1992: l’anno che ha cambiato l’Italia

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Ci sono anni che si impongono nella memoria storica ed entrano nel patrimonio linguistico di un popolo. Ancora oggi si dice “è successo un ‘48”, con riferimento al 1848, l’anno in cui l’Europa conobbe i moti rivoluzionari.

Ci sono anni come il 1992 che, per la loro vicinanza, si impongono nella memoria personale prima che in quella storica. Ci entrano con violenza efferata e improvvisa, e da lì non si schiodano, nel bene o nel male. Oppure vi rimangono, ma confusi, deformati dall’orrore per quella violenza che accentra ogni ricordo, impedendo di cogliere a fondo la portata degli avvenimenti.

Come si intuisce dal titolo, il libro Novantadue. L’anno che cambiò l’Italia (Castelvecchi) è dedicato all'anno in cui la mafia usò l’esplosivo per uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, esigendo un tributo aggiuntivo di uomini e donne. Diciassette autori si avvicendano sotto la supervisione di Marcello Ravveduto, che spiega:

La nostra non è una ricostruzione fatta da esperti o accademici. È un’opera di Public History. Un resoconto interdisciplinare degli eventi che predilige il lavoro di gruppo. Un testo rivolto a un pubblico eterogeneo, interessato tanto alla Storia quanto alla memoria, che si oppone alla condanna all’oblio, sperimentando la via di un’etica dell’età contemporanea. Il racconto individuale è una narrazione del passato che si fa Storia nel presente.

Se il paziente 2012 è in condizioni critiche, dunque, guardare indietro a vent’anni prima è una possibile terapia. La pluralità di approcci agevola così l’emergere di sintomi di diversa natura, sottovalutabili da uno sguardo senza allenamento specifico.

Leggendo si (ri)scoprono molti tesori da sottrarre all’oblio, tesori preziosi anche quando terribili; preziosi perché veri. Grande spazio è dato a Falcone e Borsellino e a quell’ecosistema di lotta antimafia che guardava con ammirazione ai due magistrati. C’è la Palermo antimafia raccontata da Giovanni Abbagnato, viva nelle strade, nelle piazze e nelle associazioni, non solo nelle procure. È la Palermo dei lenzuoli bianchi esposti, contrapposta a quella dei lenzuoli imbrattati di sangue stesi sulle vittime di agguati mafiosi. Una città in grado di far sfilare oltre centomila persone “durante lo sciopero generale del 27 giugno 1992, indetto dai sindacati, in cui al tema del lavoro si legava quello della liberazione del contesto politico-istituzionale dagli inquinamenti mafiosi”. Ci sono le testimonianze, raccolte da Laura Galesi, delle Donne di scorta, in cui a parlare è soprattutto la voce di Carla (nome necessariamente di fantasia) collega e amica di Emanuela Loi, prima donna agente di scorta e prima donna a cadere in servizio per mano della mafia. E merita di essere menzionata anche la storia di Rita Atria (raccontata da Serena Giunta), che si ribellò alla cultura mafiosa per diventare collaboratrice di giustizia, e che si suicidò dopo l’attentato di via D’Amelio, lasciando scritto in un foglio: “Adesso non c’è più chi mi protegge. Sono avvilita. Non ce la faccio più”.

Mentre Francesco Piccinini, in Non è dato sapere, si occupa dei due attentati a Falcone e Borsellino, soffermandosi sui molti, troppi misteri a riguardo e sull’ombra della trattativa Stato-mafia. Si rimane con più di un punto interrogativo nel leggere quanto riporta alla fine:

Le sentenze forse non restituiranno mai giustizia. Forse i responsabili della trattativa non finiranno mai dietro le sbarre. Allora è giusto affidare alle parole di Totò Riina la spiegazione di ciò che è successo. Lo dice in due incontri avvenuti nel 2008 e nel 2009. Lo spiega con le parole di un mafioso e la puntualità di un politico. Nella sua cella di Opera, Riina incontra un parlamentare, è arrabbiato ma sereno, non sa chi sia quella persona che ha dinanzi a sé, gli hanno anticipato che si tratta di un politico: «Ma lei è un politico?», chiede: «Sono un europarlamentare, perché è un problema?»; «No se non è del partito di Berlusconi no»; «Perché?»; «Perché lui ci ha tradito». È lui, il capo dei capi, l’uomo che ha ucciso Falcone e Borsellino a confermare, in prima persona, che l’ex-Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi l’ha tradito. Le parole di Riina sono una sentenza che non viene eseguita. Perché? Forse perché solo un anno dopo, nello stesso carcere, dinanzi alla stessa persona, il capo della Cupola ritorna sui suoi passi e alla domanda: «Si ricorda di me, di quello che mi ha detto l’ultima volta?», risponde: «Ormai è passato, ormai è tutto apposto».

Ma il 1992 è stato anche l’anno di Tangentopoli, e di una classe politica che è stata spazzata via solo in apparenza, a giudicare dalla continuità dei faccendieri abituati a muoversi lontani dai riflettori (come Luigi Bisignani), o dalla parabola politico-giudiziaria delineata dalla Lega Nord, che in quegli anni si proponeva come forza avversa al centralismo di "Roma ladrona". Ed è stato l’anno in cui l’opinione pubblica ha fatto i conti con una strage devastante nei numeri, ma molto poco appariscente, come lo scandalo del sangue infetto, affrontato da Ciro Pellegrino in L’altro sangue: “alcune associazioni di vittime quantificano in 60-80mila unità le persone che hanno contratto malattie. A queste si aggiungono circa 2.600 morti e oltre quattromila ammalati dal 1980”.

Completano il quadro i contributi che esplorano i mass media e tutto ciò che riguarda i modi di narrare quel periodo (o i modi di narrare del periodo). Come lo studio di Anna Bisogno, dedicato alle fiction su Falcone e Borsellino: la libertà d’invenzione, in casi del genere, rischia di camminare con troppa disinvoltura lungo il filo che la separa dal revisionismo e della mistificazione. Contro questo rischio marcare il confine è un’operazione culturalmente fondamentale per preservare la memoria dei fatti.

Che cosa resta allora, a distanza di venti anni dal 1992, guardando indietro alle speranze soffocate, alla violenza stragista, alla transizione traumatica tra le cosiddette Prima e Seconda Repubblica? La risposta può essere affidata al saggio conclusivo di Carmen Pellegrino, che cura anche la preziosa cronologia:

... il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica non ha prodotto lo strappo, lo scarto, l’effetto debordante che pure sembrava dovesse prodursi. La linea di continuità tra il prima e il dopo è rimasta sostanzialmente solida. Ne è una prova il mancato ricambio della classe politica. Gran parte dei politici della Prima Repubblica (le seconde, le terze file dei partiti) è transitata intatta nella Seconda Repubblica, nonostante il tracollo dei partiti di appartenenza. Alla rottura del sistema politico non è corrisposta la promozione di uomini nuovi. Il perché è presto detto: non sono cambiati gli ambiti entro cui la classe politica viene selezionata. […] È chiaro che le possibilità del cittadino di venire a conoscenza di ciò che è nel suo interesse sapere, già seriamente compromesse in passato, si sono drasticamente ridotte, come erose, via via che lo Stato si ritrae dalle sue funzioni. Sappiamo, per esempio, di avere a disposizione solo una rete, benché fitta, di connessioni fattuali e indiziarie, che dicono molto ma non provano niente. Sappiamo che, mentre sul piano teorico tutto è ampiamente spiegabile, persino intuibile, le difficoltà diventano insormontabili quando si entra nello specifico delle circostanze, dei nomi, delle connessioni dirette, spendibili anche in sede processuale.

Il 1992 dunque, ha cambiato l'Italia in senso gattopardiano ("se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi"). Viviamo nello stesso edificio di venti anni fa, reso fatiscente, oltre che dagli anni trascorsi, dai mutamenti macroeconomici e da nuovi assetti legislativi - come il Trattato di Lisbona, o l'inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione -. Ma l'occupazione principale dei residenti è scannarsi su problemi secondari, come disporre mobili che, in molti casi, non si è in grado di riparare o costruire, oppure il delirare su improbabili traslochi di massa. Occupazioni che nulla hanno a che spartire con i problemi strutturali dell'edificio, e che al massimo incarnano una veemente distrazione.

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Assegno familiare, affido, genitorialità: cosa prevede il disegno di legge Pillon e quali sono le sue criticità

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Lo scorso 10 settembre è arrivato in Commissione Giustizia al Senato il disegno di legge 735, a prima firma del senatore della Lega Simone Pillon sull'affido condiviso dei figli e il loro mantenimento. Il testo vuole riformare la legge approvata nel 2006, che ha introdotto il principio per cui, in caso di separazione, l'affidamento dei figli minori sia disposto a favore di entrambi i genitori, salvo i casi in cui questo possa essere dannoso per i bambini.

Il ddl Pillon introduce la mediazione obbligatoria per separazioni e divorzi nel caso in cui ci siano figli minorenni, una divisione esattamente a metà del tempo passato con l’uno o l’altro genitore così come dei costi di mantenimento. Una norma, ha spiegato il senatore durante una conferenza stampa, che mira a garantire «il diritto dei figli di ricevere cura e assistenza da entrambi i genitori, trascorrendo con ciascuno di essi quanto più tempo possibile, e realizzando così il principio della bigenitorialità perfetta». Secondo Pillon, infatti, la norma del 2006 sull’affido condiviso è rimasta solo sulla carta, e nel 90% dei casi «ci si ritrova di fronte a un affido che nei fatti è ancora esclusivo» soprattutto a carico delle madri, «mentre i padri vengono relegati al ruolo di "genitore della domenica" o "papà-bancomat", quando non vengono addirittura esclusi» dalla vita dei figli.

Ed è proprio nelle associazioni di padri separati e divorziati che il disegno di legge ha trovato i maggiori favori (pur specificando che dovrà essere perfezionata nell'iter in Parlamento), mentre ha scatenato forti e numerose critiche da parte di centri anti violenza e associazioni a tutela dei minori, nonché da parte di legali e psicologi secondo in quali la proposta non farebbe l’interesse dei bambini e potrebbe essere dannosa per le donne che vivono una relazione violenta e per i loro figli.

L’Iter parlamentare del ddl

Il ddl Pillon è stato assegnato ad agosto alla Seconda Commissione Giustizia del Senato in sede redigente: ciò significa che sarà la commissione a esaminare e a deliberare sui singoli articoli e poi il disegno di legge sarà sottoposto all’Aula solo per la votazione finale, senza che questa possa proporre modifiche. Le audizioni inizieranno la prossima settimana o la prima di ottobre, e nonostante i promotori avessero preventivato un’approvazione prima di Natale, i tempi saranno sicuramente più lunghi.

Largamente sostenuto dalla Lega, il ddl è stato cofirmato anche da quattro senatrici e da un senatore del Movimento 5 Stelle. Il capogruppo del M5S al Senato, Stefano Patuanelli, però, ha fatto sapere con una nota che “sul disegno di legge del senatore Pillon in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità è in corso un confronto all'interno della maggioranza, ci sono alcuni aspetti che secondo noi meritano un approfondimento. Arriveremo in breve tempo a un pieno accordo sul testo e andremo avanti con determinazione”.

Nel frattempo altre forze politiche hanno chiesto di fermare il ddl, tra cui diversi esponenti del Partito democratico. Mara Carfagna di Forza Italia, evidenziando alcune criticità, ha chiesto che il testo venga perfezionato.

Cosa prevede il ddl Pillon

Il ddl, si legge nella premessa, riprende i punti programmatici sul diritto di famiglia inseriti nel contratto di governo firmato da Lega e Movimento 5 Stelle: “mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni, equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari, mantenimento in forma diretta senza automatismi e contrasto dell'alienazione genitoriale”. Lo scopo sarebbe quello di andare “verso una progressiva de-giurisdizionalizzazione” per rimettere “al centro la famiglia e i genitori soprattutto restituendo in ogni occasione possibile ai genitori il diritto di decidere sul futuro dei loro figli”.

• La mediazione obbligatoria

L’articolo 7 del disegno di legge dispone che una coppia con figli minorenni che voglia separarsi debba per legge (“pena l’improcedibilità”) “iniziare un percorso di mediazione familiare”. Questo perché, secondo Pillon, «il ddl nasce dall’esigenza imprescindibile di fare in modo che il conflitto familiare non arrivi in tribunale, cercando di fare in modo che papà e mamme possano raggiungere un accordo sulla gestione dei minori prima di arrivare in Tribunale».

Il primo incontro con il mediatore è gratuito, mentre quelli seguenti sono a pagamento secondo tariffe stabilite dal Ministero della Giustizia. In ogni caso, in qualunque momento sorgano conflitti, il giudice “invita nuovamente i genitori a intraprendere un percorso di mediazione familiare per la risoluzione condivisa delle controversie” riguardanti l’affidamento dei figli o il piano genitoriale. Quest’ultimo va concordato tra i due genitori e contiene, si legge nel ddl, elementi come “luoghi abitualmente frequentati dai figli”, “eventuali attività extrascolastiche, sportive, culturali e formative“, “vacanze normalmente godute” e altri capitoli di spesa. Il piano serve affinché «i bambini non siano più costretti a scegliere tra mamma e papà e che non lasci ombre ed incomprensioni nell'educazione dei minori, irrinunciabile compito di entrambi i genitori e diritto dei minori», ha spiegato il senatore.

• La divisione a metà del tempo trascorso con i figli

Nel ddl è previsto che “indipendentemente dai rapporti intercorrenti tra i due genitori”, il tempo trascorso con i figli minori debba essere equamente diviso. Secondo Pillon la riforma è stata infatti pensata per i «tantissimi genitori distrutti dal fatto di vedere il proprio figlio al massimo due o tre ore al mese».

Il figlio minore, nel proprio esclusivo interesse morale e materiale, ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con il padre e con la madre, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali, con paritetica assunzione di responsabilità e di impegni e con pari opportunità. Ha anche il diritto di trascorrere con ciascuno dei genitori tempi paritetici o equipollenti, salvi i casi di impossibilità materiale.

Questo significa che, a meno che non ci siano diversi accordi tra le parti, il figlio dovrà trascorrere almeno 12 giorni al mese con ciascun genitore, “compresi i pernottamenti”, salvo comprovato e “motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica”. I figli avranno dunque un “doppio domicilio” nelle abitazioni di ciascun genitore, dove ricevere comunicazioni scolastiche, sanitarie o amministrative. Il senso della doppia abitazione, ha detto Pillon a La Stampa, è che non si può «sacrificare un genitore sull’altare dell’habitat del figlio. Certo, per un figlio è meglio una casa sola con entrambi i genitori. Ma se questo non è possibile, è meno male alternare le case che perdere un genitore, che alla fine è quasi sempre il padre».

• L’abolizione dell’assegno di mantenimento

Anche le spese dovrebbero essere ripartite equamente secondo il disegno di legge, che elimina l’assegno di mantenimento per il genitore presso cui il figlio risiede e lo sostituisce con il “mantenimento diretto le cui modalità devono essere indicate nel “piano genitoriale”, sia per quanto riguarda le spese ordinarie che quelle straordinarie. A ciascuno dei due coniugi, prosegue il ddl, saranno quindi attribuiti “specifici capitoli di spesa, in misura proporzionale al proprio reddito”. In mancanza di accordo decide il giudice. Sostanzialmente ogni genitore manterrà il figlio per il tempo in cui gli viene affidato.

Intervistato dall’Agi, Pillon ha precisato che «il mantenimento non sarà fifty-fifty: il genitore che guadagnerà di più contribuirà di più». D’ora in avanti, ha aggiunto, ogni genitore «saprà che ogni euro sarà speso per il figlio e non per l'ex coniuge», il che «non significa che sparirà l'assegno di mantenimento per l'ex coniuge ma solo che le spese per il minore saranno pagate direttamente».

• L’indennizzo per il genitore che lascia all’altro la casa di proprietà

Il giudice può stabilire “nell’interesse dei figli minori che questi mantengano la residenza nella casa familiare, indicando in caso di disaccordo quale dei due genitori può continuare a risiedervi”. In questo caso il genitore, che lascia la casa di proprietà, avrà diritto a ricevere dall’altro “un indennizzo pari al canone di locazione computato sulla base dei correnti prezzi di mercato”.

• L’alienazione parentale e le “false denunce per violenza”

Infine il ddl si propone di contrastare la cosiddetta “alienazione parentale” (termine che indica un allontanamento del figlio da uno dei due genitori volontariamente messo in atto dall’altro). Agli articoli 17 e 18, infatti, è previsto che qualora il figlio rifiuti il rapporto con uno dei genitori o con un altro familiare, il giudice possa limitare o sospendere la responsabilità genitoriale dell’altro genitore – pur in assenza di evidenti condotte – nel presupposto che ci sia stata una manipolazione del minore. Quest’ultimo può anche essere messo provvisoriamente in una casa famiglia “previa redazione da parte dei servizi sociali o degli operatori della struttura di uno specifico programma per il pieno recupero della bigenitorialità del minore”.

Inoltre, così come spiegato da Pillon alla conferenza stampa di presentazione del ddl, l’articolo 9 prevede che «i tentativi di alienazione, le false denunce e i tentativi di condizionamento psicologico del minore saranno punite nei casi più gravi con il risarcimento del danno e la perdita della responsabilità genitoriale».

In un’intervista a Vanity Fair il senatore ha dichiarato di voler «punire tanto la violenza quanto le false accuse di violenza», intendendo con questo termine quelle accuse fatte strumentalmente, usate come minaccia per ottenere la custodia del figlio e alienarlo dal partner (…) Se uno o una va a fare una denuncia falsa, calunniando il compagno, sarà trattato come un partner che fa violenza. Dovrà risarcire il danno e perderà la responsabilità genitoriale».

La questione dell’affido condiviso e le critiche al ddl

Diverse associazioni ed esperti di diritto si sono scagliati contro il disegno di legge, evidenziandone numerosi aspetti critici e potenzialmente nocivi per la tutela dei diritti dei minori o delle donne specialmente in situazioni di abusi e violenza. L’avvocata Anna Maria Bernardini De Pace, ad esempio, ha definito il ddl una proposta maschilista, che rischia nei fatti di rivelarsi “un disastro”, mentre Gian Ettore Gassani, legale e presidente dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani (AMI), non salva nulla di una riforma che «usa la genitorialità per fare la rivoluzione copernicana del diritto di famiglia». Per le esperte della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate Onlus di Milano (Cadmi), questa proposta "ci porta indietro di 50 anni, e non è retorica. L’obiettivo non espresso, ma comunque evidente, è quello di rendere talmente complicata la strada per la separazione da far rinunciare tutte e tutti con evidente danno alla libertà di ognuno".

La premessa al ddl Pillon definisce la legge sull’affido condiviso del 2006 “un fallimento”: “L’Italia rimane uno degli ultimi paesi del mondo industrializzato per quanto riguarda la cogenitorialità delle coppie separate” visto che nel nostro paese “l'affido materialmente condiviso (considerando tale una situazione nella quale il minore trascorre almeno il 30 per cento del tempo presso il genitore meno coinvolto) riguarda il 3-4%, tasso fra i più bassi al mondo”. Nel testo si fanno paragoni con paesi come la Svezia, il Belgio o il Quebec, dove invece questo principio è pienamente rispettato.

In realtà, fa notare Chiara Brusini sul Fatto Quotidiano, anche se “i bambini nella maggior parte dei casi continuano a trascorrere più tempo con le madri”, stando all’ultimo report dell'Istat su separazioni e divorzi, la legge del 2006 ha avuto degli effetti: se nel 2005 la percentuale di minori affidati esclusivamente alla madre superava l’80%, nel 2015 la stima è scesa all’8,9%, mentre in circa l’89% delle separazioni è stato riconosciuto l’affido condiviso.

Per quanto riguarda l’assegnazione della casa coniugale è vero che nel 69% dei casi quando c’è un figlio minore va all’ex moglie e che il 94% delle separazioni con assegno di mantenimento sia corrisposto dal padre. «I padri nel 90% dei casi escono dalla casa coniugale, e ciò li pone in un grande disagio. Ma certo non è una soluzione pensare di risolvere la situazione rovesciando le parti», afferma il legale matrimonialista Cesare Rimini, secondo cui «è una follia considerare che ci sia la possibilità di fare i divorzi e le separazioni con una formuletta prestampata», o «ritenere di formalizzare a priori che il tempo è metà per uno. Bisogna valutare caso per caso».

Anche per l’avvocato Alessandro Simoni, intervistato da Radio Popolare, «la proposta di legge parte da un punto corretto: non sempre si è applicato il principio della bigenitorialità anche dopo l’intervento della legge sull’affido condiviso del 2006». Il problema è che «la risposta che viene data è completamente sbagliata, proprio perché non si rispettano le singole storie familiari. Ed è una legge che in alcuni tratti sembra voler essere vagamente punitiva nei confronti delle mamme».

Un elemento completamente assente dal disegno di legge è la considerazione del contesto sociale e culturale: ad esempio, se in Svezia – paese citato nelle premessa al ddl Pillon come modello – la parità di genere sul lavoro è realmente praticata, in Italia siamo ben lontani da questo risultato.

Secondo l’ultimo rapporto dell’European Trade Union Institute, con un divario occupazionale di genere al 18% il nostro paese si trova al penultimo posto tra i paesi dell’Unione europea (all’ultimo posto c’è Malta). La “Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri” pubblicata dall’Ispettorato nazionale del lavoro ha rilevato che nel 2016 le madri che hanno rinunciato al proprio impiego dopo una gravidanza sono state 29.879, di cui 24.618 per motivi familiari (l'82,4%). Le principali cause di licenziamento secondo quanto dichiarato dalle interessato sono state l’impossibilità di usufruire degli asili nido a causa dell’assenza di post, la difficoltà nel conciliare il lavoro e la famiglia, una distanza eccessiva tra il luogo di lavoro e quello di residenza a causa dello spostamento di uno dei due, la mancata concessione di orari flessibili e contratti part time. Nello stesso anno i padri che hanno lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio sono stati 7.859, la maggior parte dei quali (5.609) perché ha deciso di lavorare per altre aziende.

Come riporta Pagella Politica, citando il report "Madri sole con figli minori" dell’Istat, “circa una madre single su tre non lavora, mentre per le madri in coppia il rapporto corrisponde a meno di una madre su due”: nel 2016 sul totale delle madri sole (separate, nubili o vedove) quelle non occupate e, quindi disoccupate o inattive, corrispondevano al 36,2%, mentre le madri in coppia, invece, la percentuale era assai più alta, del 45,1%. Le condizioni più critiche si registrano nel Sud Italia, dove le madri sole a rischio povertà o esclusione sociale corrispondono al 58% contro il 32,2% del Nord.

Anche per questa ragione, legali e associazioni contestano l’abolizione dell’assegno di mantenimento, che è un concetto, secondo l’avvocato Gassani dell’AMI, «totalmente sbagliato», considerato che, ad esempio, «il 45 per cento delle donne nel Sud del nostro Paese non ha un lavoro: cosa devono fare se si separano e hanno pure un figlio?».

A La Stampa Manuela Ulivi, avvocata divorzista da quasi 30 anni e presidente della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (Cadmi), spiega che «il mantenimento diretto fa passare l’idea che ogni genitore possa dare al figlio pari tenore di vita. Ma sappiamo bene che non è vero: sono le donne a lasciare il lavoro quando nasce un figlio, sono loro che vengono penalizzate nel fare carriera e sono sempre loro a guadagnare di meno. Una mamma difficilmente riuscirà a dare al figlio lo stesso stile di vita che gli garantisce il padre. E cosa succede se non lo fa? Che rischia di perdere l’affidamento». Ulivi aggiunge anche che «molte donne non percepiscono neanche l’assegno di mantenimento per se stesse per una questione di dignità personale e perché preferiscono che l’ex marito dia i soldi per i figli. Togliere loro l’assegno per la prole e obbligarle così a chiederne uno per sé stesse vuol dire distruggere tutto quello che si è fatto in questi anni». Senza contare che, nel caso di relazioni violente, è frequente che le donne non lavorino per espressa volontà del partner.

I rischi per le vittime di violenza

Queste circostanze, unite al costo della mediazione e all’obbligo per il coniuge cui è stata assegnata la casa coniugale di corrispondere una sorta di canone d’affitto all’altro, rendono una causa di separazione particolarmente gravosa da un punto di vista economico. Tanto da poter rinunciare a farla, con esiti che possono essere pericolosissimi se si considera che nell’esperienza dei centri anti violenza sono le donne a prendere l’iniziativa di interrompere la relazione, specialmente nei casi di abuso.

“Prima ancora di ricorrere alla giustizia penale, le donne optano per la separazione o l’interruzione della convivenza more uxorio e chiedono la regolamentazione dell’affidamento, intraprendendo il percorso penale per lo più quando le violenze continuano anche dopo la richiesta di separazione giungendo a mettere a rischio il benessere e finanche la vita dei figli stessi. Si consideri che le donne e i figli vengono uccise per mano dei mariti/compagni/padri proprio in pendenza della separazione o in occasione delle visite genitoriali”, scrive l’avvocata Teresa Manente, responsabile ufficio legale della ong Differenza Donna.

Il network D.i.Re, che raccoglie al suo interno circa 80 centri anti violenza in tutta Italia, ha lanciato una manifestazione a Roma il 10 novembre e una petizione online che in pochi giorni ha raccolto oltre 65mila adesioni per il ritiro del ddl Pillon. Un disegno “decontestualizzato”, che non tiene conto “di cosa accade nei tribunali, nei territori e soprattutto tra le mura domestiche” e che ignora completamente “la pervasività e l’insistenza della violenza maschile che determina in maniera molto significativa le richieste di separazioni e genera le situazioni di maggiori tensioni nell’affidamento dei figli che diventano per i padri oggetto di contesa e strumento per continuare ad esercitare potere e controllo sulle madri”.

✍ FIRMATE E DIFFONDETE!! Il disegno di legge Pillon va ritiratoIl Ddl Pillon su separazione e affido è una pericoloso...

Pubblicato da D.i.Re Donne in Rete contro la violenza su Giovedì 6 settembre 2018

Il ddl, prosegue l’appello, “se approvato, comporterebbe per una gran parte delle donne, in particolare per quelle con minori opportunità e risorse economiche, l’impossibilità di fatto a chiedere la separazione e a mettere fine a relazioni violente determinando il permanere in situazioni di pregiudizio e di rischio in aperta contraddizione con l’attenzione alla sicurezza tanto centrale per questo governo”.

Un punto critico è rappresentato dall’introduzione dell’obbligo nel caso di separazioni con figli minori del ricorso alla figura del mediatore familiare (categoria a cui peraltro il senatore Pillon appartiene dal 2013).

L'istituto della mediazione, però, osserva l’avvocata Ulivi di Cadmi «dovrebbe essere facoltativo. Inoltre [nel ddl] il mediatore entra in ballo indipendentemente che ci sia stata o meno violenza. È chiaro che se nella coppia c’è stata violenza da parte dell’uomo, quando la donna vorrà separarsene, sarà maggiormente in pericolo. L’esperienza insegna che non si può condividere con il maltrattante neppure l’informazione di avere deciso di chiudere il rapporto, perché quello è il momento in cui la violenza arriva all’apice. L’obbligo di mediazione impone alla donna non solo di dirlo, ma anche di discuterlo con il maltrattante».

Tra l'altro, si legge in un'analisi fatta dalle esperte di Cadmi su La27esima Ora "l'obbligo aumenta i tempi per interrompere una convivenza – cosa che in molti casi di violenza risulta fatale – con la conseguenza che la donna che subisce violenza potrebbe essere obbligata a rimanere nella relazione di coppia fino alla maggiore età del figlio". Non a caso la Convenzione di Istanbul vieta espressamente “il ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione” nel caso in cui ci sia stata violenza.

Secondo l’avvocata Maddalena Di Girolamo, dell'associazione "Centro donna Lilith" che gestisce un Centro antiviolenza a Latina, peraltro, «anche nei casi in cui nelle coppie in via di separazione non c'è violenza e il giudice dispone la mediazione, gran parte degli uomini non la accetta». Nel caso delle donne maltrattate, «anche psicologicamente, che decidono di separarsi dagli uomini che le vessano, la mediazione non funziona. La donna che ha subito violenza deve elaborare l'esperienza stando da sola, così come i bambini hanno bisogno di una elaborazione separata, fermo restando che potranno vedere il padre in incontri protetti».

La mediazione comporterebbe anche un aumento dei costi, non essendo prevista assistenza con patrocinio. In generale, è tutto il progetto di legge che porta "un aumento potenziale del contenzioso e dei tempi di contrasto, allungati dalla mediazione obbligatoria prima, e dal giudizio poi, con una lievitazione dei costi che potrà meglio sostenere il genitore economicamente più forte. Questo metterà in ginocchio chi ha meno risorse economiche, dando origine ad un’ingiustizia sociale evidente", scrivono le esperte di Cadmi.

Un’altra questione riguarda gli articoli che disciplinano il caso in cui il figlio o la figlia si rifiutino di avere rapporti con uno dei genitori. Per il ddl Pillon questa eventualità ricadrebbe nella casistica dell’“alienazione parentale” con la possibilità per il giudice di limitare o sospendere la potestà genitoriale dell’altro o addirittura far finire il minore in comunità. Il presupposto su cui si basa questa norma è che ci sia un genitore che psicologicamente influenza i figli per metterli contro l’altro, anche tirando in ballo false violenze.

Con questa norma di fatto si introduce nell’ordinamento italiano la PAS (Parental Alienation Syndrome): è una sindrome di cui soffrirebbero i bambini che nel caso di separazioni si rifiutano e si dichiarano impauriti di incontrare un genitore perché traviati volontariamente dall’altro.

Nonostante la teoria della PAS non abbia alcun riconoscimento scientifico ufficiale, l’alienazione parentale figura spesso nelle prassi dei tribunali italiani. Secondo il magistrato Fabio Roia, presidente di Sezione del Tribunale di Milano e autore del saggio "Crimini contro le donne, politiche, leggi e buone pratiche", però si tratta di una «sorta di moda». Intervistato da LetteraDonna, Roia spiega che «di fronte al rifiuto di un bambino di incontrare un genitore, di solito il padre, molti giudici tendono a dire che la madre ne manipola in qualche modo l’emotività. Ma questo rifiuto del figlio normalmente accade quando è stato spettatore di una violenza assistita che gli ha ovviamente procurato dei traumi e delle sofferenze. La sua è una naturale richiesta di tutela». Per il magistrato, tra l'altro, l’incidenza di denunce false è bassissima.

Le esperte di Cadmi notano che inoltre il ddl Pillon "stravolge il senso della normativa approvata già nel 2001 su istanza dei centri antiviolenza per intervenire con misure cautelari nel momento di maggior pericolo per la donna. Con questo ddl, se la donna osa denunciare condotte maltrattanti e chiedere l’allontanamento di chi agisce violenza, rischia di essere accusata di provocare 'grave pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore e degli altri familiari', con la conseguenza di scoraggiare ancora di più qualsiasi iniziativa di richiesta di intervento dell’autorità giudiziaria al fine di uscire dalla violenza". Il rifiuto dei minori "vittime di violenza diretta o assistita di vedere o rimanere con il genitore violento può essere considerato frutto di condizionamento da parte dell’altro genitore, vittima a sua volta di violenza. Non viene punito il maltrattante, ma la vittima e i minori".

Il risultato dell’approvazione del ddl sarebbe dunque quello di ridurre al silenzio madri e figli che hanno subito violenza. Come scrive l’avvocata Manente di Differenza Donna, infatti, con le nuove norme “la violenza è destinata a rimanere occultata dalla infinita serie di trappole di cui è disseminato l’impianto normativo del ddl 735, al quale danno man forte gli altri disegni di legge in esame: ogni tentativo di prendere parola da parte delle donne per difendere sé e i figli da un partner e padre maltrattante è inibito dal rischio di censure fondate su falsificazioni e pregiudizi sessisti che sempre di più marchiano le donne che osano ribellarsi al comportamento paterno e che vengono accusate come calunniatrici, madri ‘malevole’ e alienanti della figura paterna”.

Il modello di “bigenitorialità perfetta” del ddl Pillon, tra l’altro, porta con sé un altro rischio per i minori in relazioni violente, e cioè quello di essere costretti a frequentare il genitore abusante. Nonostante nel disegno di legge sia previsto che l’affidamento condiviso sarebbe escluso per quei genitori che commettono violenze, come fa notare Nadia Somma sul Fatto Quotidiano, il testo “omette di dire che l’esclusione arriverebbe dopo tre gradi di giudizio e sentenza passata in giudicato, ovvero 4-5 anni. Nel frattempo che ne sarebbe di tutti quei protocolli a tutela dei bambini: visite vigilate, verifiche sulle capacità genitoriali, sospensione della frequentazione del genitore violento nei casi più a rischio, ecc.? Il bambino dovrebbe frequentare comunque il genitore che ha commesso violenza”. Questo provvedimento, aggiunge, “mira a sottrarre la famiglia alla giurisdizione e spinge verso il ritorno all’orrida tradizione che tra vizi privati e pubbliche virtù, lavava i panni sporchi in famiglia. E qualora un genitore perdesse l’affidamento per violenza potrebbe avere il diritto di stare col figlio, così prevede il ddl”.

C'è poi la questione della redazione del "piano genitoriale". Questi accordi, spiegano le esperte di Cadmi, impongono una discussione "riguardante ogni aspetto di vita del figlio (luoghi, persone frequentate, scuola, attività, vacanze, ecc…)", nel "momento peggiore della storia di una coppia". Questo progetto di legge non solo "fa aumentare le ragioni di scontro tra genitori, ancor peggio nei casi in cui viene agita violenza", ma comporta "la necessità di continue modifiche in base alla crescita del minore, con conseguenti potenziali scontri".

L’opposizione dei movimenti a tutela dei minori

Nonostante il senatore Pillon abbia più volte detto che questo ddl è «nell’interesse dei figli», anche diverse associazioni a tutela dei minori si sono espresse con preoccupazione nei confronti della proposta di riforma. Per l’Unione Camere Minorili, ad esempio, il disegno “a parole” vorrebbe “garantire la persona minore”, mentre “rappresenta ed afferma in ogni articolo il punto di vista dell’adulto in termini economici e patrimoniali”, facendo passare l’idea di bambini divisi “esattamente a metà come un qualsiasi oggetto e/o mobile della casa familiare”.

Anche il Coordinamento italiano per i servizi maltrattamento all’infanzia (Cismai) ha espresso “viva preoccupazione” per il ddl 735, “fortemente orientato a tutelare gli interessi degli adulti a discapito di quelli dei bambini”. Secondo la presidente Gloria Soavi, “la divisione a metà del tempo e la doppia residenza dei figli ledono fortemente il diritto dei minori alla stabilità, alla continuità e alla protezione, per quanto possibile, dalle scissioni e dalle lacerazioni che inevitabilmente le separazioni portano nella vita delle famiglie”. In questo modo, aggiunge, si “teorizza la possibilità applicativa della divisione a metà di un figlio, ma questo significa considerare i minori alla stregua di beni materiali. Appare molto grave che a teorizzare questa divisione sia proprio lo Stato che dovrebbe essere, invece, il primo garante della protezione dei bambini”. Quanto invece alle situazioni in cui il figlio manifesta il rifiuto di vedere un genitore e si prevedono in ogni caso sanzioni all’altro genitore, Soavi ritiene che appaia “altamente lesivo dei diritti del minore supporre che il suo rifiuto di incontrare un genitore sia comunque da imputare al condizionamento dell’altro. Il minore ha il diritto di rifiutarsi di mantenere un rapporto con un genitore che sia in vario modo inadeguato o lo abbia esposto a situazioni di violenza domestica”.

Critiche sono arrivate anche dal Forum delle Associazioni Famigliari (nel cui consiglio direttivo peraltro fu eletto nel 2012 lo stesso Pillon), secondo cui il ddl pur “mosso da principi condivisibili: consentire a entrambi i genitori di essere presenti nella vita dei figli anche dopo una separazione, evitando di ridurre uno dei due in povertà”, appare “gravemente fragile, perché crea un non meglio specificato diritto individuale alla genitorialità che rende i bambini oggetto dei diritti dei genitori”. Inoltre, “le disposizioni proposte tolgono al giudice ogni discrezionalità di giudizio e impongono a coppie che già sono in difficoltà per ragioni diversissime tra loro, un percorso pressoché obbligato e univoco, non tenendo conto dell’unicità che contraddistingue la relazione tra coniugi”.

Il Movimento per l’infanzia, invece, ha chiesto con un comunicato stampa “l’immediato ritiro” di un ddl definito “orribile, incivile e impresentabile perché è un vero e proprio attentato ai diritti dei bambini e delle donne”.

Il disegno di legge Pillon, infine, parla esplicitamente di “mamma” e “papà”, escludendo e ignorando completamente quindi le famiglie con due madri o due padri.

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Ventimiglia, il bar che aiuta i migranti in transito a rischio chiusura. La raccolta fondi supera 20mila euro in pochi giorni

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“Oggi abbiamo raggiunto 20000 euro!!! Un enorme GRAZIE a tutti quelli che ci hanno sostenuto materialmente ed emotivamente e che ci hanno permesso di sperare nel futuro!!! Abbiamo superato l'emergenza grazie al vostro enorme contributo, il Bar Hobbit tira avanti! Chi volesse continuare a supportarci può farlo, la campagna rimarrà aperta e le donazioni che riceveremo d'ora in avanti serviranno a supportare il bar in futuro. Grazie!!!”

Più di 20mila euro in meno di una settimana. Ce l’ha fatta Delia Buonomo, titolare da oltre 15 anni del Bar Hobbit, a Ventimiglia, a salvare il bar della stazione, diventato negli ultimi tre anni il punto di riferimento delle migliaia di migranti che giungono nella cittadina ligure nella speranza di poter varcare il confine, distante appena 9 km, e poter andare in Francia e in altri paesi europei per raggiungere familiari o conoscenti. Ce l’hanno fatta le associazioni impegnate sul territorio, gli amici, le tante persone che si sono attivate per dare vita alla campagna di raccolta fondi per tenere in piedi il bar, ormai prossimo alla chiusura, boicottato dai cittadini di Ventimiglia, dopo che Delia aveva iniziato a dare da bere, da mangiare e un posto dove potersi rifocillare ai tanti migranti presenti in città. Insulti, atti vandalici e pressioni di vario genere hanno messo il bar in una situazione economica sempre più difficile, racconta Fausta Chiesa sul Corriere della Sera.

Quasi 650 persone hanno donato, chi 5 euro, chi 200, ringraziato e sostenuto Delia per “quello che fa e per avermi fatto sentire meno sola nella voglia di dare e condividere”, come si legge in uno dei messaggi che accompagnano le donazioni.

Delia rende questo paese migliore, un paese di cui andare ancora fieri nonostante le attuali politiche sull'accoglienza.

Solidarietà per Delia. Stai facendo una cosa bellissima, e importante non solo per chi aiuti direttamente, ma per tutti noi. Grazie.

Perché ho conosciuto Delia e il bar Hobbit e ci vorrebbero in ogni quartiere di ogni città. Oasi di tolleranza nel mare di odio che dilaga in Italia.

Grazie di cuore per ciò che fa. Grazie perché mi ricorda che vale ancora la pena di lottare. Grazie perché non ho il coraggio di guardare negli occhi i migranti, ciò che oggi riserviamo loro è inumano. Lo è, tranne che per casi come il suo. Grazie perché ha un grande cuore. E grazie perché loro, i migranti, in lei vedono speranza ed amore, noi italiani invece vediamo un esempio.

E già prima che partisse il crowdfunding sulla piattaforma GofundMe, alcuni cittadini avevano avviato una raccolta fondi su Facebook, come Marita Cassan, che per il suo compleanno (2 settembre) era riuscita a raggiungere in pochi giorni la cifra di 5mila euro, a testimonianza di come da più di un anno si fosse attivata intorno al bar Hobbit una comunità pronta a sostenere Delia e il suo impegno. Il bar è diventato in poco tempo, infatti, simbolo di accoglienza, solidarietà, resistenza. È «un piccolo miracolo, che mi dà la spinta ad andare avanti. Tanta generosità va ripagata», ha commentato alcuni giorni fa Delia a Redattore Sociale, quando la campagna era avviata al successo. «Questo risultato per me significa che esiste un’altra Italia, diversa da quella che viene descritta o fatta vedere in tv, un’altra Italia che ha ancora il cuore che batte e che non va dietro alle battute infelici di Salvini».

Il bar di "Mamma Africa"

La storia di Delia inizia 3 anni fa, nell’estate del 2015. La Francia aveva applicato gli “Accordi di Chambery”, che prevedevano la possibilità di respingere i migranti dall’altra parte del confine, sollevando le accuse di violazione dell’accordo di Schengen. In quei giorni uomini, donne e bambini erano rimasti bloccati a Ventimiglia, senza accesso ai servizi primari (acqua potabile, bagni pubblici, cibo, un luogo dove dormire). Centinaia di migranti avevano dormito sulla scogliera che affaccia sul mare e nella stazione ferroviaria di Ventimiglia, dove era stata adibita una struttura apposita per l’accoglienza. Le immagini dei migranti assiepati sugli scogli a protestare e dei violenti sgomberi erano sulle home page di praticamente tutte le testate giornalistiche.

Di fronte alle condizioni molto critiche di queste persone che avevano già dovuto affrontare un lungo e tragico percorso migratorio e che ora si trovano impossibilitate a lasciare l’Italia, Delia Buonomo, titolare del bar Hobbit, vicino la stazione di Ventimiglia, decide di intervenire. «Ho seguito l’intuito», dice Delia nel video che accompagna la raccolta fondi su GoFundMe. «Per strada c’erano donne incinte, altre con i loro bambini, faceva caldissimo e istintivamente ho detto alle mamme e ai bambini di entrare, che avrei dato loro da bere e che non avevano l’obbligo della consumazione». Da lì è nato un passaparola, “andate da quella signora, vi potete sedere, vi darà da bere”, e nel giro di pochissimi giorni il bar è diventato il luogo di ritrovo di uomini, donne, bambini. «Mi sono trovata impreparata di fronte a questo flusso di gente: un papà aveva perso la moglie nel mare, i bambini sono rimasti orfani. Un altro ragazzino ha visto uccidere i genitori. Mi sono messa nei loro panni e ho pianto insieme a loro. Se non siamo solidali, umani, a me il futuro fa paura».

All’inizio, scriveva lo scorso anno su Medium l’attivista britannica Peggy Whitfield, giunta a Ventimiglia dopo essere stata in diversi campi profughi in Grecia, Delia ha iniziato a distribuire cibo alla fine di ogni giorno ai tanti uomini, donne e bambini che dormivano all’aperto. La polizia le ha permesso di farlo fino all'11 agosto 2016, quando il sindaco della città ligure, Enrico Ioculano (Pd), aveva emesso un’ordinanza (poi ritirata quasi un anno dopo di fronte all’annuncio di una manifestazione di massa da parte di associazioni locali e alle pressioni da parte di Amnesty International, Medici Senza Frontiere, Antigone e addirittura del Siap, il Sindacato Italiano Appartenenti Polizia) che vietava per ragioni igienico-sanitarie la somministrazione di cibo e bevande “a persone migranti, senza fissa dimora e in condizioni di necessità”.

Delia, però, non si è data per vinta e ha aperto il bar alle tante donne e bambini seduti al sole senza cibo né acqua. Ha consentito loro di entrare per bere e mangiare, caricare i telefonini, utilizzare il bagno “per cambiare i pannolini dei più piccoli, gli assorbenti per le donne, poter usare spazzolini e dentifrici da viaggio”, come racconta Dafne Anastasi su Contropiano.

Il bar di Mama Africa a Ventimiglia – Foto: Shendi Veli

L’Hobbit, prosegue Whitfield, non era più un bar per come li immaginiamo di solito, era diventato un centro sociale per i migranti in transito per Ventimiglia. Grazie alla donazione di giocattoli usati, all’interno viene allestita una sala giochi per l’infanzia e uno scaffale per libri, quaderni e materiale scolastico, parte della giornata viene dedicata a corsi di italiano per coloro che intendono rimanere in Italia, il menù viene cambiato per venire incontro anche ai nuovi frequentatori del bar. Una delle persone che hanno frequentato il «corso di italiano qui al bar», dice Delia a Il Manifesto, «adesso lavora per l’Oxfam», una confederazione internazionale di organizzazioni non profit che "si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo".

Col passare del tempo, i migranti che frequentavano il bar hanno riconosciuto quello che Delia faceva per loro e l’hanno ribattezzata “Mamma Africa”. «Io sono un’immigrata doc e ho voluto evitare che altri patissero le mie stesse sofferenze». «Appena nata venni in Liguria con i miei genitori dal Sud. A tre anni emigrai in Australia. Lì ho fatto le scuole elementari. A 10 anni i miei mi hanno riportata in Italia. Mi vestivo, mangiavo, e parlavo in maniera diversa dai miei coetanei e per questo sono stata maltrattata. Mi sono sentita immigrata in patria. Ho voluto trasformare la mia esperienza negativa in qualcosa di positivo».

"Se la gentilezza diventa un costo troppo oneroso"

Ma questi atti di gentilezza hanno avuto un costo elevato per Delia, racconta ancora Peggy Whitfield su Medium. In poco tempo il bar inizia a non essere frequentato più dagli abitanti del posto, che cominciano a boicottare e anche insultare Delia. «Ho ricevuto minacce, mi hanno sputato addosso, di notte hanno bloccato le porte del bar. Ho dovuto installare le telecamere di sorveglianza per non essere più disturbata. Ma una delle due porte ancora non funziona, i pezzi di ricambio costavano troppo» racconta a Repubblica.

via parolesulconfine.com

Se per i migranti Hobbit è il bar di “Mamma Africa”, per gli abitanti di Ventimiglia il bar della stazione è diventato il “bar dei neri”, il ”bar degli immigrati”. A dare una mano al bancone del bar, scrive Shendi Veli su Il Manifesto, ora c’è la nipote di Delia, Alessandra: «Non posso più permettermi di assumere perché da tre anni i clienti non entrano più in questo bar. Solo perché faccio entrare tutti e do una mano a chi ha bisogno». Certamente mille persone al giorno, con esigenze fisiche, creano scompiglio, spiega la sessantenne barista a Repubblica, ma quello che i cittadini non riescono a capire è che «la colpa non è loro, ma di come l'emergenza viene gestita. Se chiudono le fontane per non permettergli di lavarsi, se i bagni pubblici sono a pagamento, se i bidoni della spazzatura sono pochi, e non bastano già per noi abitanti, il disagio è dietro l'angolo».

Due campi dove erano accampati i migranti sono stati sgomberati, spiegano a Il Manifesto due attivisti di 20k, una rete che unisce diversi gruppi locali impegnati nella solidarietà, tra gli organizzatori della manifestazione “Ventimiglia città aperta” lo scorso luglio, alla quale hanno partecipato circa 10mila persone “per chiedere la libertà di movimento per tutte e tutti, per denunciare le violenze dell’Europa nella gestione dei confini interni ed esterni, per dare una risposta diretta alla xenofobia e ai razzismi”. «Oggi i pochi [ndr migranti] rimasti in città si devono nascondere nelle anse del fosso. Fare solidarietà attiva è sempre più difficile mentre fiorisce il business dei passeur, persone che offrono passaggi per la Francia in cambio di soldi».

L’unico sostegno a Delia è arrivato proprio dal progetto 20k, dai volontari no borders, dall’associazione Penelope, dal Sister Group di NonUnaDiMeno che a Ventimiglia si occupa di donne. Da più di un anno collettivi, organizzazioni non governative, giovani universitari, attivisti di Ventimiglia si sono avvicinati al bar Hobbit e hanno organizzato diverse iniziative: «D’estate riesco ad andare avanti grazie all’aiuto delle persone che vengono a fare aperitivi o mi mandano comitive di volontari, ma d’inverno diventa difficile. La città si svuota e quelli che dovrebbero garantire le entrate sono i ventimigliesi che lavorano nei dintorni», spiega Delia. Nell'agosto 2016, ricorda Peggy Whitfield, il bar è rimasto chiuso diversi giorni perché «non c’erano i soldi per pagare le bollette».

«Questa situazione difficile mi ha portato anche tante cose belle», riflette Delia sempre su Il Manifesto. «Ho conosciuto persone che come me aiutavano gli altri e questo mi ha fatto sentire meno sola. Mi fanno rabbia certe persone, mandano i figli a studiare all’estero per un futuro migliore e maltrattano gli immigrati. Tutti abbiamo diritto a un futuro migliore. Se i residenti dicessero a questi ragazzi anche solo “buongiorno”. Basterebbe già quello a cambiare le cose».

Immagine in anteprima via contropiano.org

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Roma, la biblioteca per bambini e ragazzi nata dall’occupazione di Viale delle Provincie

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Quando viveva in Venezuela Rafael faceva il professore in un liceo. «Insegnavo storia dell’arte e anche fotografia. Sono laureato in Sviluppo Culturale, con i miei studenti parlavamo anche di libri, di cultura. Spero di tornare a fare il professore anche qui», spiega. Nel 2014, a quasi cinquant’anni, è arrivato a Roma e ha fatto richiesta di protezione internazionale. Per qualche mese ha dormito sul sagrato di una chiesa vicino al Circo Massimo, finché, dopo essersi imbattuto in una manifestazione dei movimenti per la casa in piazza Venezia, ha trovato posto in una delle occupazioni abitative più grandi della Capitale, al civico 196 di viale delle Provincie.

Foto di Claudia Torrisi

Imboccando la strada da via Tiburtina si vedono quasi subito: due enormi palazzi gemelli e collegati tra loro, otto piani ciascuno con le finestre a specchio. Erano stati una sede dell’INPDAP, rimasti vuoti dal 2009 quando, trasferiti gli uffici, il complesso era stato inserito nel Fondo immobili pubblici per essere venduto a un privato. Il 6 dicembre del 2012, nel corso di una giornata di mobilitazione chiamata "Tsunami Tour", lo stabile è stato occupato dai Blocchi Precari Metropolitani (BPM), un movimento che lotta per il diritto all’abitare a Roma. Da allora negli ex uffici hanno trovato casa 130 famiglie rimaste senza un tetto, per un totale di circa 500 persone di diversa provenienza: Italia, Europa dell’Est, Africa, Sud America. Tra loro ci sono anche una sessantina di bambini e ragazzini, molti dei quali, spiega a Valigia Blu Umberto, un attivista dei BPM e responsabile dell’occupazione dove anche lui vive «sono praticamente nati o cresciuti qui dentro».

È per loro che da qualche mese Rafael sta lavorando ogni giorno per costruire una biblioteca in una stanza al piano terra dell’edificio: un luogo dove fare i compiti, leggere, dipingere scambiare interessi, parlare di libri. «Mi mancava insegnare, fare il professore. Anche se da loro mi faccio chiamare Rafael», dice mentre ripone ordinatamente alcuni volumi su uno scaffale. Attorno a lui ci sono una ventina di bambini e ragazzini dai sei ai sedici anni: un gruppo disegna, altri stanno guardando un film.

Una parte della biblioteca

«Questo è il fiore all’occhiello di Provincie», afferma Umberto. «È un’idea che esprime quello che è uno degli aspetti positivi delle occupazioni, in mezzo a tante difficoltà: il senso di comunità. Una comunità costantemente alla ricerca di un punto di equilibrio tra diverse etnie e diversi punti di vista, ma con la capacità di trovarlo questo equilibrio, anche nello scontro. Sono luoghi in cui esce fuori una grande umanità. Anche, ad esempio, nel volersi mettere a disposizione di questi ragazzi».

Il progetto della biblioteca è partito poco prima dell’estate, quando Rafael ha pensato di trasformare una stanza che prima era adibita a magazzino. «Non esisteva uno spazio per loro. Abbiamo pulito tutto, mi hanno aiutato anche i ragazzi più piccoli – racconta –. Poi abbiamo iniziato a raccogliere donazioni: libri, giocattoli, tavoli, sedie, un televisore. Sono arrivate da tante famiglie italiane, anche fuori dal quartiere. Ora aspettiamo una lavagna, così sarà più facile per loro imparare».

In pochi mesi la biblioteca conta già circa 400 volumi tra sussidiari, libri di testo, romanzi, classici, atlanti, parti di enciclopedie e fumetti. All’interno di alcune ceste ci sono puzzle e giochi per i più piccoli. Una volta a settimana si fanno i turni delle pulizie.

A Rafael piacerebbe che nello spazio che sta costruendo i ragazzi «possano imparare cose che non si insegnano a scuola. Per questo ad esempio facciamo incontri di motivazione alla lettura, oppure dei circoli in cui ognuno in cinque minuti deve raccontare a un altro qual è l’argomento del libro che ha letto. È importante leggere, apre la mente». Poi, sfogliando un atlante dell’Italia si illumina: «Ad esempio, solo con questo puoi conoscere tanti luoghi di questo paese senza esserci stato. Non è fantastico?»

Il pomeriggio vengono degli attivisti da fuori per aiutare i ragazzi dell’occupazione a fare i compiti. Rafael però specifica che non si tratta un doposcuola. «Non ci sono professori qui, si aiutano tra di loro. È il metodo di Paulo Freire, un insegnamento orizzontale, non verticale. Ad esempio Alessandro* [i nomi dei bambini sono stati modificati] è bravo con le scienze, Marco con la grammatica italiana. A Sara piace tanto la lettura», dice indicando un gruppo tra gli otto e i tredici anni. I tratti somatici riflettono le loro origini familiari, ma il vociare che si sente è solo un forte accento romano.

«Le loro famiglie sono marocchine, sudamericane, tunisine, eritree. Ma loro sono nati qui, vanno a scuola, tifano Roma, Inter. Se chiedi loro di dove sono ti rispondono tutti che sono italiani», afferma Rafael. E rivolge la domanda al gruppo. Uno dei più grandi, 16 anni, genitori tunisini, risponde senza esitazione: «De Roma». Una bambina di 10 anni pronuncia il suo nome marocchino, ma in italiano dice di chiamarsi Laura. Alessandro, 13 anni, spiega di essere italiano perché nato in Italia, «anche se mi sembra che sei hai i genitori stranieri non lo sei automaticamente nei documenti».

I libri per le materie scolastiche della biblioteca

Proprio la diversità dei suoi studenti è uno degli aspetti su cui Rafael insiste di più: «Questi ragazzi nascono già con un meccanismo di inclusione e integrazione. Loro sono il futuro». Anche secondo Umberto i bambini e i ragazzi di viale delle Province «rappresentano un’enorme potenzialità che va valorizzata: sono più avanti di noi, dei loro genitori perché vivono le diverse lingue, tradizioni, abitudini come normali. Quella che anche per noi è una convivenza tutto sommato forzata per loro è normale».

L’obiettivo di Rafael è provare a inaugurare la biblioteca entro l’autunno, e aprirsi al quartiere per organizzare iniziative come cineforum o altre attività. «Ci piacerebbe che fosse uno spazio aperto all'esterno, anche se, ovviamente, per fare in modo che sia così dobbiamo strutturaci anche in termini di sicurezza», spiega Umberto. «Le occupazioni – aggiunge - hanno sempre questa problematica: chi ci abita aspira alla normalità, ma già solo il fatto di vivere costantemente con il rischio di sgombero ci pone in una condizione di diversità».

Un rischio che è diventato più serio dopo l’emanazione lo scorso primo settembre della circolare del Ministero dell’Interno che mira a rendere più tempestivi gli sgomberi degli immobili occupati abusivamente, “rinviando alla fase successiva ogni valutazione in merito alla tutela delle altre istanze”. Gli effetti hanno già iniziato a farsi sentire: il 4 settembre, all'alba, a Sesto San Giovanni è stata sgomberata l'ex sede dell'Alitalia occupata poco tempo prima da 200 persone del residence sociale "Aldo dice 26x1"; mentre tre giorni dopo, a Roma, i blindati si sono presentati in via Raffaele Costi, alla periferia est, per evacuare un palazzo occupato da circa 5 anni da un centinaio di persone, tra cui bambini e alcuni anziani.

Leggi anche >> Sgomberi e occupazioni tra tutela della proprietà privata e disagio abitativo. Le ragioni di un fenomeno complesso

L’ombra dello sgombero pesa su tutti gli occupanti di viale delle Province. Anche perché, spiega Umberto, «senza soluzioni alternative o comunque senza soluzioni non temporanee finiamo tutti in strada. L’occupazione nasce da un’esigenza primaria, che è quella della mancanza di un tetto. Nasce da una disperazione. Ci sono migliaia e migliaia di famiglie che non riescono a mantenersi una casa, in Italia e in questa città».

A Roma, secondo le stime fornite dal Ministero dell’Interno e diffuse dall’Unione Inquilini, ci sono 7 mila sentenze di sfratto all’anno, che coinvolgono 3.500 famiglie, 15 al giorno, la maggior parte per morosità incolpevole. Quasi 3 mila di questi sfratti sono effettuati con la forza pubblica. In 12.500 sono iscritti nelle graduatorie per la richiesta di una casa popolare – compresi la maggior parte di coloro che vivono nei palazzi di viale delle Province 196. In circa 10 mila abitano in occupazioni.

Anche Rafael è preoccupato di un possibile sgombero. «A me piacerebbe sedermi attorno a un tavolo con il ministro dell’Interno – dice – e magari anche Papa Francesco. Ci sediamo e non parliamo di immigrazione, ma di dignità umana e povertà in Italia». Se un giorno dovessero arrivare i blindati a viale delle Province Rafael vorrebbe chiedere al governo che fine farebbe la sua biblioteca: «Che fine fanno i libri? E gli incontri e tutto quello che abbiamo fatto qui dentro? Mi dispiace perché questo spazio è per loro, per i nuovi italiani».

Foto in anteprima: Rafael che sfoglia uno dei libri in biblioteca. 

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Salvini e il falso allarme su migranti e tubercolosi

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

"Immigrato malato e in fuga, forse inconsapevole della gravità della sua condizione. Quanti casi come questo? Purtroppo la tubercolosi è tornata a diffondersi, gli italiani pagano i costi sociali e sanitari di anni di DISASTRI e di invasione senza regole e senza controlli. Dicevano che eravamo cattivi, allarmisti, pericolosi... Ce l'ho messa e ce la metterò tutta per invertire la rotta".  In un post su Facebook, tre giorni fa il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha concentrato ancora una volta le sue attenzioni sui pericoli correlati a un'invasione senza regole e senza controlli di immigrati in Italia. Fatto salvo che – come vantato dallo stesso Salvini in diverse occasioni e come mostrato dalle statistiche ufficiali pubblicate ieri dal Ministero dell'Interno – non si può parlare di invasione incontrollata di migranti nel nostro paese, questa volta ad allarmare è il rischio che gli immigrati possano contagiare gli italiani diffondendo epidemie che si pensavano superate, come la tubercolosi.

Immigrato malato e in fuga, forse inconsapevole della gravità della sua condizione. Quanti casi come questo? Purtroppo...

Pubblicato da Matteo Salvini su Mercoledì 12 settembre 2018

Nel post Salvini parte dall'episodio di un immigrato proveniente dalla Guinea, colpito dalla tubercolosi, scappato dall'ex hotel Virginia di Sandrigo, una struttura utilizzata per l'accoglienza dei migranti nel vicentino, per generalizzare e chiedersi: "Quanti casi come questi?". Una domanda – che un ministro della Repubblica non dovrebbe fare ma alla quale dovrebbe al massimo dare una risposta – posta lì per insinuare l'idea di essere davanti a un fenomeno incontrollato e diffondere la percezione della presenza di un potenziale untore. A sostegno di queste affermazioni il ministro dell'Interno non ha citato dati ma ha linkato un articolo del Gazzettino dell'11 settembre.

Il pezzo riportava le parole del presidente del Consiglio regionale del Veneto, Roberto Ciambetti (eletto per la Lega Nord proprio nella circoscrizione di Vicenza), che si diceva preoccupato per la fuga di un «immigrato clandestino [ndr, in grassetto nell'articolo originale], (...) potenziale veicolo infettivo» (nonostante l'isolamento degli spazi dove aveva vissuto l'ammalato e lo screening delle persone con cui era venuto in contatto), e per il numero dei casi di tubercolosi registrati nella provincia di Vicenza, passati «dai 16 nel 2015 ai 40 già individuati quest'anno, dato che non va sottovalutato ma nemmeno enfatizzato». «Con il clandestino ammalato di Tbc fuggito da Sandrigo – prosegue il presidente del Consiglio regionale del Veneto – abbiamo una ulteriore riprova di quanto abbiamo detto da anni: la cittadinanza è chiamata a pagare i costi non solo economici ma anche sociali e sanitari di politiche scellerate in cui c'è chi ha fatto i soldi a palate». In buona sostanza, le parole che poi avrebbe ricalcato Salvini su Facebook.

Ma a quali dati si riferiva Ciambetti quando nell'articolo parla di «incremento dei casi di Tbc e la diffusione di questa malattia gravissima tra immigrati ed extracomunitari»? Chi li ha diffusi? Qual è il loro contesto?

Da dove tutto è partito

Tutto è partito da un articolo pubblicato da Il Giornale di Vicenza (lo stesso quotidiano che ad agosto aveva diffuso la presunta notizia della protesta dei migranti per avere l'abbonamento a Sky, rivelatasi poi infondata e smentita anche da fonti ufficiali, come ricostruivamo qui) la mattina dell'11 settembre.

Al reparto malattie infettive dell'ospedale San Bortolo di Vicenza, "l'unico della provincia a essere dotato, per una malattia ad alto grado di contagiosità, di stanze di isolamento", si legge nel pezzo, ci sarebbe un aumento dei casi di tubercolosi al punto tale da parlare di "emergenza". Rispetto al 2017, quando i ricoveri erano stati 38, al 2016 quando si erano fermati a 25 e nel 2015 a 16, nel 2018 la proiezione sarebbe di 40 malati. L'impennata, riporta il giornalista Franco Pepe, negli ultimi giorni, con la segnalazione di "una ventina [ndr, di casi] su un territorio ad alto rischio per la presenza di lavoratori immigrati arrivati da paesi in cui la tbc è endemica".

In serata esce l'articolo del Gazzettino e il giorno successivo, il 12 settembre, Libero dedica un'intera pagina all'argomento, rilanciata proprio dal presidente del Consiglio regionale del Veneto, Ciambetti, sul proprio profilo Facebook, con la didascalia "Importazioni pericolose...". Il riferimento è alla tubercolosi, definita in un'infografica presente sul quotidiano, "malattia di importazione".

Importazioni pericolose ...

Pubblicato da Roberto Ciambetti su Mercoledì 12 settembre 2018

La pagina di Libero ospita due articoli: un focus sugli ultimi casi sul vicentino e un riepilogo sulla diffusione della malattia in Europa e in Italia nel 2016. Il titolo dell'articolo di spalla parla di "boom di casi nel vicentino" e di "40 infettati dall'inizio dell'anno" senza alcun riscontro in quanto riportato nel corpo del testo: i "40 infettati dall'inizio dell'anno" diventano "una proiezione finale stimata dalle strutture sanitarie della provincia di quaranta" e il "boom di casi" diventa un "trend in crescita". Il pezzo riprende i dati citati da Il Giornale di Vicenza il giorno prima e ospita l'intervista del professore Vinicio Manfrin, direttore del reparto di Malattie Infettive dell'ospedale di Vicenza, che, pur parlando di «trend in crescita» (dai 16 casi del 2015, ai 25 del 2016 fino ai 38 del 2017), sottolinea come non si possa parlare «di circuito epidemico». L'articolo di apertura parla di "aumento di tubercolotici in Italia" ma si limita a riportare, decontestualizzati, i dati dei casi di tubercolosi nel 2016 senza alcun riferimento agli anni precedenti per poter stabilire una comparazione. Su quali basi parlare, dunque, di incremento della diffusione della malattia?

In mattinata, Il Giornale e il ministro dell'Interno Salvini riprendono le parole di Ciambetti e le principali testate giornalistiche rilanciano «il ritorno della diffusione della tubercolosi».

Immediate arrivano la replica della Società italiana di Medicina delle migrazioni (Simm) e le precisazioni della Prefettura di Vicenza. Il presidente della Simm, Maurizio Marceca, dell'Università La Sapienza di Roma, spiega che, per quanto riguarda il caso specifico (l'immigrato fuggito dalla struttura di accoglienza nel vicentino), l'azienda sanitaria locale (Ulss 8) era già intervenuta e aveva controllato tutte le persone entrate in contatto con la persona infetta da tubercolosi, e, in generale, non c'è in Italia «alcun allarme tubercolosi legato agli immigrati» come mostrato dalle «Linee guida dell’Istituto superiore di sanità per il controllo delle tubercolosi tra gli immigrati in Italia, pubblicate nel 2018». Rispetto alle parole di Salvini, che aveva associato la diffusione della tubercolosi alla presenza degli immigrati, Marceca aggiunge che «bisogna trattare questo tipo di tematiche con molto senso di responsabilità, perché quando si parla di tbc si rischia di creare allarme, anche laddove un allarme non esiste. Intervenendo con affermazioni poco scientifiche si rischia di creare panico sociale».

Successivamente arriva la rassicurazione del viceprefetto vicario di Vicenza, Lucio Parente, che ribadisce che «sotto l'aspetto sanitario non c'è nulla da temere» perché erano stati fatti tutti i controlli del caso e la struttura di accoglienza ospitava un numero limitato di persone.

Ieri, infine, il ministro della Salute, Giulia Grillo, ha indirettamente risposto alla domanda del ministro dell'Interno Salvini: «in Italia non c'è alcun allarme per la tubercolosi in relazione alla presenza di migranti» e, se ci fosse stato, «il ministero e l'Istituto Superiore di Sanità lo avrebbero segnalato».

Cosa dicono i dati

"Non stiamo facendo allarmismo: purtroppo i numeri parlano chiaro", scrive Libero nel suo articolo sui ricoveri per tubercolosi all'ospedale San Bortolo di Vicenza. E i numeri, in effetti, dicono in modo chiaro che non si può parlare di "boom di casi nel vicentino" né di "aumento dei tubercolotici in Italia". Da noi contattato, l'ospedale ci ha fatto sapere che "i casi notificati di tubercolosi al 31 agosto sono stati 20 in tutto dall'inizio dell'anno" e che "non è possibile stabilire con certezza una proiezione". Un dato diverso da quanto riportato Il Giornale di Vicenza e da Libero, che parlavano di una "ventina di casi, tutti stranieri, soltanto in questi giorni" e di una "proiezione finale di quaranta". Per quanto riguarda gli anni precedenti, i casi notificati sono stati 39 nel 2017 (38 per Il Giornale di Vicenza e Libero) e 32 nel 2016 (25 per i due quotidiani). I due giornali indicano cifre più basse e poi parlano di impennata, ma in base ai dati che ci ha fornito l'ospedale non c'è nessuna impennata. Sono numeri da non sottovalutare ma che non consentono di parlare né di boom né di incremento tantomeno di epidemia. Va specificato che questi dati non riguardano l'intera provincia di Vicenza ma solo la Ulss 8 di cui l'ospedale San Bortolo fa parte e che copre un bacino di 500mila abitanti.

Osservando i dati pubblicati dalla Regione Veneto, si può notare che i casi accertati in provincia di Vicenza nel 2016 sono stati in tutto 67 (50 stranieri, 17 italiani), la più colpita in termini assoluti.

Tubercolosi nella Regione Veneto – Dati al 31 dicembre 2016

Più in generale, negli ultimi venti anni, si è registrato un calo costante con oscillazioni in alcune annate.

Tubercolosi nella Regione Veneto – Dati al 31 dicembre 2016

Tra gli stranieri, i continenti di origine della maggior parte dei casi, negli ultimi 5 anni, sono l’Europa e l’Africa. Le popolazioni che presentano il numero più alto di affetti da tubercolosi sono quella romena (237 casi pari al 22,3% del totale dei casi tra gli stranieri) e quella marocchina (176 casi pari al 16,5%), seguite da indiani, nigeriani, senegalesi e bangladesi.

Tubercolosi nella Regione Veneto – Dati al 31 dicembre 2016

Anche a livello nazionale si registra un calo costante di casi notificati di tubercolosi. Secondo i dati raccolti dall’ECDC (Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), pubblicati lo scorso 24 marzo in occasione della Giornata Mondiale della Tubercolosi, ogni anno dal 2012 al 2016 (anno cui si riferisce il rilevamento) in Italia il tasso di notifica di tubercolosi è diminuito in media del 1,8% ogni anno e, scrive Cristina Da Rold su Il Sole 24 Ore, "l’Italia rimane un paese a bassa incidenza di tubercolosi (<20 casi/100.000)".

Nel 2016 sono stati notificati 4032 casi di tubercolosi (6,6 persone ogni 100mila abitanti) in leggero calo rispetto agli ultimi 10 anni (7,4 casi per 100mila abitanti nel 2008). Nel 1955 erano stati notificati 12.247 casi di tubercolosi, cioè 25,3 ogni 100mila persone. L'Italia è il paese con l'incidenza più bassa rispetto a Germania, Francia, Regno Unito e Spagna. Anche rispetto al tasso di mortalità, l'andamento è stabile con 0,6 persone morte ogni 100mila abitanti (nel 1955 erano 22,5 su 100mila persone).

La percentuale di nuove diagnosi su persone straniere è aumentata di 6 punti percentuali, passando dal 56% al 62%, anche in questo caso tra i più bassi d'Europa ("in Germania gli stranieri colpiti sono il 69% del totale dei nuovi casi, nel Regno Unito il 70,8% e in Francia il 56%. In paesi come la Norvegia e la Svezia quasi il 90% delle diagnosi riguarda persone non native. In Olanda il 75%").

Inoltre, come rilevano le Linee Guida del Ministero della Salute, il rischio di malattia è in calo anche tra gli stranieri. Se, infatti, "tali casi vengono messi in relazione con l’aumento della popolazione straniera in Italia, che negli ultimi dieci anni è più che raddoppiata, risulta una diminuzione dell’occorrenza di Tbc, con frequenze più che dimezzate: da 84,1 casi per 100.000 stranieri residenti nel 2006 a 44,5 per 100.000 nel 2016". Il carcere, segnala Da Rold, è uno dei principali fattori di rischio per contrarre la malattia, "25 volte più elevato. Il 6% dei nuovi casi di tubercolosi nella regione europea si è verificato in prigione, con una differenza fra paesi dell’Unione Europea e non rispettivamente di 862 e 1144 casi per 100 mila persone".

Foto in anteprima: Ansa via Corriere della Sera

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Filtri, link, contenuti degli utenti. Cosa cambia con la riforma del copyright

[Tempo di lettura stimato: 11 minuti]

Il 12 settembre il testo di riforma della direttiva copyright è stato votato ed approvato dal Parlamento europeo. Si tratta in sostanza del medesimo testo bocciato a luglio, ma stavolta il voto è stato a favore, anche se con l’approvazione di alcuni emendamenti che comunque ne mutano ben poco l’impianto.

Precisiamo subito che il cammino della direttiva non è finito. Adesso il testo approvato sarà posto in discussione col Consiglio dell’Unione, dal quale dialogo, a porte chiuse, uscirà un testo, tra quello del Parlamento e quello del Consiglio, che poi sarà votato nella plenaria del Parlamento, probabilmente a gennaio 2019. Dopo di che, essendo una direttiva, occorre che i vari Stati la recepiscano per diventare legge, potendo anche entro certi limiti modificarla. Un paese europeo potrebbe in teoria anche non recepirla, ma questo farebbe scattare procedure di infrazione nei confronti del paese.

Libertà di panorama

La libertà di panorama, cioè un’esenzione che renda lecito fotografare ciò che è visibile nella pubblica via, non è prevista all’interno della direttiva, nonostante tale eccezione fosse richiesta da molti. Quindi non è lecito condividere foto delle vacanze con monumenti, assolutamente no ai giochi di luce della Torre Eiffel, attenzione a riprendere gli autobus con annunci e marchi ai lati del veicolo, e in genere tutto ciò che è soggetto a diritti d’autore non può essere ripreso e condiviso nemmeno se si trova sullo sfondo.

Contenuti generati dagli utenti

Il testo approvato non contiene nessuna esenzione per gli user generated content, cioè il riutilizzo di opere a fini di critica, revisione, illustrazione, caricatura o parodia (come i meme).

Estrazione di testo e dati

L’articolo 3 è stato in parte modificato. Riguarda un argomento che riceve poca attenzione, ma che risulta estremamente importante per i giornalisti e le startup e tutti coloro che lavorano coi dati. Si tratta del Data Mining, come ad esempio l'identificazione all'interno di un archivio di un gruppo di utenti in base a caratteristiche comuni, tipo la provenienza geografica.

La norma stabilisce un’eccezione al copyright, tra l’altro obbligatoria e non è possibile superarla tramite accordi contrattuali.
Purtroppo l’eccezione ha portata limitata alle organizzazioni di ricerca escludendo tutte le imprese e i singoli ricercatori, compreso quindi i giornalisti. L’esenzione riguarda solo la ricerca scientifica limitando notevolmente l’ambito di utilizzo. L’eccezione, inoltre, può essere neutralizzata tramite l’uso di misure di sicurezza da parte degli editori (tipo limitare lo scaricamento dei dati ad una certa quantità per ogni minuto).

Protezione per gli eventi sportivi

L’articolo 12a è stato introdotto nel testo come emendamento. È piuttosto interessante notare che alcuni parlamentari pare non sapessero nemmeno della sua esistenza, compreso lo stesso relatore Voss. Sentito sul punto, infatti, si è mostrato stupito che l'articolo, da lui votato, fosse nel testo.

Occorre ricordare che i filtri di caricamento già impediscono l'immissione sulle piattaforme online anche di brevi spezzoni di eventi sportivi. In ogni caso, il nuovo articolo prevede il divieto di rendere disponibile (pubblicare online o comunque inviare ad altri, cioé comunicazione o diffusione) parte dell’evento sportivo, come ad esempio brevi filmati, fotografie, e anche selfie a bordo campo. Tranne per l’organizzatore ovviamente.

La cosiddetta link tax (che non è una tassa sui link)

L’art. 11 è stato approvato con una modifica che esclude la sua applicazione nel solo caso in cui l’hyperlink sia accompagnato da “parole singole” (“individual words”). La modifica in sé non sposta molto la questione perché la norma riguardava e riguarda la pubblicazione dei cosiddetti snippet, cioè l’insieme di un link, un titolo e qualche parola. Adesso sembrerebbe che anche l’indicazione dell’intero titolo, essendo più di “individual words”, possa portare al pagamento dei diritti connessi. Il motivo probabilmente sta nel fatto che in Germania Google ha preso a utilizzare il solo titolo con link.
L'idea alla base dovrebbe presumibilmente essere quella di tutelare la "fonte" originale da possibili copie. Dimenticando che il giornalismo odierno non è altro che la continua replica e il rimando o la citazione di altre fonti. Un articolo che riporta quello che dice un altro articolo che commenta quello che dice altra fonte, e così via. C'è grande differenza da quello che fa Google News? Se Repubblica cita il Corriere che commenta la Stampa, chi pagherà i diritti a chi? (vedi tweet di Thomas Baekdal)

Il punto fondamentale è che molti non hanno compreso la reale portata della norma. Alcuni giornali hanno anche giocato sull’equivoco che tale norma avrebbe per la prima volta (sic!) portato le grandi aziende del web a pagare i contenuti (articoli di giornali) che normalmente condividerebbero e sfrutterebbero gratis. Come dire che fino ad oggi le grandi aziende del web “rubavano” contenuti ai giornali, da domani invece non lo potranno fare più. Il che è piuttosto singolare, poiché se ieri rubavano vuol dire che c’era una norma che prevedeva che quel comportamento fosse un “furto”. Se c’era una norma, a che serve fare una norma del tutto nuova?

In realtà si è trattato di introdurre un nuovo diritto del tutto inesistente prima, che dovrebbe, forse, garantire un nuovo flusso di incassi all’editoria che si trova in piena crisi. Non c'entra la pirateria, non c'entra il furto di contenuti. Il punto che viene rimarcato è che spesso gli utenti degli aggregatori di news leggono lo snippet (cioè il titolo più alcune parole e il link all’articolo sul giornale) senza però cliccarci sopra, cioè dopo aver letto il titolo sull’aggregatore di news non vanno a leggere l’articolo sul giornale. Il ché sembrerebbe più che altro far pensare che l’articolo non interessa l’utente. Non sarebbe il caso di scrivere articolo (e titoli) migliori?

Inoltre, se il problema è che le grandi aziende del web (in primis Google) “rubano” i contenuti dei giornali, la strada migliore non sarebbe quella di impedire il “furto”? Ed è un’operazione banale, basta inserire un parametro (disallow) all’interno di un file (robots.txt) che si trova nella cartella principale (root) del sito web del giornale. Basta questo perché lo spider o crawler di Google non indicizzi gli articoli indicati. Lo si può fare per singole pagine, per singoli spider (quindi Google News no, Google Search si, ad esempio), ed è il normale modo di gestire l’indicizzazione dei contenuti online. Chiunque abbia mai gestito un sito web lo sa perfettamente. E sicuramente lo sanno tutti gli editori. Infatti esiste allo stato una proposta (della parlamentare Marijete Schaake) che mira a sanzionare il mancato rispetto di questo parametro, che comunque è strettamente rispettato da Google. Perché gli editori non hanno mai usato questo sistema per impedire il “furto”? Forse perché la presenza su Google News per loro è essenziale.

A questo proposito basterebbe avere studiato gli eventi passati per capire di cosa si parla. In Belgio nacque il problema per la prima volta. E Google News rispose espungendo i contenuti dei giornali dal suo servizio. Furono gli stessi editori a chiedere a Google di riammetterli nel servizio, precisando che in realtà quello che volevano era un sovvenzionamento per aiutare la transizione al digitale. E Google pagò un una tantum. Poi il problema si ripropose in Germania. La risposta di Google, di nuovo, fu di espungere tutti gli articoli di giornali dal servizio di News. Chi voleva essere presente in Google News doveva chiederlo espressamente autorizzando Google alla pubblicazione e rinunciando a qualsiasi remunerazione. Risultato? Chi prima e chi dopo, tutti gli editori hanno autorizzato e rinunciato ai soldi. Perché? Perché si sono resi conto che rende di più stare su Google News che starne fuori.

Ed infine, in Spagna la norma prevede che il pagamento dei diritti non è rinunciabile, quindi Google ha semplicemente chiuso il servizio News, trattandosi di un servizio periferico di scarsa importanza (per il business di Google). Risultato? Un forte calo del traffico che ha interessato principalmente i piccoli editori, e quelli indipendenti, un impatto di miliardi di euro all'anno su consumatori, creatori di informazioni, e inserzionisti. La nuova norma e la chiusura degli aggregatori incide sulla concorrenza nel mercato, sulla libertà di informazione e genera ostacoli all'innovazione e allo sviluppo di nuovi progetti locali (qui il rapporto). La perdita di traffico da parte dei giornali è stata fino al 14% per i piccoli editori, il 6% per i grandi editori. L’unico risultato ottenuto con le Link Tax è la contrazione del mercato, dove le perdite maggiori sono state sopportate dai piccoli editori. Alcuni piccoli editori locali hanno dovuto chiudere.

Quindi è apparso ovvio che serve più Google News ai giornali che viceversa, ma soprattutto Google News aiuta molto di più i piccoli editori a farsi trovare dagli utenti.

In conclusione: gli editori non vogliono che Google non pubblichi ("rubi") i link ai loro articoli (basta il parametro precisato sopra), ma vogliono stare su Google News e nel contempo vogliono che Google paghi per il “privilegio” di avere i link ai giornali, ai quali Google comunque fornisce un traffico non indifferente. Insomma, la botte piena e la moglie ubriaca.

A questo punto è arduo pronosticare cosa succederà dopo l’eventuale approvazione della direttiva. Anche se è difficile credere che Google lasci passare un precedente come questo. Tra l’altro, come fa notare Innocenzo Genna, Google potrebbe anche decidere di far pagare il servizio di posizionamento ed indicizzazione ai giornali, così compensando la remunerazione dovuta ai giornali.
Sempre usando le parole di Genna, “gli editori corrono il rischio di rimanere senza nulla”. Tutti siamo d’accordo che i giornalisti dovrebbero essere adeguatamente remunerati ma questo non vuol dire che occorre imporre una vera e propria tassa al primo che troviamo con le tasche larghe. L’articolo della direttiva sembra nato, dietro la spinta degli editori tedeschi, con l’unico scopo di trovare qualcuno che paghi la crisi dell’editoria, senza nemmeno provare ad analizzare i motivi di tale crisi, prendendosene le responsabilità.

Il risultato sarà praticamente nullo per gli editori, peggiorativo per i piccoli editori e in genere per la libertà di espressione e di stampa, e finirà per far chiudere gli aggregatori minori che non si potranno permettere di pagare tali remunerazioni, azzoppando un mercato, con perdita di posti di lavoro. Il problema, al solito, è che delle forme di business alternative a quella principale (degli editori e dell’industria del copyright) non se ne parla praticamente mai, per cui la stragrande maggioranza dei cittadini semplicemente non è a conoscenza del reale impatto che tali norme avranno su tanti lavoratori che finiranno a spasso.

Filtri per il copyright

L’articolo 13 è stato approvato con modifiche più sostanziali. Il testo non contiene più un riferimento alle “tecnologie per il riconoscimento dei contenuti” (i filtri), ma prevede semplicemente che la piattaforma che consente agli utenti di condividere contenuti avrà piena responsabilità per ogni parte di contenuto. L’unico modo per non incorrere in responsabilità per i contenuti immessi dagli utenti rimane solo quello di controllare ogni singolo contenuto immesso sui server. Che per ovvi motivi non può avvenire manualmente, ma dovrà aversi tramite sistemi di filtraggio dei contenuti. Questi sistemi, in base a dei sample forniti dall'industria del copyright, rimuoveranno tutti i contenuti che vengono riconosciuti, dai sistemi algoritmici realizzati dalle aziende del web, uguali o simili ai sample forniti dall’industria del copyright. La conseguenza ovvia sarà di incorrere in numerosi errori. Anche se il numero degli errori in percentuale fosse basso, in valore assoluto si parla di numeri davvero preoccupanti (qui una simulazione del filtraggio da parte dell’esperto di sicurezza Alex Muffet).

Inoltre il testo abolisce le salvaguardie per i diritti degli utenti, consentendo ai titolari dei diritti e alle piattaforme di contrattare i diritti degli utenti come parte dei termini e delle condizioni delle licenze (13.2 “in line with the terms and conditions set out in the licensing agreement”).

In questo caso sono stare introdotte delle esenzioni. Ad esempio sono esentate le piccole e micro imprese (non le medie imprese come impropriamente qualcuno ha scritto), come da definizione dell’allegato alla direttiva ecommerce. Per cui sono da escludere le aziende con meno di 50 dipendenti e con un fatturato fino a 10 milioni l’anno (revisione novembre 2017). Si tratta di un’esenzione doverosa non fosse altro che aziende più piccole semplicemente non possono permettersi il costo (non basso) dei sistemi di filtraggio dei contenuti.

Altre esenzioni sono previste per i servizi non commerciali, e per le piattaforme di sviluppo software open source. Nonostante proprio l’articolo menzioni le enciclopedia online, non è detto che l’esenzione si possa applicare a Wikipedia perché questa consente il riutilizzo delle opere anche a fini commerciali. Inoltre, l’esenzione non si dovrebbe applicare a GitHub perché su quella piattaforma di sviluppo e condivisione di software non è presente solo software open source.

Il testo appare piuttosto incerto nella formulazione e foriero di dubbi interpretativi. Ad esempio laddove statuisce che la pubblicazione di contenuti da parte delle piattaforme deve considerarsi un atto di comunicazione al pubblico, sembra in contrasto con la direttiva ecommerce e la giurisprudenza esistente. È vero che nelle più recenti sentenze la Corte di Giustizia europea si è incamminata in un percorso di estensione del concetto di comunicazione al pubblico, ma la direttiva pare fare un salto in avanti al momento non giustificabile.

Le stesse aggiunte di esenzioni appaiono più che altro un modo, improprio, per isolare nel campo le grandi piattaforme del web come per additare il “nemico” da combattere. In tal modo la direttiva tradisce un certo spirito di fondo da strumento per tutelare l’industria europea contro lo strapotere delle aziende del web.


Peccato che lo strumento sia, nella pratica, peggiorativo della situazione. Perché è evidente, a tutti coloro che non si fermano ai meri slogan, che assegnare alle piattaforme del web il ruolo di sceriffi della rete, delegandogli il potere di decidere cosa è lecito e cosa non lo è, sicuramente da a tali piattaforme ancora più potere di quello che già hanno.

L'industria dell'intrattenimento ha convinto molti, compreso alcuni artisti, che esiste una tecnologia magica che può identificare le opere protette da copyright e impedire che vengano diffuse, e che l’unico ostacolo è la testardaggine delle piattaforme del web. Molti credono che i filtri si limitino a rimuovere ciò che è illecito. Ma questo presuppone che ci sia un organo terzo che decide cosa è violazione e cosa no. Nella realtà sarà delegata agli algoritmi software, che dovranno realizzare le piattaforme del web, proprio la decisione su ciò che è violazione del copyright e ciò che non lo è.

Inoltre i filtri impediscono agli utenti legittimi, compreso gli artisti, di fare cose lecite. Ad esempio è recentissimo il caso del pianista Rhodes che esegue personalmente un’opera di Bach e riceve una avviso di violazione del copyright per la sua personale esecuzione. Non è un unico caso, e occorre chiedersi, a questo punto, come si concilia con la retorica che vede la direttiva in difesa dei diritti degli artisti, nel momento in cui alcuni artisti si vedono negare la possibilità di pubblicare le loro opere (e quindi di trarne profitto). E’ l’industria che decide chi è artista e chi no? Un artista che non vuole cedere i propri diritti all’industria per questo motivo può essere oscurato? Nella realtà la direttiva tutela gli interessi economici della grandi aziende, e gli artisti che non vogliono cedere i loro diritti alle grandi aziende non riceveranno alcuna tutela da questa normativa.

Ma non basta, perché è noto che i filtri non sono così difficili da superare. E qui soccorre l’esperienza relativa ai filtri utilizzati dal governo cinese che, per ovvi motivi, sono considerati i più efficaci al mondo. Un artista cosa dovrebbe fare? Imparare a superare i filtri del sistema? Se sei un artista dovresti dedicarti alle tue opere. Non hai il tempo di fare altro, e non puoi certo metterti in fila dietro a milioni di altre persone che si sono viste cancellare contenuti dai filtri.
Per l’industria dell’intrattenimento non c’è questo problema, loro hanno un accesso privilegiato alle piattaforme del web, e potranno sbloccare un loro contenuto se dovesse incappare nelle maglie del filtro.

Appare evidente, quindi, che al di là della retorica e degli slogan, l’utilità di questa direttiva per gli artisti, i giornalisti, i creativi in genere, sia piuttosto limitata, se non nulla. Di contro l’impatto della direttiva sulla libertà di espressione online può essere piuttosto pesante. Esempi di come si comportino i cosiddetti filtri ne abbiamo da anni, essendo già presenti, in forma volontaria, sulle principali piattaforme del web (cosa che le favorisce perché già sono conformi di fatto, mentre gli altri dovranno spendere un sacco di soldi per adeguarsi). E ogni giorno si trovano esempi di contenuti che vengono oscurati pur essendo del tutto leciti, come ad esempio è accaduto a luglio per una serie di articoli che, appunto, criticavano (guarda caso) proprio la direttiva copyright.

L’impressione è che la direttiva, inquadrata nell’ambito del Digital Single Market, sia, insieme ad altre norme similari, un modo per riorganizzare l’ambiente digitale, centralizzando il controllo del flusso delle informazioni nelle mani di poche grandi aziende, che fungono da sceriffi del web, e di contro riceveranno ovviamente dei vantaggi. In tal modo l'ambiente economico sarà ristrutturato così che certi modelli economici (es. quelli alternativi, tipo piattaforme che consentono il finanziamento diretto del pubblico delle opere degli artisti, saltando l’intermediazione dell’industria che prevede una cessione dei diritti da parte dell'artista medesimo) non siano più redditizi, portandoli alla chiusura, con grave danno per le piattaforme più piccole e gli editori minori.

La caratteristica di questa riforma è l'assoluta indifferenza ai danni collaterali sui diritti e le libertà dei cittadini, il risultato sarà un deserto culturale con un’unica grande pozza d’acqua sulla quale regneranno le grandi industrie, un deserto nel quale la moltiplicazione delle licenze e una frammentazione dei diritti creerà una pervasiva incertezza giuridica online. Sarà difficile anche solo sapere cosa possiamo fare e cosa è illecito, fermo restando che, alla fine, l'ultima parola sarà non di un giudice, non di uno Stato, ma di un freddo e privato algoritmo.

...

Sulla riforma copyright leggi anche:

I danni che la direttiva sul copyright farà alle nostre libertà e cosa possiamo fare per contrastarla (dove spieghiamo perché se una riforma del copyright è importante questa riforma è invece pericolosa per i diritti dei cittadini, evidenziando i pareri degli esperti e dei pionieri del world wide web contrari all’attuale testo).

Riforma Copyright: il dibattito che è mancato per responsabilità dei media

Tornano le proteste dei cittadini contro la direttiva copyright: in pericolo i nostri diritti (dove rispondiamo alle critiche dell’industria dell’editoria e del copyright contro la posizione dei cittadini che criticano l’attuale testo della direttiva).

La Commissione europea costretta a rivelare uno studio sulla pirateria tenuto nascosto

Firma la petizione su Change.org → Stop the censorship-machinery! Save the Internet!

Altro materiale sulla campagna SaveYourInternet

Quando si discute dell'impatto negativo della direttiva sulla libertà di manifestazione del pensiero ho notato che questo argomento non fa alcuna presa su molti cittadini, probabilmente perché non è compresa a pieno la sua importanza, per cui segnalo anche anche >> La libertà di espressione nell’era dei social network

Immagine anteprima via RFI_English

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Crollo Ponte Morandi, il punto su: inchiesta giudiziaria, ‘revoca’ concessione, lavori ricostruzione

[Tempo di lettura stimato: 21 minuti]

Alle 11.36 del 14 agosto scorso una parte del "Ponte Morandi" di Genova, dove correva l'autostrada A10 sopra il torrente Polcevera, crolla. 43 persone muoiono tra le macerie.

La procura del capoluogo ligure sta portando avanti l’inchiesta che punta a far luce sulle cause e sulle responsabilità di quanto avvenuto. Da parte del Ministero dei Trasporti, guidato da Danilo Toninelli, è stata invece istituita una Commissione ispettiva per svolgere verifiche e analisi tecniche sul crollo. Il governo Conte ha inoltre avviato l'iter per bloccare la concessione tra lo Stato e la società Autostrade per l'Italia. In città intanto gli sfollati, che hanno dovuto lasciare le proprie case coinvolte nel crollo del viadotto, chiedono tempi certi nelle soluzioni e misure adeguate, mentre è ancora incerto a chi spetterà la ricostruzione del nuovo ponte.  

A un mese dalla tragedia proviamo a fare il punto su quanto accaduto, ricostruendo tutti gli aspetti di una dolorosa e complessa vicenda per offrire un quadro completo di tutto ciò che è finora emerso. Vicenda che continueremo a seguire.

L'inchiesta della magistratura (13 minuti)
A che punto è l’iter della decadenza della concessione ad Autostrade (5 minuti)
La situazione degli sfollati e la ricostruzione del ponte (2 minuti)

L'inchiesta della magistratura

  • Perché il ponte è crollato?

Francesco Cozzi, il procuratore capo di Genova, al termine di un primo sopralluogo nella zona del ponte, ha dichiarato che quanto accaduto «non è stata una fatalità»: «Noi dobbiamo rispondere a una sola domanda: perché è successo?». Cozzi ha specificato che il lavoro delle indagini sarebbe stato quello di «entrare nel vivo e accertare le possibili cause che hanno determinato il crollo della struttura», analizzando la fasi di progettazione, realizzazione e manutenzione dell'opera.

Il procuratore ha escluso innanzitutto ipotesi definite «deliranti e fantasiose», come quella avanzata da qualcuno di un attentato, perché «sulla base degli elementi noti e conosciuti non ci sono evidenze di esplosioni né sono state trovate tracce di bombole di acetilene».

Le prime supposizioni che emergono dal lavoro degli inquirenti e della Commissione ministeriale si concentrano su due ipotesi principali. 

“In primo luogo – ha scritto il Corriere della Sera – si pensa alla rottura di uno degli stralli (ndr cioè dei tiranti) del pilone numero 9 che avrebbe provocato la caduta del piano stradale e il successivo crollo del pilone. Cosa avrebbe provocato però il cedimento dello strallo precompresso (enormi cavi d’acciaio rivestiti in calcestruzzo) è ancora da capire”. La Commissione ministeriale elenca vari fattori concatenati che possono aver favorito questa situazione: «Invecchiamento della struttura e dei materiali, inquinamento locale come umidità e salsedine, e un aumento negli anni del traffico leggero e pesante sul ponte».

L’altra possibilità riguarda invece “un cedimento strutturale delle 'mensole' o 'seggiole' sulle quali appoggia l’enorme piano stradale del Morandi. Si tratta di strutture simili appunto a mensole sulle quali sono posizionati gli impalcati stradali. In questo caso sarebbe stato il cedimento di uno dei tratti di strada ad innescare un effetto domino e a provocare la successiva rottura dello strallo e il crollo del pilone”.

Nei primi giorni dell'indagine, tra le possibili cause del crollo, si è parlato anche della presenza di un carroponte che, secondo fonti della procura citate dai media, avrebbe potuto caricare ulteriormente una “soletta” già ridotta male. Questa ipotesi è stata respinta da Hubert Weissteiner, il direttore di Weico di Velturno, la ditta che stava lavorando alla manutenzione del ponte. Weissteiner ha dichiarato che il carroponte al momento del crollo non era ancora stato montato e che comunque il suo peso sarebbe stato "un quarto di un tir", quindi non eccessivo. Riguardo tale questione, il procuratore Cozzi ha poi affermato che si stava parlando solo di «un'eventualità» che «potrebbe essere stata del tutto irrilevante» e che sarà valutata dai consulenti tecnici. L’ipotesi del carroponte rientrava infatti nei quesiti che i pm hanno fornito ai consulenti tecnici chiedendo «di individuare i fatti che possano essere possibili cause».

Con il passare dei giorni si è fatta più solida l'ipotesi della rottura dello strallo del viadotto. Antonio Brencich, docente dell'università di Genova ed ex membro della commissione dei Trasporti ha dichiarato infatti che la rottura di uno dei tiranti «è un’ipotesi di lavoro seria», mentre altre come «la pioggia, (...) l’eccesso di carico» sarebbero ipotesi fantasiose e che pertanto «non vanno prese neanche in considerazione».

La stessa ipotesi è stata rilanciata anche dal New York Times, in base a quanto raccolto tramite “interviste con decine di soccorritori, investigatori ed ingegneri esperti, insieme all’esame dei video ripresi da droni ed elicotteri e alle macerie stesse”. Il giornale statunitense ha citato inoltre Vijay K. Saraf, ingegnere senior di Exponent, uno studio di consulenza per infrastrutture e costruzioni di Menlo Park in California: “Tutto ciò che è noto oggi suggerisce il cedimento degli stralli a Sud”. Possibilità che trova un riscontro anche nelle dichiarazioni di due testimoni oculari raccolte da Repubblica e Fanpage.

Secondo uno scenario fornito dai consulenti della Procura di Genova, a corrodere e arrugginire i cavi di acciaio all'interno dello strallo che ha ceduto sarebbe stata una bolla d'aria all'interno del tirante di calcestruzzo. Il difetto, riporta l’Ansa, sarebbe sorto durante la fase di "iniezione" del cemento che ingloba i trefoli, cioè i cavi in acciaio: “Già negli anni '80, lo stesso ingegnere Riccardo Morandi, in uno studio commissionato da Autostrade, aveva sottolineato corrosioni più sul lato mare che su quello monti. Una degradazione ‘più rapida di quello che ci si potesse aspettare’”.

via The New York Times

Lo stesso articolo del New York Times, nel ricostruire la storia del progetto dell’ingegnere Morandi, specifica che l’ideatore aveva deciso “di sospendere l’impalcato dagli stralli (...). L’ingegner Morandi pensava che con questo sistema si sarebbe ridotta l’oscillazione del ponte e gli ingegneri strutturali all’epoca sembravano d’accordo. Credeva anche che il rivestimento in cemento avrebbe protetto i cavi d’acciaio dai danni dell’usura. «Le strutture di calcestruzzo sembravano essere eterne», dice Majowiecki. «Quella era la mentalità di allora». Purtroppo, aggiunge, Morandi si sbagliava di grosso”.

Così, continua il quotidiano americano, “il calcestruzzo di allora risultò essere altamente vulnerabile al degrado e sul viadotto Polcevera la situazione era peggiorata ulteriormente dall’aria salmastra del mar Mediterraneo e dalle emissioni delle fabbriche vicine. Le fessurazioni nello scheletro di calcestruzzo permettevano all’acqua di penetrare e l’acciaio iniziò a corrodersi quasi in contemporanea con l’apertura al traffico del ponte nel 1967. In più, diversamente dai cavi scoperti, sul viadotto Polcevera la corrosione era nascosta all’interno del calcestruzzo e difficile da localizzare”.

Antonino Saggio, architetto e urbanista che insegna Progettazione Architettonica e Urbana all'università La Sapienza di Roma, specifica anche che proprio gli stralli erano «la parte più debole del ponte Morandi, tanto che negli anni '90 alcuni furono 'fasciati' e rinforzati e nel 2017 erano stati appaltati nuovi interventi”, non realizzati da Autostrade per l’Italia.

Inoltre, in base a quanto emerso da un report dei consulenti della Procura, negli stralli del ponte "potrebbero esserci difetti originari e una differenza fra ciò che era stato progettato e come questo è stato effettivamente realizzato", scrive il Secolo XIX: "Meno cavi di quelli previsti dal progetto originario. Un’assenza talmente diffusa di guaine protettive di quegli stessi cavi, in determinati punti, tale da far presumere un deterioramento completo, un utilizzo di materiali di montaggio quantomeno carente o addirittura una fase realizzativa dell’opera in cui si è passati sopra a componenti che, sulla carta, erano ritenuti fondamentali".

  • Sono state sottovalutate o ignorate criticità del viadotto?

Le indagini stanno accertando «se ci siano state sottovalutazioni» che hanno portato poi al crolloAd emergere infatti dalle prime analisi dei consulenti incaricati dalla Procura è che il viadotto era “malato” da tempo, sia nella parte Est che in quella Ovest. «È stato accertato – ha dichiarato il procuratore Cozzi – uno stato severo di degrado anche del moncone del lato ovest di ponte Morandi. Il grado di gravità del lato est è un risultato di una misurazione che era stata fatta dagli organi tecnici». Il magistrato ha specificato anche che lo stato di gravità della parte ovest di ponte Morandi «è precedente al crollo del viadotto».

via Ansa Centimetri

Tra le carte in mano agli inquirenti c’è anche un relazione del 1994 di un gruppo di ingegneri e tecnici presentata all’International Symposium & Exibition on Cable Stayed Bridge di Shanghai, in Cina, e intitolata “Il risanamento degli stralli del viadotto Polcevera”. A firmarla anche l’architetto Michele Donferri Mitelli, nominato poi direttore della manutenzione ordinaria, straordinaria e degli investimenti di Autostrade. Nel testo, riporta il Corriere della Sera, si analizzava lo stato di salute dei piloni del ponte.

Per quanto riguarda il pilone 11, messo in sicurezza nei primi anno ‘90,  venivano evidenziati i livelli di rischio valutando la «perdita della capacità portante», la «distribuzione delle tensioni» e la «perdita del tiro» di ogni singolo cavo. «In definitiva tale controllo ha evidenziato le differenti condizioni critiche di ogni strallo e ha permesso di calibrare gli interventi in relazione ai singoli stati di degrado». Sul numero 10 si legge che «gli interventi sono stati di carattere locale» poiché «la situazione critica era concentrata nella sezione di attacco della sommità della torre e quindi gli interventi sono stati limitati a queste zone». Riguardo invece il numero 9, quello crollato, nella relazione si leggeva che «poiché gli stati di corrosione erano più limitati sia nei cavi secondari che principali, non si è proceduto ad alcun intervento. Il monitoraggio nel tempo dello stato di conservazione dei cavi è assicurato dall’installazione di un sistema di controllo continuo (...)». Un controllo che avrebbe permesso di calcolare la velocità della corrosione con la condizione limite stabilita intorno al 2030.

Repubblica denuncia che questo “controllo continuo” per monitorare anche i tiranti della pila 9 e che si basava su di un sensore, installato da parte dei tecnici di Autostrade e delle società che effettuarono i lavori, non è più funzionante dal 1996 perché andò fuori uso e non venne sostituito. Il professore Gentile che nel 2017 lavorò al report del Politecnico di Milano sul Ponte Morandi afferma: «I sensori sul viadotto Polcevera non ci sono più. Erano collegati alla sede di Bologna che monitorava i dati. Nel 1996 vennero messi fuori servizio. Quando abbiamo eseguito nell'autunno scorso le nostre misurazioni non mi risulta ve ne fossero altri».

Sulla "salute" del viadotto, nel 2011 la stessa Autostrade, in un documento, aveva scritto di un intenso degrado della struttura causato quotidianamente da code di autoveicoli nelle ore di punta e dal “volume raggiunto dal traffico” che aveva portato a una manutenzione continua. L'opera, ha dichiarato ancora Saggio, era stata progettata e collaudata per sopportare carichi almeno 3-4 volte inferiori rispetto a quelli che sosteneva.

Nel giugno 2015 Autostrade per l'Italia avvia l’iter di lavori per un rinforzo complessivo del Ponte. Il dottor Mario Bergamo, ex capo della manutenzione del concessionario, affida il progetto alla Spea, azienda italiana che si occupa di ingegneria delle infrastrutture, del gruppo Atlantia (della famiglia Benetton). Prima però ancora di iniziare ad analizzare il viadotto, “Autostrade affida a una società esterna, la Ismes del gruppo Cesi, una consulenza per «l’analisi della documentazione sul ponte»”, racconta il Corriere della Sera. Riguardo questa circostanza, Fabrizio Gatti di Ismes/Cesi, in base a quanto riportato da Il Secolo XIX, durante l’interrogatorio avvenuto a fine agosto davanti agli inquirenti, avrebbe dichiarato che «furono chiesti servizi specialistici, assestment-validazione sistema di sorveglianza e verifiche strutturali... Facevamo verifiche periodiche e nel maggio 2016 abbiamo compilato e consegnato il report finale in cui abbiamo evidenziato asimmetrie di comportamento degli stralli e nel raggio di angolazione dei medesimi».

Due anni dopo, a settembre 2017, intanto, la Spea completa il progetto di rinforzo (“retrofitting strutturale"). A ottobre l'azienda chiede una consulenza al Politecnico di Milano. Nel report riservato – a cui lavorarono alcuni docenti del Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni del Politecnico di Milano, guidati dal professore Carmelo Gentile – si evidenzia “un'allarmante disparità di tenuta fra i tiranti” del viadotto, racconta La Stampa: «È probabile – si legge nella relazione – che le differenze siano riconducibili a una diversa pre-sollecitazione generata, ad esempio, da fenomeni di corrosione nei cavi secondari, difetti di iniezione, ecc... in particolare gli 'stralli' del sistema numero 9 si presentano con deformata modale non del tutto conforme alle attese e certamente meritevole di approfondimenti teorico-sperimentali».

Stefano Della Torre, direttore del Dipartimento del Politecnico di Milano, in un’intervista a Repubblica, afferma: «Abbiamo sottolineato delle anomalie che potevano rappresentare delle criticità, e abbiamo fornito anche ulteriori consigli, poi stava ad Autostrade decidere come intervenire». Della Torre continua specificando che gli esperti suggerirono ad Autostrade «l'adozione di sistemi di monitoraggio degli stralli per controllare la situazione 24 ore su 24» ma che il consiglio non sembra fosse stato seguito, «o perlomeno venne preso in considerazione solo per il progetto di rinforzo». Inoltre, riguardo il contenuto dello studio, il professore Carmelo Gentile precisa che il gruppo non aveva «le informazioni necessarie per fare una qualsivoglia analisi di rischio».

Otto mesi dopo aver ricevuto il report, Autostrade per l’Italia pubblica un bando di gara da 20 milioni di euro per "interventi di retrofitting strutturale del Viadotto Polcevera al km 000+551 dell'Autostrada A10 Genova-Savona" che prevedono “il rinforzo degli stralli di pila n. 9 e 10 poiché quelli di pila n. 11 sono stati oggetti di rinforzo negli anni '90". I lavori sarebbero dovuti partire il prossimo ottobre.

Sugli stessi, Mauro Moretti, responsabile degli interventi di Autostrade per l’Italia, durante un incontro del 18 luglio scorso con i comitati dei cittadini che abitano sotto e intorno al viadotto, ha parlato di mali o danni nell’opera di cui si cominciavano «a vedere i primi segni» e che per questo era previsto «un intervento molto importante in futuro», che sarebbe andato «a risarcire il danno a oggi subito e i danni di possibile e futura generazione per quanto riguarda le opere di sostegno, quindi gli stralli, ovvero i tiranti, che lavorano all’inverso rispetto a quello che è il normale funzionamento delle strutture, e questo nel tempo ha generato grazie all’azione vuoi del carico, vuoi degli agenti esterni, necessità di manutenzione».

Fabrizio Gatti sull’Espresso denuncia però che a conoscere “la gravità del degrado del viadotto collassato” oltre ad Autostrade c’erano anche il Ministero delle Infrastrutture, la Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali a Roma e il Provveditorato per le opere pubbliche di Piemonte-Valle d'Aosta-Liguria a Genova: “Almeno sette tecnici, cinque dello Stato e due dell'azienda di gestione, sapevano infatti che la corrosione alle pile 9 e 10 aveva provocato una riduzione fino al 20% dei cavi metallici interni agli stralli, i tiranti di calcestruzzo che sostenevano il sistema bilanciato della struttura”. Nonostante questo, continua Gatti, in sei mesi da allora né il ministero né la società concessionaria hanno ritenuto di limitare il traffico o deviare i mezzi pesanti, per sicurezza e per alleggerire il carico e l'affaticamento della costruzione in attesa dei lavori di rinforzo previsti.

Il documento che attesterebbe ciò è un verbale della riunione "con cui il primo febbraio 2018 il Provveditorato alle opere pubbliche di Genova rilascia il parere obbligatorio sul progetto di ristrutturazione presentato da Autostrade”. Tra i firmatari del documento che aveva autorizzato i lavori di ristrutturazione del ponte, ci sono anche l'architetto Roberto Ferrazza, provveditore per le opere pubbliche di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, e Antonio Brencich, professore associato della facoltà di ingegneria dell'Università di Genova, entrambi inizialmente nominati (Ferrazza come presidente) dal Ministero dei Trasporti nella commissione di inchiesta ministeriale.

Nel verbale si possono leggere alcune criticità segnalate da Brencich e Ferrazza. “Brencich, in particolare, – racconta Repubblica – è netto: contesta i metodi utilizzati, i margini di errore altissimi, le tecniche utilizzate ormai abbandonate dal contesto scientifico. Ma in attesa di partire con il progetto, Autostrade può tirare dritto visto che specifica che «il ponte è in sicurezza fino ad una riduzione dell'area totale dei cavi del 50%»”. Nella conclusione del verbale si legge anche che il progetto di Autostrade appariva “ben redatto e completo in ogni dettaglio. Lo stesso risulta studiato in metodologicamente ineccepibile”.

Dopo le critiche ricevute per il doppio ruolo, cioè da una parte ispettore del disastro e dall’altra firmatario del parere positivo del Provveditorato alle opere pubbliche sul progetto di rifacimento degli stralli del ponte, Brencich ha poi lasciato la commissione. Per lo stesso motivo è stato revocato l’incarico a Ferrazza da parte del Ministero. Anche un terzo componente della Commissione, Bruno Santoro, dirigente del ministero dei Trasporti, si è dimesso dopo essere finito tra gli indagati. 

La procura di Genova ha sequestrato sia il report di novembre del Politecnico di Milano, sia il verbale di febbraio della Commissione del Provveditorato di Genova.

In cosa a quest'ultimo, spiega ancora Repubblica, c’erano delle prescrizioni sulle metodologie utilizzate per saggiare la consistenza del calcestruzzo, come quella del "tassello pull out": “Scrive la Commissione che «non viene precisato quale tassello sia stato impiegato… non è una notazione marginale, perché è documentato che determinati tasselli… potrebbero portare a sovrastime anche del 100%». In altre parole, il deterioramento del calcestruzzo poteva essere doppio rispetto a quello indicato sul referto. In base a queste osservazioni l'ipotesi degli inquirenti è che Autostrade abbia fornito dati errati sul deterioramento degli stralli poiché avrebbe utilizzato tecniche sorpassate di valutazione”. Inoltre, sempre Repubblica scrive che la società non consegnò copia del progetto originale di Morandi del 1967 – ora in mano alla magistratura – al Comitato del Provveditorato che fu chiamato a valutare il piano di rinforzo dei tiranti. Quindi “le valutazioni dei tecnici del Comitato furono (...) espresse senza la possibilità di confrontare gli interventi programmati con i dati e i disegni originari”. Su questo punto Autostrade per l’Italia ribatte però che il progetto originario è in realtà da considerarsi superato, perché negli anni ‘80 e ‘90 ci sono stati “importanti interventi di modifica strutturale” e di manutenzione.

L’Espresso pubblica inoltre una “lettera di allarme” sui problemi di sicurezza del ponte, del 28 febbraio scorso, – anch’essa tra i documenti in mano alla Procura – firmata dal direttore della manutenzione, Michele Donferri Mitelli, e indirizzata alla Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali, diretta da Vincenzo Cinelli, del Ministero dei Trasporti e al Provveditorato di Genova, in cui si chiede conto del ritardo dell’approvazione del progetto esecutivo di rinforzo del ponte e si sottolinea l’urgenza “che riveste la conclusione dell'iter approvativo dell'intervento”. Mitelli spiega infatti che il protrarsi dei tempi di approvazione “comporterebbe una serie di ripercussioni sia per la pianificazione economica che per l'incremento di sicurezza necessario sul viadotto Polcevera”. L’autorizzazione arriverà poi l’11 giugno, con circa 150 giorni di ritardo rispetto al termine previsto.

Autostrade per l’Italia ha risposto all’articolo del settimanale definendo la lettera “una ordinaria comunicazione con cui la competente direzione del Ministero delle Infrastrutture viene sollecitata per l’approvazione del progetto di miglioramento delle caratteristiche strutturali del viadotto Polcevera, per il quale era già stato prodotto il parere favorevole da parte del Provveditorato Interregionale, tenuto conto che il tempo di approvazione da parte del Ministero si stava protraendo oltre il termine dei 90 giorni”. Per questo motivo, specifica la società, “risulta, assolutamente fuorviante e non veritiera l'interpretazione del settimanale secondo cui si sarebbe trattato di una ‘lettera d’allarme’ che metteva in guardia sulla ‘non sicurezza’ del viadotto”. Autostrade precisa inoltre in una nota che in questo iter per l’approvazione con il MIT e il Provveditorato “nessuno ravvisò, analogamente al progettista, elementi di urgenza”. Il Fatto quotidiano scrive comunque che Autostrade per l’Italia inviò al Mit e al Provveditorato interregionale cinque lettere, tra febbraio e marzo, in cui si ribadiva di accelerare questo iter. Su questi vari solleciti, Autostrade ribadisce che non aveva “connotati dell'urgenza o della somma urgenza”: “Questo tipo di interlocuzioni con il Ministero è purtroppo una prassi necessaria per contenere i tempi di approvazione dei progetti che comunque – nonostante i solleciti – superano abbondantemente quelli previsti”.

Gli inquirenti hanno comunque sequestrato molto materiale (insieme anche a numerosi video del crollo), con blitz al Ministero dei Trasporti e alle sedi genovesi del Provveditorato. I sequestri hanno interessato anche le sedi di Roma, Firenze e Milano della Spea. Sono stati così acquisiti documenti, scambi epistolari, mail, progetti, scrive Repubblica. Al riguardo il procuratore Cozzi ha dichiarato: «Occorre accertare se Spea ha monitorato, se Autostrade hanno segnalato, se il Provveditorato ha svolto il suo ruolo e se il ministero ha vigilato». «L’analisi della documentazione che abbiamo acquisito – ha spiegato il magistrato – ci ha portato a raccogliere elementi utili che risalgono fino dagli anni ’80. (...) Posso dire che già da ora sia i nostri consulenti tecnici che i componenti della commissione del ministero dispongono di un consistente numero di reperti utili per accertare le cause del crollo del ponte Morandi. Lo dico come una nota positiva. L’attività dei nostri consulenti è fervida alacre e ci permette di aspettare risultati utili in tempi non molto lontani”.

  • Chi sono gli indagati e quali sono i reati contestati

Gli avvisi di garanzia arrivano dopo oltre 20 giorni di indagini. Venti persone, tra Autostrade (che risponde anche come società di responsabilità amministrativa) e MIT, risultano indagate finora: “Otto dirigenti di Autostrade: l'amministratore delegato Giovanni Castellucci, il direttore del Primo Tronco di Genova Stefano Marigliani e i suoi sottoposti Paolo Strazzullo e Riccardo Rigacci; il direttore centrale Operation Paolo Berti, Michele Donferri (direttore delle Manutenzioni), Mario Bergamo (l'ex direttore delle manutenzioni di Autostrade che per primo nel 2015 ritenne necessario l'intervento sul Morandi) e Massimo Meliani ( responsabili ponti e gallerie)”. 

Per quanto riguarda il MIT gli avvisi di garanzia sono arrivati “ai vertici dell'Unità di vigilanza, la struttura creata nel 2012 con compiti di controllo sui contratti, sulle tariffe e sui progetti: il direttore generale Vincenzo Cinelli e il suo predecessore Mauro Coletta e Bruno Santoro, capo Divisione tecnico-operativa della rete autostradale”.

Nelle indagini sono stati iscritti anche “tre ingegneri del Provveditorato ed uno dell'Ufficio ispettivo: il provveditore Roberto Ferrazza, i suoi collaboratori Salvatore Bonaccorso e Giuseppe Sisca, anche lui del comitato tecnico così come l'ingegner Antonio Brencich; Carmine Testa, capo dell'Ufficio ispettivo. L'elenco si chiude con altri quattro nomi con responsabilità minori”.

Per la procura, erano consapevoli delle criticità del ponte ma non hanno pianificato alcun intervento di manutenzione straordinaria, spiega il Corriere della SeraI reati a cui gli indagati devono rispondere a vario titolo sono: omicidio stradale colposo plurimo, omicidio colposo plurimo con l'aggravante della violazione della normativa sulla sicurezza sul lavoro e il disastro colposo. Sull’omicidio stradale, Cozzi ha spiegato che si tratta di «una ipotesi di indagine basata sull'assunto che la sicurezza stradale non comprende soltanto il rispetto dei comportamenti che prescrive il codice della strada, ma anche il rispetto delle regole di sicurezza delle infrastrutture».

Il ministero dei Trasporti ha dichiarato di avere "piena fiducia nella magistratura". Stessa cosa è stata anche affermata da Autostrade per l’Italia. L’amministratore delegato della società, Giovanni Castellucci, in un’intervista a La Stampa ha detto: «Sentiamo tutta la responsabilità e il dolore per essere stati i gestori del viadotto, con le nostre strutture tecniche e i nostri uomini. Il ponte era affidato a noi ed è crollato. Ma la colpa presuppone comprensione delle cause, che dovranno essere accertate al meglio».

La procura di Genova ha chiesto l'incidente probatorio (cioè l’anticipazione della formazione della prova nella fase delle indagini preliminari), che dovrebbe svolgersi entro fine settembre. Al riguardo, Cozzi ha spiegato«C’è un ponte non crollato di cui occorre verificare lo stato attuale sia perché può gettare luce su com’era prima del crollo sia perché è necessario farlo adesso, in quanto dovrebbe essere rimosso in tempi rapidi proprio per consentire la ricostruzione e il ripristino dei collegamenti che sono indispensabili. Il fare questo incidente probatorio adesso consente l’eventuale rapida rimozione delle parti di ponte non crollato».

  • Lo scambio di mail tra Autostrade per l’Italia e Isme e le chat sul Ponte

La sera del 14 agosto, dopo il crollo di parte del viadotto, Enrico Valeri, responsabile del coordinamento viabilità e operazioni di Autostrade, contattò Cesi, cioè l’istituto che nel 2016 realizzò uno studio sul Ponte Morandi. Valeri, racconta il Secolo XIX, chiese quella consulenza in cui si evidenziavano “asimmetrie di comportamento degli stralli”. A stretto giro, Autostrade ricevette una mail inviata dalla responsabile dell’ufficio marketing di Cesi che conteneva, oltre al rapporto, anche un messaggio riguardo le possibili cause del crollo che non erano da ricercare nelle problematiche dei tiranti ma su «probabili fatti collegati al progetto originario».

Valeri, dopo essere stato sentito dai pm, ha dichiarato: «Chiesi il rapporto perché era la sera del 14 agosto e avevo bisogno di averlo subito. Da parte di Autostrade non c’è stata alcuna pressione, né è stato chiesto di ammorbidire la versione dello studio; non si sarebbero mai prestati a una cosa come questa». Il responsabile di Autostrade ha aggiunto anche che «i commenti nella mail d’invio del documento in azienda non li hanno presi in considerazione anche perché fatti da una persona che non ha le competenze tecniche».

I pm stanno indagando anche su un’altra vicenda, emersa dopo il sequestro dei cellulari di alcuni manager, dirigenti e, tecnici di vario livello della società, spiega ancora il Secolo XIX: “Tecnici e dirigenti di Autostrade nelle ore precedenti o successive al crollo del Morandi hanno avviato conversazioni via chat in cui si faceva riferimento proprio al viadotto e al suo stato di criticità”. Una fonte qualificata ha detto al quotidiano che il contenuto di queste chat dovrà «essere necessariamente contestualizzato e chiarito».

A che punto è l’iter della decadenza della concessione ad Autostrade

Dopo il crollo del ponte di Genova, il ministro Toninelli, lo scorso 17 agosto, ha comunicato su Facebook di aver avviato la procedura per la decadenza della concessione ad Autostrade per l’Italia.

Leggi anche >> Cosa prevede la convenzione Autostrade – Anas

Luigi Olivieri, esperto di diritto amministrativo, sul blog Phastidio.net spiega che nella convenzione della concessione tra Autostrade per l’Italia e lo Stato (agli articoli 9 e 9-bis) sono previste quattro ipotesi di interruzione anticipata del rapporto: decadenza, recesso, revoca e risoluzione. In particolare, la decadenza opera sul piano amministrativo ed "è generalmente conseguenza dello spirare del termine o del venire a mancare delle condizioni soggettive od oggettive (..) necessarie per l’efficacia di provvedimenti amministrativi finalizzati a permettere ad un privato l’esercizio di attività o anche di concessioni. Ma la decadenza può anche conseguire ad inadempimenti gravi (...)" da parte del concessionario.  

Comunque, questi atti di interruzione di rapporti hanno un elemento comune e cioè "un iter procedurale che passa dalla comunicazione (...) dell’intenzione di avvalersene, con invito a rimuovere le situazioni che possono portare allo scioglimento del vincolo, per poi giungere successivamente all’adozione del provvedimento, nel rispetto dei termini previsti per consentire al concessionario di ‘controdedurre’ e giustificare il proprio comportamento". Inoltre, in base alla convenzione firmata, è previsto in ogni caso un indennizzo – che potrebbe essere a nove cifre – che lo Stato dovrà pagare al concessionario, cioè ad Autostrade per l’Italia.

Il 20 agosto Autostrade per l’Italia ha ricevuto la lettera di contestazione da parte del MIT. In base all’analisi di Maurizio Caprino sul Sole 24 Ore la lettera (qui il testo integrale) “è strutturata in forma tale da lasciare aperta al Governo ogni possibilità. Sia la decadenza della concessione per grave inadempimento del concessionario, seguendo l’iter previsto dalla convenzione Stato-Autostrade per l’Italia, che però nonostante la responsabilità della società prevede l’obbligo di pagarle i circa 20 miliardi di ricavi che prevedibilmente avrebbe conseguito fino al 2042 (termine della concessione). Sia altre azioni, di risarcimento danni o anche solo per impugnare proprio la clausola che obbliga lo Stato a pagare la ‘buonuscita’ al concessionario anche quando questi ha gravi colpe”.

Il 31 agosto la società ha risposto confermando “il proprio convincimento in merito al puntuale adempimento degli obblighi concessori da parte della Società”.

Lo scorso fine settimana, durante il Forum Ambrosetti, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato che sono arrivate le repliche di Autostrade per l’Italia alla lettera del MIT: «Discuteremo poi alla fine se decideremo di arrivare alla caducazione (ndr cioè all’annullamento della concessione), se ci sono gli estremi, decideremo serenamente cosa fare dopo». Pochi giorni dopo Toninelli ha dichiarato che l'obiettivo è di arrivare alla decadenza della concessione. 

  • La pubblicazione delle convenzioni autostradali e il caso delle “pressioni” ricevute dal MIT

Come spiega il Post “le autostrade italiane, comprese quelle gestite da Autostrade per l’Italia, sono un bene di proprietà dello Stato, ma sono state spesso gestite da società 'concessionarie' che gestiscono la rete autostradale e ne raccolgono i profitti pagando in cambio un canone allo Stato”, che per la società è del 2,4% dei proventi netti da pedaggio.

Via Ansa Centimetri

Sul ponte Morandi correva parte dell’autostrada A10, gestita, insieme ad altre autostrade, da Autostrade per l’Italia in base a una convenzione tra Anas (dal 2012 è subentrato il Ministero dei Trasporti) e la società, firmata il 12 ottobre 2007, e divenuta efficace l’8 giugno 2008, che stabilisce la scadenza del contratto al 2038, con una proroga prevista fino al 2042.

Repubblica Economia scrive che dai bilanci della società risulta che nel periodo 2013-2017, l'azienda ha generato utili pari a 4,05 miliardi di euro. Allo Stato, invece, sono arrivati, in basi ai bilanci consultati, 2,151 miliardi negli ultimi 5 anni (la cifra si compone dei proventi netti da pedaggio, più un sovracanone de destinare all'Anas).

via Repubblica Economia

Fino a gennaio dello scorso anno queste convenzioni erano secretate, poi però sotto il governo Gentiloni, con il ministro dei Trasporti guidato da Graziano Delrio, sono state rese pubbliche in parte (mancavano, specifica il Corriere della Sera, ad esempio, i piani economico-finanziari). A fine agosto il MIT ha infine desecretato tutte le parti mancanti delle convenzioni delle concessioni, compresi gli allegati.

Nel rivendicare questa atto, Toninelli, pochi giorni dopo alla Camera dei Deputati, ha dichiarato di averlo fatto «nonostante le pressioni interne ed esterne che abbiamo subito» al MIT. Questa dichiarazione ha scatenato la reazione delle opposizioni che hanno chiesto di sapere i nomi di chi avesse fatto queste pressioni, visto la gravità di quanto denunciato dal ministro.

Il ministro, il giorno successivo a La7, ha dichiarato che a fare queste pressioni è stata Aiscat (cioè l’Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori) che al Ministero aveva detto di non pubblicare i documenti delle convenzioni delle concessioni autostradali avvertendo che erano possibili fattispecie di reato come l’aggiotaggio. Aiscat ha però negato di aver esercitato pressioni né sul Ministro né sul MIT, ma che, riguardo la pubblicazione degli atti concessori allegati alle convenzioni autostradali, ha risposto a una richiesta di parere dello stesso Ministero. L’associazione ha inoltre specificato che la propria posizione era “analoga a quanto registrato in altri paese europei che, pur senza uno specifico obbligo normativo, hanno pubblicato sui propri siti istituzionali solo i contratti di concessione e non i relativi allegati, nel rispetto delle norme in materia di riservatezza, segreto commerciale e industriale”.

Come risposta Toninelli pubblica sui social le immagini di documenti ricevuti dal suo ministero lo scorso 11 gennaio e 7 marzo, quando lui non era ancora ministro,  e inviati da Aiscat (il documento era stato già pubblicato dall’associazione) e Autostrade per l’Italia, affermando che “sono parole che ovviamente hanno influenzato le strutture anche sotto la mia gestione”.

L’agenzia di stampa Reuters Italia, ricostruendo l’intera vicenda, ha spiegato che in realtà, per quanto riguarda il primo documento citato dal Ministro, “Aiscat risponde a una richiesta di parere di Vincenzo Cinelli, a capo della direzione del ministero che vigila sulle concessionarie, durante la gestione Del Rio che poi a febbraio 2018, pubblicherà sul sito i contratti, ma senza gli allegati più sensibili, come quelli sulle percentuali remunerazione del capitale”.

Sulla lettera di Autostrade, che Reuters ha visionato integralmente, si tratta di una corrispondenza “tra la società, il ministero e in copia anche l’autorità anti corruzione che aveva chiesto di rendere pubblici anche i piani finanziari (Pef), assieme ai contratti, per consentire ‘il controllo sull’effettivo perseguimento dell’interesse pubblico’ e ritenendo non sufficiente la motivazione addotta per la mancata pubblicazione del Pef. Il ministero aveva chiesto ad Aspi di spiegare le ragioni giuridiche ‘che rendono non ostensibile il Pef, nonché gli elementi comprovanti la tutela di un interesse superiore’”.

Come risposta il capo della direzione legale di Autostrade spiega quali sono le ragioni che impongono la riservatezza: ‘I dati contenuti nel Pef hanno un’innegabile valenza economica e commerciale e, in ragione di tale valenza, non possono essere divulgati senza violare gli interessi economici e commerciali dei concessionari autostradali, espressamente tutelati dall’art 5-bis del d.lgs n. 33/2013’. La lettera continua parlando del rischio di ledere la riservatezza industriale delle società, tanto più alto, “‘quando si tratti di dati prospettici che riguardano società concessionarie che fanno capo a società quotate in Borsa’ perchè una lettura distorta potrebbe essere strumentalizzata, dice la società di Atlantia, paventando anche fattispecie di reato come l’aggiotaggio”.

La situazione degli sfollati e della ricostruzione del ponte

 

via Repubblica

Il crollo di parte del Ponte Morandi ha reso inagibili gli edifici situati sotto il pezzo di ponte rimasto intatto e quelli nelle vicinanze: oltre 600 persone sono state sfollate. Il 20 agosto il governatore di centrodestra della Liguria, Giovanni Toti, ha annunciato che 16 persone avrebbero avuto una casa e che entro metà novembre sarebbe stato dato un tetto a tutti. Queste tempistiche sono state anche confermate dal ministro Toninelli.

Non sono comunque mancate le proteste. Il 4 settembre decine di sfollati hanno manifestato in Regione, con diversi cartelli, chiedendo rispetto e pretendendo risposte certe sulle demolizioni e sulla possibilità di andare a prendere le proprie cose nelle case che sono stati stati costretti a lasciare.

Al 7 settembre, ha comunicato il governatore, le case pubblicate assegnate sono state 100, aggiungendo che sono state seguite ed evase anche "133 domande di contributo per l’autocollocazione, di cui le prime 31 già pagate dal Comune".

Il sindaco di Genova Marco Bucci ha dichiarato che «se ci danno tutte le autorizzazioni, i tempi tecnici» per l'apertura del cantiere per la demolizione di quanto resta del ponte Morandi «sono che a fine mese, prima settimana di ottobre si può cominciare la demolizione».

Una volta demolito l’intero ponte, si dovrà costruire quello nuovo (nei giorni scorsi Renzo Piano ha presentato la sua idea). A chi devono essere affidati i lavori di ricostruzione è al centro di uno scontro politico tra il governatore Toti e il Movimento 5 Stelle sul possibile ruolo di Autostrade per l’Italia. Per Toti non si può escludere la società «perché per legge deve essere Autostrade ad aprire il cantiere». Il governo invece punta a tenerla fuori dai lavori.

Il ministro Toninelli, in audizione alla Commissione ambiente alla Camera, ha dichiarato che l’obiettivo del governo è non permettere ad Autostrade di ricostruire il viadotto. Per il ministro infatti «sarebbe inaccettabile e incomprensibile da parte delle famiglie e degli italiani che venga ricostruito da chi lo ha fatto crollare». Toninelli ha così chiarito  che «sono in corso delle riunioni a Bruxelles per verificare se si possa derogare al Codice degli Appalti» in modo da «fare l'assegnazione immediata senza gara ad un soggetto pubblico come Fincantieri». Il 13 settembre il Consiglio dei Ministri approva un decreto legge specifico su Genova, con la formula "salvo intese", perché restano ancora da sciogliere diverse questioni, come ad esempio chi sarà il commissario per la ricostruzione. «Il nome non c'è – ha dichiarato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in conferenza stampa –.  Ci riserviamo di farlo in futuro, sarà indicato con un decreto». 

Foto in anteprima via ANSA/LUCA ZENNARO

Aggiornamento 17 settembre 2018: l'articolo è stato aggiornato con la notizia secondo cui ci sarebbe stato un difetto di costruzione degli stralli del Ponte Morandi

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Riforma Copyright: il dibattito che è mancato per responsabilità dei media

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

di Maurizio Codogno (Wikimedia Italia)

Domani è previsto il voto finale sulla riforma della direttiva copyright la cui discussione è stata rinviata da luglio. Il medesimo testo verrà discusso e votato dal Parlamento europeo, insieme ad oltre 200 emendamenti.

La nuova direttiva sul copyright ha l’obiettivo di ammodernare le regole sul diritto d’autore nell’Unione Europea, ferme al 2001 quando Internet era una cosa piuttosto diversa rispetto a oggi. Il testo ha visto contrapporsi voci a favore, in particolare le grandi aziende del copyright e i grandi editori, e voci critiche, cioè cittadini, e esponenti delle startup digitali online, oltre che i principali pionieri ed esperti della rete, come Sir Tim Berners Lee, creatore del World Wide Web e David Kaye, relatore sulla libertà di espressione per l’ONU. Anche un nutrito gruppo di parlamentari europei hanno espresso preoccupazioni per l’impatto della normativa sui diritti fondamentali dei cittadini.

A far discutere sono stati soprattutto due articoli della riforma, noti come link tax (articolo 11) e upload filter (articolo 13). L'articolo 11, per come è formulato, consentirà agli utenti di pubblicare link a siti di notizie se il servizio che stanno utilizzando ha acquistato una "licenza di collegamento" dalla fonte di notizie che linkano. In altre parole, i link con ritagli di articolo che copia-incollano titolo e prime righe di un articolo saranno illegali senza una licenza.
L'articolo 13 prevede l’obbligo per le piattaforme del web di stringere accordi di licenza con l’industria del copyright, o di rispondere dei contenuti immessi dagli utenti sui loro server, con ciò costringendo tutte le piattaforme, compreso quelle che favoriscono il contatto diretto tra artisti e pubblico, così consentendo di saltare l’intermediazione dell’industria, a realizzare strumenti di filtraggio preventivo dei contenuti immessi dagli utenti. Cioè, in base ad accordi tra l’industria del copyright e le grandi piattaforme del web si deciderà cosa e lecito e cosa non lo è online.

Su un tema così complesso e che riguarda tutti è mancato un dibattito basato sui fatti da parte dei media, e non sono state evidenziate le conseguenze sulla libertà di manifestazione del pensiero di una normativa di tale tipo. Una corretta informazione avrebbe potuto mettere al centro la discussione le problematiche fondamentali, cioè la necessità di migliorare le condizioni di licenza degli artisti, laddove ad un aumento dei profitti dell’industria del copyright a doppia cifra, non corrisponde un adeguamento dei guadagni degli artisti, sulla necessità di favorire le alternative al business attuale, e sulla necessità di combattere, seriamente, la pirateria che è prevalentemente al di fuori della grandi piattaforme del web.

Leggi anche >> Cosa succederà con la riforma europea del copyright?

Qualche giorno fa Repubblica ha pubblicato un articolo in cui si annunciava in pompa magna che «nove italiani su dieci pensano che i giganti web debbano pagare per i contenuti che usano»; il catenaccio precisa che «l’89 per cento dei cittadini concorda sul fatto che i colossi della Silicon Valley corrispondano agli autori il giusto se usano il loro lavoro». Questo secondo uno studio - ripreso da più testate - "commissionato da Europe for Creators, movimento di cittadini, creativi e quasi 250 organizzazioni a sostegno della Direttiva Europea per il Copyright". Nel caso ve lo foste chiesti, il testo della direttiva sta tornando in aula all'Europarlamento: dopo la bocciatura di luglio del pacchetto completo, mercoledì si voterà sui singoli emendamenti proposti dai vari deputati.

Per dirla tutta, Europe for Creators è semplicemente un'emanazione della GESAC, l'associazione delle equivalenti europee della SIAE, e non sono riuscito a scoprire quanti siano i semplici cittadini, o anche solo i creativi indipendenti, che ne fanno parte. Insomma, l'articolo è molto di parte: poco importa. Al limite importa di più che il link ai risultati del report non fosse stato inserito nell'articolo di Repubblica, forse perché il nome del sito poteva far venire strane idee: i curiosi possono comunque trovarli qui (per la cronaca per la ricerca sono stati “intervistati” tra il 24 e il 30 agosto 800 cittadini on line). D'altra parte se mi fosse stato chiesto: "È a favore o contro un'implementazione da parte della UE di regole per garantire la rimunerazione di artisti e creatori di contenuti nella distribuzione dei loro contenuti sulle piattaforme Internet (YouTube, Facebook, ecc.)?", avrei risposto di sì come l'89% degli italiani, esattamente come mi sarei unito all'86% che ha risposto affermativamente alla domanda: "Pensa che le piattaforme come Google o Facebook dovrebbero rimunerare i media quando riusano i loro contenuti (articoli, foto, video, ecc.)?". La parola chiave è "riusano". Se tu prendi qualcosa fatto da qualcun altro, costoro hanno tutti i diritti di volere essere pagati per il loro sforzo, esattamente come i media dovrebbero chiedere il permesso ed eventualmente pagare per i contenuti "presi dalla rete". Peccato che «l’articolo 11 della Direttiva, erroneamente chiamata (sic) “link tax”», come recita la notizia, in realtà si applicherebbe anche se si prendono solo le prime righe del testo se non addirittura solo il titolo, in barba al diritto di cronaca.

Ma per fortuna tutto questo non è poi così importante. Il famigerato articolo 11 è solo uno dei tanti punti della direttiva. Certo, creerebbe un pericoloso precedente sull'inserimento di nuovi diritti di copyright su porzioni del testo, ma non è detto che la cosa colpisca il cittadino comune. Ciò che è davvero importante è che la possibilità di votare sui singoli emendamenti apre la strada a introdurre migliorie senza snaturare l'impianto della direttiva, eliminando lacciuoli nati non si sa bene quando e come, che a volte non portano vantaggi a nessuno, in una situazione lose-lose (in cui tutti perdono).

Un punto per esempio ignoto ai più è quello relativo alla libertà di panorama. Nei paesi del nord Europa è assodato che i palazzi e i monumenti che si trovano in luoghi pubblici possano essere fotografati e chi ha fatto la foto abbia pieni diritti anche commerciali di usarla. In Italia no: il fatto stesso di avere creato il monumento dà automaticamente un diritto anche sulle fotografie scattate da altri. Arriviamo addirittura all'assurdo che Facebook può tranquillamente inserire quelle foto, perché il materiale in essa presente non può essere riusato commercialmente, mentre Wikipedia non può farlo perché la sua licenza prevede la possibilità di uso commerciale. Infatti l'articolo 70, comma 1-bis della legge d'autore recita:

È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro.

Le cose possono cambiare: per dire, in Belgio vigeva una legislazione ancora più restrittiva della nostra ma da un paio d'anni è finalmente possibile fotografare l'Atomium o altre opere permanentemente esposte al pubblico (non quelle all'interno dei musei, insomma). La formulazione originaria della direttiva taceva sul tema: un compromesso piuttosto buffo in un testo che dovrebbe uniformare le legislazioni nazionali.

Un altro punto importante è quello sulle opere orfane, quelle cioè che non sono accessibili al pubblico attraverso i canali commerciali tradizionali. Prendiamo un libro fuori catalogo, di un editore scomparso. Attualmente l'unico modo per leggerlo è sperare che esista una copia cartacea in una qualche biblioteca vicina e prenderlo in prestito. Non sarebbe bello che si potesse digitalizzare tale opera e renderla disponibile a chiunque – pochi o tanti che siano – sia interessato a leggerla? Di per sé il testo originale della direttiva prevedeva tale possibilità ma aggiungeva una serie di condizioni tali che rendeva molto difficile usufruirne. Vari emendamenti intendono modificare la situazione, riconoscendo la tutela degli autori che magari non vogliono che l'opera torni disponibili ma semplificando la gestione. Non è che si possa dire che tutte le informazioni necessarie si trovavano in fondo a un casellario chiuso a chiave che si trovava in un gabinetto inservibile sulla cui porta era stato affisso il cartello 'Attenti al leopardo'! Un altro emendamento ribadisce quella che a uno come me pareva un'ovvietà: se un'opera è di pubblico dominio, le sue riproduzioni fedeli complete o parziali, compresa la digitalizzazione, non possono essere soggette a diritto d'autore o diritti connessi. Dove ci sarebbe la creatività nel digitalizzare un'opera? Chiedetelo a Google, che ci si fa i soldi dando noccioline alle biblioteche che gli concedono il materiale.

Un'ultima postilla: tutti questi emendamenti che ho citato non sono trovate estemporanee di qualche eurodeputato che voleva il suo quarto d'ora di celebrità. Nel documento ufficiale le proposte – spesso peggiorative per gli utenti finali – della commissione JURI che erano state presentate in blocco a luglio sono quelli da 1 a 86, mentre le successive, tra cui quelle che ho raccontato, erano state votate a maggioranza spesso larga da altre commissioni Ue. Insomma, sono tutte opinioni di buon senso, al di là delle idee delle singole persone, e non voli pindarici. Non sarebbe stato bello che i media avessero anche parlato di queste cose, invece che appiattirsi sulla "erroneamente chiamata Link Tax"?

...

Su questo tema leggi anche:

I danni che la direttiva sul copyright farà alle nostre libertà e cosa possiamo fare per contrastarla (dove spieghiamo perché se una riforma del copyright è importante questa riforma è invece pericolosa per i diritti dei cittadini, e menzioniamo i pareri degli esperti contrari all’attuale testo).

Tornano le proteste dei cittadini contro la direttiva copyright: in pericolo i nostri diritti (dove rispondiamo alle critiche dell’industria dell’editoria e del copyright contro la posizione dei cittadini contrari all’attuale testo della direttiva).

La Commissione europea costretta a rivelare uno studio sulla pirateria tenuto nascosto

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Articolo di CopyBuzz (dove si spiega perché la direttiva copyright imporrà un sistema di filtraggio dei contenuti addirittura peggiore di quello americano).

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Se i filtri del copyright rimuovono anche Beethoven

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

La quinta sinfonia di Beethoven (voce su Wikipedia) fu composta tra il 1807 e l'inizio del 1808, e venne eseguita per la prima volta il 22 dicembre del 1808 al Theater an der Wien (Vienna). Le prime quattro note dell’opera sono famosissime nella cultura popolare, al punto da essere riprese in numerose altre opere. L’attacco della sinfonia è stato usato dalla famosa Radio Londra durante la seconda guerra mondiale. La sinfonia fu utilizzata anche per il film "V per Vendetta", riarrangiata in versione disco da Walter Murphy per il film "La febbre del sabato sera", e riadattata a cover della canzone di Robin Thicke con il titolo "When I Get You Alone".

Questo per rimarcare che si tratta di un’opera pacificamente nel pubblico dominio, cioè sulla quale non insistono più, e da tempo, diritti di autore. Un professore di teoria musicale tedesco, Ulrich Kaiser, decide quindi di utilizzare questa, ed altre opere, come materiale di studio per la sua classe. Ovviamente occorre anche considerare i diritti degli esecutori. In base alle leggi tedesche le registrazioni effettuate prima del 1963 sono entrate nel pubblico dominio (prima del 2013 i termini erano di 50 anni, poi portati a 70), per cui il professor Kaiser utilizza, nel rispetto delle norme, registrazioni precedenti al 1963 (qui l’articolo che illustra la vicenda, scritto direttamente dal professore).

La musica viene caricata sul sito del progetto, nel quale sono state inserite anche ampie note relative alla normativa sul diritto d’autore, e spiegazioni sul perché quelle opere sono nel pubblico dominio. Il primo video caricato su Youtube illustra il progetto, e in sottofondo si sentono alcune delle opere utilizzate, mentre il professore spiega.

Appena tre minuti dopo, il professore riceve una notifica di violazione del copyright, tramite il sistema di filtraggio dei contenuti, ContentID (qui un articolo che spiega cosa sono i sistemi di filtraggio automatizzati). Kaiser replica immediatamente, precisando che l’autore è morto da oltre 70 anni, l’opera è stata registrata nel 1962, e quindi è pacificamente nel pubblico dominio. Ma a questo punto, incuriosito, decide di fare un esperimento sul funzionamento di questi sistemi di verifica delle violazioni del copyright. Apre un nuovo account, Labeltest, al solo scopo di condividere ulteriori estratti di musica, selezionando solo musica nel pubblico dominio, tra le opere di Beethoven, Bartok, Schubert, Puccini e Wagner. Riceve delle segnalazioni di violazione del copyright per tutte queste opere.

Ad ogni segnalazione risponde precisando che: l’autore è morto da oltre 70 anni e si tratta di registrazioni antecedenti al 1963, quindi pacificamente nel pubblico dominio. Fa notare, altresì, che nessuna delle richieste di rimozione fornisce alcun elemento a supporto del diritto reclamato dal richiedente.

Cioé, per chiarire, con i sistemi di rimozione dei contenuti, il segnalante si limita ad affermare un diritto senza provarlo (cosa che potrebbe portare facilmente ad abusare del sistema di segnalazione), mentre chi immette il contenuto è colui il quale deve effettivamente provare di essere in regola col diritto (cosa piuttosto difficile se consideriamo che queste problematiche vengono sviscerate di solito in procedimenti giudiziari che durano anche anni). Insomma, si inverte l’onere della prova, rispetto a ciò che accadrebbe in un qualsiasi tribunale.

Un altro aspetto che il professore ci tiene a precisare è che la sua intenzione era di rilasciare i video con licenza gratuita e libera, così permettendo l’utilizzo a fini educativi per studenti anche ad altri, cosa che è lecita poiché su nessuno di essi insistono più diritti di autore. Ma non è stato possibile. Anche quando le repliche di Kaiser hanno ottenuto l’effetto di non rimuovere il video, comunque non è stato possibile inserire una licenza libera. Il sistema non la accettava.

Il professor Kaiser conclude che i sistemi di filtraggio

presentano notevoli difetti che possono portare alla riduzione delle risorse educative e culturali online”.

A questo punto occorre tenere presente che ContentId è il sistema di filtraggio dei contenuti più costoso, quello più testato e sicuramente uno dei migliori. Il fatto che tale sistema porti a frequenti errori nel riconoscimento delle opere, ma soprattutto il fatto che non sia un grado di distinguere tra un’opera soggetta a diritti ed una nel pubblico dominio, la dice lunga sull’utilità di tali strumenti. Eppure, al Parlamento è ancora in discussione un testo di riforma della direttiva copyright che, nonostante le ultime modifiche e i cosiddetti “compromessi”, nei fatti costringerà le piattaforme del web ad avere sistemi di filtraggio preventivo dei contenuti del tipo di ContentID. Pensate a quelle aziende che non si possono permettere di spendere 60 milioni (il costo di ContentID), che tipo di sistema di filtraggio finiranno per usare.

E non crediate che sia un caso unico. James Rhodes è un artista che ha eseguito un'opera di Bach nella sua casa, registrandola e immettendola online. Eppure riceve comunque un avviso di violazione del copyright. Copyright di chi? Bach è morto da oltre 300 anni e l'esecutore è lo stesso Rhodes.


Il 12 settembre si terrà il voto finale sulla riforma della direttiva copyright.

Leggi anche >> I danni che la direttiva sul copyright farà alle nostre libertà e cosa possiamo fare per contrastarla (dove spieghiamo perché se una riforma del copyright è importante questa riforma è invece pericolosa per i diritti dei cittadini, e menzioniamo i pareri degli esperti contrari all’attuale testo).

Leggi anche >> Tornano le proteste dei cittadini contro la direttiva copyright: in pericolo i nostri diritti (dove rispondiamo alle critiche dell’industria dell’editoria e del copyright contro la posizione dei cittadini contrari all’attuale testo della direttiva).

Leggi anche >> La Commissione europea costretta a rivelare uno studio sulla pirateria tenuto nascosto

Leggi anche >> Firma la petizione su Change.org → Stop the censorship-machinery! Save the Internet!

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Leggi anche >> Articolo di CopyBuzz (dove si spiega perché la direttiva copyright imporrà un sistema di filtraggio dei contenuti addirittura peggiore di quello americano).

Immagine in anteprima Joseph Karl Stieler [Public domain], via Wikimedia Commons

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Sgomberi e occupazioni tra tutela della proprietà privata e disagio abitativo. Le ragioni di un fenomeno complesso

[Tempo di lettura stimato: 22 minuti]

Gli sgomberi di Sesto San Giovanni e Roma (4 minuti)
La circolare di Salvini (4 minuti)
Occupazioni, immobili abbandonati, sfratti: cosa dicono i dati e cosa (non) è stato fatto finora (7 minuti)
Le ragioni di un fenomeno complesso (5 minuti)

«Quando sono arrivata a Roma 15 anni fa, l'occupazione era l'unica soluzione per me», racconta a Repubblica, Ayat, originaria del Marocco, da 15 anni in Italia. Ayat vive in un ex deposito dell'aeronautica militare all'inizio di via Ostiense, in via del Porto Fluviale, a Roma, occupato dal giugno 2003 da 200 nuclei familiari. Oggi sono una sessantina, provenienti da diverse aree del mondo, Nord-Africa, Sud-America, Europa Orientale. Ci sono anche italiani. «Abbiamo trasformato i magazzini in case - dice Danilo a Il Manifesto – il cortile in spazio pubblico aperto al quartiere. Vogliamo smettere di essere occupanti, vogliamo case pubbliche non di nostra proprietà dove paghiamo l’affitto sociale». Gli alloggi sono stati realizzati ai piani superiori, utilizzando materiali leggeri per i tramezzi, tutti hanno un bagno allacciato alla fognatura. Gli spazi al piano terra ospitano una sala da the, una ciclofficina, una sartoria, una cucina comune. Sui muri esterni, un murales dello street artist Blu, che per due anni ha vissuto nell'occupazione per portare a termine l'opera.

via Dinamo Press

Danilo spiega come tante persone provenienti da parti così diverse del mondo si siano conosciute risolvendo problemi concreti come "la separazione delle acque nere dalle acque chiare. Oppure il problema dell’elettricità e quello della prevenzione degli incendi. Le stanze, ricavate attraverso un'attenta pianificazione degli spazi, modificabile in base alla composizione dei nuclei familiari, sono il prodotto di un pensiero collettivo. A cominciare dalla scelta dei materiali, dallo studio della statica dell’edificio". «Quindici anni fa erano solo ex magazzini militari abbandonati. Ma oggi, tra laboratori per bambini e la sala da tè e una ciclofficina, possiamo dire che questo posto è una risorsa per tutto il quartiere e per la città intera. Una risorsa che abbiamo costruito insieme», dice Luca Fagiano, del Movimento per il Diritto all'Abitare, a Roma Today. «Stando insieme siamo molto cresciuti: ora abbiamo un forte spirito sociale e pensiamo che questo ex magazzino debba subire una trasformazione esemplare per tutto il quartiere», aggiunge al Corriere della Sera Roberto Suarez, 43enne peruviano, facchino d'albergo e studente di Sociologia all'università.

L'occupazione di via del Porto Fluviale è stata la prima tappa di R/Home Tour, un viaggio in pullman per Roma facendo sosta in alcune occupazioni romane, organizzato lo scorso luglio dai Blocchi precari metropolitani, dal Coordinamento cittadino di lotta per la casa, il neo-direttore del Macro e ideatore del Museo dell’Altro e dell’Altrove (Maam) nell’occupazione Metropoliz, Giorgio De Finis. Insieme a loro giornalisti, docenti universitari, artisti e il vicesindaco del Comune, Mario Bergamo.

Il tour ha toccato altre occupazioni che, dopo la circolare inviata alle Prefetture dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini per velocizzare gli sgomberi, rischiano di essere evacuate, come Spin Time (uno stabile ex sede dell'INPDAP e poi di proprietà di Bankitalia, occupato da Action dal 2012, presentato come esempio di auto-organizzazione alla Biennale dello Spazio Pubblico nel 2017 da studenti e ricercatori dell'Università di Roma Tre, coordinati dalla professoressa Chiara Tonelli) tra l'Esquilino e San Giovanni, e "il grande ghetto", un'ex fabbrica di penicillina su via Tiburtina, a san Basilio, alla cui inaugurazione nel 1950 fu invitato sir Alexander Fleming e dove vivono 500 persone provenienti da diverse parti del mondo. E con loro, il patrimonio di storie e di prassi politiche che portano con sé, come spiega a Il Manifesto Carlo Cellamare, professore di urbanistica alla Sapienza: «Dal lago della Snia Viscosa a Metropoliz, il ruolo dell’autorganizzazione è storico e importantissimo. È un patrimonio prodotto dalle lotte che producono più politica pubblica delle amministrazioni. Bisogna allearsi con queste forze sociali per ripensare la città. Non sono un pericolo pubblico da sgomberare per difendere il diritto di proprietà, ma un alleato per creare un nuovo diritto».

#urbanexperience nel #rhometour esplora le occupazioni a scopo abitativo di Porto Fluviale Occupato , #provincie...

Pubblicato da Carlo Infante su Domenica 8 luglio 2018

«Una soluzione ci deve essere per forza, per 15 anni di emergenza abitativa voi non avete risolto il problema, dovete pure buttare la gente fuori? No. Allora, facciamo una trattativa. Noi lasciamo il posto, ma voi cosa ci darete? Cosa fate per noi?» chiede Ayat. E queste sono le domande anche di altre persone incontrate lungo il tragitto occupazione per occupazione: Saliha, cittadina tunisina da 25 anni in Italia, approdata all'occupazione da parte dei Blocchi Precari Metropolitani (Bpm) di una sede dell’Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell'Amministrazione Pubblica (INPDAP) in viale delle Province, rimasto vuoto per dieci anni fino al 2002; Anna, commerciante italiana finita all'occupazione di Casal Boccone, una ex residenza geriatrica, dopo aver perso il lavoro; Hassan, rifugiato sudanese, giunto a Metropoliz, ex salumificio Fiorucci sulla via Prenestina, ceduto nel 2003 alla famiglia Salini per quasi 7 milioni di euro per farci un maxi-condominio e occupato, cadente, nel 2009, mentre i lavori erano fermi in attesa della variante al piano regolatore giunta dieci anni dopo, il 20 marzo 2013. Per l'occupazione di Metropoliz, che ospita il MAAM (il Museo dell'Altro e dell'Altrove), lo Stato e il ministero dell'Interno sono stati chiamati a risarcire i proprietari per quasi 28 milioni di euro.

«Il diritto alla casa non è rivendicabile davanti a un giudice, a differenza del diritto di proprietà, e noi da questo non possiamo prescindere», aveva dichiarato in un'intervista al Corriere della Sera l'ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Eugenio Albamonte subito dopo lo sgombero di via Curtatone a Roma lo scorso anno. In una recente intervista a Repubblica, l'assessore alle Politiche sociali della giunta Raggi, Laura Baldassare, ha però proposto una «terza via agli sgomberi. Speriamo di poter liberare gli immobili con azioni soft e non cruente. La nostra filosofia non è l'uso della forza, ma il dialogo e la negoziazione. Gli interessi dei privati, proprietari dei palazzi occupati, e i diritti umani di chi li abita vanno entrambi tutelati».

Intanto, però, subito dopo la circolare Salvini, ci sono stati i primi due sgomberi in tre giorni, uno a Sesto San Giovanni, l'altro a Roma.

Gli sgomberi di Sesto San Giovanni e Roma

[4 minuti]

Il 4 settembre, all'alba, a Sesto San Giovanni, decine di agenti e militari si sono presentati in piazza Don Mapelli per sgomberare l'ex sede dell'Alitalia occupata pochi giorni prima da 200 persone del residence sociale "Aldo dice 26x1". Al momento dello sgombero erano presenti nel palazzo alcune decine di persone, tra cui altri 25 bambini. Poco dopo sono arrivati anche altri attivisti del collettivo provenienti dalla sede di via Oglio.

Via Oglio 8, a Milano, è stata fino a sabato 1 settembre, per oltre un anno e mezzo, la sede del residence sociale "Aldo dice 26x1" che dal 2014 a Milano si occupa di persone in emergenza abitativa e, scrive Francesco Floris su Redattore Sociale, secondo l'ultimo censimento condotto ad agosto, ospita quasi 60 nuclei familiari (184 persone fra italiani e stranieri, 72 bambini). Da un anno e mezzo, infatti, il residence sociale aveva preso possesso nel sud-est della città di uno studentato mai finito di costruire a causa del fallimento del consorzio di cooperative "Virgilio" che stava effettuando i lavori all'interno. Ad agosto è stato comunicato loro di lasciare lo stabile entro il 6 settembre perché la società A2A, partecipata del Comune che a Milano distribuisce gas ed energia elettrica, avrebbe tagliato la fornitura, dopo che una cordata di tre imprenditori lo aveva acquistato all'asta per 3,5 milioni di euro per farne, sembra, una casa dello studente a prezzi calmierati per gli universitari fuori sede di Milano. Gli occupanti hanno scelto di andarsene spontaneamente, avviando però una trattativa con il Comune per uno "sgombero soft" e deciso di occupare l'ex palazzo dell'Alitalia, a Sesto San Giovanni, dove erano già stati nel 2016, prima di essere mandati via perché si disse che la proprietà aveva un piano di riqualificazione, poi mai attuato.

Lo sgombero è arrivato dopo che il sindaco di Sesto, Roberto di Stefano, di Forza Italia, sabato scorso aveva chiesto l'intervento del ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Dopo l'evacuazione, di Stefano ha ringraziato su Facebook Prefetto, Questore e forze dell'ordine "per la rapidità con cui hanno applicato la nuova circolare del Ministro Salvini. Sicurezza e legalità sono la priorità per la nostra amministrazione".

Una coordinatrice di "Aldo dice 26x1", Laura Boy, si è detta sorpresa dello sgombero: «La trattativa con il Comune è in corso, ma per ora si è provveduto a cercare una sistemazione solo per le famiglie con fragilità, che sono solo un terzo del totale. Noi invece vogliamo trovare un tetto per tutti».

Il giorno dopo le famiglie del residence sociale hanno occupato la torre di via Stephenson, uno dei palazzi di Ligresti, alla periferia nord-ovest di Milano. L'area era interessata dalla realizzazione di un centro direzionale con torri residenziali e uffici, ma il progetto non è mai stato portato a termine. La terza torre, costruita alla fine degli anni Ottanta, come altri edifici della zona, è rimasta vuota e abbandonata. Il 6 settembre, il collettivo di occupanti ha consegnato simbolicamente le chiavi alla consigliera del municipio 4, Rossella Traversa, in modo da consentire alla nuova proprietà di entrare nell’edificio ed iniziare i lavori.

Quelli di Aldo oggi lasciano formalmente via Oglio 8. Hanno voluto consegnare a me (come consigliera di centrosinistra...

Pubblicato da Rossella Traversa su Giovedì 6 settembre 2018

Tre giorni dopo, a Roma, uomini e mezzi delle forze dell'ordine e della polizia locale del Campidoglio si sono presentati in via Raffaele Costi, alla periferia est, per evacuare un palazzo occupato da circa 5 anni da un centinaio di persone rom e nigeriane. Tra loro anche una trentina di bambini e alcuni anziani.

Quando si sono presentate le forze dell'ordine, all'interno del palazzo c'erano 40 persone, trasferite con due pullman in Questura per essere identificate. Una buona parte degli occupanti aveva già lasciato spontaneamente lo stabile mentre i servizi sociali del Campidoglio si sono attivati per proporre soluzioni abitative alternative alle persone con fragilità.

«Sono entrati alle 8 del mattino spaccando le porte e non dandoci neanche il tempo di prendere le nostre cose. Non hanno pietà per nessuno, neanche per i nostri bambini. Come faranno ora ad andare a scuola?», racconta uno degli occupanti a Repubblica. «Hanno offerto una sistemazione solo a donne e minori, ma non vogliamo separarci. Preferiamo vivere in strada ma insieme. Ci trattano come cani, ma noi siamo persone non animali». «Io rimango qui perché non so dove andare, metterò un materasso qui sul prato per dormire», spiega un altro occupante di origine irachene da 3 anni nel palazzo sgomberato con sua moglie e le sue due figlie. «Abbiamo rifiutato - aggiunge - la sistemazione in casa famiglia, che è stata offerta a donne e bambini, perché non ci vogliamo separare».

Lo sgombero è stato ordinato dalla Procura in seguito a una denuncia per occupazione abusiva di un immobile di proprietà privata. L'area sarà bonificata mentre il proprietario dello stabile dovrà occuparsi della vigilanza dell'edificio per evitare che venga occupato nuovamente. Il palazzo di via Costi, al centro di una vicenda giudiziaria per finti permessi, si trova all'interno di una zona di capannoni industriali ed era valutato il più a rischio per le precarie condizioni igienico sanitarie, spiega ancora Repubblica. Lo stabile era circondato da una discarica. Lo scorso anno quei rifiuti avevano preso fuoco danneggiando l'immobile occupato. La polizia era intervenuta per mettere sotto sequestro il palazzo intimando agli occupanti di non rientrarvi. Per due giorni e due notti, racconta Federica Borlizzi dell'Associazione Alterego, le persone hanno dormito per strada per poi decidere di rioccupare il palazzo.

Dopo quell'episodio gli abitanti dello stabile avevano scritto una lettera alla sindaca Virginia Raggi chiedendole un confronto per trovare possibili soluzioni, ma non è arrivata mai nessuna risposta. Fino allo sgombero di ieri.

PUBBLICHIAMO NUOVAMENTE LA LETTERA DEGLI OCCUPANTI DI VIA RAFFAELE COSTI (AL MOMENTO SOTTO SGOMBERO) ALLA SINDACA...

Pubblicato da Alterego - Fabbrica dei diritti su Venerdì 7 settembre 2018

La circolare di Salvini 

[4 minuti]

Il primo settembre il Ministero dell'Interno ha pubblicato una circolare sull'occupazione arbitraria degli immobili con l'obiettivo di rendere più tempestivi gli sgomberi, le cui procedure, si legge nel testo, sono ora troppo farraginose e inefficaci rispetto al perpetuarsi di occupazioni abusive di lunga data e anche più recenti. In altre parole, secondo il Viminale, le azioni intraprese finora non sono efficaci ("se non rispetto alle misure di natura preventiva rivolte a evitare nuove occupazioni") e hanno esposto lo Stato a cospicui risarcimenti per la mancata tutela del diritto della proprietà, come lo scorso luglio, quando il Tribunale di Roma (sentenza 17319/2018) ha condannato il Ministero dell'Interno e la Presidenza del Consiglio dei Ministri a risarcire 28 milioni di euro la proprietà di un immobile occupato abusivamente dal 2009 (ndr l'ex stabilimento Fiorucci a Roma, come scritto in precedenza).

Per poter procedere agli sgomberi i Prefetti dovranno essere a conoscenza della situazione degli immobili, del loro stato e di chi li sta occupando. Per questo, i Servizi Sociali dei Comuni dovranno – anche in poco tempo – provvedere al censimento degli occupanti, in modo tale da poterli identificare, definirne il nucleo familiare e il reddito e accertarne le condizioni di regolarità e permanenza in Italia. Chi si troverà in condizioni di fragilità – cioè "privo della possibilità di soddisfare, autonomamente o attraverso il sostegno dei loro parenti, le prioritarie esigenze conseguenti alla loro condizione" – potrà avere diritto a una sistemazione alternativa. Gli altri, subito dopo lo sgombero, saranno spostati in strutture provvisorie di accoglienza "per il tempo strettamente necessario all'individuazione da parte loro di soluzioni alloggiative alternative" [ndr, corsivo nostro]. Solo dopo lo sgombero, si cercherà una soluzione e l'avvio di percorsi di inclusione sociali per quegli occupanti che sono stati ritenuti in una situazione di fragilità. Le soluzioni individuate dai Comuni non saranno negoziabili.

La circolare modifica le modalità esecutive degli sgomberi (definite nell’art. 11 del decreto legge n.14 del 2017 sulle "Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città", convertito nella legge n. 48 del 18 aprile 2017), indicate in un'altra circolare diffusa più o meno un anno fa dall'allora ministro dell'Interno Marco Minniti, subito dopo lo sgombero di via Curtatone a Roma.

Rispetto alla circolare di Minniti, che prevedeva una mappatura degli immobili pubblici e privati inutilizzati in Italia e un piano nazionale per il riuso a fini abitativi, curati dall'ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), Conferenza delle Regioni e Agenzia dei beni confiscati alle mafie, e che prima degli sgomberi fossero individuate soluzioni abitative alternative per chi ne aveva diritto, quella di Salvini mira a velocizzare le procedure di sgombero rinviando, come già detto, solo in un secondo momento, l'individuazione di alloggi per chi si trova in situazioni di fragilità. Questo intervento, conclude infatti la circolare, si rende necessario per far sì che si eseguano gli sgomberi con "la dovuta tempestività, rinviando alla fase successiva ogni valutazione in merito alla tutela delle altre istanze". In sintesi, prima si sgombera, poi si vede.

Le critiche di ANCI, sindacati e assistenti sociali alla circolare

La circolare ha immediatamente suscitato le critiche di alcuni partiti di opposizione, del presidente dell'ANCI, Antonio Decaro, dei sindacati degli inquilini e degli assistenti sociali.

In un tweet, il presidente del Pd, Matteo Orfini, ha definito una follia la nuova direttiva sugli sgomberi, senza prevedere soluzioni alternative, mentre il deputato di LeU, Stefano Fassina, ha sottolineato come "chi occupa illegalmente lo fa per disperazione: sono 50enni buttati fuori dal lavoro, morosi incolpevoli; sono giovani coppie con figli e lavori precari e sottopagati; sono persone senza alternative". Sempre su Twitter, la replica di Salvini, che ha ribadito un concetto già espresso lo scorso 26 luglio rispondendo a un'interrogazione parlamentare in Senato: «Quello che muoverà la mia attività di Ministro è il fatto che la proprietà privata è un diritto intangibile e su questo lavoreremo anche con alcune modifiche normative alle quali stanno lavorando i miei uffici».

«Non c’è dubbio che la proprietà privata debba essere tutelata, ma accanto a questo diritto esiste quello altrettanto importante di avere una casa civile e con un affitto sostenibile in cui vivere. Su come rispettare questo diritto ad oggi non c’è alcun segnale da parte del Governo», ha commentato Daniele Barbieri, segretario del SUNIA (Sindacato Unitario Nazionale Inquilini ed Assegnatari). «Dove sono le soluzioni alloggiative richiamate dalla circolare per sistemare le fragilità che dovrebbero essere sgomberate dalle occupazioni degli stabili privati? Quali sono le politiche abitative che il Governo intende adottare per allentare il disagio abitativo presente nel paese», dove ogni anno «si eseguono mediamente oltre 30.000 sfratti, per la stragrande maggioranza causati dalla morosità» e «nei prossimi tre anni si stimano altre 200.000 sentenze di sfratto per morosità», e «nelle graduatorie per le case popolari ci sono oltre 600.000 famiglie in attesa da anni di un alloggio il cui affitto sia compatibile con il proprio reddito»?

Perplesso anche Gianmario Gazzi, presidente del Consiglio nazionale degli assistenti sociali, secondo il quale "il testo della circolare presenta forti e numerose criticità per il merito e il metodo con cui è stata resa nota". Nel metodo, è stata divulgata "senza consultare – come sarebbe stato doverosamente opportuno - gli attori istituzionali che operano professionalmente in materia di sgomberi". Nel merito, "assegna ai Servizi sociali dei Comuni, e quindi alla figura professionale dell'assistente sociale, un ruolo che molto si avvicina a quello dell'agente di pubblica sicurezza, elemento questo del tutto incompatibile con i principi della professione e del codice deontologico". Inoltre, "non si comprende quali siano le risorse ulteriori messe a disposizione delle comunità locali per rispondere alle esigenze delle persone vulnerabili e i minorenni coinvolti in queste situazioni”. Per questo, Gazzi ha aggiunto di voler coinvolgere il Garante nazionale infanzia e adolescenza e l’ANCI.

In un comunicato ufficiale l'Unione Inquilini ha definito "socialmente aberrante" il provvedimento, "una polpetta avvelenata per Regioni e Comuni", che dovranno farsi carico dei censimenti, di dare assistenza alle famiglie e individuare da soli quali saranno i soggetti ritenuti fragili. In risposta alla circolare, il sindacato suggerisce ai Comuni di incrementare l'offerta di alloggi a canone sociale e propone all'ANCI e alla Conferenza delle Regioni di chiedere una sospensiva della circolare.

«Una circolare non può superare una norma. Se vogliono, devono fare un’altra legge o un decreto: questa è la terza circolare che riguarda i Comuni nel giro di poco tempo, ci aspettiamo almeno di essere sentiti. Il Viminale si dovrebbe occupare di questioni che riguardano il Viminale e non di questioni che competono all'autonomia dei Comuni», ha commentato proprio il presidente dell'ANCI, Antonio Decaro, facendo riferimento al decreto legge 14 dello scorso anno che regola l’esecuzione degli sgomberi. «C'è un decreto che prevede concertazione nell'ambito del comitato metropolitano per la sicurezza urbana nel quale si fa pianificazione degli sgomberi tra Prefettura, Comune, Regione e Forze dell'ordine individuando soluzioni alternative. La circolare, superando la normativa, dice che il Prefetto sgombera e poi il Comune pensa a una soluzione alternativa e ciò significa dover lavorare sull'emergenza». Il rischio, ha aggiunto Decaro, è che possano generarsi situazioni simili a quello dello sgombero in via Curtatone a Roma.

Occupazioni, immobili abbandonati, sfratti: cosa dicono i dati e cosa (non) è stato fatto finora

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Come detto, la circolare Minniti prevedeva la creazione di una cabina di regia per la mappatura degli immobili pubblici e privati inutilizzati in Italia e un piano nazionale per il riuso a fini abitativi. Della mappatura, ad oggi, non c'è nessuna notizia, scrive Sara Gainsforth su Dinamo Press. Questo non ha impedito, tuttavia, ad alcuni Comuni di iniziare a muoversi, come accaduto a Roma, ad esempio, dove, scrive ancora Gainsforth, il 20 ottobre 2017 Comitato Metropolitano di Roma (Comune e Prefettura) ha elaborato un protocollo operativo per procedere allo sgombero di 90 stabili occupati (64 con destinazione abitativa e 26 destinati a centri sociali o studentati), 53 di proprietà di enti pubblica e 31 di privati. Nel corso dell'estate, sempre a Roma, sono partiti i "censimenti delle criticità".

Latitano anche ricognizioni su scala nazionale che consentano di avere un quadro ben definito del numero di occupazioni abitative, di chi occupa e delle condizioni sia degli stabili che degli occupanti. I dati sono rarefatti e, molto spesso, sono raccolti dai movimenti per la casa o da gruppi di ricerca accademici che si attivano su scala locale. Sempre a Roma, ad esempio, il Laboratorio di Progettazione Architettonica e Urbana del corso di laurea magistrale in Architettura – Progettazione Urbana dell’Università di Roma Tre, guidato dai ricercatori Francesco Careri e Fabrizio Finucci, ha avviato un progetto di mappatura del patrimonio immobiliare romano dismesso ed elaborato 11 progetti sperimentali in altrettanti edifici in disuso:

Durante la conferenza internazionale "City and Self-Organization", tenutasi a Roma nel dicembre 2017, Chiara Cacciotti e Luca Brignone hanno presentato una mappa delle esperienze di autorganizzazione a Romana, "per meglio comprendere l’utilizzo dello spazio, la portata e i significati del fenomeno".

Self-Organization in Rome: a map – Chiara Cacciotti, Luca Brignone

Nel loro complesso, le analisi statistiche a disposizione restituiscono un quadro che presenta, da un lato, una fascia importante di famiglie che vive in una situazione di disagio abitativo (come mostrato dal numero di persone che non riescono a sostenere i canoni di affitto e da quello degli sfratti, che seppure in calo rispetto agli anni precedenti, per il 90% sono dovuti a morosità incolpevole, cioè per incapacità a pagare l'affitto per diminuzione del proprio reddito) e, dall'altro, soluzioni inadeguate (basti pensare al numero delle case popolari, appena un terzo rispetto alle persone in disagio abitativo, alla presenza di circa 2,7 milioni di case vuote o in disuso perché in cattive condizioni o destinate a casa vacanze o seconda o terza casa). Negli anni scorsi il governo italiano ha creato un fondo immobiliare integrato (FIA) dedicato agli investimenti nell'edilizia popolare, la versione italiana del social housing, ma al momento questo fondo è poco utilizzato. Il FIA investe in fondi immobiliari locali per realizzare case a costi accessibili, destinate alle famiglie troppo ricche per avere diritto alle assegnazioni delle case popolari e troppo povere per accedere alle casa sul mercato immobiliare. Una formula che, però, scrive Rita Querzé sul Corriere della Sera, va registrata.

I dati Federcasa sulle case popolari

Lo scorso febbraio Federcasa, la federazione che associa 114 enti che si occupano di gestione del patrimonio di Edilizia di Residenza Popolare (ERP), ha mostrato alcuni dati sul disagio abitativo. Secondo le stime di Nomisma, l'ente di ricerca al quale la federazione ha affidato l'indagine, 1,7 milioni di famiglie in Italia hanno difficoltà a sostenere i canoni di affitto sul libero mercato (pari al 41,8% delle oltre 4 milioni di famiglie che vivono in affitto). Praticamente il doppio delle abitazioni di edilizia residenziale popolare esistenti, di poco superiori a 850mila. E le 700mila famiglie che abitano in una casa popolare sono appena 1/3 di quelle che si trovano in condizione di disagio abitativo.

Numeri che rispecchiano quanto emerso da una precedente ricerca del 2016 di Nomisma sempre per Federcasa. Le famiglie che versano oggi in una condizione di disagio abitativo, spiega il rapporto, "corrono un concreto rischio di scivolamento verso forme di morosità e di possibile marginalizzazione sociale". E le risposte pubbliche "sono state fino qui complessivamente inadeguate". La dotazione di edilizia pubblica è, infatti, del tutto insufficiente.

via Nomisma Federcasa

Le famiglie che vivono in una casa popolare risultano essere soprattutto italiane (circa l'88%), formate da persone sole o da due componenti, con un'età tendenzialmente alta (il 28,3% supera i 75 anni, il 19,6% è compreso tra 65 e 75 anni) e il reddito molto basso (il 44,4% guadagna in un anno meno di 10mila euro), e tendono a stabilizzarsi nelle case popolari per molto tempo: il 49% vive lì da oltre 20 anni, il 28% da oltre 30. Quasi il 40% delle richieste inevase riguarda nuclei familiari stranieri, il 34,5% famiglie con più di un componente, il 31,6% nuclei non anziani.

L'86% degli alloggi risultava regolarmente assegnato su tutto il territorio nazionale, il 14% era sfitto o occupato abusivamente. In particolare, secondo uno studio sempre di Federcasa del 2015, fino al 2013 risultava occupato abusivamente il 5,9% del totale degli alloggi di edilizia residenziale pubblica. I dati, però, segnalano un'Italia divisa in due: il Nord con percentuali sotto il 2% e il Centro e il Sud sopra il 9%, anche se tra il 2003 e il 2013 c'è stato un incremento del 300% del numero di alloggi ERP al nord.

Ad alimentare l'occupazione delle case popolari è un vero e proprio commercio informale dello sfitto, scrivono Emanuele Belotti (dottorando in Urban Studies al Gran Sasso Science Institute) e Sandra Annunziata (docente a contratto di Urbanistica all'Università di Roma Tre) nel saggio "Governare l'abitare informale. Considerazioni a partire dai casi di Milano e di Roma" (Il Mulino). A Milano, secondo quanto appurato dalla Magistratura, oltre 10mila alloggi rimasti sfitti, in assenza delle risorse necessarie per la manutenzione, sono stati "aperti" e ceduti dietro tariffe di accesso da parte di gruppi informali dediti a questo "racket" a Quarto Oggiaro, Niguarda e San Siro. Spesso, in questi casi, la posizione degli occupanti viene regolarizzata attraverso periodiche sanatorie a livello regionale che, concludono i due ricercatori, finiscono involontariamente con l'incentivare questa prassi di occupazione.

Case vuote o sfitte. Il censimento dell'Istat

Risale al 2014, invece, il XV censimento generale delle popolazioni e delle abitazioni pubblicato dall'Istat. Tra il 2001 e il 2011 si è registrato un incremento del 13,1% degli edifici costruiti in Italia, pari a circa 14,5 milioni. Le abitazioni censite sono 31 milioni, di queste il 77,3% (poco più di 24 milioni) sono occupate da almeno una persona residente, il 22,7% (oltre 7 milioni) sono vuote o occupate da persone non residenti. La percentuale più elevata di abitazioni non occupate da persone residenti si trova in Valle d'Aosta (50,1%), Calabria (38,8%) e Provincia autonoma di Trento (37,1%). In gran parte si tratta di case vacanze o di seconde case di proprietà.

Il fenomeno delle case vuote o sfitte riguarda tutta l'Europa. Secondo un'inchiesta pubblicata dal Guardian nel 2014, ci sarebbero in Europa 11 milioni di case vuote, un numero più che sufficiente, commentava il quotidiano britannico, per ospitare i circa 4,1 milioni di senza tetto in Europa stimati dall'Unione europea (in Italia, secondo uno studio della Fondazione Abbé Pierre e della FEANTSA, la federazione europea delle organizzazioni nazionali che lavorano con gli homeless, ci sarebbero più di 50mila senza dimora in 158 città italiane: 12mila a Milano, quasi 8mila a Roma e quasi 3mila a Palermo). Stando ai dati raccolti dai principali istituti statistici nazionali, in Spagna all'epoca si contavano più di 3,4 milioni di abitazioni vuote, in Francia 2 milioni, in Germania 1,8 milioni, nel Regno Unito sono 700mila, in Italia 2,7 milioni. Stima, successivamente confermata dall'Istat al Sole 24 Ore, che all'epoca registrava la presenza di 2,4 milioni di seconde o terze case a disposizione (vuote, sfitte o comunque in disuso) e 400mila unità residenziali di nuova costruzione o in corso di costruzione.

Secondo il rapporto di Legambiente "Ecosistema Urbano 2017", pubblicato lo scorso ottobre, il fenomeno delle case vuote ha proporzioni clamorose a Roma (dove ci sono oltre 120mila abitazioni non occupate), a Palermo (40mila case senza inquilini) e, in generale, nelle grandi città come Milano, Torino e Genova, dove ci sono in media tra i 30mila e i 40mila appartamenti deserti. Se si osservano i dati sulle case vuote in relazione al totale delle abitazioni presenti nei singoli Comuni la situazione in alcuni casi è sorprendente, come a Ravenna e Reggio Calabria, dove tra un quarto e un terzo delle abitazioni sono senza inquilini.

Proprio a Palermo, dove oltre a 40mila case vuote, ci sono 35mila famiglie sotto la soglia di povertà (126mila cittadini, pari al 18% della popolazione), estromesse dal libero mercato della casa e anche dalle case popolari (già assegnate oppure occupate da non aventi diritto ed eredi di vecchi assegnatari deceduti), il sindacato inquilini, i proprietari di casa e gli agenti immobiliari si sono stretti in un sodalizio per studiare interventi mirati e dare una risposta ai nuclei familiari sfrattati e senza alcun alloggio che vivono in auto o all’addiaccio. L'obiettivo è "raggiungere il pieno utilizzo degli alloggi disponibili e la ristrutturazione di interi isolati abbandonati o pericolanti nel centro storico" e sfruttare la normativa sul social housing per facilitare l’accesso alla proprietà o alla locazione di abitazioni alle famiglie a basso reddito, alle giovani coppie a basso o monoreddito, agli anziani e gli immigrati regolari".

I dati del Ministero dell'Interno sugli sfratti

A questi dati si aggiungono poi quelli relativi agli sfratti, quasi 60mila lo scorso anno. A giugno 2018 il Ministero dell'Interno ha pubblicato i dati relativi al 2017. Dal documento emergono tre aspetti:

  • Su scala nazionale, nel 2017 i provvedimenti di sfratto sono calati del 6% rispetto al 2016. Ma guardando regione per regione, i dati raccontano altro. La geografia degli sfratti mostra, infatti, due tendenze opposte: flessioni anche cospicue al nord (-28% in Piemonte, -14% in Lombardia), esplosioni al sud, con un incremento dell'80% in Abruzzo, del 50% in Molise, del 47% in Sicilia, del 30% in Basilicata. Unica eccezione la Puglia, che ha visto un calo del 5%, ma con casi critici al suo interno, come la provincia di Lecce, con 2200 sfratti (il 6% in più rispetto all'anno precedente), quasi 6 al giorno: «Una bomba sociale», ha dichiarato il segretario provinciale del Sicet (Sindacato Inquilini Casa e Territorio), Alessandro Monosi.
  • Il 90% degli sfratti è stato causato da morosità e morosità incolpevole (ossia l'impossibilità di pagare l'affitto per perdita del lavoro, grave malattia invalidante o altre circostanze indipendenti dalla volontà dell'inquilino). A Trieste, ad esempio, riporta Il Piccolo, c'è stato un incremento di sfratti esecutivi per affitti non pagati. Il fenomeno riguarda sia italiani che stranieri, sia il privato che il pubblico. Persino l'Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale, ha dovuto, suo malgrado, sfrattare per morosità.
  • Gli sfratti riguardano soprattutto la provincia italiana e i centri medio-piccoli e non le grandi città o i capoluoghi, come si potrebbe pensare. Sotto questo aspetto, Roma costituisce uno dei casi sporadici in controtendenza con 4754 nuovi sfratti rispetto ai 1361 della provincia.

Tuttavia, spiegano i ricercatori Emanuele Belotti e Sandra Annunziata, va precisato che l'Italia è il paese dell'Unione europea con i procedimenti di sfratto più lunghi. Questo, da un lato, ha consentito una permanenza delle famiglie in alloggi di proprietà privata nonostante non riuscissero a pagare più l'affitto, dall'altro, però, ha scaricato sui proprietari i costi (fiscali e non) delle morosità.

Le ragioni di un fenomeno complesso

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La tutela del diritto alla proprietà privata, i risarcimenti che lo Stato è stato costretto a pagare come accaduto diverse volte nel recente passato, le esigenze di chi occupa e di chi spesso si trova in situazioni di emergenza abitativa o di impossibilità ad accedere alle case popolari o a forme di edilizia agevolata o convenzionata. Le occupazioni chiamano in causa diverse istanze e rimandano alle questioni più ampie di come le città si stanno sviluppando e delle politiche dell'abitare. Come gestirle? Sono spazi tolti alla città dove gli occupanti fanno attività commerciali senza pagare, come sostenuto da alcuni, o soluzione informale all'emergenza abitativa, come affermano altri?

Quello delle occupazioni, spiega su Eticaeconomia Piero Vereni, antropologo dell'Università di Roma Tor Vergata, è un fenomeno complesso nella cui percezione si sovrappongono più aspetti. Le occupazioni possono essere definite in base alla proprietà dell'edificio (pubblica o privata), alla sua funzione originaria (abitazione o altro uso), alla sua finalità principale (centro sociale di servizi o uso abitativo). Ogni tipologia ha qualità peculiari e "fa eticamente differenza occupare appartamenti sfitti di proprietà pubblica per assegnarli informalmente a famiglie in emergenza abitativa, oppure occupare una ex scuola di proprietà privata per farci una palestra popolare o una galleria d’arte ad uso delle periferie". A questo poi si aggiunge la coloritura politica dell'atto stesso di occupare, che affonda le radici nella storia delle lotte per la casa, quando fin dai primi anni Sessanta "la casa" era riconosciuta "come lo spazio di un diritto primario" e le forme di lotta erano identificate "come atti politici, anche quando comportano pratiche illegali come effrazioni e occupazioni". L'atto di occupazione, scrivono Pierpaolo Mudu (geografo alla University of Washington – Tacoma) e Andrea Aureli (docente di antropologia culturale alla St. John's University di Roma) in un numero speciale degli Annali del Dipartimento di Metodi e Modelli per l’Economia, il Territorio e la Finanza della Sapienza Università di Roma, "sposta l'attenzione da soggetti di diritto a soggetti che si mettono al di fuori del sistema legale, nel momento in cui reclamano uno spazio preciso e rovesciano i meccanismi di appropriazione delle terre e delle case".

In queste lotte, si sono consolidati comitati, coordinamenti e associazioni che organizzano e gestiscono le occupazioni, fino a diventare interlocutori diretti dei rappresentanti ufficiali delle istituzioni e a essere riconosciuti come soggetti politici. Attraverso forme di pressione e negoziazione con le istituzioni, aggiungono Emanuele Belotti e Sandra Annunziata nel loro saggio sulle occupazioni abusive a partire dai casi di Roma e Milano, i movimenti per il diritto all’abitare mirano a “stabilizzare” le occupazioni, in vista di una risoluzione della condizione informale che si può concludere con il rilascio dello stabile e l'assegnazione di una casa popolare agli occupanti in possesso dei requisiti e la regolarizzazione dell'occupazione attraverso pratiche di auto-recupero degli stabili. A Roma, queste prassi sono state possibili grazie a un lavoro continuo di negoziazione che ha portato anche alla realizzazione di documenti e protocolli come il Protocollo per l’Emergenza Abitativa del 1999 che prevedeva 170 miliardi di lire per gli acquisti di nuove case popolari e finanziamenti per altri sei progetti di auto-recupero e altri interventi in alcune periferie romane, la Deliberazione Programmatica sulle Politiche Abitative e sull’Emergenza Abitativa del 2005 che sblocca fondi e risorse per un piano di edilizia pubblica, convenzionata e sovvenzionata, il Piano Straordinario per l’Emergenza Abitativa del 2014.

I movimenti legati alle occupazioni (che da Cremona a Napoli, passando per Roma, Bologna, Genova e Milano, sono riusciti a darsi anche un coordinamento a livello nazionale sotto la sigla “Abitare nella crisi”), aggiungono Mudu e Aureli, "si sono resi protagonisti di centinaia di occupazioni di spazi abbandonati, coagulando uno stato di necessità esistente e agendo su tutta la rappresentazione sociale che ruota attorno alla casa (e alla sua occupazione)".

Il sistema delle occupazioni a scopo abitativo, spiega ancora Vereni, si è connotato così nel tempo "come una forma alternativa di servizio di welfare, e come tale viene sempre più riconosciuto". Negli anni, questo fenomeno è mutato sia dal punto di vista politico che sociale. La sua specificità politica, "storicamente della sinistra extraparlamentare, è oggi riconoscibile anche con un suo filone neo-fascista" (come mostra, ad esempio, l'occupazione di un edificio pubblico di CasaPound a Roma), mentre l'utenza delle occupazioni si è allargata anche agli immigrati e a famiglie della piccola borghesia impoverita dalla crisi: "nelle occupazioni attuali è quindi facile convivano sotto una dirigenza strettamente politica ceti medi e proletariato urbano, italiani e non italiani, mischiando lingue, religioni, prospettive sociali e posizionamenti politici".

La risposta politica istituzionale e la rappresentazione mediatica, conclude l'antropologo, tendono però a ridurre la complessità della nuova composizione delle occupazioni (stranieri in bilico sociale, giovani in incipiente fase di ri-proletarizzazione, sotto-occupati cronici, disoccupati di primo pelo, anziani espulsi dal welfare, immigrati alla disperata ricerca di qualcosa che somigli a una normalità abitativa, madri single di diversa estrazione nazionale) a un "soggetto abusivo" indistinto che occupa alloggi pubblici a discapito dei legittimi assegnatari o invade proprietà private, "senza tener conto delle motivazioni, della storia, dell’urgenza, del tipo di immobile occupato, della proprietà dello stesso, del suo stato di conservazione, (...) del grado di violenza con cui l’occupazione ha avuto luogo, se limita un diritto altrui o se l’occupazione, paradossalmente, sia di fatto un’azione di riqualificazione territoriale". L’appiattimento del discorso pubblico su retoriche di tipo “legalitario” finisce con il trattare come un'emergenza di ordine pubblico le questioni sull'abitare che le occupazioni sollevano.

In un'intervista al Guardian, Leilani Farha, relatrice speciale delle Nazioni Unite sull'abitare, ha specificato che «la casa dovrebbe essere vista come un diritto umano. Non come una merce». Negli ultimi anni, prosegue Farha, i capitali globali non regolamentati hanno contemporaneamente distorto i mercati immobiliari in tutto il mondo, aumentando i prezzi e le rendite a un livello tale da escludere ed espellere le famiglie povere e a medio reddito dalle loro prime abitazioni – e creato una condizione di precarietà abitativa senza precedenti. A Melbourne, in Australia, si legge in un rapporto dell'Onu del 2017, un'unità su cinque di proprietà è vuota, a Kensington, Londra, una posizione privilegiata per i ricchi investitori, il numero di case libere è aumentato del 40% tra il 2013 e il 2014. "Il ​​valore degli alloggi non è più basato sul loro uso sociale", afferma il rapporto. "Le proprietà hanno ugualmente valore indipendentemente dal fatto che siano vuote o occupate. Quindi non c'è alcuna pressione per garantire che le proprietà siano vissute. Sono costruite con l'intenzione di accumulare valore, mentre, allo stesso tempo, il problema dei senzatetto rimane persistente".

Cosa fare, dunque? In un commento scritto a quattro mani sul Guardian, i sindaci di Barcellona e di Londra, Ada Colau e Sadiq Khan, sottolineano come la questione della casa e dell'abitare siano centrali affinché le persone possano pienamente partecipare alla vita di una città ed essere parte attiva di una comunità. "Le città – scrivono i due sindaci – non sono semplicemente una collezione di edifici, strade e piazze. Sono anche la somma della loro gente. Sono loro che aiutano a creare legami sociali, costruiscono comunità e si evolvono nei luoghi in cui siamo così orgogliosi di vivere". E la via per rendere le città vivibili è costruire abitazioni che siano accessibili ai cittadini e non alloggi da intendere come risorse da cui trarre profitto. Altrimenti si rischia di consolidare il depauperamento e lo svuotamento che molti centri urbani stanno vivendo, con lo spostamento di abitanti, espulsi per l'aumento del costo di affitti e appartamenti, verso altre aree cittadine, la chiusura di negozi, la trasformazione di vecchie residenze in grossi centri commerciali.

"Avremo successo solo se saremo in grado di garantire che tutti nelle nostre città abbiano accesso a una casa decente, sicura ed economica", sostengono Colau e Khan. Per questo motivo sono determinati a cambiare il modo in cui funziona il sistema degli alloggi pensando di incrementare le case popolari, l'housing sociale e sostegni per gli affitti e "facendo tutto il possibile per rafforzare i diritti degli inquilini e reprimendo le cattive pratiche degli sviluppatori [ndr i costruttori che progettano nuovi complessi edilizi] e dei proprietari". Per fare questo, però, spiegano Colau e Khan, i sindaci hanno bisogno di più poteri e maggiori risorse da parte dei governi ("che, al contrario, sembrano felici di abbandonare le città al loro destino") per "regolare adeguatamente il mercato immobiliare, proteggere il diritto degli inquilini di poter rimanere nelle loro case e rendere i senzatetto e chi dorme all'addiaccio una cosa del passato".

Foto in anteprima: il murales dello street artist Blu all'occupazione di via del Porto Fluviale a Roma via Corriere.it

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Germania: “Noi siamo di più”. In 65mila al concerto contro razzismo ed estrema destra

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

di Alessandro Alviani

This is not about the fight between right and left, it's about basic decency

Non è questione di destra e sinistra, è questione di civiltà. Sono le parole di Campino, voce dei Die Toten Hosen, una delle band che lunedì ha partecipato al concerto #WirSindMehr ("Noi siamo di più", diventato subito trending topic su Twitter) contro razzismo ed estrema destra e che ha visto la partecipazione di 65.000 persone a Chemnitz, in Sassonia. L'evento è stato organizzato da alcune note band tedesche, a partire dai Kraftklub, originari proprio di Chemnitz a seguito di quanto accaduto nei giorni precedenti.

I disordini dell'ultima settimana a Chemnitz, hanno segnato una cesura in Germania: per la prima volta neonazisti, hooligans di estrema destra, elementi del movimento xenofobo Pegida ed esponenti del partito della destra radicale della AfD (Alternativa per la Germania) si sono saldati, in un'inedita coalizione anti-immigrati che è sfociata in una caccia allo straniero e in saluti nazisti sbandierati sotto gli occhi della polizia.

Se finora il risentimento per la politica delle porte aperte era rimasto confinato a slogan come “Merkel muss weg“ (“Merkel deve andarsene“) e la AfD aveva evitato di essere accostata pubblicamente all'estrema destra, per non darsi un'immagine troppo radicale e non giocarsi i potenziali voti dei tedeschi indignati con la cancelliera per la sua decisione, tre anni fa, di aprire le porte della Germania a migliaia di richiedenti asilo rimasti imbottigliati lungo la rotta balcanica, Chemnitz ha segnato un salto di qualità. Il tutto in nome di una persona che, con l'estrema destra, non aveva nulla a che fare.

Nella notte tra sabato 25 e domenica 26 agosto Daniel Hillig, un falegname 35enne tedesco di origini cubane, è stato accoltellato durante una rissa a Chemnitz ed è morto poco dopo in ospedale. Per l'omicidio sono state fermate due persone: un 23enne siriano e un 22enne iracheno. Una terza persona, un rifugiato iracheno, è ricercata dal 4 settembre. Nella mattinata di domenica sono comparse sui social media alcune ricostruzioni secondo cui Daniel Hillig sarebbe stato ucciso per aver difeso una ragazza che era stata molestata dagli aggressori. Una fake news, smentita rapidamente dalla polizia, ma che ha continuato a diffondersi, alimentando la rabbia.

Nella stessa giornata centinaia di persone sono scese in piazza, seguendo l'appello di un gruppo di hooligans di destra ("Kaotic Chemnitz") e lanciandosi in una vera e propria caccia allo straniero. Lunedì 27 le proteste, indette stavolta dal movimento populista di destra “Pro Chemnitz“, si ripetono: stavolta a scendere in piazza sono 6.000 persone, che si trovano di fronte 1.500 contro-dimostranti e appena 600 poliziotti. Le manifestazioni si ripetono il giovedì e il sabato.
Ancora ieri circa 20mila persone hanno marciato a Berlino e ad Amburgo chiedendo alla Germania di accogliere più migranti salvati in mare.

I fatti di Chemnitz stanno monopolizzando da giorni il dibattito politico. Diversi politici, come il vice-presidente socialdemocratico del Bundestag, Thomas Oppermann, hanno proposto di far sorvegliare la AfD dai servizi segreti per gli interni. Nella discussione si è inserita anche Merkel: la decisione in materia, ha spiegato, non spetta alla politica, ma ai servizi segreti. I quali hanno escluso martedì di voler porre sotto osservazione il partito in Sassonia. Molti puntano il dito contro la strategia della Cdu, che governa ininterrottamente in Sassonia dalla riunificazione del 1990: il partito cristiano-democratico viene accusato di aver relativizzato per anni, se non apertamente negato, il problema del razzismo e dell'estrema destra nella regione. Celebre è rimasta la frase dell'ex governatore della Cdu, Kurt Biedenkopf, secondo cui gli abitanti della Sassonia sono “immuni“ dall'estremismo di destra. Così facendo, è l'accusa, la Cdu ha creato il terreno fertile per la diffusione dell'estrema destra, piuttosto che combatterla.

I sondaggi per le regionali del prossimo anno alimentano il nervosismo tra i cristiano-democratici. La Cdu è data oggi al 28%, appena tre punti percentuali sopra la AfD. A titolo di paragone: la Spd, che attualmente è al governo regionale con la Cdu, è all'11%, la Linke al 18%.

A livello nazionale, i fatti di Chemnitz non sembrano aver frenato il trend di crescita della AfD. Un sondaggio condotto dall'istituto Insa tra il 31 agosto e il 3 settembre per la Bild rivela che l'“Alternativa per la Germania“ è salita al 17% e ha scavalcato la Spd (16%). La Cdu/Csu è al 28,5%.

A mostrarsi preoccupata per le scene viste a Chemnitz è invece l'industria tedesca. Dieter Kempf, presidente della Bdi (la Confindustria), teme che i disordini possano danneggiare l'immagine della Germania nel mondo e ostacolare l'arrivo di talenti ed esperti altamente qualificati dall'estero. Talenti ed esperti che sono fondamentali per il tessuto industriale della Sassonia, una regione che, a detta del ministro regionale dell'Integrazione, Petra Köpping, dalla riunificazione a oggi ha perso 750.000 persone, gente con un livello di formazione elevato, che ha preferito emigrare altrove : il tasso di disoccupazione è sceso ad agosto al 5,8%, contro il 6,4% di un anno fa; le aziende faticano a trovare lavoratori qualificati, al punto che sono oltre 40.000 i posti vacanti.

Martedì la cancelliera Merkel ha annunciato di voler visitare Chemnitz a ottobre.

Intanto è stato lanciato un appello per far scendere in piazza, il prossimo 13 ottobre, alle ore 14, cinque milioni di europei, invitando i cittadini a organizzare eventi nei propri paesi per mandare un segnale forte e chiaro contro nazionalismo, intolleranza e odio e per un'Europa unita, democratica e solidale.

Immagine via Christoffer Horlitz

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