La giornata contro la violenza sulle donne e l’inadeguatezza del governo Meloni ad affrontare un fenomeno grave ed endemico
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È il 25 novembre, e come ogni anno - e in particolare, da quando Non una di meno è sbarcata in Italia e ha cominciato a fare rumore in maniera molto specifica sul tema - si parlerà di violenza contro le donne in maniera più o meno sensata e strutturata. È anche il terzo 25 novembre che il paese si trova ad affrontare con un governo di destra apertamente alleato con alcuni dei più violenti misogini al mondo, Donald Trump in testa (che anche senza tenere conto del pregresso e del fatto che esiste una sentenza in un processo per diffamazione che lo ha accusato di abuso sessuale, ha di recente zittito una giornalista che gli faceva delle domande con uno stizzito “Quiet, piggy!”). Quanto segue, quindi, non deve essere preso come manifestazione di stupore o sorpresa, ma di continuata ed esasperata constatazione dell’inadeguatezza delle più alte cariche dello Stato ad affrontare il tema della violenza, in particolare quella maschile: contro le donne, ma anche reciproca.
Cominciamo dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervenuto nel corso di un convegno promosso dalla ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, in collaborazione con l’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) dal titolo “Conferenza internazionale contro il femminicidio”, che coinvolgeva rappresentanti istituzionali di alcuni paesi del continente scelti (per caso?) fra quelli con governi conservatori o comunque affini al governo Meloni. L’intervento di Nordio che ha causato scalpore verte sulla resistenza degli uomini alla parità formale e fattuale delle donne nella società, che il ministro - evitando la parola “patriarcato” o qualunque riferimento esplicito a strutture di potere esterne agli individui - descrive come un risultato inevitabile dello squilibrio di forza fisica fra uomini e donne, citando la “legge darwiniana del più forte” e finendo per parlare di “codice genetico” che renderebbe impossibile per gli uomini trattare le donne da pari.
La prima reazione è, inevitabilmente: ma cosa va dicendo? La seconda è: questo meccanismo, in psicologia, si chiama “proiezione”. Chi non vuole riconoscere in sé limiti, sentimenti negativi e caratteristiche indesiderate le attribuisce a tappeto agli altri, o per citare Pietro Metastasio: “Perché l'altrui misura ciascun dal proprio core, confonde il nostro errore la colpa e la virtù”. Gli uomini che in questi giorni stanno difendendo il ministro della Giustizia sulla base dell’appartenenza politica (è di destra, quindi va sostenuto a prescindere contro “le femministe”) non si sono forse accorti delle implicazioni: Nordio va dicendo che gli uomini, ma proprio tutti gli uomini, sono geneticamente predisposti all’abuso. Vale a dire, la cosa di cui sono accusate le femministe, che invece sostengono da sempre il contrario: che i comportamenti di uomini le donne vadano inscritti non in un determinismo genetico, ma nel contesto delle strutture socio-economiche e delle dinamiche di potere che li condizionano, e che quindi possano essere modificati di pari passo con le stesse strutture. Se c’è uno “Yes, all men”, quello è Nordio, non chi si sgola da una vita per dire che i comportamenti sono una scelta, e la violenza una reazione all’emozione, non l’emozione stessa.
L’uscita di Nordio non è criticabile solo perché tratta la violenza come un’inevitabilità e perché nel farlo usa parole imprecise e scorrette (cosa che per un giurista dovrebbe essere anatema). Lo è anche perché è assolutoria: se una caratteristica è inscritta nel tuo codice genetico, se la superiore forza fisica è alla radice di ogni scelta e di ogni atteggiamento, gli uomini non hanno il dovere di mettersi in discussione e di esaminare le strutture psicologiche alla base della maschilità. È un “siamo così, che ci volete fare” mescolato a “ma io no, eh”, perché lungi da Nordio riconoscersi come portatore di una cultura di genere: i violenti sono gli altri, mica lui.
Con le sue parole, con l’attinente richiesta di “repressione” (la risposta standard delle destre a qualunque fenomeno, nonostante la sua provata inefficacia ai fini della prevenzione) e con la reiterata attribuzione del ruolo educativo alla “famiglia” e all’esempio maschile, Nordio rimesta la minestra della conservazione, ma non offre alcuna soluzione. Che peraltro non gli compete, essendo il ministro della Giustizia. A chi compete, invece, l’individuazione corretta del problema? In questo contesto, alla ministra Eugenia Roccella, promotrice del convegno nonché titolare del dicastero che si occuperebbe (il condizionale è d’obbligo, dato l’approccio) anche delle pari opportunità.
Roccella, come sa chiunque ne abbia mai incrociato l’operato, si fa scudo di una giovanile militanza nel femminismo radicale, di cui sventola ancora il patentino come se quell’appartenenza fosse sufficiente a giustificare ogni sua posizione, anche la più retriva. Nella realtà, bisogna dirlo: i femminismi sono un percorso evolutivo che mal si sposa con la dissociazione dalla realtà e il rifiuto delle evidenze scientifiche, oltre che con la scarsa propensione all’approfondimento. Roccella, come tutto il governo, resiste con ogni mezzo all’idea di portare l’educazione affettiva e relazionale nelle scuole: la posizione ufficiale delle destre di tutto il mondo è che la famiglia sia il luogo deputato all’educazione delle generazioni più giovani, e pazienza se quelle famiglie sono le stesse in cui i padri postano foto di mogli, figlie e parenti varie senza il loro consenso all’interno di forum che celebrano la violazione di quel consenso con grandi pacche sulle spalle (per usare un eufemismo). Poco importa se il dato che ci si presenta è che le famiglie non siano in grado di educare proprio nessuno al fantomatico “rispetto”, data la frequenza con cui le donne muoiono per mano di un uomo.
Nel corso del convegno, Roccella ha messo a segno una doppietta straordinaria. La prima è l’immancabile citazione dei paesi scandinavi come prova che l’educazione sessuale non farebbe calare i femminicidi. Dal punto di vista numerico, questo è un fenomeno vero e osservabile: nei paesi del nord Europa, in cui le donne si sono prese e si prendono ogni giorno spazi di autonomia e presenza pubblica impensabili per le italiane (che sono agli ultimi posti per occupazione e autonomia economica), l’incidenza dei femminicidi è più alta. Roccella utilizza la correlazione a dimostrazione dell’inefficacia dell’educazione a scopo di prevenzione, e ignora del tutto l’esistenza del cosiddetto “paradosso nordico”. Spiegato semplice: sì, è vero che le donne muoiono con maggiore frequenza in proporzione alla loro liberazione, ma questo è un problema degli uomini e della persistenza di quello che Nordio attribuisce alla genetica, ma che è, in realtà, una mancata ridiscussione della cultura maschile a livello profondo e collettivo.
Non esiste un posto nel mondo, nemmeno in Svezia o in Danimarca o in Norvegia, in cui gli uomini siano protagonisti in massa di questa ridiscussione: l’educazione sessuale non serve a granché, su questo siamo d’accordo, se non si accompagna a una nuova idea di maschilità, non basata sulla sopraffazione e sulla percezione della relazione con le donne come mezzo di esercizio del controllo e definizione dell’identità. Essere uomini non dovrebbe essere definito dalla capacità di marcare il territorio, eppure troppi maschi di tutte le età si sentono defraudati nell’intimo dalla libertà femminile, che vivono come una sottrazione di sovranità e una diminutio dell’identità personale.
Quello che Roccella vive come una rassicurazione circa il funzionamento della struttura sociale italiana è in realtà un sintomo del suo malessere: se muoiono meno donne è perché molte di più si sottomettono al potere maschile senza fare storie, oppure sono sottomesse controvoglia e non hanno la possibilità di sottrarsi ad abusi psicologici e violenza economica che certo, non le ammazza, ma spesso viene tenuta celata per vergogna, terrore o mancanza di strutture preposte all’aiuto. Lo stesso ministro Nordio, del resto, ha incoraggiato le donne ad andare in chiesa o in farmacia, in caso di pericolo. Le carenze dovrebbero essere evidenti anche alla ministra Roccella, che però sceglie un approccio positivo e ci invita a fare caso a “quelle che non muoiono”. Troppa grazia, ministra.
Siamo sempre allo stesso punto: alla constatazione che, in un paese che i femminicidi neanche li conta in maniera trasparente e corretta (come evidenziato dalla giornalista ed esperta di statistica Donata Columbro), chi siede ai vertici del potere non ha le capacità culturali o la disponibilità a riconoscere la natura dei fenomeni di cui è chiamato a occuparsi. Non bisogna aspettarsi cambiamenti, ma continuare a fare pressione. Perché se le cose dovessero davvero cambiare, non sarà per un miracolo ma per il lavoro fatto a livello di comunità, non certo e non solo fra le mura domestiche.







