemblea Nazionale del Popolo e della Conferenza Consultiva del Popolo Cinese. Non è solo un esercizio di pianificazione, ma è anche un ulteriore passo verso il cambio di modello di sviluppo della Cina, pensato per far fronte ai problemi interni e alle turbolenze internazionali, a partire dalla guerra commerciale e competizione strategica con gli Stati Uniti. Nel 2002, l'ex presidente Jiang Zemin aveva prefigurato "un ventennio di opportunità strategiche". Ora il Partito vede nel suo futuro una coesistenza tra "opportunità" e "sfide".

Serve dunque un equilibrio duraturo tra crescita, forza e stabilità. Nella visione olistica del Partito, sviluppo e sicurezza sono inestricabili. Per rendersi almeno in parte impermeabili alle turbolenze esterne, serve ridurre i rischi interni (per esempio sul settore immobiliare) e promuovere una "crescita di qualità". Obiettivo: rafforzare il mercato nazionale e ridurre la dipendenza dalle esportazioni, pur senza rinunciare alle posizioni dominanti conquistate in diversi comparti produttivi per rendere più doloroso un ipotetico (e ancora lontano) disaccoppiamento economico con gli Stati Uniti. E poi c'è la parola chiave principale: innovazione, mantra irrinunciabile per rafforzare le industrie tradizionali e perseguire l'autosufficienza tecnologica. Orizzonte, quest'ultimo, a cui aspirare per schermarsi dalle sanzioni e restrizioni alle catene di approvvigionamento. Tradotto: a Pechino pensano che, al di là dell'ultima tregua commerciale concordata da Donald Trump e Xi Jinping, la rivalità con gli Stati Uniti è destinata a durare.

Autosufficienza tecnologica e nuove forze produttive

Viste le premesse, si capisce perché autosufficienza tecnologica e innovazione assumono un ruolo che va oltre la sfera economica: diventano la struttura portante della sovranità nazionale e il fondamento materiale della sicurezza. L’autosufficienza non è solo la "semplice" capacità di produrre internamente tecnologie chiave, ma la condizione indispensabile della "sicurezza dello sviluppo".

Se l'autosufficienza è l'orizzonte, le "nuove forze produttive" sono il mezzo con cui raggiungerlo. Questa formula, introdotta per la prima volta da Xi Jinping nel 2023, rappresenta ora il nucleo ideologico e operativo dell’intera strategia di sviluppo, non solo un capitolo tecnico di politica industriale.

Si tratta di un salto concettuale: la produttività non è più semplicemente funzione dell’accumulazione di capitale e lavoro, ma nasce dall’integrazione tra scienza, innovazione, governance politica e sicurezza nazionale. Le nuove forze produttive non coincidono con singoli settori ad alta tecnologia, ma con un nuovo modo di organizzare i fattori produttivi in funzione dell’autonomia strategica del paese. Di più: incarnano la fusione tra tecnologia avanzata, capitale umano qualificato, infrastrutture digitali e pianificazione statale: un modello in cui il Partito indica la direzione dello sviluppo e le imprese — comprese le Big Tech, dopo la fine della grande campagna di rettificazione degli scorsi anni — ne realizzano le pratiche operative.

Nel nuovo piano quinquennale, si promuoverà la costruzione di un "nuovo sistema nazionale per la scienza e la tecnologia", cioè un meccanismo integrato di coordinamento tra università, istituti di ricerca, imprese industriali e agenzie statali. L’obiettivo è concentrare le risorse su tecnologie ritenute strategiche: semiconduttori avanzati, intelligenza artificiale di frontiera, biotecnologie, nuovi materiali, energia a basse emissioni, comunicazioni quantistiche, robotica e aerospazio.

La logica è quella del "breakthrough mirato": concentrare investimenti e capitale umano in aree dove la Cina può ottenere un vantaggio competitivo irreversibile o emanciparsi dalle dipendenze tecnologiche occidentali. In quest’ottica, il piano istituisce un sistema di “missioni scientifiche nazionali”, progetti di grande scala finanziati centralmente e coordinati da piattaforme di innovazione congiunta tra Stato e settore privato. A supporto di questa visione verranno lanciati una serie di programmi e iniziative come il piano AI Plus, che mira a una diffusione sempre più capillare delle tecnologie legate all'intelligenza artificiale in tutti i gangli della vita industriale e sociale del paese, comprese le sue applicazioni sanitarie ed educative.

Si mira alla costruzione di un "mercato dei fattori digitali", ossia un sistema regolato di scambio di dati, brevetti e algoritmi, considerati a pieno titolo risorse produttive. Basti pensare al peso del caso di TikTok nei negoziati commerciali con gli USA, con l'accordo che dispone la vendita della divisione statunitense dell'app, ma allo stesso tempo prevede che la proprietà del prezioso algoritmo resti cinese. Ne deriva una sostituzione concettuale: l’innovazione non è più esterna alla sicurezza ma coincide con essa. L’autonomia tecnologica non è un obiettivo settoriale ma la condizione materiale della politica estera e della stabilità sociale in un mondo di frattura geo-tecnologica.

Doppia circolazione e consumi

Per riuscire a compiere la trasformazione del modello di sviluppo, non basta però rafforzare le proprie capacità produttive e tecnologiche. Va infatti parzialmente riscritta la logica della crescita, sostituendo il paradigma fondato su investimenti e debito con un modello più sostenibile, inclusivo e orientato ai consumi interni. È una trasformazione strutturale che affonda le radici nella dottrina della "doppia circolazione" introdotta da Xi nel 2020.

In questa visione, la circolazione interna — il mercato domestico dei consumi, dei capitali e dell’innovazione — deve diventare la forza trainante principale dello sviluppo, mentre la circolazione esterna, ovvero il commercio internazionale e gli investimenti esteri, deve servire come complemento strategico, non più come motore unico. Pechino mira a passare da una logica di dipendenza dall’export a una di interdipendenza controllata, in cui le relazioni economiche internazionali servano a rafforzare la capacità domestica, non a condizionarla. 

Il rallentamento della domanda globale, la frammentazione delle catene del valore e le tensioni geopolitiche hanno reso insostenibile il vecchio modello basato sull’espansione della capacità produttiva e sull’indebitamento locale. Xi interpreta questa fase come una "nuova normalità storica", nella quale la Cina deve accompagnare il tradizionale ruolo di fabbrica del mondo a quello di società di consumi. Il piano individua dunque nel rafforzamento della domanda interna l’obiettivo chiave della nuova fase di sviluppo. Tutt'altro che semplice, come dimostrano le difficoltà degli ultimi anni sul tema. Disoccupazione giovanile, calo demografico, crisi del settore immobiliare e del sistema bancario ombra hanno causato non pochi problemi alle casse dei governi locali, ampliando la sfiducia della classe media. 

Ecco perché si lavora a una riforma fiscale per riequilibrare i rapporti tra centro e periferia e garantire la sostenibilità delle finanze locali. Il Partito prevede un nuovo sistema di ripartizione delle entrate e delle spese tra livelli di governo, per realizzare un mercato nazionale unificato. L’obiettivo è superare la frammentazione amministrativa e le “barriere provinciali”, ridurre le disparità regionali e rendere più coeso lo spazio economico nazionale rafforzando l'autorità centrale. 

Sul settore immobiliare si punta a rivedere il modello di business basato sulla vendita a progetto, dunque sul debito. Un macigno di rischio finanziario, come visto con la caduta di Evergrande e nelle difficoltà di svariati altri costruttori privati. Si parla poi di una fiscalità "proattiva", con elementi di redistribuzione più marcati: maggiore progressività delle imposte sul reddito, incentivi fiscali mirati per innovazione e natalità, revisione delle esenzioni alle imprese statali e un ampliamento delle detrazioni per le famiglie con figli. Ma difficilmente basterà la "promozione di una cultura positiva del matrimonio e delle nascite" per contenere quello che secondo diversi analisti è un calo irreversibile della popolazione, processo che potrebbe creare nel lungo termine svantaggi competitivi con gli Stati Uniti.

Il sostegno alle nascite e la silver economy entrano nel piano come due leve dello stesso problema: comprimere gli oneri della transizione demografica e diluire nel tempo lo shock da invecchiamento. Sulla natalità, si prevedono alcune misure strutturali su accesso all’asilo e alla cura dei bambini come servizio pubblico universale per abbattere il costo e la frizione del lavoro femminile, nonché politiche abitative orientate a ridurre la quota di reddito immobilizzata in mutuo e affitto. 

La silver economy non è presentata come segmento di consumo marginale per anziani ma come industria strategica di lungo periodo che mira a creare una nuova base industriale composta da sanità preventiva, dispositivi medici, robotica assistiva, assicurazioni di lungo termine. L’innalzamento graduale dell’età pensionabile si inserisce come cerniera tra i due lati. Da un lato diluisce il tasso di dipendenza, riducendo la velocità con cui l’invecchiamento si traduce in stress fiscale e in carenza di lavoro; dall’altro crea tempo politico per far maturare sia le politiche pro-natalità strutturali sia le filiere della silver economy. Nel 2024, c'è stato il primo innalzamento dell'età pensionabile dopo diversi decenni. Per gli uomini si passerà gradualmente dai 60 anni attuali ai 63 anni, per le donne da 55 a 58 anni. 

Le industrie tradizionali e la transizione verde

Attenzione, però, perché innovazione e autosufficienza non significano trattare l’economia "tradizionale" come una reliquia da accompagnare in declino, ma come fondamento materiale senza il quale la trasformazione tecnologica sarebbe un esercizio sterile. La crescita non è affidata a settori emergenti che galleggiano sopra il sistema, ma a un ammodernamento del sistema industriale esistente tramite digitalizzazione, automazione, e clusterizzazione territoriale. Acciaio, chimica, meccanica pesante, cantieristica, tessile, edilizia, logistica, infrastrutture: la Cina non intende abbandonare le posizioni spesso dominanti costruite in questi settori con decenni di sforzi.

Il significato è anche strategico, oltre che economico e occupazionale: Pechino punta a perpetuare le dipendenze di USA e Occidente. Non solo sulle chiacchieratissime terre rare e risorse minerarie, ingrediente cruciale dello scontro commerciale con Washington, ma anche nelle industrie tradizionali e nella manifattura. È proprio in quelle ramificazioni che risiede la forza negoziale della Cina e che rende troppo doloroso, dunque al momento impensabile, un vero decoupling che vada oltre la "riduzione del rischio" indicata dall'Unione Europea nei suoi legami commerciali con la seconda economia mondiale. 

Digitalizzazione e “smart manufacturing” non sono slogan, ma la via per estrarre efficienza e competitività da filiere che, lasciate allo stato attuale, perderebbero margine sotto stress di costi, dazi, standard verdi e dualizzazione del mercato globale.

La trasformazione verde viene intrecciata con la competitività: la riduzione del carbonio non è presentata come costo morale, ma come barriera d’accesso anticipata prima che l’Occidente la imponga come tariffa regolatoria; anticipare lo standard equivale a garantire continuità di accesso ai mercati e a spiazzare rivali più lenti nell’adattamento. Il "nuovo sistema energetico" atteso per il 2030 prevede un’architettura multilivello, integrata e resiliente: le nuove fonti (eolico, fotovoltaico, idrogeno, nucleare di nuova generazione) assumono il ruolo di motore della crescita, mentre le fonti tradizionali vengono progressivamente decarbonizzate grazie a tecnologie avanzate di cattura e stoccaggio, a miglioramenti di efficienza e alla digitalizzazione dei processi. Anche se carbone e combustibili fossili non verranno dismessi bruscamente: resteranno in uso come “ancora di sicurezza” nella fase di passaggio, sottoposti a una trasformazione controllata.

Esercito e Partito: anticorruzione e stabilità politica 

Durante il prossimo quinquennio, ricorre il centenario dell'Esercito Popolare di Liberazione. Tra gli obiettivi, c'è dunque il parziale completamento della riforma e dell'ammodernamento delle forze armate. Un processo iniziato da tempo e basato su tre principi cardine: centralizzazione del comando politico, integrazione tecnologica e sinergia civile-militare. Da qui ai prossimi anni, si prevede un salto di qualità nella digitalizzazione del comando e nella cosiddetta "intelligentizzazione" dell'esercito, chiamato a operare simultaneamente su più domini attraverso l’uso integrato di reti di dati, intelligenza artificiale e sistemi autonomi.

Secondo Xi, la riforma non può essere completa senza la prosecuzione di un'implacabile campagna anticorruzione, che dal 2023 alla vigilia del IV plenum ha portato all'espulsione di una lunga serie di ufficiali e funzionari di primo grado. Da ultimo, il generale He Weidong, secondo generale della Commissione militare centrale e tra i 24 membri del Politburo. Al suo posto, quantomeno nella Commissione militare, è stato nominato Zhang Shengmin, non a caso il numero due della principale agenzia anticorruzione del Partito.

Come sempre, insieme alla flessibilità riformista sul fronte economico, corrisponde un rafforzamento della stabilità politica. Da tutti i documenti scaturiti dal IV plenum, non traspare alcun indebolimento della posizione di Xi, anzi semmai ci sono segnali di un rafforzamento della sua autorità e centralità.

Taiwan e proiezione internazionale

Dalle raccomandazioni per il nuovo piano quinquennale, si evince che il dossier Taiwan ha una maggiore urgenza rispetto al passato. Non sorprende, visto tutto quanto successo negli scorsi anni, a partire dalla visita di Nancy Pelosi a Taipei nell'estate del 2022 che ha contribuito a creare un "new normal" fatto di manovre militari pressoché quotidiane nella regione intorno all'isola. Subito dopo la promozione dello sviluppo pacifico delle relazioni tra le due sponde dello Stretto, nel documento si cita esplicitamente l'obiettivo di "promuovere la grande causa della riunificazione nazionale", elemento che non era presente nei precedenti piani quinquennali e che dunque potrebbe essere indizio di una possibile accelerazione. Trova spazio anche l'opposizione alle "interferenze esterne", in riferimento ovviamente agli Stati Uniti ma anche al Giappone della nuova premier Sanae Takaichi, che ha posizioni molto favorevoli a Taipei, dove peraltro è stata di recente in visita proponendo una "quasi-alleanza" di sicurezza.

Oltre a Taiwan, che il Partito comunista considera una "questione interna", la politica internazionale delineata nel nuovo ciclo sembra mostrare una visione sempre più autonoma e strutturata del ruolo della Cina nel mondo. Pechino si percepisce ormai come l’asse di un nuovo ordine internazionale multipolare e si prepara a consolidare tale posizione attraverso una combinazione di assertività strategica, costruzione di alleanze nel Sud Globale e progressiva de-dollarizzazione del commercio internazionale.

Il rapporto con gli Stati Uniti resta il perno attorno a cui ruota l’intera strategia estera cinese. Il Piano riconosce implicitamente che il confronto con Washington non è più episodico né limitato a settori economici, ma costituisce una condizione strutturale del sistema internazionale. Traspare la convinzione che la rivalità sino-americana sia destinata a durare e debba essere regolata, non risolta.

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Da un lato, dal IV plenum Pechino si pone l'obiettivo della promozione della stabilità nei rapporti con le grandi potenze, mirando dunque a evitare una potenziale escalation (anche militare) e mantenendo aperti canali di comunicazione per la stabilità finanziaria, il commercio e la sicurezza. Dall’altro, intensifica la propria strategia di contenimento indiretto attraverso la costruzione di una rete economica e diplomatica alternativa, centrata sull’Asia e sul Sud Globale. Tanto che si parla di "autosufficienza del Sud del mondo". Così come la Cina deve emanciparsi dalle catene di dipendenza tecnologica e finanziaria occidentali, il Sud Globale deve emanciparsi dall’architettura di potere economico e normativo costruita dagli Stati Uniti e dai loro alleati.

In pratica, Pechino si propone come leader e fornitore di beni pubblici globali alternativi — infrastrutture, tecnologie verdi, modelli di finanziamento, sicurezza alimentare e sanitaria — attraverso la Belt and Road Initiative (in Italia nota col più romantico nome di Nuova Via della Seta), che dopo dieci anni di espansione entra in una fase di “raffinamento qualitativo”. Come dimostrato dalle recenti mosse diplomatiche di Xi, dal summit SCO alla grande parata militare per l'ottantesimo anniversario della resa del Giappone, la Cina non si vede più come un semplice attore emergente dell'ordine globale, ma si percepisce o quantomeno si racconta come un pilastro dell'architettura stessa del nuovo sistema internazionale, in cui punta a colmare i vuoti lasciati dagli Stati Uniti.

Immagine in anteprima: frame video PBS NewsHour via YouTube

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