Morire di vita a Siracusa

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(Foto via SiracusaNews)

Dove c’è sole, dove c’è vodka, dove c’è agnello, ci sono i rom
(Veronica Tomassini, Christiane deve morire)

Quella di Veronica Tomassini è l'epica degli ultimi. Che fluisca impetuosa e viscerale, come nel romanzo di esordio Sangue di cane, o che muova il lirismo verso una dimensione più matura, come nel nuovo Christiane deve morire, la prosa di Veronica Tomassini dà una lingua a chi muore in silenzio, invisibile o rifiutato, e lo redime dall'oblio. Semaforisti polacchi, ubriaconi, rom, tossicodipendenti: «morti di vita» che consumano la propria esistenza ai margini. Tomassini li conduce al lettore facendo entrare la letteratura dalla porta del trauma, percorrendo con le parole lo spazio muto e terribile che lascia davanti: «Le mie parole una dietro l’altra paiono innocue e invece sono inarrestabili».

In Sangue di cane la matrice autobiografica era molto più esplicita, focalizzata sull'amore per il polacco Slawek: la voce narrante, femminile, non aveva identità se non nell'amore per l'uomo perduto, un'emozione totale che aveva il baricentro stilistico nel ricorso alla seconda persona singolare: «Eri così bello, lo eri troppo per me, eri la sponda del fiume che avrei attraversato, lo sapevo, lo sapevo, eri tu». Cronologicamente Christiane deve morire inizia là dove finisce il primo romanzo: «Nutrivo una sola speranza: poterlo riabbracciare. Parlo di mio marito» è l'incipit, dove la condizione interiore precede il fatto esteriore che lo provoca.

Se la sorgente della scrittura e l'ambientazione siracusana è immutata, Tomassini introduce dei cambiamenti che evitano al libro di essere un mausoleo di dolore esibito. La protagonista è la «signorina Varrani», il romanzo è in prima persona e prevalgono i tempi passati; fanno eccezione le reticenze, al presente, («Non racconto la mia vita dentro le mura della mia famiglia d’origine. Non trovo interessante l’argomento, anzi mi procura vergogna») che danno conto di come ricordare sia un'azione tematica e per nulla gratuita.

La signorina Varrani lavora per un giornale locale scrivendo di rom, per i quali è la «redaktora». La redazione e le meschinerie tra colleghi, l'odio razziale per i rom (in primis quello del direttore), che vanno bene per i lettori solo quando commettono reati, sono uno dei temi portanti del romanzo. Il mondo borghese da cui proviene la protagonista è animato da un conformismo aggressivo in cui i poveracci sono esorcizzati nelle aperture strillate, mentre il servilismo verso chi comanda viaggia lungo i binari della routine:

Ai ladri di polli si davano le ottanta righe di apertura, di norma,a un furto di pecore nei paesi montani pure; l’abigeato meritava persino la locandina. A volte il sindaco pretendeva conto e ragione se a una conferenza di servizi si destinava l’angolo sotto la rubrica Lettere al Direttore, senza occhiello, mentre al ladro di fili di rame la copertura totale esente da fascioni pubblicitari.

A questo mondo si affianca il campo rom, dove lo «sradicamento» dell'apolide convive con la necessità di sopravvivere. Non ci sono equilibri o punti fermi, in questa realtà, ma l'energia di una giostra impazzita in cui desiderio, violenza, dolcezza, sporcizia, attaccamento, passione e ingenuità tolgono ogni riferimento, se non si riesce a guardare al loro mondo con misericordia; se ne accorgerà il mite Eugenio.

Il rom è l'altro per eccellenza, verso cui il razzismo sembra un atto tollerabile, anzi, doveroso e autoassolutorio, e guai a dire che è razzismo. È così che la protagonista svolge il detestato punto di vista del capo, immaginando di parlare per assecondarlo:

«Quando tocca a un italiano fare il barbaro è diverso. Ci sono sempre consone ragioni e sociologi della prima ora ad argomentare compenetrati. Ci piace pensare ai nostri misfatti come a una tristezza crepuscolare che trucida con le buone maniere. Ed è un’immagine meravigliosa, il crepuscolo del nostro autocontrollo in balia di pulsioni violente, dai colori primitivi, altro che pastelli».

Tra il mondo borghese e il campo rom si collocano i luoghi della memoria e le emozioni che li impregnano. Ci sono luoghi e situazioni fisiche: il centro commerciale cui Varrani andava col marito, e che ora soffre angosciata, l'uomo nella mensa Caritas che assomiglia al marito, e che la protagonista non riesce ad avvicinare, pur continuando a pensarlo. C'è poi la sconfinata distesa di ricordi per i «morti di vita» della prima giovinezza. I primi amori tra comitive di tossici, vissuti nel mito del libro di Christian F., nella periferia cittadina («la periferia è sempre un'istigazione al suicidio»), nelle «Mazzarruna» comuni a ogni grande città. Alfredo, Massimo, Cetty e Filippu u pazzu sono fantasmi da cui la protagonista non sa liberarsi, più vivi ai suoi occhi nel passato che, nel caso di Alfredo, da superstiti («oggi è panettiere, ha una moglie che non ha i denti davanti, due figlie, e quando mi vede fa finta di non conoscermi. Si vergogna»). Ritornano di continuo nella narrazione, talvolta addirittura la spezzano senza preavviso: «"Non stanno qui, redaktora, stanno a Catania". Alfredo partiva in pullman il venerdì, aveva appuntamento col pusher in stazione a Palermo». Ma «Christiane deve morire», per l'appunto. La memoria è il purgatorio in cui congedarsi dal passato e perdonare le debolezze umane, a partire dalle proprie; l'uso dell'ironia esprime questa urgenza, come per l'appellativo «signorina» che la Varrani, moglie abbandonata, usa per sé.

Christiane Vera Felscherinow, autrice di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, in una foto del 2011 (Via)

Se i frammenti della prima giovinezza hanno nella ricorrenza un valore simbolico, in certi passi si sente l'assenza di un'ulteriore limatura, specie quando dall'inizio di un capitolo ci si muove verso la parte centrale. Le immagini d'apertura, lapidarie, giocate sull'iterazione («Niente stupri dai rom. Niente». «Giulia era sparita, Giulia del campo rom») o sulla concisione («Al genio compete l’eternità, prima degli altri»), proseguono come un labirinto di piani temporali ed episodi che, quando i cambi di passo non sono ben calibrati, denotano una scrittura più vicina alla sorgente ispiratrice che alla foce letteraria. Eppure le repentine deviazioni sono una cifra stilistica propria dell'autrice, indomabili ma consapevoli della propria natura nei momenti più alti.

La si chiami indole, o vocazione o persino ossessione, rispetto agli emarginati e agli oppressi che chiunque incontra nel quotidiano Veronica Tomassini non riesce a distogliere lo sguardo e a restare in silenzio («Le parole mi giravano in testa, ero sotto assedio»). E ogni sua parola portata fuori, riversata sulla pagina, scava uno spazio di dignità tra le cattedrali della ferocia umana.

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