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Gli ‘eroi’ della pandemia essenziali per le nostre società: precari, sottopagati, senza tutele

25 Maggio 2020 8 min lettura

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Gli ‘eroi’ della pandemia essenziali per le nostre società: precari, sottopagati, senza tutele

8 min lettura

Una delle parole che hanno caratterizzato questi mesi di lockdown è stata "eroi", utilizzata per definire migliaia di lavoratrici e lavoratori della sanità in prima linea nella risposta alla diffusione del nuovo coronavirus. In Italia così come in altri paesi, il loro lavoro è stato celebrato con lunghi applausi di gratitudine dai balconi.

Con il passare dei giorni, si è fatta strada la categoria più ampia dei "lavoratori essenziali". Non solo personale medico e sanitario o che lavora negli ospedali, ma tutti coloro per i quali non è esistito lockdown o smart working, impegnati nel garantire al resto della popolazione che la vita, in qualche modo, potesse andare avanti.

"Essenziale" significa indispensabile. Essenziali sono le badanti o le persone che si prendono cura di anziani o persone disabili, nelle case e nelle strutture; i e le braccianti e tutti coloro che riforniscono gli scaffali dei supermercati; cassieri e cassiere e dipendenti che ne permettono l’apertura al pubblico e la gestione; lavoratori e lavoratrici di imprese di pulizie; rider e fattorini che portano cibo o merce a domicilio; coloro che smistano quella merce. Sono perlopiù lavori precari, sottopagati e senza tutele – anche a livello sanitario.

Testimonianze raccolte dal Fatto Quotidiano tra i lavoratori della logistica e dei magazzini parlano di scarse protezioni, contagi e malati tra i dipendenti e i loro familiari. Molti degli “eroi” dei supermercati sono finiti in cassa integrazione dopo settimane di forte stress. Gli addetti alle pulizie degli ospedali, ha denunciato la Filcams Cgil, sono stati a volte impegnati in turni senza riposi per 7 euro all’ora, e non è detto che siano riusciti a ottenere le dovute protezioni, soprattutto all’inizio.

Emanuele, corriere in una ditta che lavora per una grande multinazionale, ha raccontato a Rosita Rijtano su lavialibera che durante il lockdown è stato come lavorare durante delle lunghissime festività natalizie, quando gli acquisti su Internet subiscono un’impennata: «L'azienda chiede di fare più consegne del solito», mentre la paga è rimasta uguale, circa 1300 euro al mese. Anche l’orario è lo stesso, ma la mole di lavoro è maggiore: da una media di 100 pacchi al giorno si è passati a 150, facendo diventare i ritmi già stressanti quasi insostenibili e resi ancora più complicati dalla pandemia: «In questi mesi, in cui tutto è rimasto chiuso, ho faticato a trovare da mangiare e persino un posto in cui andare in bagno». A questo si somma la paura del contagio, e di portare a casa il virus dopo una giornata di lavoro.

Nelle RSA, ha spiegato Angelo Minghetti, segretario della federazione nazionale delle professioni sanitarie e sociosanitarie, molto spesso un solo operatore si trova a dover gestire oltre 70 persone, per uno stipendio tra i 900 e i 1200 euro per dodici ore di lavoro, senza il pagamento degli straordinari.

L’articolo di Rijtano contiene altri racconti di rider, camionisti, operatori sanitari, badanti, braccianti. Questi ultimi hanno protestato qualche giorno fa, scioperando contro il provvedimento di regolarizzazione temporanea emanato dal governo, chiedendo tutele e diritti. «A mancare è la considerazione dei braccianti, indipendentemente dal colore pelle e dalla provenienza, ai quali vengono sottratti diritti previdenziali, salariali, la sicurezza su lavoro», ha detto il sindacalista Aboubakar Soumahoro.

Qualche settimana prima, il primo maggio, è stato un gruppo di rider a protestare, in piazza Nettuno a Bologna. «Non siamo eroi, siamo lavoratori», hanno detto, chiedendo diritti e dignità.

Durante il lockdown i rider sono andati in giro per le città d’Italia a fare consegne in bicicletta con protezioni insufficienti. "Non ci siamo mai fermati – ha scritto su Facebook Riders Union, il sindacato che ha promosso la protesta di Bologna - considerati lavoratori indispensabili, ma senza uno straccio di diritti, esposti a continui ricatti di licenziamento e privi di una fornitura adeguata dei dispositivi di protezione individuale da parte delle piattaforme. Ma come può un lavoratore essenziale essere pagato 4 euro a consegna? Come si può accettare che chi svolge un servizio essenziale possa lavorare senza che l'azienda gli fornisca mascherine e gel per le mani? Come si può considerare sicuro un luogo di lavoro dove basta una email per essere licenziati in tronco?"

La pandemia ha reso ancora più evidente un paradosso delle nostre società: le persone e le figure di cui abbiamo più bisogno – quelle, appunto, essenziali – sono anche quelle alle quali viene dato meno valore.

Nel Regno Unito, riporta il Financial Times, i lavori di chi è impiegato in case di cura, fabbriche alimentari, magazzini o fa consegne sono tra i più insicuri e pagati peggio. Oltre il 40% degli operatori di assistenza all'infanzia dai 25 anni in su ha una remunerazione più bassa del salario minimo. Quasi il 60% di coloro che forniscono assistenza alle persone nelle proprie case in Inghilterra è rappresentato da cosiddetti "contratti a zero ore", senza garanzie di orari o entrate regolari. I lavoratori dei campi accettano spesso contratti temporanei con pochi diritti e tutele, mentre molti fattorini risultano lavoratori autonomi, pagati a consegna, senza malattia o ferie.

L’antropologo David Harvey parla di una "nuova classe operaia", fortemente legata al genere ed etnicizzata, che deve "sopportare due pesi: fa le attività più esposte a contrarre il virus e quelle più a rischio licenziamento". La scelta che si trovano davanti questi lavoratori è "da una parte il rischio del contagio in ospedale o nei negozi di alimentari, dall’altra la disoccupazione senza tutele adeguate (come l’assistenza sanitaria)".

Oltre il 13% dei lavoratori sanitari del Regno Unito è di origine straniera, e i primi 11 medici morti di COVID-19 nel paese facevano parte tutti di una minoranza etnica.

Andando a guardare tra gli "eroi" nei reparti COVID e nelle strutture di assistenza, viene fuori che molte sono "eroine". Nel mondo 7 operatori sanitari su 10 sono donne. Appartiene al sesso femminile il 50% dei medici e il 95% della forza lavoro nel settore della cura. Un report dell’Istituto superiore di sanità pubblicato lo scorso 24 aprile mostra che tra gli operatori sanitari contagiati dal virus il 69% è composto da donne. È un dato, dice l’ISS, simile a quello di altri paesi, come Stati Uniti (73%), Spagna (72%) e Germania (75%), e che "potrebbe essere giustificato dalla più alta percentuale di donne in questa categoria professionale".

Secondo uno studio della Commissione Europea, tra i paesi UE in media il 13% dei lavoratori definiti essenziali è rappresentato da immigrati. Il dato varia in base al paese: in Romania, nell'Est Europa in generale, la percentuale è poco sopra lo zero, mentre in Lussemburgo arriva al 53%. In Italia è poco al di sotto del 20%. La presenza dei lavoratori stranieri nei settori essenziali è più alta rispetto alla media di migranti sul totale della popolazione occupata, indipendentemente dal tipo di impiego. Perlopiù si parla di lavori a bassa qualificazione, ma fondamentali per il funzionamento delle società. Se si prendono in considerazione alcuni settori come ad esempio pulizie, assistenza, operai edili, fino a un terzo sono svolti da stranieri.

Utilizzando i dati Istat sulla forza lavoro, un articolo su lavoce.info ha analizzato la distribuzione di lavoratori stranieri (nati all’estero oppure nati in Italia ma senza cittadinanza) fra settori e attività essenziali e non (così come definite durante il lockdown) in Italia. Quanto alle prime, in in generale "vi è impiegato circa il 53% degli uomini stranieri, mentre per le donne il dato sale a oltre il 65%".

Le donne immigrate che lavorano sono più concentrate in queste attività, mentre per gli uomini vale il contrario. La differenza di genere può essere spiegata "dalla natura delle attività essenziali, tra le quali rientrano alcuni settori con prevalente presenza femminile (servizi sanitari o assistenza domestica), ma nelle quali anche il sommerso è più diffuso (settore agricolo)".

La questione etnica e di genere è evidente negli Stati Uniti. Un report del Center for Economic and Policy Research, riportato da The Atlantic, ha rilevato come negli Stati Uniti "una quota sproporzionata" dei lavoratori definiti essenziali – impiegati in sanità, trasporti, magazzini, servizi postali, negozi alimentari, farmacie, servizi di pulizia e assistenza - sia costituita "da persone di colore, provenienti da famiglie che guadagnano meno del 200% della soglia federale di povertà, e che hanno meno probabilità di avere un titolo di studio universitario o postuniversitario".

E molte sono donne: circa due terzi del gruppo di lavoratori in prima linea presi in considerazione nello studio era di sesso femminile, rispetto a poco meno della metà dei lavoratori in generale. Queste persone, si legge nel report, "erano essenziali prima della pandemia, ma anche sovraccariche di lavoro, sottopagate, non protette e apprezzate adeguatamente". Ci sono oltre 3 milioni di persone che lavorano nei servizi sanitari e di assistenza alla persona a domicilio negli USA, e che la maggioranza di queste sono donne, più della metà donne appartenenti a minoranze etniche e perlopiù sottopagate.

Queste disuguaglianze esistevano ben prima di COVID-19. Ma ora tutti quei lavori svalutati e sottopagati ci si sono palesati come "essenziali". Dunque, che succederà dopo?

Anthony Pahnke, ricercatore all’Università di San Francisco, ha scritto su Al Jazeera che la domanda da porsi è proprio questa: la crisi globale riuscirà a farci aprire gli occhi sulla necessità di cambiare la nostra economia rendendola più equa nei confronti di coloro che sostanzialmente la tengono a galla? O semplicemente adesso saremo riconoscenti ai lavoratori nei servizi essenziali con un sorriso quando li incrociamo dentro un negozio o in un ospedale, o con un ‘grazie’ postato su Facebook, per poi dimenticarcene domani?

Due settimane fa tre ricercatrici hanno lanciato l’iniziativa “Democratizing work”, firmata poi da altri esponenti del mondo accademico. L’appello parte dal riconoscimento che una delle lezioni centrali dell’attuale crisi è che gli esseri umani che lavorano sono molto più che semplici "risorse". "Prendersi cura dei malati, fornire cibo, medicine e altri beni essenziali, eliminare i nostri rifiuti, rifornire gli scaffali e gestire i negozi alimentari, le persone che hanno consentito che la vita andasse avanti durante la pandemia di COVID-19 sono la prova vivente che il lavoro non può essere ridotto a semplice merce. La salute e la cura dei più vulnerabili non possono essere governate dalle sole forze del mercato. Se lasciamo queste cose al mercato, corriamo il rischio di aggravare le disuguaglianze al punto tale da perdere le vite stesse di coloro che sono più svantaggiati".

Come scrive Zoe Williams sul Guardian, una volta riconosciuta la loro essenzialità, è il momento di mettere questi lavoratrici e questi lavoratori al primo posto. È una questione che riguarda l’aumento delle remunerazioni e il raggiungimento di paghe adeguate, ma non solo. Nell’immediato, significa fornire l’equipaggiamento per la protezione personale, fare uno sforzo per cercare di eliminare il maggior numero di rischi. Ma ci sarà anche un’era post-coronavirus, e per allora non si potranno più trattare le persone come se fosse la logica a richiedere che debbano essere costrette a lavorare al prezzo più basso possibile. "Le parole non sono sufficienti, così come non lo sono gli applausi. Possiamo elogiare quanto vogliamo gli operatori sanitari, ma se li paghiamo il minimo e li lasciamo senza tutele, senza malattia o ferie pagate, allora quell’elogio è vuoto".

Immagine in anteprima via Il Fatto Quotidiano

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